Home / Tag Archives: cinema (page 3)

Tag Archives: cinema

Contro i pensatori prêt-à-porter

Da misero studente di filosofia, quello che ho imparato in questi anni è che i veri pensatori non appaiono sui giornali o nelle trasmissioni televisive (o perlomeno non così spesso). Insegnano, scrivono libri e vengono probabilmente mal pagati. Il filosofo, nel bene e nel male, ha sempre attratto in un modo o nell’altro la folla: pensiamo ai Sofisti e a Socrate nell’Atene dell’antichità, Heidegger e Schmitt sull’immaginario nazionalsocialista e Sartre sui giovani francesi del sessantotto.

Oggi li vediamo invitati nei programmi di approfondimento o di politica per parlare dell’argomento dell’istante; se riescono a parlare con perizia della questione, senza risultare goffi, probabilmente non si interessano più di filosofia (in primis Cacciari).

Finendo infine con il punto più basso della lunga catena discendente della volgarizzazione filosofica: Slavoj Žižek da Fabio Fazio, il primo Dicembre a Che tempo che fa. Avrei potuto benissimo scegliere qualcun’altro, ma è l’esempio indicato il più rappresentativo della categoria. Sicuramente verrà fatta pubblicità gratuita ai suoi libri da rivoluzionario in poltrona, ma almeno si avrà anche lo sfizio di dire come stanno le cose.

Slavoj Žižek, come molti “filosofi” alla moda, presenta un sistema (se così possiamo chiamarlo) facile da digerire, pronto all’uso da parte degli hipsters ben pensanti. Non ha complessità. È un semplice urlare al capitalista, ben comprensibile da tutti e assimilabile senza la fatica di ragionare troppo, alimentando quello stereotipo molto comodo del borghese e del sottomesso, riproponendo dunque una versione pop da applausi della dialettica servo-padrone (che fa immancabilmente share). Se poi nascondiamo tutta questa riproposizione, piuttosto forzata (e per certi versi anti-storica) del pensiero hegeliano e marxista, dietro a un linguaggio appositamente allucinato per dimostrare un retrogusto avantgarde e mascherare la povertà di pensiero, ecco allora prospettarsi l’archetipo del Borat della filosofia che infesta i talk show serali (come scherzò Decca Aitkenhead sul Guardian qualche anno fa).

Basta spararla più grossa possibile con saccenza (“L’umanità è OK, ma il 99% delle persone sono idioti noiosi”) e vanità, mischiando un po’ di cinematografia se necessario, per andare da Fazio o alla Columbia University ed essere considerati pensatori seri, senza l’obbligo di passare anni d’inferno per un Ph.D.

La figura del filosofo prêt-à-porter ha successo perché solo di nome le sue idee appaiono eleganti, facilmente indossabili come una borsa di Prada, facendo così bella figura nei salotti e agli aperitivi al bar. Poco importa che siano i vaneggiamenti di Žižek o la solita solfa sulla crisi etica contemporanea: riflettere seriamente su concetti come la laicità, il che cosa sia la verità o la giustizia è eccessivamente faticoso per lo spettatore medio; preferisce farselo dire dal pensatore alla moda di turno, il cui aprir bocca è legittimato dal semplice fatto che è stato invitato da un certo conduttore a una certa trasmissione.

La televisione non ha bisogno di persone che pensano, quanto di faziosi e di Elvis da studio. Il problema è che confondiamo Elvis con qualcos’altro, senza fermarci a riflettere su cosa stia dicendo.

Poi ci sorprendiamo se non c’è più progresso in filosofia (sempre se di progresso possiamo parlare).

Lo Hobbit: desolante desolazione

L’anno scorso ero uscito dalla sala con un sorrisone, quest’anno molto meno. Le aspettative erano diverse visto quanto piacevolmente ero stato sorpreso dal primo capitolo della nuova trilogia, ma credo che La desolazione di Smaug abbia diversi problemi che hanno poco a che vedere con il mio livello di attesa. Innanzitutto, e per quanto poco la polemica mi era risultata interessante all’epoca, questa seconda puntata mette in evidenza quanto poco assennata sia stata la decisione di girare tre film, di lunghezza non indifferente peraltro. La desolazione di Smaug è la definizione di un capitolo transitorio all’interno di una saga: per l’intera durata del film assistiamo al peregrinare dei protagonisti attraverso la terra di mezzo, di fatto barcamenandosi tra una scena d’azione e pseudo-suspance e la successiva senza che si abbia la sensazione di fare particolari passi avanti nè per quanto riguarda lo sviluppo della trama, nè per la definizione dei personaggi.

Quest’ultimo punto in particolare è stato particolarmente deludente; Bilbo è completamente messo da parte e a stento lo si può considerare il protagonista del film, ma a questo declassamento si è sopperito con il tirare in mezzo personaggi insostanziali alle cui vicende gli sceneggiatori in primis non sembrano essere particolarmente interessati. Il che è un peccato perchè tutta la parte sulle tresche elfico-naniche sembrava poter essere una dorsale importante per il film e spero che trovi un po’ di spazio nel film conclusivo.

Un personaggio che invece sostanziale lo è decisamente, e per vari motivi, è lo stesso Smaug, che è un po’ il fiore all’occhiello del film. Le scene ambientate dentro la prigione dorata di Erebor sono di gran lunga le più soddisfacenti dell’intera pellicola, e per quanto una certa parte degli squilibri del film possa essere addebitata alla volontà di rendere particolarmente centrale l’incontro col drago, si può se non altro dire che almeno su questo punto l’obiettivo è stato centrato.

Ottimamente interpretato -tramite non so quale sofisticata tecnologia di motion capture- da Benedict Cumberbatch, il drago Smaug è tutto quello che ci si aspetterebbe da un mostro mitologico e la sua realizzazione tecnica lascia decisamente sbalorditi. Sotto questo punto di vista vale la pena far notare come anche questo pur deludente capitolo della saga si situi una tacca sopra a qualsiasi altra produzione di magnitudo comparabile in quanto a gusto e maestria nell’utilizzo degli effetti speciali e nel design dei set e dei costumi. Il paragone con altre megaproduzioni tipo Avengers è quasi imbarazzante, e per quanto il lavoro di Peter Jackson sia stato e continui ad essere discutibilissimo sotto molti punti di vista, so che se avessi qualche centinaio di milioni di dollari e volessi produrre un film lui sarebbe il primo che chiamerei. Posto che non volessi perdere i soldi, chiaro, altrimenti boh, li darei a Sion Sono e aspetterei di essere risucchiato nel buco nero che creerebbe per esigenze sceniche nel set approntato in una macelleria di Chernobyl.

Lo spudorato cliffhanger che conclude La desolazione di Smaug è solo la beffa finale di un film a cui manca fondamentalmente una ragion d’essere narrativa, e che non riesce a prendere un ritmo che metta i vari set-pieces in condizione di sopperire alle mancanze della sceneggiatura. Non ho letto il libro e quindi non so bene cosa aspettarmi, ma ora come ora faccio fatica a immaginare come la faccenda possa essere portata avanti per altre tre ore. Spero che le diminuite aspettative possano portare ad un’altra positiva sorpresa.

Il fascino del Grande Gatsby

Sulla scia hipster arriva puntuale il remake cinematografico del romanzo di Fitzgerald, che rispolvera la moda degli anni ruggenti e si sposa bene con le tendenze vintage che hanno appena finito di contagiare il vecchio e il nuovo continente.

E’ uscito nelle nostre sale l’attesissimo remake di The Great Gatsby, ad opera di Baz Lhurmann, il visionario regista australiano di Moulin Rouge e dello stoico flop Australia, che con Leonardo di Caprio nei panni del romantico e misterioso miliardario di West Egg, rispolvera il romanzo capolavoro di Francis Scott Fitzgerlad, e con esso tutta l’euforia, la spensieratezza e lo sfarzo dei “Roaring Twentys”, quegli anni ruggenti che tra la fine della prima guerra mondiale e la grande depressione del ’29 hanno fatto leggenda. Ed è proprio quello lo “sfarzo” che le maison Ralph Lauren e Prada, rispettivamente per gli interpreti maschili e femminili, si sono impegnate a ricreare.

Certo c’è chi già dice (me compreso) che l’eleganza del nuovo Gatsby su pellicola non sarà mai paragonabile a quella di Robert Redford, che indossava anche lui Ralph allora, ma un altro Ralph Lauren, quello non ancora contaminato dalle linee prêt-à-porter che finiscono negli armadi di sgraziati magnati russi e degli sceicchi arabi, che con il vecchio caro Gatsby, non hanno molto in comune, se non le sconfinate ricchezze.

 

Ma vediamo come questa riscoperta del romanzo di Fitzgerald, finalmente fruibile dal grande pubblico grazie a questo colossal cinematografico attesissimo, possa sposarsi puntualmente con le ultime tendenze. In linea con le più classiche (a tratti sfocianti nel ridicolo) sub-culture hipster metropolitane 2.0 , quella che potrebbe incarnarsi nella “tendenza alla Gatsby” non farebbe altro che accentuare lo style retrò ed istituzionalizzare l’ormai dissacrato(ahimè) taglio di capelli anni ’20: quello con la sfumatura fatta con la macchinetta ai lati e dietro, che lascia i capelli più lunghi al di sopra dell’orecchio da aggiustare con la cera (un taglio ben più marziale dell’adattamento Borriello in da House), l’uso e abuso delle stringate inglesi dalla più classica forgia, indossate con disinvolta in ogni occasione (magari finalmente con un cenno più classico, che gayO) , le camicie oxford button-down che erano già tornate grazie allo stile Ivy e Preppy prima della scorsa estate, le giacche spezzate da giorno anche i per “giovanotti” che l’ultima giacca l’avevano vista il giorno della Comunione, degli occhiali con le montature vintage tonde(oggetto d’ordinanza per l’alternativo che si rispetti), gli orli dei pantaloni meditati (ma non ancora abbastanza purtroppo) e lo sdoganamento dell’esilarante “farfallino”, se volete chiamarlo cosi, anche senza dove indossare per forza con lo smoking; che è un altro dei punti fermi del guardaroba di un Gatsby che si rispetti, insieme all’ormai sempre meno richiesto frak, anacronistico e troppo noblesse oblige per molti(troppi).
Ma chissà.. che non si torni ai vecchi fasti della moda per una volta?Infondo la tendenza è un continuo tornare e ritornare, e anche se come diceva Oscar Wilde «la moda è una forma di bruttezza tale che ha bisogno di essere cambiata ogni sei mesi» ; in questo caso potremmo gioirne per una volta dicendo, noi che ne siamo profondi amanti, che l’eleganza di un grande Gatsby non passa mai di moda.

Trovajoli: una vita fra jazz e cinema


Lo scorso 28 Febbraio, alletà di 95 anni, è scomparso Armando Trovajoli, maestro e compositore prestato al cinema, per una carriera che ha visto anche enormi successi commerciali come la celeberrima Roma nun fa la stupida stasera (da Rugantino), canzone rimasta nellimmaginario popolare insieme a tantissimi altri pezzi dedicati alla capitale che lha visto nascere e lasciarci.

Personaggio riservato, mai sopra le righe, si è mosso liberamente fra jazz, musica per cinema e musica leggera, oltrepassando quegli steccati ai quali spesso ci abituano i maestri provenienti dal conservatorio. La sua musica ha segnato il cinema italiano (più di trecento i film che vedono il suo contributo) con una particolare attenzione nei confronti della commedia musicale, collaborando con la grande coppia Garinei e Giovannini, in diverse occasioni, le più celebri delle quali sono senzaltro Ciao Rudy, Aggiungi un posto a tavola, La Ciociara.  Le musiche più celebri di Trovajoli si possono trovare nelle sue partecipazioni in film con Vittorio De Sica, Dino Risi, Luigi Magmi, Ettore Scola.

 

El negro Zumbon, scritta nel 51 per il film Anna, pezzo cantato e ballato da Silvia Mangano, è un brano che divenne talmente famoso da trasformarsi in icona tanto da ricomparire in ben due capolavori della cinematografia italiana: Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, e Caro Diario di Nanni Moretti.


Trovajoli non è solo questo. Sì, perché difficilmente è citabile un musicista italiano che puòvantare di aver suonato con musicisti del mondo del jazz del calibro di Miles Davis, Chet Baker, Duke Ellinghton e sua maestàDjango Reinhardt. La sua esperienza nel mondo del jazz lo porterà a Parigi a rappresentare lItalia con un trio jazz nel famoso Festival du Jazz de Paris. Anche il lavoro alla radio, agli inizi degli anni 50, fu un’esperienza nella quale Trovajoli cercò di portare la sua bravura e la sua modernità in un contesto fino a quel momento lontano dalle musiche orchestrali che proponeva il maestro romano.

Una carriera inedita, quantomeno per la qualitàmedia delle sue composizioni, che son riuscite a incontrare la stima degli addetti ai lavori e il successo del pubblico. A suggellare il suo talento son arrivati il  Premio Speciale David di Donatello alla carriera del 2007, e il premio Federico Fellini 8 ½ per leccellenza artistica. Unartista che tuttavia non amava le occasioni mondane e celebrative, tanto che la sua morte èstata annunciata dalla moglie solo in seguito alla sua cremazione per evitare funerali magniloquenti o cerimoniali eccessivi.

Un grande che se ne va in punta di piedi, un uomo schivo e umile che vogliamo ricordare con due frasi che fotografano perfettamente la carriera di un altro grande romano che se ne va:
“Ho avuto la fortuna di suonare e conoscere grandissimi come Duke Ellington, Miles Davis, Louis Armstrong, ma io in confronto a questi qui sono un poveraccio”,

“In vita mia non avrei potuto fare altro che suonare. Ma la musica é una gran puttana, perché improvvisamente ti mette le corna e ti ritrovi con il pentagramma vuoto e il produttore che vuole il lavoro il giorno dopo. Poi, mentre stai dormendo, ecco che te la ritrovi accanto”.




Luigi Costanzo