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L’uomo Bill Russell

Riuscire ad avere un quadro preciso della complessa personalità di Bill Russell è un’impresa ardua, per non dire impossibile. Ci ha provato, con ottimi risultati, Aram Goudsouzian nel suo imperdibile King of the Court: Bill Russell and the Basketball Revolution del 2010. Per il resto, non c’è miglior modo per approcciarsi alla materia di leggere direttamente le parole dello stesso Russell. Se Go Up for Glory (con William McSweeny, 1966) e Red and Me: My Coach, My Lifelong Friend (con Alan Steinberg, 2009) possono essere due interessanti documenti per capire Russell sul campo, non c’è niente di meglio di Second Wind: the Memoirs of an Opinionated Man (con Taylor Branch, 1979) per avere un racconto diretto del difficile percorso di vita del più grande vincente di tutti i tempi. Incrociando le varie fonti, tassello dopo tassello, emerge la figura di un uomo in grado di rivoluzionare definitivamente la concezione dell’atleta afroamericano nel basket. Ma non solo: Russell, negli anni della lotta per i diritti civili, si è sempre impegnato ed esposto in prima persona. Non è un’esagerazione affermare che siamo dinanzi ad una figura fondamentale per la storia del Novecento statunitense in generale, non solo per quanto riguarda la pallacanestro.

L’INFANZIA ─ Nascere nel 1934 in Louisiana, nel profondo Sud degli Stati Uniti, non era quanto di meglio un afroamericano potesse sperare a quel tempo. La comunità di Monroe all’interno del quale Russell nacque e crebbe era composta esclusivamente da neri e i contatti con la popolazione bianca erano scarsi. E solitamente traumatici. Si risolvevano in sassate, minacce ed insulti. Nella famiglia Russell, però, veniva insegnato il rispetto, non la deferenza. Il nonno paterno di Bill Russell, chiamato semplicemente The Old Man dai familiari, si era guadagnato ─ per la sua rinuncia alla sottomissione ─ un’irruzione nella sua abitazione da parte di membri del Ku Klux Klan, sventata solo mediante l’esplosione di alcuni colpi di fucile in aria. L’inospitalità del Sud è la ragione per cui, tra gli anni ’10 e gli anni ’70, circa 6 milioni di afroamericani si trasferirono nel Nordest, nel Midwest e nell’Ovest durante quella che è consegnata alla storia con il nome di Great Migration. Anche il padre di Bill Russell optò per il trasferimento. E scelse Oakland. Lo spostamento, sostanzialmente, si risolse nel passaggio da un ghetto agricolo a un ghetto urbano.

HIGH-SCHOOL E COLLEGE ─ Crescendo, Russell aveva maturato forti ideali di libertà ed indipendenza, che anche ad Oakland andavano a scontarsi con una condizione che per un afroamericano era ancora di discriminazione. Tuttavia, fu nella figura di George Powles ─ allenatore bianco della McClymonds High School, una black school ─ che trovò un punto di riferimento che si sarebbe rivelato fondamentale nel corso della sua carriera cestistica. Ai giocatori veniva insegnato a non reagire mai alle provocazioni per evitare che venissero accusati di tentata rivolta. Powles credeva in Russell ed era convinto, nonostante i fondamentali del ragazzo fossero abbastanza scarsi, di poterne fare un grande giocatore di pallacanestro. Per Russell si rivelò fondamentale anche il tour con una selezione liceale di All-Star californiani: fu la sua prima esperienza all’interno di una squadra integrata. Il suo talento venne notato da un assistente allenatore dei San Francisco Dons, che gli offrirono una borsa di studio. La University of San Francisco non era una black school, ma oltre a Russell poteva contare su K.C. Jones e Hal Perry. Una circostanza che creò scalpore e indignazione all’interno del campus. Ma la squadra era unita e questo fece la differenza dal punto di vista dei risultati ─ nell’ultima stagione di Russell, i Dons chiusero la stagione con un record di 29-0 ─ e dell’approvazione.

GLOBETROTTERS E NBA ─ A Russell rimaneva solo da decidere come avrebbe impiegato la sua carriera professionistica. Abe Saperstein, il proprietario dei Globettroters, andò a far visita al campo di allenamento dei Dons per convincere il giocatore a firmare per lui. Ma non parlò direttamente con Russell: trattò la questione con Phil Woolpert, l’allenatore di San Francisco. Russell si offese a morte: ritenne che Saperstein, mosso da pregiudizi, non lo avesse ritenuto adatto a sostenere una conversazione di natura economica. Per questo, decise che non avrebbe mai indossato la canotta dei Globetrotters, anche se all’epoca erano la squadra di pallacanestro che garantiva gli stipendi più alti. Si dichiarò invece per il Draft NBA, con l’intenzione di raggiungere la sua squadra in dicembre, dopo aver preso parte alle Olimpiadi del 1956 in Australia. Fu scelto dai St. Louis Hawks con la seconda chiamata assoluta, ma Red Auerbach e Walter Brown dei Boston Celtics prepararono un’offerta ─ accettata da Ben Kerner ─ che comprendeva i futuri Hall-of-Famer Ed Macauley e Cliff Hagan. In NBA, Russell vinse 11 titoli in 13 stagioni. Ma non è sui suoi successi sportivi che ci vogliamo concentrare in questo articolo.

IL DIFFICILE RAPPORTO CON BOSTON ─ Il rapporto tra Bill Russell e la sua nuova città fu difficile fin da subito: durante la ricerca di una abitazione, veniva osteggiato nei quartieri abitati prevalentemente da bianchi. Gli stessi tifosi dei Celtics, proprio per il fatto che Auerbach e Brown negli anni avevano ingaggiato diversi giocatori afroamericani (alcuni di grandissimo impatto, come Satch Sanders, K.C. Jones e Sam Jones), avevano un legame controverso con la squadra di pallacanestro cittadina. È un dato di fatto, ad esempio, che nonostante il periodo di grandissimi successi i Celtics faticassero a riempire l’arena per le partite casalinghe. A Russell questo non andava giù. Si creò una specie di corazza per proteggersi dall’esterno: rifiutava di firmare autografi, faceva di tutto per rimarcare il suo sentirsi legato unicamente alla franchigia. Il suo atteggiamento gli causò alcune ritorsioni: ad esempio, ignoti individui si introdussero in casa sua per imbrattare le pareti e l’arredamento. Persino dopo il ritiro, continuò a non considerarsi debitore nei confronti dei tifosi dei Celtics: quando Auerbach gli annunciò l’intenzione di ritirare il suo numero di maglia e di organizzare una cerimonia, Russell accettò a patto che si tenesse a porte chiuse e che fossero presenti solamente i suoi compagni di squadra. Arrivò addirittura a definire Boston come la città più segregazionista d’America, sebbene l’editore del Boston Globe impedì la pubblicazione di questa frase.

LA CONTROVERSIA DELL’HALL-OF-FAME ─ Dopo il suo ritiro, la NBA decise naturalmente di omaggiarlo con l’introduzione nella Hall-of-Fame. Anche in questo caso, Russell rifiutò. O meglio: cercò di rifiutare, ma fu ugualmente inserito. Dopo essere venuto a conoscenza della volontà della lega, infatti, Russell spedì una lettera al commissioner in cui chiedeva di non essere insignito di questa onorificenza perché non aveva intenzione di essere affiancato a figure come Adolph Rupp, l’allenatore dei Kentucky Wildcats che aveva dichiarato di non volere giocatori afroamericani nella sua squadra, o Bill Mokray, lo statistico della NBA che ogni anno lo escludeva dall’almanacco Basketball Stars, nonostante Russell fosse stato votato per ben cinque volte come MVP dagli altri giocatori.

LOTTA PER I DIRITTI CIVILI ─ Russell fu il cestista afroamericano che più di tutti in quel periodo si mosse in prima persona nella lotta per i diritti civili. Come sempre, si inserì nella questione in modo originale. Con il suo personale punto di vista: non concordava appieno né con i separatisti neri, poiché sognava una società integrata, né con i principi della non-violenza di Martin Luther King (per spiegare i motivi della sua divergenza, utilizzava una citazione di suo nonno: «Nonviolent is what I am before someone hits me»). Nel 1963 prese parte alla Great March of Washington (nella foto in copertina), anche se rifiutò un posto vicino al palco. Da questo punto di vista, fu fondamentale anche l’appoggio dei Boston Celtics: altre franchigie, come ad esempio i Cincinnati Royals di Oscar Robertson e Wayne Embry, vietavano la partecipazione a manifestazioni pubbliche ai propri giocatori afroamericani. Un anno dopo la Great March on Washington, Bill Russell accettò l’invito dell’attivista Charles Evers e condusse allenamenti di pallacanestro ─ aperti a bianchi e neri ─ nelle palestre di quattro città del Mississippi durante la Freedom Summer. Divenne così il primo atleta afroamericano a impegnarsi in prima persona nel Sud degli Stati Uniti. Era anche membro della Negro Industrial and Economic Union, una associazione fondata dalla stella del football Jim Brown per supportare i giovani imprenditori afroamericani. Nel 1967, partecipò all’incontro dell’associazione ─ presenti, tra gli altri, anche Jim Brown e Kareem Abdul-Jabbar ─ per discutere con Muhammad Ali riguardo alla sua decisione di non partire per il Vietnam.

ICONA ─ I frammenti sparsi della vita di Bill Russell che abbiamo analizzato di certo non sono sufficienti per tracciare un ritratto esaustivo di una figura di tale complessità e rilevanza. Ma possono permetterci di capire quanto il centro dei Celtics non si sia limitato, durante gli anni Cinquanta e Sessanta, a cambiare per sempre lo status dei giocatori afroamericani di pallacanestro. Bill Russell è al livello di Jackie Robinson: non è solo un pioniere, non è solo uno degli sportivi più importanti di ogni epoca, ma è anche un’icona afroamericana nella società. Un uomo libero e indipendente, capace di non piegarsi mai dinanzi ai tentativi di sopruso. A costo di apparire arrogante e controverso. Un’arroganza che, in realtà, celava uno scudo protettivo che Russell si era costruito al fine di difendere se stesso e la sua dignità da ogni possibile attacco. Oggi Bill Russell è un uomo di 82 anni che non disdegna le apparizioni pubbliche, scherza spesso e ha sempre il sorriso sulle labbra, soprattutto quando racconta il suo passato sul campo (e come biasimarlo?). L’esatto contrario di come appariva in pubblico durante gli anni ’50 e ’60. L’espressione bonaria del Bill Russell di oggi è il sorriso di chi, in 82 anni, si è trovato davanti a sfide inimmaginabili. E ha vinto, sempre. Nel basket e nella vita.

Da MY-Basket.it

Selma e la strada per gli Oscar

Tra le tante polemiche che vengono annualmente sollevate in concomitanza con la stagione statuettistica, ha guadagnato una certa trazione quella secondo cui Selma, il film che racconta le lotte condotte nell’omonima cittadina da Martin Luther King, sarebbe stato defraudato di un certo numero di meritate candidature.
Molto si è detto su come l’academy sia una combriccola di matusa W.A.S.P. che non vuole prendere in considerazione film espressione di minoranze, e per quanto la considerazione non sia nemmeno troppo fuori luogo in generale, c’è anche da dire che l’ultimo Oscar per il miglior film è stato vinto da una pellicola ambientata nel sud schiavista in cui la maggior parte degli uomini bianchi sono dipinti, nel caso migliore, come ignavi che guardano dall’altra parte. Non starei quindi a farla troppo lunga sotto quel punto di vista, anche se, avendo visto il film risulta in effetti sorprendente che Selma non abbia portato a casa una carrettata di nominations. Il motivo è però, più banalmente, che stiamo parlando esattamente del tipo di polpettone benpensante che solitamente manda in brodo di giuggiole i membri dell’Academy.

Entrando nella sala mi aspettavo infatti un ritratto in qualche misura chiaroscurale del Dottor King, magari addirittura un film di una certa complessità e stratificazione, ma la realtà è che Selma è la più classica delle canonizzazioni a mezzo celluloide, e che la problematizzazione delle azioni del reverendo fa quasi tenerezza. A torto o a ragione MLK viene presentato come una figura carismatica, un geniale stratega, un brillante oratore, e fondamentalmente un uomo di buon cuore. In mezza scena viene sottinteso che il cranio della povera Coretta sia da lui stato dotato di indesiderate protuberanze ossee, ma le scappatelle vengono prontamente condonate in vista della scena finale con discorso ecumenico. Questa è l’unica ombra che viene proiettata sul profilo del leader afroamericano, e a prescindere dalla veridicità della ricostruzione di fatti e personalità ci troviamo di fronte ad una rappresentazione che più istituzionale non si può. In diversi punti avrebbero potuto tranquillamente infilare in post produzione un coro di cherubini che intona l’inno della Champion’s League senza che la cosa apparisse fuori luogo.
Non stiamo nemmeno parlando di un lavoro di chissà quale sofisticazione stilistica, per cui al di là della sorpresa legata al fatto che film di questo tipo tendono a fare incetta di candidature e premi, la mancanza di riconoscimento non credo dovrebbe suscitare particolare sdegno.

Con tutto questo non voglio sostenere che Selma sia un film completamente privo di meriti. Nel suo essere polpettone, retorico e pomposo, il film spesso riesce a risultare efficace nei suoi intenti di manipolazione emotiva dello spettatore. In soldoni: ho pianto un sacco. Lo svolgimento della trama è esposto con una chiarezza e sequenzialità che ho trovato piacevoli se paragonate alle ellissi tanto per che spesso piagano i film mainstream “d’autore”, e sicuramente la facilità con cui lo spettatore viene messo in condizione di seguire gli sviluppi della trama contribuisce notevolmente all’intensità emotiva che il film riesce ad invocare nei suoi momenti migliori. Le trame politiche sono anch’esse ben esposte e strutturate, in particolar modo il contrasto tra la partita di negoziati dietro le quinte che il presidente Johnson vorrebbe giocare e la tattica di guerriglia mediatica che King vede come la strada maestra per il perseguimento degli obiettivi del movimento dei diritti civili.

Nel complesso Selma non è certo un film imprescindibile, e se è vero che gli Oscar hanno spesso e volentieri premiato film ben peggiori, ancora più lunga è la lista delle pellicole di livello superiore che sono state ignorate. Il mondo va avanti.