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Pienza, ovvero le stagioni di una città.

Ci sono occasioni in cui si vorrebbe essere uno scrittore – di quelli veri, come forse avrebbe potuto esserlo il Calvino di Marcovaldo – per poter raccontare al meglio una storia che ci sembra avvincente, per restituire il giusto ritmo ad una serie di avvenimenti che altrimenti potrebbero sembrare soltanto una successione di fatti, persone, cose. E tanto nei romanzi quanto nell’architettura, l’antefatto è fondamentale, è lo sforzo necessario per arrivare a un finale e rappresenta, in sostanza, il perché di quel risultato specifico.

Ma mentre l’idea scritta ha il grande vantaggio di legare insieme precedente e finale in un’unità inscindibile, per l’architettura ha maggior evidenza la seconda parte, ovvero l’idea costruita, il bisogno materializzato. Resta agli studiosi, o ai curiosi, cercare di capire perché si sia arrivati ad un determinato esito, sia esso un edificio la forma di una città o anche (situazione forse tra le più affascinanti) un progetto non realizzato.

Gli esempi possibili per descrivere questa condizione dell’architettura sono innumerevoli; o forse sono tanti quanti le architetture che da sempre si sono costruite.

A chi romanziere non è, resta la possibilità di sognare una trama, una storia che possa dire più di quanto uno sguardo distratto non possa restituire. E la storia della piccola città di Pienza (al secolo Corsignano) è uno degli esempi che meriterebbero di essere raccontati, attraverso un abile assembramento di informazioni diverse che ci riporti ai tempi della sua costruzione, seguita alle decisioni di Enea Silvio Piccolini, lì nato e divenuto Papa Pio II il 19 agosto del 1458. Le testimonianze della sua vita sono affidate a I commentarii, l’autobiografia che raccoglie le vicende che portarono alla decisione di dare nuova vita al paese natale attraverso un nuovo assetto urbano e alla nuova architettura della città di un così illustre personaggio.

“Tornando a Corsignano, egli sperava di trovare qualche piacere a parlare con coloro che erano cresciuti insieme lui, e sperava di vedere con gioia il suolo natale. Ma avvenne il contrario, poiché gran parte dei suoi coetanei era morta e coloro che ancora vivevano erano trattenuti a casa da l gran peso degli anni e delle malattie; e se alcuni si facevano vedere, a stento si potevano riconoscere, tanto i loro volti erano montati, e tanto erano indeboliti storpiate e quasi messaggeri di morte. Dovunque il Papa rivolgeva lo sguardo, scorgeva i segni della propria vecchiezza, e non poteva non ammettere di essere vecchio vicino a morire, poiché aveva trovato ormai carichi d’anni i figli di coloro che aveva lasciati fanciulli”.

Lo scopo ufficiale fu quanto di più caritatevole ci si possa aspettare da un simile protagonista, ovvero  quello di aiutare i meno fortunati rimasti a vivere nel piccolo paese. Ma come in qualunque racconto che si rispetti, non bisogna sottovalutare le intenzioni nascoste e non confessate, scorgendo in questa operazione la volontà di rafforzare – per riflesso diretto – il potere economico e politico nella città di Siena e quindi contro Firenze, mascherando «di retorica umanistica» un’operazione essenzialmente politica.

Se allora lo scopo latente è evidente, rimane comunque interessante notare come il Papa decise di affidare all’architettura il compito di raggiungere questo obiettivo; la costruzione della nuova città fu rapida (tra il 1459 e il 1964 vennero comprati i terreni e costruiti gli edifici principali), ma la sua conformazione rispose più agli esiti delle dinamiche di compravendita dei lotti urbani, piuttosto che ad un disegno prestabilito di città ideale, ovvero pensata e pianificata secondo princìpi di organizzazione dello spazio animati dalla sensibilità e dallo spirito umanistico. La realtà che viene ricostruita dagli studi storici più rigorosi ci riporta quindi lo scenario effettivo: la forma della nuova Pienza si strutturò sostanzialmente in base alla prontezza e alla rapidità con la quale la famiglia Piccolomini e i cardinali sostituirono le vecchie case esistenti con le loro nuove residenze.

In questo passaggio centrale, è riassunta tutta la connotazione sorprendentemente contemporanea della storia di Pienza, che non si discosta troppo dalle dinamiche che ancora governano le forme delle città e dei territori.

La piazza divenne il centro della nuova città e fu pensata e realizzata da Bernardo Rossellino come formidabile meccanismo prospettico che consegue lo scopo di enfatizzare la nuova conformazione urbana attraverso la disposizione planimetrica degli edifici che la delimitano e la messa in scena del paesaggio in una relazione continua con lo sfondo della Val d’Orcia (all’epoca probabilmente molto differente da come la si può vedere oggi) e che si ripete in realtà in tutto l’impianto urbano, diventando strumento di enfasi e alterazione nella percezione degli spazi urbani. Sulla piazza si affacciano i nuovi edifici principali: la cattedrale (curiosa sintesi tra architettura gotica e rinascimentale), il palazzo della famiglia Piccolomini (chiaro tributo al palazzo Rucellai dell’Alberti), il palazzo comunale e quello del vescovo (carica ecclesiastica sino ad allora non presente a Corsignano e che doveva sottolineare la presenza papale nel nuovo destino della città).

Tutto questo è il risultato eccezionale di dinamiche complesse e intrighi politici, ma come non si può immaginare lo stupito disappunto dei cardinali quando scoprirono che, se avessero voluto conquistare la benevolenza del Papa sarebbero stati costretti a spendere ingenti capitali in un piccolo paese lontano da Roma e abitato da contadini. Gli abitanti del paese, da parte loro, furono inizialmente persuasi dall’occasione di vendere le loro modeste proprietà, ma si resero ben presto conto che il tutto sarebbe avvenuto a discapito della loro quotidianità, soprattutto mano a mano che gli spazi disponibili diminuivano e le insistenze dei prelati si facevano sempre più pressanti.

Gli elementi di questo racconto, tutto da scrivere, sono dunque un protagonista che cambia nome e ambizioni, una paese di campagna che si trasforma e diventa centro delle dinamiche ecclesiastiche, schiere di cardinali che si affannano per trovare un pezzo di terra su cui costruire il proprio palazzo, paesani sfrattati e increduli e, ultimo ma non per ultimo, Bernardo Rossellino ovvero l’architetto giusto che nel giusto momento riesce a dare il finale migliore a una vicenda che si muove tra religione, politica e speculazione. La scenografia all’interno della quale il tutto si muove è poi quanto di più bello si possa sperare.

Ma la cosa veramente avvincente di tutta questa storia è che è stata vera.

 

Una precisa analisi della storia di Pienza è contenuta nel saggio di Nicholas Adams “Pienza” nel volume “Storia dell’Architettura Italiana. Il quattrocento” a cura di F.P. Fiore (Electa, Milano 1998)

Le Città globali/invisibili

In occasione del finissage della mostra BABEL di Edoardo Cozzani, Polinice organizza un talk su “Le città Globali/Invisibili”.

Una riflessione di professionisti ed esperti sulla condizione culturale e sociologica attuale, laddove molteplici settori sono legati dall’anomia dei luoghi.

Un’identità negata a favore del ripetersi di standard concepiti a priori, i quali negano ogni differenza.

Un’epoca figlia della massima evoluzione delle reti di comunicazione, dove i messaggi sono scomposti e destrutturati, a cui fa da contraltare la mancanza di significato. Il concepimento di una comunicazione dopata, relegata ad acronimi e slegata da meta-messaggi.

Interventi:

Jacopo Costanzo – Forme dell’architettura contemporanea – Warehouse of Architecture and Research

Andrea Cori – L’editoria tra territorio e spazi globali – Il Ventriloco – Trastevere

Tommaso Politano – Community Manager Digital Yuppies

Andrea Valdambrini – Le identità nelle città globali, il valore dell’elemento geopolitico

Edoardo Cozzani – Intervento su concept della mostra fotografica BABEL

Presenterà il talk: Cecilia Gaudenzi –Polinice Redazione.
Introdurrà il talk: Antonio Maria Napoli

A seguire aperitivo di networking con il Dj-set dei DUMFOUND

20 dicembre 2017 dalle ore 20 presso Lab.174 – Via Pietro Borsiesi n. 14 – Roma

Link alla pagina fb dell’evento: https://www.facebook.com/events/1498470573603320/

I monumenti della città contemporanea

Parlando di città contemporanea si corre facilmente il rischio di imbattersi in discorsi superficiali, in quanto le condizioni specifiche di ciascuna città sono differenti per loro natura. Ciascuna di esse rappresenta infatti una stratificazione storica e culturale talmente complessa da rendere inevitabile la creazione di sottocategorie che rendano ogni caso quanto più completo e significativo. Il loro carattere può essere sociale, politico, religioso o geografico, ma ogni parte di questa classificazione non può essere scissa dalle altre e dalle molte ancora che si potrebbero identificare.

La città resta però luogo ed espressione della cultura che l’ha voluta e che continua ad abitarla e, ovviamente, anche scenario della propria architettura. Esistono allora dei fattori generali, dei denominatori comuni che permettono di fare ragionamenti validi anche nel confronto tra casi differenti. Uno di essi è il problema del mantenimento della propria memoria, ossia di quell’insieme di dati storici e culturali necessari per legittimare il senso stesso della città oltre che per creare, in chi la abita, simboli e sentimenti condivisi nei quali riconoscersi.

Il mezzo attraverso cui esprimere queste condizioni è stato da sempre il monumento, ovvero “…un’opera della mano dell’uomo creata con lo specifico scopo di conservare sempre presenti e vivi singoli atti o destini umani nella coscienza delle generazioni a venire.” Questa definizione è alla base del pensiero di Alois Riegl che nel 1903, attraverso “Il culto moderno dei monumenti” ne definisce l’essenza e ne teorizza il riconoscimento.

Ma la città contemporanea non è più incline a costruire monumenti, considerandoli forse un mezzo espressivo ormai anacronistico, oppure non riuscendo a restituire alle arti figurative dei nostri tempi la capacità di sintetizzare un racconto. Eppure essi sono sempre stati fondamentali nel mantenere la memoria di fatti storici ritenuti importanti. Ma allora possiamo ipotizzare che sia proprio il luogo della memoria ad essersi modificato, identificandosi con ormai maggiore disinvoltura nell’immagine complessiva della città stessa. Si capirebbe così come la crisi dell’architettura della città contemporanea sia effettiva, soprattutto nella sua impossibilità di creare elementi tangibili della propria coscienza storica attraverso linguaggi attuali e comprensibili.

Un esempio di questa condizione ci viene dato da la vicenda che sta riguardando il recente lavoro che l’artista William Kentridge ha realizzato per Roma e di cui anche Polilinea ha parlato poche settimane fa: di fronte al murales troveranno (forse) sistemazione degli stand temporanei che lo copriranno parzialmente. Grande dibattito è seguito a questa decisione, ma cosa si è chiesto di salvaguardare? L’opera in quanto tale o la narrazione che contiene? Perché “Triumphs & Laments” ha proprio la pretesa di essere un monumento, sebbene con la grande differenza rispetto al passato di non puntare alla durata illimitata, bensì ai pochi anni nei quali sarà visibile.

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Il problema non risiede allora nella pretesa (imprescindibile a volte) di salvaguardare un’opera d’arte a discapito delle funzioni della città, ma bensì nel saper riconoscere come elemento espressivo un segno che ha bisogno di narrare le vicende della città per legittimare la propria ragione d’essere.

“Mentre la città si articola ormai in base alla presenza dominante e centrale delle [presenze] produttive e di scambio, la memoria diventa museo e cessa così di essere memoria, perché la memoria ha senso quando è immaginativa, ricreativa, se no diventa appunto una clinica in cui mettiamo i nostri ricordi. Abbiamo “ospedalizzato” la nostra memoria, così come le nostre città storiche, facendone musei.” (1)

Non volendo scadere nell’invocazione di una cristallizzazione della città a salvaguardia di una ipotetica condizione ottimale della sua immagine (altro argomento su cui regna una grande confusione), può essere più utile riflettere sul modo in cui essa non sappia più riconoscere le proprie evoluzioni estetiche, sebbene gli stimoli siano presenti e ben visibili. È allora emblematico come in un solo episodio si racchiuda la dimostrazione di quanta fatica facciano oggi l’arte e l’architettura nel contribuire alla definizione della memoria della città; probabilmente perché siamo disabituati a giudicare le relazioni, siano esse colloquiali o polemiche, degli elementi che la costituiscono. O forse perché la città ha bisogno di essere (ri)educata alla consapevolezza di se stessa anche in chiave estetica, soprattutto se attraverso essa cerchiamo di sopperire alla mancanza di monumenti.

 

(1) M. Cacciari, La città, Pazzini editore, Villa Verucchio, 2004

 

L’architettura è una cosa più che utile

Ma gli uomini vivono in case invecchiate e non si sono ancora preoccupati di costruirsi delle case a propria misura. Eppure la casa gli sta a cuore, da sempre. A tal punto che hanno fondato il culto sacro della casa. Un tetto. Altri dèi lari. Le religioni si fondano su dogmi, i dogmi non cambiano; le civiltà cambiano. Le religioni crollano come rose da tarli. Le case non sono cambiate. La religione della casa rimane identica da secoli. La casa crollerà! 

 

Le Corbusier

Sono passati quasi cento anni da quando Le Corbusier scrisse il suo testo più famoso, Vers une architecture. Se il carattere perentorio del testo è parte del personaggio, il significato di quelle parole può ancora riuscire a farci riflettere su alcuni aspetti del nostro modo di vivere e su alcune dinamiche che ancora non abbiamo imparato a conoscere fino in fondo.

Appare giunto il momento di domandarsi quali siano le risposte che l’architettura è ancora in grado di dare alle richieste della contemporaneità. Se è facile riconoscere il significato (oltre al valore) che tale disciplina ha assunto nel corso di tutta la Storia, risulta invece difficile ritrovare negli intrecci della cultura del mondo di oggi, una posizione sufficientemente importante da poterle affidare; la prima considerazione da fare è quella che ci riporti a considerare architettura tutto ciò che viene costruito in risposta ad una duplice necessità formale ed estetica, sia esso un grande edificio pubblico o una piccola abitazione.

Ma se per i grandi edifici ha sempre valso il significato simbolico ad essi attribuito e riconosciuto, il cambio di scala renderebbe necessarie altre considerazioni rispetto a quelle che qui si vorranno sostenere. Sono proprio le case all’interno delle quali viviamo l’elemento che rende più evidente le difficoltà che stiamo attraversando. Da tempo non si pensa più alla casa come elemento espressivo di una specifica necessità pratica ed emotiva; la serialità è diventata la banale rappresentazione di speculazioni che hanno portato a danni ben più grandi di quelli finanziari ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni.

Evidentemente, affermazioni di questo tipo possono facilmente essere additate come reazionarie. Eppure lo stato dei fatti, ad oggi, deve portarci a riflettere sul perché tale situazione si sia creata; e tale riflessione potrebbe finalmente costringerci a trovare la risposta che per molto tempo non siamo stati in grado di fornire. L’architettura è – e deve continuare ad essere – un elemento fondamentale per la crescita e lo sviluppo della società. Ne rappresenta i sentimenti, ne formalizza le idee, costituisce la formulazione concreta dell’identità delle persone che la realizzano e la abitano.

Eppure per molto tempo e fino ad alcuni anni fa (purtroppo decenni ormai), era proprio l’architettura italiana a saper rispondere con particolare raffinatezza alle scommesse dell’evolversi del tempo. Gli insegnamenti dei maestri del dopoguerra italiano continuano ad essere insegnati e studiati nelle università di tutto il mondo. Ma appaiono oggi privati di una fondamentale componente, ovvero del riconoscimento della loro utilità architettonica. Non solo utilità funzionale, che con le necessarie modificazioni dettate del cambio delle abitudini ha pure saputo adattarsi ai nuovi modi di vivere e abitare. Piuttosto è stata eliminata la cognizione dell’utilità dell’architettura in quanto elemento aggiunto alla pura necessità funzionale.

Tale situazione è riconducibile alla evidente difficoltà culturale che stiamo attraversando, a causa della quale non si riesce più a condividere il valore dell’architettura; e questa difficoltà la si avverte propio nell’architettura delle abitazioni. Ovvero in quegli edifici che primi tra tutti influenzano la nostra vita quotidianamente, ma che non sono più pensati per assolvere in maniera adeguata tale compito.

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       Gabriele Basilico, Milano 1998

 In Italia si avverte una forte sconnessione tra la realtà e la percezione che si ha di essa. Non esiste quasi più porzione di territorio che non risenta dell’allontanamento dal quel minimo senso estetico che, se riuscissimo a riscoprire, ci renderebbe capaci di criticare quanto troppo spesso ci circonda. Basta infatti osservare cosa e come si costruisce sia intorno alle grandi città, così come al loro interno o nei piccoli centri urbani.

La continuità di costruzioni mediocri segna ormai indistintamente i profili dei nostri paesaggi, dimostrando come l’idea stessa che noi abbiamo del nostro Paese rimanga romanticamente legata ad un’idea di bellezza che  in realtà stiamo velocemente perdendo. Se poi, quando si cerca di preservarne l’estetica si ricorre alla facile (e spesso grossolana) cristallizzazione dei centri storici, attraverso l’enfasi di quei caratteri considerati migliore espressione del loro senso architettonico, allora la partita sembra davvero arrivata alla fine.

Ma cosa è successo quando abbiamo rinunciato all’evoluzione di un carattere estetico che non può più essere comune, sia perlomeno condiviso? E, soprattutto, come ritrovare quella volontà estetica che ci ha permesso per molto tempo di rendere armonioso il rapporto tra architettura, funzione e contesto?

Le risposta possono essere molte, ma la più esaustiva si può trovare solo nella riscoperta dell’utilità dell’architettura. Nel riconoscimento di come essa debba essere considerata elemento principale nella definizione del senso di appartenenza di una comunità ad un’estetica condivisa e costruttiva. Ben oltre ad un semplice valore aggiunto al dato costruttivo.

 

Alcune interessanti considerazioni si possono trovare in questo breve documentario di Pier Paolo Pasolini

Pasolini, La forma della città

 

L’arte della città

“La città è deteriorata e degenerata per la mancanza di esperienza estetica. Perché l’esperienza estetica, il cui centro naturale è il museo, non concorre alla struttura della città. L’arte non è più, come è stato nel passato, la città; la città non è più il mezzo principale dell’educazione estetica.” 1

G. C. Argan

 

Nel 1969 Giulio Carlo Argan descriveva con queste parole il rapporto tra la città a lui contemporanea e l’arte. I musei, da sempre custodi della cultura collettiva, avevano perso in quegli anni la loro vocazione formativa sul senso collettivo dell’estetica. Erano invece diventati luoghi distanti dai nuovi mondi dei mass media che già costituivano la fonte principale di educazione collettiva, riducendosi piuttosto a più semplici scenari per le mostre temporanee che periodicamente vi venivano ospitate.

Si avvertiva già a partire da quegli anni (ma all’interno di in un processo che oggi è ancora più percepibile) un distaccamento tra la realtà del quotidiano e il significato collettivamente riconoscibile nelle opere d’arte. Sebbene gli anni ’70 possono sembrarci ormai lontani (e forse più artisticamente proficui di quanto non lo sembrino gli anni che viviamo), è possibile individuare in quel periodo l’inizio del sentimento che ci porta a frequentare i musei o i luoghi della cultura principalmente in occasione di grandi eventi o di mostre importanti. I numeri dei visitatori alla maggior parte dei musei italiani ne è la prova, ad eccezione appunto delle grandi mostre, ovvero di quegli eventi che continuano a registrare numeri incredibili di visitatori e file interminabili agli ingressi. 2

Ma al di là del significato contemporaneo del museo quale luogo di conservazione e divulgazione del sapere, è interessante notare come il rapporto della città con l’arte stia sensibilmente cambiando. Rispetto allo scenario delineato da Argan, assistiamo infatti ad una trasformazione nel modo stesso in cui le città si rendono protagoniste dell’educazione estetica. Stiamo capendo come la rinuncia alla decorazione, uno dei princìpi più importanti del modernismo (perpetrato in maniera più o meno evidente anche nella lunga fase postmoderna che ci ha accompagnato fino ad oggi), in realtà sia una perdita ben più profonda della semplice rinuncia all’apparato decorativo dell’architettura. Più semplicemente, abbiamo rinunciato al carattere espressivo delle città, ovvero a quell’insieme di connotazioni estetiche particolari attraverso le quali esse stesse si sono da sempre rappresentate.

La contemporaneità, ovviamente, non permetterebbe più l’uso di linguaggi appartenenti ai tempi passati; la ricerca del carattere architettonico delle città deve allora passare per altri mezzi. Paradossalmente, uno dei tentativi più evidenti di questi ultimi due decenni non è un prodotto interno alla cultura architettonica, ma è probabilmente individuabile nella street art. Termine generico, evidentemente non privo di ambiguità, che avrebbe bisogno di analisi più approfondite di quanto non sia stato fatto sino ad oggi.

jericho

Appare comunque innegabile che le opere di street art ridisegnino rapidamente facciate di edifici abbandonati, porzioni di interi quartieri, o muri ciechi guardati con indifferenza sino al giorno prima. Nei primi tempi, tali eventi venivano osservati con diffidenza (se non con disprezzo) dalla maggior parte delle persone, ma oggi l’attenzione generale nei confronti delle opere di questo tipo di arte è in continua crescita. Rappresenterebbe allora un’occasione persa il non indagare qualcosa di più profondo all’interno dei meccanismi che regolano l’estetica delle città contemporanee.

Come primo punto si dovrebbe riflettere sul sentimento di appartenenza ad un luogo che tali interventi sono in grado di generare: se ad un profilo di un edificio anonimo e ripetitivo, si sostituisce una connotazione estetica caratterizzante, anche il modo in cui ci si può riconoscere in una comunità cambia sensibilmente. L’anonimato di strade e quartieri è da molto tempo additato come principale responsabile della disaffezione verso le forme contemporanee dell’architettura: la street art si ripropone quale obiettivo principale l’annullamento di queste distanze.

Ulteriore caratteristica di questa espressione artistica è il fattore temporale. La velocità con la quale viene realizzata, riesce a superare la fisiologica lentezza che accompagna invece la costruzione dell’architettura. In poco tempo si cambiano colori e forme con rapidità difficilmente raggiungibili con altri mezzi. Ed è forse questa la componente più affascinante nella percezione collettiva del fenomeno artistico, che viene immerso in una società sempre più bisognosa di informazioni rapide e continue.

Riconoscibilità e tempo appaiono allora i termini principali nella lettura delle opere che ogni giorno appaiono sui muri di fronte le nostre finestre. A questi potremmo aggiungere la difficoltà dell’arte contemporanea “da museo” di intercettare le aspettative e le necessità di chi le osserva. Situazione, peraltro, non dissimile dalla difficoltà che l’architettura media dei nostri giorni trova nel suo dialogo quotidiano con la città.

Come qualsiasi intenzione estetica, la street art non è lontana dalla soggettività di chi la opera. E come con tutte le buone intenzioni, non sempre il risultato sperato è esattamente quello ottenuto. Ma una ricerca più profonda sulla cultura formale e figurativa che ci circonda rappresenta, ad ogni modo, un importante meccanismo di ritorno al riconoscimento di un senso condiviso di qualità estetica, che attraverso una riformulazione delle arti figurative e dell’architettura può riprendere a recuperare la distanza che ormai divide il mondo delle arti da quello reale.

1 Giulio Carlo Argan, Il museo e la città: arte contemporanea in Italia. 1969, Archivio RAI

2 http://www.statistica.beniculturali.it/RILEVAZIONI/MUSEI/Anno%202013/MUSEI_TAVOLA1_2013.pdf

Città malate

Dove finisce la città? A cosa cede il passo? Le periferie, la forma urbis, le aree metropolitane sono, o dovrebbero essere, al centro dell’attenzione di architetti e urbanisti, perché in essi risiede la chiave della vivibilità della città contemporanea.
Tra gli anni ’60 ed ’80 gli architetti si sono visti impegnati su due versanti, opposti e complementari: da un lato la battaglia per la conservazione dei centri storici delle nostre città; dall’altro la progettazione di nuovi brani urbani, laboratori per la sperimentazione di nuove forme dell’abitare. Il primo obiettivo ha, in buona misura, avuto successo: la salvaguardia del carattere della città storica è ormai un punto fermo nella teoria del progetto di molti architetti contemporanei, sebbene talvolta assuma caratteri sin troppo radicali. A tal proposito rimandiamo alla rubrica “Sold Out”, nella quale la redazione di PoliLinea ha già analizzato quali siano i rischi di una politica eccessivamente restrittiva nei centri storici.

Corviale, Roma.

Ma che ne è stato delle periferie? Gli interventi di quel ventennio di innovazione hanno risolto il nodo, teorico e progettuale insieme, della città contemporanea? Credo che se si ponesse questa domanda ad un abitante di una qualunque periferia di una grande città la risposta sarebbe negativa. In questa sede non sarebbe possibile affrontare in maniera esaustiva l’argomento, ma pochi esempi potrebbero essere sufficienti per comprendere l’entità del fallimento degli esperimenti compiuti. Tra questi ultimi alcuni sono già tristemente celebri: il quartiere Zen a Palermo, progettato da V. Gregotti e F. Purini, le Vele di Napoli, progettate da F. Di Salvo, il Corviale a Roma, progettato da un team capitanato da M. Fiorentino, il quartiere Matteotti a Terni, progettato da G. De Carlo. Sebbene le soluzioni, ed i principi ad esse sottostanti, siano molto diversi tra loro, i risultati di questi interventi sono stati piuttosto simili: ad oggi questi quartieri sono caratterizzati dal degrado architettonico, un quadro sociale disagiato, un rapporto negato con la città circostante. I motivi di questo fallimento sono molteplici, alcuni dei quali non ascrivibili alla sola architettura e credo che questo sia il fulcro della riflessione oggi necessaria: l’architettura, come disciplina autonoma, non può essere la cura per la città contemporanea. Qualcuno storcerà il naso, per altri questa affermazione sarà solo una puntualizzazione dell’ovvio, ma è necessario che questo sia il terreno comune su cui erigere solide riflessioni sull’abitare contemporaneo: architettura, società civile ed istituzioni devo produrre soluzioni chiare e partecipate.

Quartiere Matteotti, Terni.

In questo scenario una delle migliori opportunità degli ultimi anni è certamente rappresentata dal gruppo G124, il gruppo di giovani architetti che Renzo Piano ha messo su nel suo ufficio di Senatore. Il forte contatto con le istituzioni, la presenza di giovani, ed il patrocinio di una figura autorevole come Piano rappresentano ottimi punti di partenza, ai quali va aggiunto l’oggetto della ricerca dei G124: le periferie, appunto. In una recente intervista al Fatto Quotidiano, il Senatore a vita ha articolato in 7 punti il suo programma di intervento sulla città:

1. Smettere di costruire. Quasi tutte le città italiane sono sature dal punto di vista edilizio e, mentre si costruisce sempre di più – spesso senza pianificazione, fuori dalle norme prescritte e aumentando lo sprawl – all’interno della città consolidata migliaia di edifici giacciono privati della propria funzione, in stato di abbandono.

2. Ridistribuire i servizi nelle aree periferiche. L’espressione “quartiere dormitorio” è ormai di uso comune anche tra i non addetti ai lavori, figlia di un’idea di urbanistica ormai sorpassata e fallimentare. La città monocentrica, in cui gli unici flussi possibili sono quelli radiali , condannerà sempre la periferia al degrado. Se musei, scuole, ospedali fossero distribuiti in maniera omogenea nel tessuto urbano si creerebbero poli multifunzionali in più zone della città, rivitalizzandole. A questo proposito particolare attenzione meriterebbero gli spazi pubblici, fulcro della vita di una comunità, ormai quasi assenti o mal progettati.

3. Consolidamento strutturale del tessuto esistente con cantieri “tolleranti”. Certo la pianificazione non è la sola responsabile del degrado delle periferie: spesso è la stessa architettura a creare degrado, con la sua struttura indifferente al contesto. Lo studio G124 propone una rete capillare di interventi sostenibili dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, ad opera di piccole imprese, che possano contribuire a migliorare la struttura di questi quartieri.

4. Adeguamento energetico. Intervenire sul patrimonio edile esistente anche dal punto di vista tecnologico: i vantaggi dal punto di vista economico ed ambientale non possono che contribuire al miglioramento della qualità di vita.

5. Rafforzare i trasporti. Forse il più ambizioso, ed al tempo stesso più ovvio, punto del programma. La mancanza di collegamento tra le varie parti della città è la prima causa di isolamento e del conseguente degrado delle aree interessate.

6. Il Verde. Il sistema ambientale non può più essere identificato da episodi isolati all’interno della città, deve essere invece costituito da spazi comunicanti che formino una rete fitta lungo tutto il tessuto urbano. I benefici di un simile sistema non sarebbero solo quelli estetici, ma anche pratici: abbassamento delle temperature nella stagione estiva, miglioramento della qualità dell’aria, abbassamento dell’inquinamento.

7. Processi partecipativi. L’idea che l’architetto possa essere l’artefici dei destini di una città, o di un solo brano urbano, è certamente da abbandonare, dal momento che già si è rivelata fallimentare. Agire secondo il sentire collettivo è strettamente necessario se si vuole che gli abitanti si riconoscano nella città che abitano, e dunque la rispettino.

Certo non esiste una soluzione unica per ogni città, ma la patologia è diffusa e caratterizzata da tratti simili, e linee guida come quelle tracciate da Piano, benché certamente non nuove, possono essere la base per ricerche future, sperando che queste voci vengano ascoltate, nascendo in seno alle stesse istituzioni.

Matteo Baldissara – PoliLinea

La mia Città. La mia città è bella e piena di tante cose belle. Nella mia città ci vive la mia mamma e il mio papà e anche la nonna e il nonno.

A volte si ha la sensazione di non sapere bene quello che si sta facendo. Si pensa che tutto sia possibile: nihil difficile volenti, si diceva. Ebbene, con questo brocardo latino e tramite uno dei miei tanti voli pindarici offro la mia mente al viaggio. Si è vero, io spesso e volentieri ho criticato la mia città, ne ho messe in evidenza le difficoltà, esaminati i problemi e tentato nel mio piccolo di rintracciarne delle soluzioni. Ma poi? Alla fine mi domando, ma a che serve che io mi sprechi in questo? A che serve che io tenti, alle volte invano, di rendere partecipi i miei lettori delle mie idee su come la città dovrebbe funzionare e come le cose sarebbe opportuno che andassero. Io sì, ho sempre criticato la mia città. Si critica qualcosa che non si ama? Mi viene in mente un esempio. Svariati anni fa, mi è capitato di raggiungere Reggio Calabria in macchina. Ho percorso tutta l’A3 e mi sono ritrovato dopo un numero non identificato di ore e cantieri mobili, ma non temporanei, in un agglomerato urbano di dubbia morfologia, caratterizzato da escrescenze e protuberanze mostruose che si perdevano a vista d’occhio e che si dipanavano da un vicolo attraversato da panni stesi che cavalcavano un viadotto in cemento armato la cui armatura affiorava alla mercé di ruggine e salsedine. Ebbene, ne rimasi allibito, sconvolto e stordito. Tuttavia, anni più tardi mi sono reso conto che quanto avevo visto non mi aveva lasciato nulla, non mi aveva trasmesso quel senso di fastidio e di rammarico che invece provo tutti i giorni attraversando la mia di città. Questa è una banalità, direte voi, e sicuramente avrete ragione. Eppure voglio cercare di richiamare qualche piccola immagine e sensazione, nella speranza che possano essere a qualcuno familiari. Sono convinto, da diverso tempo a questa parte che, chi nasce e cresce a Roma non possa non sviluppare un attaccamento, un affetto, una familiarità molto difficili da spiegare a parole. Parlo di una di quelle sensazioni e sentimenti che, come il philotimogreco, sono difficilmente traducibili. Per intenderci, non sto parlando “dell’arancia che rosseggia ancora sui sette colli”, o “der cuppolone” o “der fontanone” che si vedono in lontananza. La mia pretenziosità e alterigia non me lo consentono! No, parlo di un’emozione, il più delle volte piccola, che solo i romani nel profondo possono capire, passeggiando per la nostra città. A questa conclusione sono arrivato seguendo un pensiero della mia ragazza, cui sono andato dietro. Al pensiero…non alla ragazza! 

Scorcio di Piazza Sant’Egidio verso Vicolo del Bologna
Mi ha fatto notare durante un pomeriggio di luglio seduto ai tavolini all’aperto in piazza Sant’Egidio che “sì, Trastevere è bellissima con questa luce, con poca gente che passeggia, però se guardi bene questo scorcio non ha niente di così diverso da quello che potrebbero avere tanti altri centri città italiani. Si discosta parecchio invece dagli scorci davvero romani del centro”. Ed è dannatamente vero, come ho fatto a non pensarci? Sebbene spesso molti assimilino il concetto di Roma a Trastevere non è lì che va ricercata quella sensazione di vera e profonda appartenenza a Roma. È in centro. Lì si possono trovare vie e vicoli compresi tra grandi palazzi nobiliari i cui soffitti a cassettoni richiamano una grandezza e una serenità ancora in minima parte custodita da quelle strutture. Si respira un’aria che solo qui è possibile trovare. Un’immagine stupenda di quello che voglio dire è fornita da qualche fotogramma dell’Avaro, di Alberto Sordi. È un film comico, seppur della comicità estremamente delicata di un maestro, è vero. Si osservano alcune scene nel giardino del palazzo girate di prima mattina. La luce che attraversa quell’aria fresca e si getta sulle piante contornate di muratura chiara ed elegante, non ho mai capito perché, comunica parte di quello che io, a parole, non sono in grado di fare. Un po’ come attraversare Villa Borghese in autunno quando la terra umida tira fuori l’odore delle ghiande cadute dagli elci e dalle querce. Lo so, sarò matto, ma io quell’odore esatto lo sento solo a Roma. In nessun altro parco che abbia attraversato sinora l’ho percepito. Credo sia tutto riconducibile all’infanzia, odori, suoni, sensazioni e sapori che sono il nostro patrimonio e rimangono con noi per tutta la vita. Questi con buona probabilità sono alcuni dei motivi per cui trovo sempre molta difficoltà a pensare di dare l’addio definitivo a lei che, nel bene e nel male mi ha cresciuto.

Lo so sono diventato smielato, non è il mio stile, ma alle volte si sente il bisogno di comunicare anche qualcosa di più del semplice monito all’efficienza, alla buona mobilità e a dare una sistemata ai trasporti che, restano senza pensarci due volte una tragedia di questa città che in pochi riescono a comprendere fino in fondo. Il nostro nuovo sindaco per ora si è dimostrato piuttosto competente in materia, o quantomeno informato da persone in gamba. Ha snocciolato il tasso di motorizzazione cittadino con competenza, non buttando numeri a caso qui e là ma commentandoli appropriatamente. Ha detto, infatti, che obiettivo primario della sua amministrazione sarà di abbassare il tasso di un buon 20% passando quindi dagli attuali 978 veicoli per 1000 abitanti (978!!! Non so se…) a circa 780; perché, ha proseguito, non è pensabile arrivare a virtuosismi come quelli di Londra in cui si hanno all’incirca 378 mezzi per 1000 abitanti. Ha anche fatto una considerazione sulla popolazione attiva che non si sentiva da tempo per i saloni del Campidoglio. Speriamo che, nonostante la sua mancanza di “philotimo” romano, riesca a cavare qualche ragno dal buco.


Tasso di motorizzazione nella UE27
Un’ultima considerazione che mi sovviene mentre scrivo riguarda il prezzo da pagare per ottenere qualcosa. Tante menti elette hanno richiesto prezzi elevatissimi per la loro genialità. Cantanti, pittori, scienziati, politici, sovrani e via discorrendo. Che non valga la stessa cosa anche per Roma? Che non sia necessario avere questa mancanza di efficienza, questa lentezza pervasiva, questa sciatteria devastante per conservare l’attaccamento nei confronti della nostra città? Non voglio credere che sia così, non posso pensare che non ci sia modo di mediare alcuna misura. Per questo continuerò a battermi e ad applicarmi il più possibile per trovare questo compromesso.

PoliLinea – Federico Giubilei

Anche Paternò non è male


“La ville…la chose humaine par excellence”. 

Quando qualche settimana fa il mio amico Federico eleggeva Londra e New York come città da lui predilette, per quanto mi potessi dissociare dal giudizio, non rimasi di certo sgomento. Voglio dire, chi non lo farebbe? 
La società di consulenza A.T. Kearney ha stilato, insieme al Chicago Council of Global Affairs ed alla rivista Foreign Policy, una classifica delle sessantacinque città che “possono fregiarsi già oggi dello status di globale”[1]. Ovvi i primi posti: New York, Londra, Tokyo, Parigi, Hong Kong. Certo seguono anche realtà come Singapore, Seul, Pechino, Shanghai, Buenos Aires, Mosca, Dubai etc. Ma lo scettro è ancora in mano alle “capitali storiche del mondo ricco”[2].

E’ sempre la A.T. Kearney che ci comunica come queste realtà siano abitate da una vera e propria Urban Elite -che personalmente vedo sempre più atea e bigotta al contempo– : “Sono affollate da coloro che stanno creando il futuro, rumorose per lo scontro di affari e di idee, frenetiche nella gara per stare avanti. Hanno soldi e potere. Sanno dove il mondo sta andando perché loro sono già lì. Essere una città globale è, in questo senso, una cosa splendida”[3].

Come poter non immaginare la felicità di un neolaureato in ingegneria dei trasporti che camminando per le vie di Londra si lascia ammaliare da questo roboante benessere?

Dopo questa idilliaca visione, credo sia doveroso completare l’abaco dei dati riguardanti le città nel mondo con l’annuale rapporto di Demographia, pubblicato da pochi giorni anche da Internazionale, il quale ha individuato le dieci Fastest Growing Megacities in the World.

Come potrete notare il bilancio è tutt’altro che scontato. Sfido a trovare qualcuno che avesse saputo individuare le undici città sull’atlante, senza fatica, prima di aver letto la tabella. Per diverse ragioni ho messo il naso in alcune di queste città non molto tempo fa e penso sinceramente che, sebbene nel nostro immaginario ancora stentino a farsi strada se non come scenari esotici per escursioni alternative, l’elenco sopra citato custodisca senza dubbio il palcoscenico del prossimo futuro, e non solo per quanto riguarda i dati da capogiro sopra riportati.

Ma ecco che mi sorge un dubbio finale. Cosa cerchiamo quando parliamo di città? Perché Federico cerca Londra? Perché l’architetto palermitano interpretato da Luigi Lo Cascio, nel suo film di esordio come regista La città ideale, è ossessionato dalla perfezione di Siena? E soprattutto perché il carabiniere, suo conterraneo, rimane perplesso durante il loro dialogo, peraltro efficacissimo all’interno del film, replicando: “Anche Paternò non è male”? Ed ancora, perché la madre del protagonista continua a chiedersi dopo venti lunghi anni perché il figlio abbia mai lasciato Palermo?

Una risposta ovviamente non la trovo. O almeno non una definitiva.

Penso che ognuno di noi sia in cerca di un’idea di città. E che questa idea debba fare i conti con l’idea che abbiamo di noi stessi e della nostra vita, passata, presente e futura.

E penso che quando la si trovi, come nelle storie d’amore più importanti, si faccia fatica a non accorgersene, a non trepidare, a non restarne ammaliati. Proprio come nel caso del nostro Federico per Londra o di Lo Cascio per Siena.

“Agglomerato di esseri che racchiudono la loro storia biologica entro i suoi limiti e la modellano con tutte le loro intenzioni di creature pensanti, la città, per la sua genesi e per la sua forma, risulta contemporaneamente dalla procreazione biologica, dall’evoluzione organica e dalla creazione estetica. Essa è allo stesso tempo, oggetto di natura e soggetto di cultura; individuo e gruppo; vissuta e sognata; cosa umana per eccellenza”[4].

Jacopo Costanzo



[1] Danilo Taino, La geografia delle nuove città-Stato, “la Lettura”, 14 Aprile 2013.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] C. Lévi-Strauss, Tristes Tropiques, Parigi 1955, ed. it. Tristi Tropici, Milano, 1960, p.119
 

Mind the GAP.

Pensavo giusto pochi giorni fa che nella mia piccola rubrica sulle città non ho ancora parlato della Città per eccellenza. Non vi ho ancora reso partecipi del mio amore per questa megalopoli, centro del mondo e crocevia delle più interessanti “rotte culturali” dell’epoca moderna. Chi mi conosce un po’ avrà già capito che si tratta di Londra. Si lo so, forse è un po’ banale come argomento ma oggi cercherò di aggiungere qualcosa di nuovo alla tradizione.

Questa città rappresenta per il sottoscritto la definizione di metropoli. Mi spiego. Nei miei adorati schemi mentali ove troppo spesso indugio e nei quali cerco di rinchiudere la realtà che mi circonda, ho classificato le città in diverse tipologie. Partiamo dal basso. Per correttezza mi sembra opportuno citare solamente esempi che conosco: ci sono le hopeless, città nelle quali non è presente nessuno slancio vitale, nessun substrato culturale e la vita della comunità è misera e senza passione. I teatri vengono visti come un covo di esaltati in preda a nevrosi schizofreniche che li rendono talvolta effemminati, i cinema sono solo in periferia e proiettano solo ed esclusivamente colossal, commedie disimpegnate e action movies di grande popolarità. Il centro cittadino non esiste o si riduce a quattro squallide vie piene di negozi con abbaglianti e sconfortanti tubi al neon sulle vetrine e il magnetico bar con le auto parcheggiate quanto peggio si possa. Due esempi di queste città possono essere Latina e Foggia.

 Ad un livello leggermente più alto, ma forse dato semplicemente dalla maggiore dimensione che generalmente le caratterizza si collocano gli agglomerati. Questo è un termine, seppur orribile, che si usa comunemente per descrivere perlopiù centri di recente costruzione dotati di servizi base. In più io ci aggiungo: città dotate di dimensioni finanche estese, le quali hanno sottomesso tutto all’incuria e all’assenza di pianificazione. Un esempio lampante di queste può essere Reggio Calabria. Dopodiché vengono gli assembramenti urbani. Questa è forse la categoria più “dolorosa”, perché è in essa che colloco le grandi città, dotate di storia, vita culturale, seppur acerba, fermento economico e sprazzi di lucidità operativa, che però non possiedono un’anima, un’identità, un’appartenenza forte. Non hanno la capacità di esaltare le ricchezze di cui sono dotate e soprattutto, ciò che è assolutamente sconfortante, sono abitate, in massima parte, da cittadini che non sanno cogliere il valore della vita della comunità. Tra queste si trovano Roma, Napoli, Atene, Istanbul e diversi altri esempi. Sono città che a me piace definire dolorose, in quanto è palpabile il velo dell’incuria e della mancanza di attenzione: sono città estremamente sciatte. In sequenza diretta troviamo le grandi città. Il termine può sembrare banale in effetti, ma esprime con semplicità quello che di più caro c’è nel vivere urbano. In esse è presente lo slancio vitale, un fermento economico e, miracolosamente, una pianificazione delle attività, un’attenzione ai dettagli della mobilità, del decoro. Inoltre, cosa che più d’ogni altra a mio avviso rileva, sono abitate da una popolazione, almeno in larga parte, consapevole del rispetto dovuto loro. Tra queste si possono trovare Madrid, Milano, Barcellona, Monaco di Baviera, Berlino, Parigi, San Pietroburgo, Dublino e diverse altre. Tuttavia, però, ancora non basta. Esiste un’ultima categoria ed è quella delle cosiddette metropoli superiori. Queste sono le città simbiotiche. Consentitemi l’utilizzo di questo termine, forse improprio, per esprimere appieno il concetto di momentum. Questo, per gli inglesi non a caso, è il ritmo, la pulsazione, il fermento. Le città dotate di momentum vivono le loro giornate essendo protagoniste di quello che avviene nel mondo ed essendo presenti a se stesse. Non importa se alle volte agli angoli delle strade si può trovare della sporcizia, se alcune zone sono malfamate, se la metropolitana non è modernissima. Importa solo e soltanto la sensazione che si respira, la trepidazione di attraversarle, la cura posta nel funzionamento di ogni singolo particolare. Queste sono Londra e New York City.


Dopo questa lunga introduzione voglio dare solo qualche breve cenno su cosa io davvero intenda per metropoli superiore. Londra. Stazione di Liverpool Street. È una stazione piuttosto datata che funziona come il suo primo giorno. Non c’è un cartello fuori posto, tutti sanno esattamente quale sia il loro compito e ogni passeggero non trova la benché minima difficoltà a dirigersi verso la propria destinazione o ad orientarsi, qualora vi si trovi per la prima volta. Si esce dall’ampio ingresso vetrato e ci si trova nel cuore pulsante della city in cui ogni giorno viene movimentato un quinto del prodotto interno lordo di tutto il Regno Unito. Ed è proprio qui che cominciano i “più del mondo”. Sarà banale, infantile, gretto, ma sapere di essere parte di qualcosa che è la “più del mondo”, istantaneamente produce forti scariche di adrenalina. Ebbene è proprio per questo che Londra attira: Capitale di una Nazione dalla fulgida storia risulta una cattedrale nel deserto ed è riuscita, come un faro su un’isola oceanica, ad attirare a sé tutti i più grandi investimenti fatti nella storia dell’umanità. È una delle tre città leader dell’economia mondiale insieme a New York e Tokyo; il più grande e più competitivo centro finanziario del mondo secondo il “Global Financial Centres Index”.

Nel 2007 il Primo Ministro Gordon Brown ha definitivamente approvato la costruzione di un’opera titanica, inimmaginabile per la maggior parte delle città che tuttavia, per Londra, non appare più sconvolgente dell’ennesima estensione di una linea della tube: il “Crossrail”. Sarà deformazione professionale, ma sapere che passeggiando per un tratto di Oxford Street o prendendo la metropolitana alla stazione di Farringdon si cammina sopra ad un cantiere di dimensioni ciclopiche ha di che far gioire e, purtroppo, invidiare. Ebbene sì, il progetto “Crossrail” prevede di interrare lungo tutta la città un collegamento ferroviario in grado di snellire il traffico interurbano ed interregionale est-ovest. Il progetto, avviato e più o meno in linea con la tabella di marcia, prevede sette stazioni sotterranee nel cuore della città, e per cuore della città intendo stazioni che prenderanno il nome di Bond Street e Tottenham Court Road e un totale di 22 km di galleria. La parte che interessa Londra è solo una sezione di un progetto molto più ampio che serve a collegare l’est con l’ovest dell’Inghilterra meridionale. Ancora una volta: il cantiere più grande attualmente attivo in Europa.

Ulteriori prove dell’unicità di questa metropoli superiore è la sua capacità di attirare grandissime opere d’arte architettonica.

Differente da tutto ciò che lo circonda è lo Shard, il grattacielo, non a caso “più alto dell’Unione Europea”, progettato da Renzo Piano, che con i suoi 310 metri di altezza sovrasta l’intera città e lascia senza fiato, un po’ per la quota un po’ per lo spettacolo strepitoso che ci si trova davanti. È stato soprannominato The Shard, la scheggia, a causa della sua forma, essenziale e quanto mai rigorosa. Una contemporanea merlatura vitrea lo proietta verso il cielo e gli garantisce l’appellativo. È imponente, maestoso, e al contempo lascia trasparire un’apparente fragilità, quasi rassicurante per l’avventore che intende scalarlo. E intanto, dal settantaduesimo piano si ha la vita frenetica e appassionante della città sotto il proprio sguardo. Serpentelli biancastri che vagano per tutta la città, formiche rosse che operosamente svolgono il loro compito, microrganismi corvini che digeriscono la carcassa di un enorme leone per dare al mondo nuova vita, linfa vitale che sono gli abitanti. 


Questa è l’impressione che ho avuto stando lassù e guardando verso il basso, con la solita miscela di emozione, invidia, passione, e paura per poter godere di uno spettacolo simile, per non esserne parte, per conoscerne i meccanismi essenziali e per non sapere se un giorno accetterà anche me.



Federico Giubilei

Flying Houses. Thoughts blasting off.

Scrivo lontano dal giorno canonico di PoliLinea perché mi sento ispirato e assistito e forse, credo, questo è un bene. Vuol dire che le cose funzionano, la passione per quello che facciamo esce fuori e valica il confine del mero senso del dovere e della presa di coscienza che un impegno è sempre un impegno. Mi perdonerete se in questo breve brano divago leggermente da quella che è ormai la linea editoriale della Nostra rubrica: la città ed il suo funzionamento. In realtà, poi, questo scostamento è solo apparente in quanto, oggi, mi piacerebbe trattare lo stesso argomento da un’angolazione un po’ differente. In effetti le città sono un tale ensemble che gli argomenti in cui spaziare sono innumerevoli. 
L’ispirazione per tutto ciò è arrivata da un articolo letto di recente su PoliNietsche in cui si raffigurava la città addormentata, quasi sofferente e triste che viene fuori dopo la serata di San Silvestro. Il quadro era ben delineato e forniva un’immagine vivida tramite una metafora: la città si sveglia dalla trance ipnotica della sera prima. È da questa semplice quanto efficace metafora che ho voluto prendere spunto per una riflessione: la trance cui le nostre città sono sottoposte ogniqualvolta vi sia un evento, una manifestazione, un cataclisma. Ebbene, sarà capitato a tutti di notare che dopo uno di questi accadimenti c’è una sorta di torpore, una lentezza nel riprendere le abituali attività. Esempio lampante di ciò che voglio esprimere è proprio la giornata del primo gennaio. I vetri di bottiglia fracassata sui marciapiedi e per le strade, i fuochi d’artificio di cui rimangono solamente i brandelli, le poche persone che transitano lentamente danno l’idea di una città che si sveglia frastornata dall’ipnosi della sera prima. L’ipnosi. È questo uno stato cui tutti siamo stati e saremo soggetti, basti pensare alla sensazione di trascendenza dinanzi all’opera d’arte preferita, un passo di un libro, una fotografia che ha colto il vivo della nostra sensibilità, una donna, un profumo. Quello che voglio tentare, un po’ presuntuosamente forse, e con l’aiuto di un amico fraterno, è raggiungere una trance ipnotica senza l’uso di nessuna sostanza allucinogena, senza chiamare a presenziare illustri maestri di quest’arte, o senza rifarmi ai miti antichi, ma solo dando una raffigurazione, un’immagine nitida ed allo stesso tempo incerta o “dissimulativa” di se stessa. È questo un compito, temo, difficile. Pronti.

“Mi sveglio la mattina è presto apro le imposte mi affaccio quello che trovo dinnanzi a me è il solito spettacolo tetti case finestre tutte insieme tutte l’una di seguito all’altra il cielo è grigio è tutto nebbioso intorno vedo qualche macchina che corre veloce sotto ai miei occhi trovo difficile scorgerne il modello mi piacerebbe ma non lo so fare il fumo che vedo intorno a me mi disturba mi annoia sento sempre i soliti rumori la solita uggia che non mi lascia respirare vorrei evadere vorrei andarmene sento di non esserne in grado sento che se resto un minuto di più in questa città ne resterò avviluppato per il resto dei miei giorni soffro e piango e non vedo l’ora che sia domani ma domani per far cosa è sempre lo stesso disegno mi alzo apro la finestra e la tangenziale in lontananza mi ricorda il triste destino cui tutti siamo soggetti l’essere al servizio della nostra città non avere la possibilità di darsi delle regole proprie non sentirmi libero desiderare desiderare desiderare non riesco nemmeno a immaginare cosa stia desiderando è sempre tutto confuso sebbene abbia difficoltà ad immaginare il mio desiderio so che c’è e tanto basta per darmi la speranza allora di chiudere questa finestra dare un senso alla giornata vestirmi uscire e unirmi alla vita alla noia anche prendere parte a qualcosa unirmi e non sentirmi escluso non sentirmi diverso non lasciare spazio alla mia piccola inettitudine che difficilmente si palesa come tale corro corro corro ma dove poi non lo so vedo agli angoli delle strade sporcizia e temo che sia dentro di me perché gli altri non se ne curano corrono corrono corrono e solo io mi fermo ad osservare quello che di strano c’è nella città quello che di sbagliato per me mi circonda uso strani mezzi per valutarmi eppure lo faccio di continuo mi giudico e divento severo e intanto gli altri corrono corrono corrono ma perché tutta questa fretta è la città che ce lo impone è lei la nostra madre che ci nutre e ci fa soffrire ci umilia ci sottomette non vogliamo esserne schiavi né possiamo esserne padroni ma allora come si fa come si può riuscire a scappare e vedo le macchine che rombano e sento le moto sfrecciare ma nessuno dei loro conducenti mi percepisce nessuno mi coglie e allora che senso ha che io sia ancora qui che faccia il mio dovere costantemente tutti i giorni tutti i santi giorni mi trovo a pensare che non è questo il mio posto non è qui che vorrei essere è lontano lontano da qui via da tutto questo sogno montagne alberi paesi incantati aurore boreali sogno viaggi ghiacci rocce roccia panorami sterminati l’orizzonte che si vede ovunque intorno a me in un cielo color arancio anzi no color pesca e rido perché ridere fa stare bene si è banale ma è così rido rido rido e più rido più sento e se sento sogno ma allora perché non farlo sempre arrivo alla mia destinazione temporanea che non mi soddisfa non è la mia non è quella definitiva e allora scappo no non scappo inciampo continuo nell’incedere incerto di una stanza che per me è tutto ma che poi mi rendo conto non essere niente e perché perché non riesco e quando non riesco soffro e non rido allora scappo e sogno quanto ho sognato in vita mia di tutto la casa una bella casa una famiglia una bellissima famiglia il lavoro il più bello di tutti la sposa unica e insostituibile e viaggi quanti viaggi lontani da tutto ma soprattutto da me carceriere di una storia che non riesce ad evadere prigioniera di una gabbia che non ha ragion d’essere eppure è lì e tarpa le ali di chi non ha il coraggio di essere ma vuole solo apparire e lo fa distrattamente senza una logica senza nemmeno pensare e rende tutto più brutto tutto soffocato all’interno della città che muove tutto e fa pensare che sarebbe meglio non essere mai stati qui magari in un’altra perché altrove non si è mai sofferenti ma è solo l’idea un’idea di sé che non sta in piedi la città è tutto per me vive si trasforma e sussulta con me dentro e ad ogni passo che faccio la sento vivere e gemere quasi quanto me e la vorrei sollevare la vorrei cullare onorare farla esprimere in un mondo di sensibilità e alleviarle tutte le sofferenze ma non posso e quindi continuo a correre sempre più forte sperando che prima o poi la mia strada sarà quella giusta.”


Mi rendo conto della dissonanza tra questo brano ed i precedenti, tuttavia ho ritenuto giusto dare voce anche a quest’anima della Città che tramite queste parole affiora. Ringrazio un amico che spesso mi aiuta a capire e capirmi e che ha collaborato a questa, seppur breve e superficiale, trance.



Foto di Laurent Chéhère, Flying Houses (2012).

Federico Giubilei e A.F.