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Stati Uniti d’America: cronaca di un paese perennemente in guerra con qualcosa

Come per la maggior parte delle nazioni o degli imperi del mondo, la storia di questo grande paese, gli Stati Uniti d’America, è iniziata con una guerra. Era il 1775 e i coloni britannici che abitavano questo sconfinato e sconosciuto continente – i diretti discendenti dei primi padri pellegrini giunti sulla ‘May Flower‘ – accendevano la miccia che li avrebbe portati a combattere la prima guerra d’indipendenza contro quella madre patria, l’Inghilterra, che non intendeva concedere alcuna rappresentanza alle 13 colonie nordamericane. I padri fondatori, come George Washington e Jefferson, e i loro più astuti generali, come Gates e Knox, s’immolavano nelle battaglie di Lexington e Saratoga, di Princeton e Yorktown; sconfiggendo gli inglesi essi dichiarano la propria indipendenza divenendo una nazione riconosciuta nel 1783.

I primi dieci anni di questo paese, che si era formalmente dichiarato indipendente già dal 4 luglio 1776, avevano già assistito a 8 anni di guerra sul proprio suolo. ‘L’albero della libertà deve essere ogni tanto bagnato col sangue dei compatrioti ‘ asseriva fermamente Thomas Jefferson, e di qui la libertà venne, ma senza trovare mai pace. Tra conflitti mondiali e interventi internazionali, espansioni territoriali e guerre di secessione, tra ‘guerra fredda’ e semi fredda, occupazioni e operazioni ‘black ops‘ clandestine – che sotto l’occulto controllo della CIA hanno segretamente sovvertito i governi di mezzo pianeta – gli Stati Uniti d’America sono stati in guerra per un buon 90% del tempo che hanno trascorso dalla loro creazione: approssimativamente 210 anni di conflitti in 240 anni di esistenza. Con soli 21 anni trascorsi in pace, a meno che notizie desecretate in futuro non rivelino ulteriori operazioni sottocopertura mosse dalla CIA negli anni indicati, gli USA sono sempre intervenuti militarmente per i loro interessi o in nome dei presunti interessi dei propri alleati.

07_0978_art066_03-storming-a-redoubt-600x411Per tutta la durata della Guerra d’Indipendenza i coloni rimasero in guerra con le tribù indiane dei Cherokee e degli Oconee, e queste prime due guerre indiane si protrassero con le conseguenze che potere immaginare fino al 1794/95. Pressapoco nello stesso lasso di tempo, lungo lo Susquehanna River, si consumavano le tre Pennamite–Yankee War (1769-1799): anche se in questo singolare caso si contarono solo 3 morti. Tra il 1796 e il 1800 non si verificò nessuno scontro armato degno di nota, ma l’anno seguente ebbe inizio la Prima Guerra Barbary – primo conflitto combattuto dagli Stati Uniti al di fuori dei propri confini – che si protrasse fino al 1805. A causa della guerra di corsa gli yankees muoveranno diverse guerre antipirateria nel corso di tutto il XIX secolo (1816-1821). Nel 1806 Sabine Expedition portò una milizia americana nel Texas spagnolo e in quella che diventerà la Luisiana. Tra il 1807 – 1809 non si verificò nuovamente nessun conflitto degno di nota finché nel 1810 gli Stati Uniti non mossero l’occupazione militare della West Florida spagnola. Tra il 1811 e il 1813 si consumò la Guerra di Tecumseh combattuta contro la tribù indiana Shawnee. Nel 1814 ebbe inizio la Creek War. Nello stesso periodo veniva occupata militarmente l’East Florida e si espandeva ulteriormente ulteriormente il dominio americano nella West Florida. Nel 1816 scoppia la guerra con la tribù indiana dei Seminole, originari della Florida. La guerra indiana con i Seminole sarà il conflitto più lungo insieme alla guerra del Vietnam nella storia degli Stati Uniti. Una serie di spedizioni militari atte ad espandere il territorio degli Stati Uniti viene registrata tra gli anni 20′ e 25′, come ad esempio la Spedizione di Yellowstone. Nel 1823 scoppia la guerra con gli indiani Arikara, originari del South Dakota. Nel 1826 non si registra nessun conflitto armato degno di nota come di nuovo tra il 1828 e il 1830. Nel 1827 scoppia la guerra indiana di Winnebago, nel 1831 le guerre indiane Sac e Fox e nel 1832 quella con Falco Nero. Nel 1833 riprende la guerra indiana con la famigerata tribù Cherokee che, come quella con Seminole, si protrae fino al 1840. Lo stesso anno la US NAVY invade le Isole Figi, nel ’41 le Isole McKean, Gilbert e Samoa. Nel 1843 le forze americane si scontrano di nuovo al di fuori del loro continente, questa volta con la Cina. Tra il 1844 e il 1846 si consumano le guerre indiane del Texas e contemporaneamente, a causa dell’espansione nel territorio di dominio messicano, scoppia un’ulteriore guerra tra Messico e USA: terminerà nel 1848 (già nel 1835 la guerra d’indipendenza dello Stato del Texas aveva reso leggendaria la famosa Battaglia di Alamo contro il potente esercito di Antonio López de Santa Anna). Per tutta la seconda metà del XIX secolo l’esercito regolare americano darà seguito nella sua espansione a alle sanguinose guerre indiane con tutte le tribù che non si sottometteranno immediatamente alle necessità occidentali: Cayuse, Comanche, Navajo, Sioux e i celebri Apache saranno i loro avversari (nel 1876 l’emblematica figura del generale George Armstrong Custer perirà sotto le frecce di Sioux di Toro Seduto con il suo 7° cavalleggeri). Nel 1861 scoppiava la Guerra di Secessione, la più sanguinosa guerra, non che l’ultima di ingenti dimensioni, combattuta sul suolo americano tra gli l’Unione e i secessionisti Stati Confederati del Sud intesi a staccarsi dagli Stati Uniti d’America per interessi di carattere economico che le decisioni politiche sulle sorti della schiavitù (dunque le sue ripercussioni sul mercato del cotone) avrebbero danneggiato enormemente; terminerà del 1865 con la vittoria del Nord. Nel 1867 le truppe statunitensi occupano il Nicaragua e attaccano Taiwan. Per tutta la durata degli anni ’80 del medesimo secolo un’invasione progressiva del Messico da parte dell’esercito USA provoca un graduale allargamento dei propri confini nell’area. Nel 1988 l’esercito si cimenta in una dimostrazione di forza contro Haiti, nel 1890 inizia la Ghost Dance War con la tribù indiana Sioux, nel 1892 ha luogo la Johnson County War e tra il 1894 e il 1896 le forze statunitensi invadono nuovamente il Messico. Nel 1897 non viene registrata nessuna attività belligerante, ma l’anno seguente ha inizio delle Guerre delle Banane: un conflitto ispano-americana (incentrato su interessi economici produzione di banane, tabacco, zucchero di canna) che si protrarrà fino al 1934 e comprenderà una serie di operazioni ed occupazioni militari a Panama, in Honduras, Nicaragua, Messico, Haiti e Repubblica Dominicana. Nell’ultimo anno del XIX secolo ha inizio la Guerra Filippino-Americana che terminerà nel 1913.

In seguito al celebre affondamento del piroscafo Lusitania, causato dalla guerra sottomarina ‘senza quartiere’ alla quale aveva dato vita la Germania durante la Prima Guerra Mondiale, il 6 aprile 1917 gli USA dichiarano guerra alla Germania imperiale entrando in guerra a fianco dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Italia) e cambiando le sorti del conflitto in suo favore. Lo stesso anno gli USA iniziano formalmente la loro guerra al Comunismo inviando sul campo della Guerra civile russa un contingente di 5.000 per fiancheggiare i bolscevichi bianchi. Se l’obiettivo formalmente dichiarato era quello di supportare la Legione Cecoslovacca rimasta immischiata negli scontri tra i ‘rossi’ e i bianchi’, la vera essenza della missione era quella di impedire che il bolscevismo di espandesse in tutta la Russia; ma come sappiamo lo sforzo internazionale nulla poté contro l’Armata Rossa.

Tra il 1935 e il 1940, durante la Grande Depressione e l’Isolazionismo voluto dal presidente più amato della storia degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, non si registra per ovvi motivi nessun tipo di conflitto anche se: le forti tensioni internazionali, la vendita di armi a favore dei vecchi alleati già impegnati in Europa in un nuovo conflitto e l’embargo di un vicino in piena espansione come il Giappone portavano tutte le promesse per un nuovo coinvolgimento su larga scala. Quando il 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono a sorpresa (…) Pearl Harbour distruggendo gran parte della flotta USA ancora alla fonda nel Pacifico, la dichiarazione di guerra ai paesi dell’Asse (Germania, Giappone, Italia) fu immediata; come disse l’ammiraglio Yamamoto “Il Gigante si era svegliato“. Come avvenne per il primo conflitto mondiale, l’entrata in guerra dell’America ribaltò completamente le sorti del secondo. Impegnati sui fronti del Nord Africa, dell’Asia e dell’Europa, i milioni di uomini uniti all’inesauribile potenza industriale degli Stati Uniti si impressero una volta per tutti come potenza globale suprema. La vittoria del conflitto nel 1945 – che verrà sancita dall’impiego della bomba atomica – porterà il mondo ad essere diviso da quella ‘cortina di ferro’ tra il modello capitalista della Nazioni Unite, e il modello comunista della’URSS, dando vita alla contrapposizione bipolare che il giornalista americano Walter Lippmann battezzerà come una Guerra Fredda.

La ‘Guerra Fredda’ però sarà combattuta realmente per quasi 40 anni, frammentata in decine di crisi e scontri, più o meno noti, dove gli USA condurranno sempre i giochi; a volte alla luce del sole, come nell’intervento nella Guerra di Corea, a volte nell’ombra attraverso centinaio di missioni sotto copertura codificate come ‘Black Ops‘.

Nel 1946 gli Stati Uniti occupano militarmente le Filippine e la Corea del Sud, nel 1947 sbarcano un contingente in Grecia: per sedare la guerra civile e aiutare la reggenza britannica a scongiurare il rischio che una vittoria comunista facesse guadagnare un paese satellite all’URSS. Nel biennio 48/49 non è stata rivelata nessuna operazione militare offensiva. Nel 1950, in seguito all’invasione dalla truppe comuniste di Pyongyang della Corea del Sud, il presidente Truman – l’unico presidente della storia ad aver dato il via libera all’uso della potenza atomica su una nazione avversaria – da l’ordine di intervenire alle forze di occupazione americane. È il primo scontro militare della Guerra Fredda.

Da questo momento in poi la totalità dei conflitti nei quali gli Stati Uniti interverranno saranno una bizzarra combinazione di interventi previsti dalle risoluzione delle Nazioni Unite , atti a difendere o salvaguardare la pace e la democrazia di paesi membri o affini, e di interessi legati al mantenimento dell’equilibrio bipolare del globo. Nel 1953 la CIA architettò un colpo di stato in Iran (operazione Ajax). Nel 1954 la CIA diede vita ad un colpo di stato in Guatemala (operazione PBSUCCESS), mentre già dal 1953 era impegnata in Indocina (Laos e Cambogia) a contrastare i guerriglieri Viet Cong del presidente comunista vietnamita Ho Chi Minh. Centinai di ‘consiglieri militari’ e agenti della CIA operarono tra gli anni ’50 e ’60 addestrando, armando e combattendo i guerriglieri armati dai comunisti finché nell’agosto 1964 l’incidente nel Golfo del Tochino portò gli Stati Uniti (amministrazione Johnson) in una delle più lunghe e sanguinose della sua storia: la Guerra del Vietnam. Terminerà nel 1975 (amministrazione Nixon). Intanto nel 1961 sotto la presidenza Kennedy la CIA aveva tentato senza successo di rovesciare il regime di Castro a Cuba con quella che rimarrà nella storia come ‘Invasione della baria dei Porci‘.

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Nel biennio 76/78 non si registra alcuna guerra operazione, mentre a partire dal 1979 la CIA procura una vera e propria guerra in Afghanistan contro l’Unione Sovietica che terminerà nel 1986. Nel 1981/83 la CIA foraggia e addestra gli antisandisti in Nicaragua. Nell’82 gli USA intervengono insieme al resto delle Nazioni Unite in Libano, nel 1983 invadono Grenada per paura che il regime filo marxista desse vita ad un’altra Cuba (amministrazione Reagan). Nel 1988/89/90 gli USA invadono e occupano Panama per sovvertite il dittatore Manuel Noriega (amministrazione Bush Sr.). Nel 1990 gli USA sono in prima linea nella Guerra del Golfo, intesa a liberare il Kuwait dalle forze d’invasione del dittatore iracheno Saddam Hussein. Nel 1994 l’America invade con i suoi paracadutisti Haiti per far reinsediare il presidente Jean-Bertrand Aristide esautorato da un colpo di stato nel 1991 (operazione Uphold Democracy). Nel 1992 interviene in Somalia nell’operazione Restore Hoper. L’operazione umanitaria, all’interno della quale le forze speciali già operavano sotto copertura, si tramutò in una vera e propria guerra quando i soldati americani vennero ingaggiati a Mogadiscio e il noto Black Hawk (elicottero, n.d.r.)venne abbattuto da un RPG (razzo, n.r.d.) lanciato dai miliziani di Adid (amministrazione Clinton). Nel 1995 durante la Guerra dei Balcani i caccia bombardieri USA conducono i bombardamenti NATO in Bosnia contro le forze serbe di Milosevic (sempre amministrazione Clinton). Nel 1997 non si registra nessuna operazione militare. Nel 1998 vengono conditi bombardamenti in Iraq, Afghnistan e Sudan . Nel 1999 gli USA partecipano alla missione NATO per costringere il presidente serbo Milosevic a lasciare il Kosovo con una sequenza di raid aerei e un invasione e occupazione militare. Nel primo anno del nuovo millennio non viene registrata alcuna operazione militare l’attentato terroristico di matrice islamista (Al Quaeda di Osama Bin Laden n.d.r) alle Torri Gemelle da il via alla ‘Guerra al Terrorismo‘: invasione dell’Afghanistan nel 2001 (amministrazione Bush jr.), in Yemen nel 2002, in Iraq nel 2003 (Invasione dell’Iraq e guerra al Terrore), in Pakistan e Yemen tra il 2004 e il 2006, e ancora in Afghanistan fino al 2011. Nel 2011 gli Stati Uniti intervengono in Libia durante la guerra civile per aiutare la deposizione del dittatore Muhammar Gheddafi. L’ultimo impegno militare degli Stati Uniti, contemporaneo all’occupazione di tutte le nazioni sopracitate perdurato durante la presidenza Obama, è l’intervento in Siria e Iraq nei territori occupati dall’autoproclamato ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) di matrice jhiadista salafita (e la destabilizzazione del presidente siriano Bashar al-Assad).

Secondo un report più o meno ufficiale elaborato dal Socom, il Comando Unificato della Forze Speciali Americane, nei conflitti ai quali SEAL, Berretti Verdi e DELTA force hanno preso parte negli ultimi 15 anni il risultato reale sarebbe di “zero vittorie, due sconfitte e sette pareggi”. Secondo un resoconto più generale” nei conflitti ai quali gli USA hanno preso parte negli ultimi 100 anni solo il 20% li ha visti vittoriosi”.

Per ora le tensioni tra USA e Russia, quella guerra fredda che sembra non essere mai terminata nemmeno dopo la ‘caduta del muro’, si sono rinvigorite nella crisi siriana tuttora in corso; il futuro appartiene al prossimo presidente degli Stati Uniti, e se siete terrorizzati che i codici degli ICBM (Intercontinental Ballistic Missile n.d.r) possano trovare un commander-in-chief come Donald Trump, non consolatevi troppo con la speranza di una vittoria della democratica Hillary Clinton, perché la storia insegna che ‘l’uomo è la testa, ma la donna è il collo che fa girare la testa dove vuole.”

USA 2016: tutto quello che c’è da sapere

Il prossimo gennaio, dopo una interminabile e costosa campagna elettorale, la nazione più potente della terra avrà un nuovo leader. Barack Obama terminerà il suo secondo mandato e verrà succeduto dal 45esimo presidente della storia degli Stati Uniti d’America, vale a dire uno tra Hillary D. R. Clinton e Donald J. Trump. Quando i cittadini statunitensi eleggeranno il loro presidente, non sceglieranno solamente il capo di Stato, ma anche il capo di governo – in quanto gli USA sono una repubblica presidenziale – nonché il comandante in capo del più grande esercito del pianeta. Hanno, in sostanza, una grande responsabilità.
Ma come funzionano le elezioni negli Stati Uniti?

Chi può essere presidente?

Tecnicamente, per correre alla presidenza, bisogna “solamente” possedere la cittadinanza statunitense sin dal momento della nascita, avere almeno 35 anni ed essere stato residente negli States per almeno 14 anni. Sembra facile, no?
In realtà, quasi ogni presidente è stato, prima di ricoprire tale ruolo, un governatore, un senatore o un generale dell’esercito USA.
Il candidato, una volta scelto, viene dunque nominato a rappresentare i partiti repubblicano o democratico nelle elezioni presidenziali.

Chi arriva a essere la scelta presidenziale per ciascuna delle parti?

Il processo, per la scelta di un candidato presidenziale, è lungo e complesso.
In ogni Stato degli USA, a partire dal mese di febbraio, si svolgono una serie di elezioni (le c.d. primarie). Queste determinano chi diventerà in seguito il candidato presidenziale ufficiale di ciascun partito.
Le primarie sono incentrate a vincere più “delegati” in ogni Stato, proporzionalmente alla propria popolazione ed alla propria influenza politica. I delegati sono membri del partito che si impegnano ad appoggiare uno dei candidati alle convention del partito. Più delegati un candidato vince per ogni Stato, più delegati lo appoggeranno durante la convention
La democratica Hillary Clinton ed il repubblicano Donald Trump sono stati ufficialmente nominati dai loro partiti nelle convention del mese di luglio. Questi, hanno inoltre presentato ufficialmente le loro scelte per il vicepresidente: il senatore Tim Kaine della Virginia per la signora Clinton, ed il governatore dell’Indiana Mike Pence per i repubblicani.

Come funziona il voto di novembre?

L’uomo politico con il maggior numero di voti in ogni Stato diventerà il candidato che tale Stato sosterrà poi per la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Quello americano è un sistema elettorale semidiretto. Il cittadino vota, tramite una lista collegata ad un candidato presidente, per eleggere i c.d. Grandi Elettori, i quali formeranno lo United States Electoral College (USEC). Saranno proprio i Grandi Elettori, in seguito, ad esprimere il proprio voto per uno dei candidati alla Casa Bianca, decretando così il presidente degli Stati Uniti.
Lo USEC è composto da 538 Grandi Elettori e, secondo la Costituzione statunitense, per essere eletti presidenti bisogna conquistare la maggioranza assoluta, vale a dire almeno 270 voti.
Tuttavia, non tutti gli Stati federali hanno lo stesso peso politico: la California, per esempio, ha una popolazione 10 volte maggiore del Connecticut. Ecco perché il numero dei Grandi Elettori di uno Stato è proporzionale alla sua popolazione.
Quando i cittadini votano per il loro candidato preferito in realtà votano per i Grandi Elettori, impegnati sostenere il candidato di partito, che a loro volta saranno chiamati a votare per il nuovo inquilino della Casa Bianca.
In quasi ogni Stato americano (tranne nel Nebraska e nel Maine, dove storicamente si vota col sistema proporzionale), il sistema elettorale è un maggioritario secco, noto ai più come il sistema del winner takes it all. Questo sta a significare che il candidato che ottiene la maggioranza dei voti in uno Stato ha diritto ad ottenere tutti i voti di quello Stato.
Nella gara per raggiungere il magic number (270) sono gli Stati indecisi, cioè quelli non storicamente schierati né da una parte né dall’altra, a giocare spesso un ruolo fondamentale.

Cosa sono gli Stati indecisi?

Dunque, abbiamo due candidati, entrambi in corsa per arrivare a 270 grandi elettori attraverso la vittoria dei voti di interi stati. Entrambe le parti sanno di poter confidare sull’esito positivo delle votazioni di determinati stati, grandi e piccoli. I repubblicani, ad esempio, contano sul voto del Texas, pertanto non hanno sprecato i loro fondi in grandi campagne elettorali in quel territorio. Allo stesso modo, la California sarà con molta probabilità uno stato schierato verso i democratici.
Gli altri stati sono considerati gli swing states (gli Stati indecisi), dove il risultato elettorale potrebbe indistintamente andare in entrambe le direzioni. È noto, infatti, che la Florida in particolare, con i suoi 29 voti, ha deciso le elezioni del 2000 a favore di George W. Bush, il quale, nonostante avesse perso il voto popolare a livello nazionale, grazie ai voti del Sunshine State divenne il 43esimo presidente degli USA.
Ciò sta a significare che non è tanto necessario vincere nel maggior numero di stati per essere eletti, quanto invece trionfare in quelli che assegnano il maggior numero di Grandi Elettori.
Altri stati indecisi, oggi, sono l’Ohio, la Virginia, il Colorado, la North Carolina ed il Nevada.

I “grandi” punti di discussione della campagna 2016

Dall’inizio della campagna elettorale Trump è stato avvolto da numerose polemiche. La sua prima “uscita imbarazzante” l’ha avuta quando, durante le prime dichiarazioni in qualità di candidato alla Casa Bianca, l’uomo d’affari di New York ha etichettato gli immigrati messicani come “stupratori e criminali”. La sua candidatura ha ininterrottamente suscitato un ardente scalpore mediatico. Ha attaccato verbalmente un giudice, Miss Universo, un conduttore di Fox News nonché la famiglia musulmana di un soldato caduto. Trump si è inoltre dovuto difendere pubblicamente dalle accuse di non aver pagato le imposte federali per 18 anni e si è dovuto giustificare del fatto di non aver voluto rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Oltre a ciò, poi, ha dovuto prendere le distanze da diverse questioni controverse circa la sua fondazione di beneficienza. L’ultima bomba, del fenomeno mediatico Trump, è esplosa il 7 ottobre scorso con la pubblicazione di un video del 2005, nel quale il tycoon offendeva una donna con insulti a sfondo sessuale. Il furore mediatico che ne è risultato lo ha costretto a chiedere scusa pubblicamente. Questi ed altri comportamenti hanno dissuaso decine di repubblicani dal votare il proprio candidato e convinto gli stessi ad optare per i democratici, innescando così una guerra civile all’interno del loro partito. Tra questi, figurano i nomi illustri dell’ex presidente George W. Bush, dell’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, dell’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger, nonché dei due ex candidati alle primarie repubblicane Marco Rubio e Ted Cruz.

Anche Hillary Clinton, dalla sua, ha avuto i suoi “momenti da dimenticare”. Significativo è stato il danno causato alla sua reputazione dalla questione delle mail segretate. Sono state, inoltre, sollevate perplessità anche circa le donazioni, provenienti dall’estero, alla Clinton Foundation. Ancora, Donald Trump ha puntato le sue accuse su come la Clinton abbia gestito la tematica delle varie relazioni extraconiugali di suo marito Bill. Con WikiLeaks, inoltre, sono state portate alla luce delle mail hackerate, le quali hanno rivelato alcune imbarazzanti conversazioni tra i membri del suo team durante questa campagna elettorale.

Chi ha vinto il secondo dibattito?

Quello dello scorso 9 ottobre, tenutosi a St. Louis, è stato raccontato come uno dei peggiori dibattiti presidenziali di sempre.
La candidata democratica ha incentrato il suo discorso sul video del 2005, in cui sono evidenti i commenti volgari sulle donne da parte di Trump. Il video ha dimostrato, ha detto la Clinton, “chi sia lui esattamente”.
Trump si è invece focalizzato sul passato da avvocato della ex segretaria di Stato, in particolare a quando aveva accettato l’incarico di difendere uno stupratore, nonché sulla scorrettezza sessuale di Bill Clinton, nei confronti della moglie Hillary.
“La signora Clinton dovrebbe finire in prigione a causa dello scandalo riguardante l’uso di un account di posta elettronica privata per le attività ufficiali quando era segretario di Stato” ha, infine, dichiarato il candidato repubblicano.

E il primo?

Il primo dibattito, tenutosi a New York nel settembre scorso, ha visto i due candidati condividere un palco per la prima volta. È stato uno spettacolo che non ha deluso le aspettative.

Trump e Clinton si sono scontrati per 97 minuti, con la democratica che sembrava avesse indossato i panni di Trump, accusandolo a ripetizione di rapinare gli imprenditori, di evitare il pagamento delle tasse federali, di essere un misogino e di promuovere “la razzista, menzogna nazionalista”.
Il newyorkese Trump, dal canto suo, ha sferrato alcuni colpi sugli accordi commerciali della ex senatrice, sulle sue e-mail e sul Medio Oriente, definendola una donna che non è riuscita a raggiungere nessun risultato per la nazione dopo circa trent’anni di carriera politica.

Quali sono i prossimi momenti chiave delle elezioni?

Dopo l’ultimo dibattito, tenutosi a Las Vegas lo scorso 19 ottobre, finalmente l’8 novembre (Election Day) si andrà al voto. Dopodiché, il 20 gennaio 2017, potremmo assistere all’Inauguration Day ovvero il giorno dell’insediamento del nuovo presidente.

IMMIGRAZIONE: LE PROPOSTE DEI DUE CANDIDATI ALLE ELEZIONI USA

IMMIGRAZIONE: IL NUOVO OPPIO DEI POPOLI.

Trump non è certo l’unico nella storia contemporanea ad essersi ingoiato la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1949 per vomitarne una versione che usa le stesse parole ma ne sbudella l’essenza. Basti pensare al cavaliere nero europeo: Orbàn. La dichiarazione universale, quella che ha cresciuto generazione di sognatori ed idealisti (me compresa) di un mondo non più giusto ma più equo dove ognuno ritaglia i suoi spazi senza necessariamente invadere lo spazio di diritto altrui. La nostra epoca è il risveglio dall’onirico entusiasmo egalitario postbellico che sognava un’esistenza più equa, nuda di quei fanatismi che avevano inquinato un’epoca intera. Il nostro risveglio è il risveglio dell’amor proprio più gretto dettato dalla paura che lo spazio di diritto di qualcuno, seppur uno spazio diverso dal nostro, non possa invadere non solo la sfera dell’essere ma anche dell’esistenza dell’uomo post-moderno. Questo significa che confermare nella pratica la fede a quei diritti tanto dichiarati e chiacchierati e poco praticati oggi fa molta paura perché vige il diktat  “ciò che dò a te lo levo a me” e intorno a quel “me” si è dichiarato il ghirigoro del “noi” che rassicura animi inquieti, incerti. La crisi economica, il precariato giovanile, lo smarrimento esistenziale, lo stress esistenziale della vita non rendono forse necessario uno spazio in cui sentirsi protetti? Ma protetti da chi? Dagli “altri”. Ma chi sono questi altri? Boh. In fondo non è poi così importante perché la loro definizione è finalizzata non alla loro affermazione come esseri ma alla nostra dichiarazione di esistenza e sopravvivenza a scapito della loro. Gli altri sono un po’ tutti, uno sciame di camaleonti che si concretizza tutte quelle volte che un Noi necessità di auto-conoscersi per creare sparti acque, un punto fermo tra le vertigini di una confusione totale di quella che Bauman chiama società fluida e che io aggiungo evapora sotto bollori stridenti.

In questo clima di confusione totale, di incertezza ma soprattutto di indecisione (non so voi ma per me quei 10 minuti davanti all’armadio prima di andare a lavoro quando devo scegliere e non c’è più tempo è fonte di ansia terribile) la politica ha acquisito un nuovo ruolo: quello di rispondere a questa incertezza con risposte concrete che rassicurano la grande massa della società liquida. Inevitabilmente il risultato è stato quello di sacrificare la visione politica a lungo termine per la contingenza che fa poco ma raccoglie voti.

L’immigrazione in questo contesto rappresenta lo strumento per eccellenza, mastica la lingua dei diritti umani (non importa se scardinata l’essenza) e dà assuefazione. Il nuovo oppio dei popoli.  Anche se gli Stati Uniti si ravvedono dall’usare slogan marxisti nella strategia politica l’immigrazione si è dimostrata la carta vincente nel “giochetto” tra Trump e la Clinton, la carta prende e togli tutto.

 

LA SINTESI DELLE PROPOSTE

Dopo diversi battibecchi “virtuali”, dichiarazioni confusionarie e d’impatto sulla politica dell’immigrazione presentato dai due candidati il dibattito aveva nell’agenda informale l’attesissima trattazione del tema migratorio a lungo fuorviato nella sua trattazione più profonda e concreta scevra di dichiarazioni sceniche dell’uno e dell’altra parte.  La posizione sul tema migratorio, inevitabilmente correlato alla gestione del terrorismo nell’immaginario collettivo, è senza ombra di dubbio il tema che maggiormente divide e oppone i due candidati.

Come sottolinea il moderatore Wallace la sintesi perfetta e semplificata della divisione netta che li contraddistingue è che Trump «vuole costruire muri» soprattutto facendo riferimento alla dichiarazione fatta sulla costruzione del muro al confine con il Messico mentre  Hillary «non ha presentato un piano specifico su come mettere in sicurezza la frontiera degli Usa con il Messico» ma ha proposto una sanatorie degli immigrati irregolari , sulla scia di quanto fatto dalla legislazione di Obama, e un percorso di integrazione assistito.

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ECCO LE PROPOSTE DEI DUE CANDIDATI, I PUNTI PIU’ IMPORTANTI:

 

  1. SICUREZZA DELLE FRONTIERE

 

La proposta che ha tristemente reso famoso Trump riguarda la messa in sicurezza delle frontiere dall’immigrazione illegale attraverso la costruzione di un muro al confine con il Messico è stata ribadita durante il dibattito. Il binomio è dei più banali: immigrazione illegale uguale criminalità e soprattutto droga, si tratta di “sicurezza nazionale” non sia mai razzismo.

Secondo le sue dichiarazioni la costruzione del muro potrebbe costare tra i 5 e 10 miliardi di dollari, non è stato specificato chi pagherà questo muro ma stando alle dichiarazioni fatte dal Tycoon del giugno 2015 in occasione dell’annuncio della sua candidatura, dovrebbe essere il proprio governo messicano a pagarlo. In tal senso l’operazione risulterebbe avere la logica esattamente inversa rispetto al muro in costruzione in Europa al confine tra Inghilterra e Francia a Calais dove è l’Inghilterra, paese di arrivo, a farsi carico delle spese di costruzione. Dopo l’incontro tra il presidente messicano e Trump è risultato ben chiaro che il “Messico non pagherà nulla e non innalzerà nessun muro” nel frattempo giunge la risposta sarcastica dall’arte, un’installazione “un muro di caricature di Trump”.

Le alternative per il finanziamento proposte sono diverse anche se sconclusionate e disparate, una di queste è quella di intercettare i bonifici fatti da immigrati non regolari e bloccarne l’importo, aumentando le tasse sui visti e soggiorni (come se già non costassero abbastanza….) e sui permessi alla frontiera.

La proposta di Trump ha creato subbuglio e disdegno ma, lo si voglia credere o no, anche molta approvazione.

Dopo aver deriso definendo “fantasie” deliranti le proposte di Trump, la Clinton non è stata propriamente in grado di dare un’alternativa tangibile e concreta su questo argomento, quella che placa gli animi.

Durante il dibattito la candidata si è infatti distaccata dalla posizione di Trump affermando che non è necessaria la costruzione di muri ma è più opportuno rafforzare i metodi di espulsione di quegli immigrati che rappresentano un pericolo pubblico e qualora questo non sia sufficiente rafforzare il controllo alle frontiere. Pur ribadendo la necessità di assicurare la sicurezza nazionale, bene supremo -ricordando il suo appoggio in senato alla proposta di legge del 2013 per il rafforzamento delle frontiere- ha sostenuto che “il confine con il Messico è il più sicuro che abbiamo mai avuto”, e che è giunto il momento di spostare l’attenzione verso “una riforma globale e multilivello sull’immigrazione con un percorso alla cittadinanza.”

Il tentativo è proprio quello di spostare l’attenzione sul fenomeno dell’integrazione piuttosto che sull’emergenzialità che provoca panico e un’escalation di violenza di matrice razzista, già abbastanza in auge in alcune regioni degli Stati Uniti.

 

  1. DEPORTAZIONI E CENTRI DI DETENZIONE

Nel giugno dello scorso anno Trump ha promesso di espellere circa 11 milioni di immigrati senza documenti, ovvero irregolari. Ha promesso di creare una vera e propria “deportation force” imponendo sanzioni a tutti gli immigrati stupratori e spacciatori di droga. Tra le altre, la proposta di triplicare il numero di ufficiali dell’ “Immigration and Customs Enforcement (ICE)” da 5.000 a 15.000 e creare sistemi di coordinazione con forze dell’ordine locali mirando a fare controlli a tappeto a migranti irregolari con il beneficio di sventare cellule mafiose. Nonostante verso fino estate le dichiarazioni del Tycoon hanno visto un certo freno e un alleggerimento dei toni dovuto anche alla paura del precipizio di endorsement, la posizione rimane chiara e anche piuttosto dura.

Per quanto riguarda la candidata Clinton ha messo in evidenza che la cifra stimata per una tale operazione, che de facto consisterebbe in una deportazione di massa, ammonta a 600 miliardi di dollari che peserebbe non poco sul PIL. Aldilà del mero dato economico inoltre la Clinton pone l’attenzione sull’inevitabile conseguenza dello “strappo” all’interno delle famiglie -che vedono ancora figli nati in negli Stati Uniti e dunque cittadini per lo ius sanguinis in vigore con genitori irregolari- e l’aumento del rischio di vite passate all’ombra dell’illegalità e della società. Vengono poi sottolineati i rischi in termini di diritti umani considerando che per effettuare deportazioni di tale entità sarebbero necessarie incarcerazioni di massa e nuove ondate di centri di detenzione già ampiamente denunciate per le disumane condizioni di vita che assicurano.

Alla securizzazione schizzofrenica di Trump la Clinton propone una deportazione più selettiva che riguardi solo chi “minaccia gravemente la sicurezza pubblica” e contrappone percorsi di cittadinanza per quegli 11 milioni di immigrati illegali nel paese (una sanatoria insomma), sostenendo che solo attraverso la legalizzazione si può assicurare una vita dignitosa a queste persone e rendere contemporaneamente l’America più sicura. La promessa è stata quella di lavorare sulla riforma globale dell’immigrazione entro i primi 100 giorni della sua presidenza.

La linea è quella di continuare la strategia di protezione e supporto di alcune categorie di immigrati irregolari inaugurata dalla presidenza di Barack Obama che ha varato due programmi – DACA E DAPA oggi in stallo per un’esaminazione della Corte Suprema – che permettevano a oltre 5 milioni di residenti senza documenti americani o senza visto di fare richiesta di regolarizzazione e così di avere un permesso di lavoro.

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QUALCOSA CHE CI RIGUARDA: LA RICOLOCCAZIONE DEI RIFUGIATI

Dando una lezione a molti paesi europei Hillary Clinton ha promesso di accogliere 65.000 rifugiati siriani e di assicurare ai rifugiati e richiedenti asilo “la possibilità di raccontare la loro storia” insegnando al popolo americano ad ascoltare e capire chi sono i rifugiati aldilà dei numeri. “Abbiamo sempre accolto migranti e rifugiati. Abbiamo sempre fatto capire a queste persone che l’America sarebbe stata la loro nuova casa, che ci sarebbe stato sempre posto per tutti coloro che avevano voglia di fare la loro parte lavorando e mandando i figli a scuola.” dice la candidata riferendosi alla necessità di stabilire percorsi di integrazione bidirezionali tra la comunità e i migranti.Dall’altra parte di questo universo siede la posizione di Trump che si concentra sulla necessità di fare uno screening attento dei rifugiati che cercano asilo negli Stati Uniti. Dopo la sparatoria di San Bernardino Trump ha fatto una delle sue uscite chiedendo “l’arresto totale dei musulmani che entrano negli Stati Uniti”, più tardi rimangiato e addolcito con un divieto temporaneo a tutti quegli immigrati con “una storia comprovata di terrorismo”.

USA 2016. Tutti i dibattiti tra Clinton e Trump, l’analisi

A poche ore dall’ultimo dibattito tra i due candidati alla Casa Bianca, si può già stilare un bilancio di come siano andati gli incontri in tv tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Si tratta di una guerra tra poveri, questo è sempre stato chiaro, due tra i peggiori candidati di sempre alla presidenza degli Stati Uniti. Donald Trump è la versione peggiorata (e di molto anche) di Silvio Berlusconi, mentre Hillary Clinton rappresenta tutto quello che non è mai andato all’interno del sistema di potere statunitense, ma anche mondiale. Di seguito proponiamo l’analisi di tutti e tre i dibattiti sostenuti dai candidati.

Il primo dibattito si è tenuto davanti a circa 100 milioni di telespettatori nel mondo, e si tratta di una stima certamente riduttiva. Al centro del dibattito i temi caldi dell’economia e della sicurezza, tuttavia già dal primo incontro i due si sono attaccati andando sul personale e lasciando perdere il piano politico. La Clinton ha cominciato muovendo delle critiche sui metodi che Donald Trump ha utilizzato per costruire il suo impero milionario (cominciò come “palazzinaro” con i soldi di papà, ndr) e ha concluso il tycoon con lo scandalo delle email della Clinton, argomento senz’altro più vincente e politico.

 


Il secondo dibattito tra i due candidati ha avuto luogo a Saint Louis in Missouri ed è senz’altro il clima teso ad aver avuto il ruolo di protagonista. Trump e Clinton non si sono neanche salutati all’inizio e hanno cominciato a dirsene di tutti i colori. La Clinton ha dimostrato debolezza nel ritirare fuori argomenti vecchi di 30 anni: “I russi vogliono che il candidato repubblicano Donald Trump diventi presidente degli Stati Uniti. Non era mai successo prima che un avversario si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni. E credetemi, non stanno cercando di far eleggere me”.  In effetti sarebbe il caso di ricordare alla candidata democratica che il “nemico” in questo momento non è più la Russia, bensì l’Isis, avversario che sta combattendo anche Putin, in modo decisamente più risolutivo di quanto non abbia mai fatto Obama fino ad oggi.

Hillary ha poi continuato ad attaccare Trump sul tema del sessismo (il Washington Post qualche giorno prima aveva pubblicato un video del 2005 in cui il tycoon utilizzava termini decisamente volgari riferiti  delle donne), Trump ha replicato porgendo delle scuse e poi ha puntualizzato dicendo che si trattava di temi che distraevano dal dibattito politico. Infine lo scontro è tornato sul tema delle tasse e poi della Siria: Hillary Clinton si schiera con i curdi, “che stanno combattendo sul campo e hanno già ottenuto grandi risultati contro l’Isis”, mentre Trump è dell’avviso che la guerra contro lo stato islamico non possa prescindere da Putin e Assad: loro combattono l’Isis.


Il terzo e ultimo dibattito che ha avuto luogo questa notte ha visto crescere il clima teso creatosi durante il secondo incontro in tv, infatti i due candidati non si sono stretti la mano né all’inizio né alla fine della trasmissione.

“Sei il candidato più pericoloso nella storia delle elezioni americane” questa una delle frasi rivolte a Trump dalla Clinton che continua “c’è il governo russo dietro l’attacco degli hacker che sono entrati in possesso delle email private, passando poi le informazioni. Diciassette agenzie di intelligence, militari e civili, lo confermano. Putin vuole condizionare le nostre elezioni”.

Sul tema delle armi invece Trump si dimostra apertamente fiero di rivendicare il diritto dei cittadini a possedere un’arma e aggiunge “A Chicago, dove c’è una delle leggi più restrittive sulle armi, c’è il maggior numero di morti” conclude poi dicendo che gode del sostegno della lobby statunitense delle armi la NRA. Anche la Clinton non si dimostra sfavorevole dichiarando più sommessamente: “Capisco e rispetto le nostre tradizioni sul possesso di armi, fa parte della nostra storia, ma credo ci debba essere una regolamentazione”.

In tema di aborto, la Clinton si è dichiarata favorevole ad ogni tipo di interruzione di gravidanza e Trump ha ribattuto: “Sulla base di questo ragionamento il feto si può eliminare in qualsiasi momento, ma questo non va bene”.

Il candidato repubblicano dichiara che il voto è truccato e che forse potrebbe non accettare un esito negativo in quanto “Clinton non avrebbe potuto concorrere a causa dello scandalo delle email”, e ribadisce infine la volontà di voler innalzare un muro al confine con il Messico per contrastare il traffico di droga e l’ingresso dei clandestini.

Per concludere anche il tema delle tasse è stato soggetto di grande battaglia, Trump ha dichiarato che taglierà le tasse mentre Clinton le aumenterà e la candidata ha ribattuto dicendo che Trump le taglierà solo ai suoi amici imprenditori, alzandole alla classe media.

Nessun dei due candidati, mai come questa volta, sembra essere meglio dell’altro. L’unica certezza è che in tema di politica estera, Trump ha dimostrato di essere decisamente più isolazionista e di avere in serbo una strategia migliore di quella fortemente fallimentare di Obama. Si vota l’8 Novembre, ai posteri l’ardua sentenza.

Il vento della Primavera Caucasica

E’ ottobre. Da questo mese fino all’inizio di novembre si terranno le elezioni più importanti dei prossimi quattro anni. I paesi in questione sono tre: Stati Uniti d’America, Venezuela e Georgia. Al centro della mia digressione è proprio questo piccolo paese ex sovietico. Ora vi starete chiedendo il motivo per il quale parlerò della Georgia. Tale motivazione risiede nel fatto che in Georgia passano tre dei più importanti oleodotti che non transitano dalla Russia. Risiede nel fatto che questo piccolo paese è stato elogiato dopo la “Rivoluzione delle Rose” da tutti i media e cancellerie occidentali, con il Presidente Mikheil Saakashvili accusato da tutte le ONG e dagli osservatori internazionali di autoritarismo.

Inoltre, nell’agosto 2008 la Georgia è stata al centro di una guerra lampo per il controllo dell’Ossezia del Sud, durata tre giorni, con la vittoria in larga scala delle forze russe. Dopo l’attacco di Tbilisi all’Ossezia meridionale per la Georgia la rivalsa su un quinto del suo ex territorio si rivelò un disastro geopolitico. Se in un primo momento, grazie ai contatti tra i media occidentali del Presidente Saakashvili, il paese caucasico sembrava la vittima di un sproporzionato attacco russo, il Rapporto degli Osservatori dell’Unione Europea denominato Rapporto Tagliavini dimostrarono che ad accendere la miccia fu l’attacco di Tbilisi alle Repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. Tale conflitto fu concluso grazie all’unico successo diplomatico del Governo Berlusconi e di Nicolas Sarkozy che fecero da tramite tra Mosca, Washington e Bruxelles. Per i suddetti motivi capirete perché tra petrolio, relazioni internazionali e diritti umani Tbilisi sia al centro dell’attenzione internazionale. Fatto sta che nella giornata di martedì 2 ottobre si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento georgiano che hanno visto la vittoria dell’opposizione guidata da Bidzina Ivanishvili. Nella notte la Commissione elettorale centrale, sotto l’attento sguardo degli osservatori dell’Ocse e dei media, ha confermato la vittoria a favore del partito “Sogno Georgiano” di Ivanishvili.

La campagna elettorale vinta dall’opposizione non ha escluso colpi di scena, in una cornice di altissima tensione, con un video sulla rete che dimostrava le torture compiute nei penitenziari di Tbilisi. Eppure, nonostante la guerra persa per un errore d’opportunità e per il rafforzamento autoritario del potere centrale, in molti avevano scommesso in una riconferma del Partito “Movimento Nazionale Unito” dell’attuale Presidente della Repubblica Georgiana Mikheil Saakashvili.

La crescita economica di Tbilisi, confermata dalle graduatorie del Doing Business e coadiuvata da un pacchetto di liberalizzazioni e da stretti rapporti con l’occidente e la Nato avevano fatto pronosticare una riconferma per il partito di Saakashvili, il quale anche se impossibilitato dalla legge georgiana aveva già immaginato un impegno da leader anche dopo il 2013 (data scadenza mandato presidenziale). Le speranze nella Rivoluzione delle Rose del 2004 di fatto si sono infrante davanti ad una crescita economica priva del benessere della società che si fonda sul diritto.

Il cambio al vertice del paese caucasico ha visto la vittoria del magnate del metallo e banchiere Bidzina Ivanishvili, il quale ha guidato la coalizione “Sogno georgiano” i cui sostenitori già parlano di una “Primavera del Caucaso”. A rimarcare l’importanza della vittoria per la coalizione di Ivanishvili sarà nel 2013 l’attuazione delle recenti norme di modifica alla Costituzione georgiana, attraverso cui la maggioranza nell’organo dell’assemblea parlamentare potrà governare il paese anche se con una presidenza di appartenenza politica differente. La Georgia di fatto passa da un sistema presidenziale a quello parlamentare.

Bidzina Ivanishvili è una sorpresa a tutti gli effetti. Imprenditore che fatto la propria fortuna in Russia, se non siete conoscitori del Cda di Gazprom e dei suoi patners o lettori Forbes difficilmente ne avrete sentito parlare. Il suo patrimonio è stimato secondo fonti della rivista americana Forbes intorno ai 6,4 miliardi di U$D, una cifra che è pari alla metà del Prodotto Interno Lordo di Tbilisi. Estraneo alla politica fino ad un anno fa, ha condotto una campagna elettorale all’americana. Ora seppur indubbia la sua propensione verso Mosca, subito dopo l’annuncio della sconfitta da parte del rivale Saakashvili, alla domanda della stampa estera riguardo un prossimo orientamento internazionale della Georgia Ivanishvili ha risposto “Se mi chiedete, America o Russia? Io dico che dobbiamo avere buoni rapporti con tutti”. E qui permane un malumore russo per la perdita di egemonia totale sull’area caucasica.

A meno di rivolte dell’ultima ora da parte dei sostenitori del Presidente Saakashvili, cosa improbabile dopo il riconoscimento della sconfitta da parte dello stesso, dalla nascita della Georgia stiamo assistendo al primo passaggio di potere per via democratica. Questo è di certo il dato più importante ai fine della stabilità nell’area caucasica. Da qui parte la soddisfazione di Ocse e Unione Europea con il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che ha espresso la propria soddisfazione nella seguente nota “Mi congratulo con le autorità georgiane sullo svolgimento delle elezioni legislative in modo libero, pacifico e competitivo. Nonostante il clima teso che ha caratterizzato la campagna elettorale e alcune carenze procedurali, queste elezioni sono un segno di crescente maturità politica e democratica della Georgia”.

Ulteriore soddisfazione, dopo il conflitto lampo del 2008, è stata espressa dal portavoce del Ministro degli Esteri russo Alexander Lukashevich, il quale ”auspica che il cambiamento segnato dall’esito delle elezioni georgiane normalizzi e costruisca relazioni rispettose” tra Tbilisi e ”i suoi vicini”. L’ambasciatore americano a Tbilisi Richard Norland ha fatto le sue congratulazioni per “il successo elettorale, che è un importante passo nello sviluppo nazionale”.

Per ora, invece, tacciono il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton e Vladimir Putin. La prima probabilmente per la sconfitta di Saakashvili il quale era molto legato agli Stati Uniti, il secondo perché al presidente georgiano dopo la Guerra dell’agosto del 2008 aveva letteralmente promesso di “volerlo appendere per i testicoli”. State sicuri che la partita in Georgia non è ancora chiusa e che venti da “Guerra Fredda” riscalderanno non poco il clima nella “Primavera Caucasica”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli