Home / Tag Archives: Clemente XII

Tag Archives: Clemente XII

Dal Barocco al Barocco ‘regular’

Il Barocco, a ben vedere, non fu un periodo in se stesso univoco, seppure coerente. Infatti, seppure non mutarono i tratti comuni che lo contraddistinguevano – nella fattispecie la ricerca di unitarietà e la progettazione ragionata in funzione del contesto – tuttavia, a partire dalla terza decade del XVIII secolo qualcosa era andata mutando. Il modus operandi berniniano, fondato su un maggiore classicismo e la ricerca del cosiddetto “bel composto“, avevano trovano maggiori spazi di manovra rispetto al complesso schema aggregativo borrominiano, puntuale nelle soluzioni ma, altresì, troppo legato legato all’occasionalità del genius loci. Inoltre, la supremazia culturale imposta dal lungo operato di Carlo Fontana (1638-1714) – per non parlare del suo costante insegnamento accademico perpetuato per molti anni – aveva favorito una tendenza più lineare dell’architettura, capace di adeguarsi al registro richiesto dalla committenza e in grado di esprimere sempre una circoscritta monumentalità.

Così, con il passare degli anni questa ipotesi progettuale si era affermata nella mente delle nuove generazioni di architetti che, man mano, cominciavano a rifiutare la profusione degli ornamenti in favore di una parca dignità ideativa, morigerata nei modi, grandiosa negli impatti visivi dove possibile. Questo passaggio non fu semplice e, in realtà, per diverso tempo entrambe le propensioni convivettero e si sovrapposero, senza eccessivi clamori. Ciò nondimeno, la necessità della politica di avvalersi della legittimazione formale fornibile dalle arti stravolse lo status quo, ruppe l’equilibrio esistente e avviò nuove sequenze riflessive che, se da una parte riattivarono i gangli di un sistema ideativo ormai saturo e privo di nuovi input, dall’altra avviarono quel processo irreversibile di superamento del Barocco reintroducendo a legittimazione dell’elaborazione il riferimento all’antico.

fig.1: G. B. Piranesi, San Giovanni in Laterano, facciata, incisione (XVIII secolo)

Nel caso specifico, spartiacque divenne il concorso per terminazione della facciata della basilica di San Giovanni in Laterano a Roma del 1732: un concorso che, opportunamente pilotato, aveva lo scopo di rilanciare il ruolo leader della Chiesa nel mondo mostrando il rinnovato vigore della stessa nell’affermazione di un progetto maestoso e tettonicamente imponente, in cui la naturalezza si traduceva tanto nella razionalità di struttura quanto nella funzionalità di disposizione. Tale era l’auspicio di papa Clemente XII Corsini (1730-1740) il quale, però, non tentò di raggiungere questo scopo avvalendosi delle possibilità espressive offerte dalla profusione degli ornamenti; al contrario, il sovrano decise di ripudiare qualsiasi forma di decorazione in nome di una rinnovata nobiltà da costruirsi sui canoni dell’austerità e della ferrea gerarchia delle componenti. La chiarezza relativa cedeva il passo a una chiarezza assoluta e la sobrietà si elevava a termine discriminante della qualità (fig. 1).

Tuttavia, gli architetti allora contemporanei «stavan tutt’attaccati all’ornato dei loro begl’ordini, che vale a dire al di fuori ed alla superficie, che al parer mio esser dovrebbe non l’oggetto principale dell’architetto, ma l’accessorio».[1] Così, per lo meno, veniva condannato quell’atteggiamento che poi sarebbe stato chiamato “borrominismo”: un’inclinazione all’artigianato che, in realtà, poco aveva a che fare con gli insegnamenti del professionista ticinese ma che, altresì, aveva fatto propri tutti quei dettagli la cui applicazione – immediatamente – trasmetteva un senso di modernità. Frontoni mistilinei, putti, cherubini, stucchi di ogni genere: questo è quello del rococò attecchì nel contesto romano. Il vocabolario si aggiornò ma la sostanza rimase saldamente ancorata a un repertorio consolidato e caratterizzato da mutevoli esperienze fra loro anche distanti ma tutte, o quasi, di qualità.

Il nuovo rappel à l’ordre non poteva però rimanere ignorato e, perciò, molti artisti ed esperti del mondo delle costruzioni cambiarono di bandiera, rinnegarono il loro passato e aderirono ai dettami di un programma operativo inflessibile in cui la potenza era conferita dalla purezza e dal “sodo finimento”. Ferdinando Fuga (1699-1782) fu campione eccezionale di questo “ribaltone culturale”. Lo dimostrano le sue proposte di sistemazione per il prospetto di San Giovanni in Laterano: la prima connotata da una connessione graduata tra il monumento e il tessuto edilizio circostante mediata da ambienti forati e svolazzanti particolari; la seconda – invece – impostata sulla rigidità dell’ordine e la risoluta organizzazione degli elementi. Dunque, si trattava di due progetti in totale antitesi che, se non si sapesse che sono stati stilati dalla mano dello stesso autore, difficilmente si sarebbe potuto affermare che fossero stati immaginati dalla medesima mente. Eppure, ciò era accaduto e la motivazione non potrebbe individuarsi unicamente nella obbligatorietà di corrispondere ai desideri del regnante. Al contrario, evidente appare la volontà di reagire agli eccessi e al soggettivismo dell’architettura del tardo Barocco di quegli anni: un’ambizione a indagare forme di comunicazione prima inesplorate che fece la fortuna di questo professionista che, nonostante non vinse il concorso, si affermò sulla scena e, con lui, tutta una nuova generazione di architetti sì del Barocco ma più regolari.

 

[1] G. Pascoli, Vite de’ pittori, scultori, ed architetti moderni, ed. critica, Electa, Perugia 1992, p. 43.

Bibliografia essenziale: 

P. Micalizzi (a cura di), Roma nel XVIII secolo, Edizioni Kappa, Roma 2003.

Il Papa architetto

Da sempre l’architettura è stata non solo espressione dell’arte ma anche immagine del potere. Re, aristocratici, dignitari, mercanti nonché gli ordini religiosi hanno cercato tutti – ognuno secondo le sue possibilità – di esaltare attraverso l’ars aedificatoria la propria condizione distinta. In tal senso, il Papa con la Chiesa fu tra le prime realtà del mondo moderno a comprendere l’importanza delle implicazioni politiche delle istanze di autorappresentazione, intendendo appieno le possibilità intrinseche nella forza comunicativa delle costruzioni e dei suoi apparati accessori.

Così, Giulio II Della Rovere (1503-13) – ricordato come il «il papa terribile» – decretava la ricostruzione dell’antica basilica di San Pietro (dal 1506), incurante della vetustà del manufatto e dei significati culturali legati all’editto di Costantino (313 d.C.). Infatti, obiettivo fondamentale appariva allora una impareggiabile magnificenza che, celebrando il Principe degli Apostoli e implicitamente i suoi successori, affermasse altresì l’autorità della Chiesa di Roma e la sua potenza in espansione del mondo. Si trattava di un momento di apice: rinnovare Roma significava riesumare le vestige dell’antico impero, anelato dagli eruditi ed esaltato dai filologi, ma non come modus vivendi. Al contrario, questo recupero ambiva a trasformare il passato in uno strumento di giustificazione del presente: un’occasione che segnalando in maniera inequivocabile la continuità di governo di Roma dall’imperatore al Pontefice sanciva il ruolo di guida universale di quest’ultimo, superiore «per diritto divino» a tutti gli altri potentati esistenti. Il successo dei giubilei, in atto dal 1300, accertava questo indirizzo e riconosceva nella Capitale dello Stato Ecclesiastico la nuova Gerusalemme, perduta che era l’altra per mano dei turchi. L’architettura si faceva quindi interprete di un mondo in fieri, ansioso di dimostrare la propria «modernità» e bramosa di costruirsi una propria specifica identità.

L’affissione delle 95 tesi di Martin Lutero (1483-1546) era però dietro l’angolo e lo sconvolgimento che impresse lo scisma che ne seguì dilaniò la res publica christiana. Ecco quindi che costruire nuove chiese diventata indispensabile non tanto per affermare un status sociale quanto per evangelizzare, impedire al seme dell’eresia di espandersi e mietere nuove ‘vittime’. Purtroppo, vane si rivelarono le speranze riposte in questo ultimo tentativo di mediazione o, meglio, autoritaria reazione nei confronti dei dissidenti. Le paci di Vestfalia (1648) ratificarono sulla carta il principio «Cuius regio, eius et religio» che, nella sostanza, stabiliva l’autonomia religiosa di ciascun regno dalla guida papale la quale quindi, non potendo più appellarsi ai governanti, cercò di ribadire con forza presso il popolo la propria leardship. Imponenti ed eccezionali sorsero allora le opere del Barocco, tese a costruire un’immagine spettacolare della Chiesa, per niente debole e succube dei proto-stati nazionali che la insidiavano militarmente e culturalmente. Sotto questa stella si edificarono le due chiese gemelle di Piazza del Popolo (dal 1655), opera per lo più di Carlo Rainaldi (1611-91): una sorta di porta ‘celeste’ che introduceva alla città Santa, alla roccaforte della dottrina cristiana saldamente tenuta nelle mani del suo sovrano, disposto però ad accogliere chiunque si convertisse, come testimoniava ‘l’abbraccio’ di Piazza San Pietro (dal 1656) voluto da Alessandro VII Chigi (1655-67) lontano parente dei Della Rovere: un intervento urbanistico che conciliava la tradizione con le moderne necessità della liturgia creando al contempo un luogo unico ed irripetibile.

P. P. Baldini, L’architetto Francesco Laporelli mostra al Papa Pio IV i disegni delle nuove fortificazioni di Castel Sant’Angelo, dei bastioni del Colle Vaticano e della città Leonina, affresco (sec. XVII), dettaglio

Ciononostante, il declino era ormai avviato e nulla si poteva per arrestarlo; solo si poteva intervenire ritardandone gli effetti. Conseguentemente, ancora una volta le gerarchie ecclesiastiche cercarono un ultimo colpo di coda rintracciando nell’elogio delle origini del cristianesimo la chiave per uscire dalla loro empasse e riaffermare nuovamente il magistero religioso romano. Non solo. Opportuno appariva anche rimettere mano alle opere rimaste incompiute nonché riattivare quel circolo virtuoso di grandi ‘fatti’ architettonici che confermassero indirettamente il vigore dell’amministrazione che li proponeva. Bisognava tornare indietro, a Giulio II, non a caso. Così, Clemente XII Corsini (1730-40) lanciava nel 1732 il grande concorso per la facciata di San Giovanni in Laterano che – seppure la sua finzione – segnalò il cambio di registro culturale e le intenzioni delle nuove massime cariche dello Stato. Funzionalità, utilità, comodità: questi erano i termini di un pensiero preciso che ora informava l’architettura. Non più solo volontà di stupire o ingannare: adesso necessaria appariva una «soda» architettura certa delle sue potenzialità e capace di rispondere alle esigenze di una società in evoluzione desiderosa di dotarsi di infrastrutture pubbliche adeguate ed efficienti.

La linea era stabilita, il solco tracciato. Breve però fu questo segnale di riscossa. Infatti, già il suo successore, Papa Benedetto XIV Lambertini (1740-58) lasciava da parte questi desideri di gloria, preferendo agli stessi una sobria indicazione di «buon senso» rivolta ad avere architetture di qualità che rispondessero ai bisogni del popolo. Del resto, tale era lo scopo primario degli edifici; l’aspetto veniva dopo.

Bibliografia essenziale.

A. Bruschi (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il primo Cinquecento, Utet, Milano 2002, passim.
A. Scotti (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il Seicento, Utet, Milano 2003, passim.
G. Curcio (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il Settecento, Utet, Milano 2000, passim.