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Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Colombia – Tra ferite e cicatrici

La guerra che non passa, il dolore che non riesce a scalfire la ragione. Sembra questo l’epilogo del risultato al referendum consultivo sul Trattato di Pace in Colombia con le FARC. Il popolo Colombiano, chiamato a esprimersi sul raggiungimento della pace con le FARC al 51,3% si è pronunciato per il “no”. Un “no” di sicuro pesante, di certo non banale, che lascia margini per la Pace. Qualora il risultato fosse stato inverso, esso stesso con la percentuale ottenuta, non sarebbe bastato. Infatti, come la storia insegna per creare concordia e pace serve un’ampia convergenza. In Italia non lo seppero fare i Piemontesi prima e poi i Fascisti e gli antifascisti. Così, dopo la vittoria a sorpresa del “no”, il Presidente della Repubblica Colombiana Santos si è voluto confrontare con i principali oppositori all’accordo con le Farc.

In primis con l’ex presidente Alvaro Uribe, ex alleato, ora avversario politico. Al termine dell’incontro ha espresso un prudente ottimismo, dichiarando che «tutti vogliamo la pace». L’ex presidente e ora capo del fronte avverso all’accordo Uribe ha elencato i punti dell’accordo che andrebbero rivisti. Essi sono: le modalità della cosiddetta “giustizia di transizione”, la futura rappresentazione politica delle Farc, il narcotraffico e le rivendicazioni delle vittime del terrorismo. Appare strano questo argomentare il NO, eppure da Twitter se ne evince il motivo. Infatti, il trending topic della Top5 del social media che si è imposto in occasione del referendum colombiano è stato un bizzarro “sì ma no”: #SiALaPazPeroEstaNo .

Il Governo di Santos, così come tutte le opposizioni, si sono dette favorevoli al mantenimento del cessate il fuoco bilaterale.

“La pace per la Colombia è vicina, e la raggiungeremo”, ha assicurato Santos, che si è detto impegnato nell’esplorazione di “ogni cammino possibile per arrivare all’unione e la riconciliazione dei colombiani” e ha sottolineato che le conversazioni con l’opposizione devono servire “non solo ad arrivare a una nuova intesa con le Farc, ma soprattutto a rafforzarla”.

Dal No al Referendum le Farc sono rimaste un po’ spiazzate. Se da un lato attendono nuove indicazioni di pace, dall’altro attendono di riorganizzarsi militarmente in caso di un No, tanto lontano, ma che apparirebbe definitivo.

Il leader delle Farc, Rodrigo Londono, alias Timoshenko, sul suo account Twitter ha domandato:

«Da quel momento in poi continuerà la guerra?», giorno di fine del “cessate a fuoco bilaterale”, posto nuovamente al 31 ottobre.

Come a dire che è il Governo centrale e le opposizioni rappresentate nell’assemblea parlamentare a doversi esprimere in tal senso. Ponendo con le spalle al muro e addossando ogni responsabilità di un ritorno alle armi all’assemblea parlamentare colombiana e al suo organo legislativo. Questo Santos lo sa, nonostante sia il più forte sostenitore della pace con le Farc, conosce il valore che la storia potrà dare alla sua tenacia e alla sua decisione, nel bene e nel male. A ciò ha fatto seguito un nuovo tweet delle Farc che ha chiamato il popolo colombiano ad appoggiare l’accordo finale con una grande mobilitazione lanciando l’hashtag #PazALaCalle, la pace in piazza.

Alla Colombia e al suo popolo la possibilità di chiudere una stagione di sangue, odio e di un tempo che forse passerà, portandosi dietro le sue ferite. Ferite da rimarginare, con cicatrici da mostrare con fierezza al mondo. Cicatrici che ha voluto innanzitutto l’Occidente. Quando 27 maggio 1964 l’esercito colombiano con il sostegno della CIA diede l’avvio ad una vasta offensiva (16.000 soldati schierati) contro i contadini auto organizzati di Marquetalia. Poi vennero le Farc e la loro storia di guerra e sangue, come di chi le aveva fatte nascere. Che la Colombia mostri fiera le sue cicatrici di pace e l’occidente si mostri per una volta ferito nella sua ipocrisia.

FARC / Colombia – E pace sia

Nella calda e turbolenta estate della politica internazionale si è inserito un importante accordo di pace che fa ben sperare per il futuro della Colombia.

L’accordo di pace è stato annunciato il 24 agosto a l’Avana ed ha subito imposto il cessate il fuoco definitivo, ponendo fine a un conflitto durato cinquantadue anni che ha provocato trecentomila morti e sette milioni di profughi. Alla firma dell’accordo sono stati presenti il presidente colombiano Juan Manuel Santos, il leader delle Farc Timoleón Jiménez, il presidente cubano Raúl Castro, il ministro degli esteri norvegese Børge Brende in rappresentanza dei paesi mediatori, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, il presidente venezuelano Nicolás Maduro e la presidente cilena Michelle Bachelet. A giocare il ruolo di playmaker della partita e dell’accordo tra le parti è stata Cuba.

LA STORIA DEL CONFLITTO E DELLE FARC – Le Farc sono state fondate nel 1964 come braccio armato del partito comunista per sconfiggere le ineguaglianze e garantire ai contadini l’uso dei terreni agricoli, in mano a pochi latifondisti. Precisamente la nascita delle FARC risale al 27 maggio 1964 durante l'”Operazione Marquetalia”, una massiccia operazione militare dello Stato colombiano, effettuata con appoggio statunitense, atta a reprimere con la forza le esperienze di autorganizzazione agraria contadina che si erano sviluppate nelle regioni Tolima e Huila, accusate dal governo di rappresentare un pericolo per l’integrità della nazione, in quanto “inaccettabili repubbliche indipendenti”. democrazia popolare e socialista.

Le FARC sono tra le più longeve organizzazioni ribelli del mondo ancora esistenti, ed hanno attraversato tutta la storia recente della Colombia. Dopo 20 anni di lotta armata ininterrotta, nel 1984 firmarono con l’allora presidente Belisario Betancourt i cosiddetti “accordi della Uribe”, che prevedevano tra le altre cose, un cessate il fuoco, l’istituzione di elezioni popolari per sindaci e governatori, decentralizzazione amministrativa e garanzie per l’attività politica di tutti i movimenti.

Il partito dell’UP venne sterminato fisicamente: caddero in pochi anni migliaia di membri e dirigenti ad ogni livello, compresi i candidati alla presidenza della Repubblica Jaime Pardo Leal e Bernardo Jaramillo. In seguito a questi eventi le FARC valutarono che in Colombia non vi erano spazi per la lotta politica legale e di massa e decisero di tornare alla lotta guerrigliera. In questa fase, alla fine degli anni Ottanta, si separarono definitivamente dal Partito Comunista Colombiano, creando una propria struttura per la lotta politica clandestina nota come “Partito Comunista Clandestino Colombiano”.

Da lì un escalation di morte e guerriglia,anche e soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda. Con la firma del Plan Colombia tra gli Stati Uniti d’America e il paese sudamericano, riprese il conflitto che ha vide un cambio di passo nelle FARC e la visione di esse nel mondo come forza in contrasto agli interessi della globalizzazione e degli Stati Uniti d’America, allora unico paese a guida del mondo vista la fine dell’URSS. Le FARC all’epoca sostennero di rappresentare gli interessi dei poveri che abitavano la Colombia contro le classi ricche e si opponendosi all’ingerenza degli Stati Uniti d’America negli affari interni della Colombia (particolarmente al Plan Colombia), alla privatizzazione delle risorse naturali, alle multinazionali e alla violenza delle organizzazioni paramilitari.

Negli ultimi anni leader dei guerriglieri è stato Rodrigo Londonio detto “Timochenko”, designato come il comandante del Segretariado, la massima istanza di direzione politica e militare delle FARC, costituito da nove membri.

Nel 2002 le FARC vennero inserite dalle autorità degli Stati Uniti d’America, impegnate nella “guerra al terrore”, in una lista nera delle organizzazioni terroriste, accettata in seguito dall’Unione Europea. La cui assenza ai negoziati dimostra la lontananza dell’Unione Europea a imporsi come forza globale e non solamente regionale. Per tutti i paesi latinoamericani, fatta eccezione per i governi di Perù e Colombia, le FARC non sono un’organizzazione terrorista, ma una forza guerrigliera, così come per le Nazioni Unite.

Nel gennaio 2008 il Presidente venezuelano Hugo Chávez, allora impegnato come mediatore per la liberazione di Ingrid Betancourt, avanzò la richiesta al governo colombiano e a tutta la comunità internazionale di riconoscere le FARC come “forza belligerante” di un conflitto civile. Questo riconoscimento fu considerato un passaggio importante per la conquista della pace in Colombia, perché consentìe al governo di effettuare uno scambio di prigionieri tra le due parti in conflitto e riprendere il processo di pace interrotto nel 2002.

Nel maggio del 2015 il Consiglio di Stato colombiano ha determinò che le FARC non potessero essere considerate un’organizzazione terroristica (denominazione riservata a chi impiega sistematicamente il terrore nei confronti dei civili), ma come un gruppo guerrigliero, parte di un conflitto armato interpretato e regolato secondo quanto previsto dal Diritto Internazionale Umanitario.

Messe sotto pressione dall’esercito colombiano (aiutato finanziariamente e addestrato dagli Stati Uniti), le Farc si sono molto indebolite negli ultimi anni e questo ha spinto i suoi leader al tavolo della pace. Durante i colloqui un ruolo importante di mediazione è stato svolto dal diplomatico norvegese Dag Nylander. Il processo di pace è stato seguito con attenzione da papa Francesco, il quale più volte ha espresso la sua intenzione di visitare la Colombia.

LA VIA REFERENDARIA – Sebbene l’istituto referendario sia inviso alle elitè europee, ciò non lo è ne’ per le Nazioni Unite ne’ per gli Stati Uniti d’America che stanno sostenendo la piena applicazione dell’accordo all’approvazione popolare. L’accordo infatti sarà sottoposto a un referendum nazionale in Colombia il 2 ottobre, ha annunciato il presidente Juan Manuel Santos: «Sarà il voto più importante delle nostre vite. È un’opportunità storica e unica di lasciarci alle spalle questo conflitto e dedicare i nostri sforzi a costruire un Paese più sicuro, affidabile, equo, istruito, per tutti noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti», ha dichiarato parlando alla nazione. Congratulazioni al presidente Santos anche da parte di Barack Obama, che parla di un «giorno cruciale per la sicurezza e la prosperità». Obama che nell’America Latina è riuscito ad ottenere risultati inimmaginabili per i suoi predecessori.

Così, nell’estate del caos internazionale, una guerra decennale si è conclusa. Così come la stagione dei golpe in Sud America e forse altrove. Una nuova via si apre per l’America Latina che vede Cuba nuovamente protagonista. Di qui la previsione di una leadership che da Brasilia si sta spostando a L’Avana, quantomeno nell’immediato.

Gabriel Garcia Marquez, il realista delle immagini

“Non ho inventato niente, tutto ciò che ho scritto c’era già… nella realtà.”

Quando la vita di un grande personaggio letterario si conclude coloro che lo ricordano hanno il compito di circoscrivere in quel presente da lui appena abbandonato un’immagine imperitura del suo spirito. Ciò significa consacrare non solo l’immagine di ciò che egli è stato ma anche il senso di ciò che ha voluto significare e lasciare.

Lo spirito di Marquez è stato associato al realismo magico, ma egli non si sentiva appartenere a questa categoria letteraria. Egli è stato un realista puro, o come preferiva definirsi, un realista triste. Ma nel senso più gioioso del termine, quello più vivo, che contraddistingueva lo spirito dell’America Latina vissuta in gioventù, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Immagini di un’intensa giovinezza, vissuta con quindici fratelli e sorelle (quattro dei da madri diverse), in un tempo sempre presente, circolare, riempito dai racconti della nonna e determinato dalla numerosa presenza femminile, nella grande casa di famiglia nel villaggio di Aracataca, nei Caraibi colombiani. Dove c’è la magia, Marquez non c’entra. Egli non ha inventato niente. È la realtà stessa ad essere stata inventata prima che venisse da lui raccontata.

“La mia unica spiegazione è che così come i fatti reali si dimenticano, alcuni che non si sono mai prodotti possono anche inserirsi tra i ricordi come se fossero stati.”

Alfred H. Barr Jr, il quale fu il primo direttore del MOMA di New York, ha collegato la definizione di “realismo magico” all’opera di pittori “che servendosi di una perfetta tecnica realistica cercano di rendere plausibili e convincenti le loro visioni improbabili, oniriche o fantastiche”.

Quello di Marquez, come lui stesso teneva a specificare era sì un realismo, ma non “magico”, dove magiche erano invece le immagini e i personaggi delle sue storie. La caratteristica del suo realismo e il senso della sua filosofia letteraria è quella vena malinconica che, un po’ come la saudade latina cantata da Joao Gilberto, accompagna il filo dei suoi racconti.

Egli stesso amava definirlo un realismo triste, dove triste non è altro che lo specchiarsi quotidiano dell’uomo nella profondità genuina della vita, vita latina, felice ma allo stesso tempo costantemente amara, essendo essa stessa vita. Una tristezza che finirà per intensificarsi, nei suoi ultimi romanzi, identificandosi con la crescente solitudine della moderna America Latina.

Lo spirito di Marquez si potrebbe definire puramente realista, poiché le storie non sono state da lui immaginate ma vissute o ispirate dalla vita vissuta nella sua giovinezza ad Aracataca prima a Cartagena poi, unificate come costellazioni a guidare l’avanzare della sua grande storia, che le vede tutte racchiudersi.

Lui stesso paragonava il susseguirsi dei suoi racconti all’immagine di quelle “incrostazioni di sale” che si formano sulle barche con gli anni, incise dallo scagliarsi quotidiano dell’acqua salata sul legno. Nient’altro che quotidianità, vita, esperienza. Da qui forse nacque il titolo del romanzo Vivere per raccontarla, la prima parte della sua autobiografia che fu pubblicata nel 2002 (il seguito nel 2010, Non sono venuto a far discorsi).

Ma c’è ancora un altro Marquez da ricordare, colui che si dichiara “contro” le idee, contro la visione idealista del mondo. Il mondo delle immagini ha ispirato tutta la produzione letteraria di Marquez, il nostro unico mondo, dove si riuniscono gli aspetti puri e reali della vita, a differenza del mondo impalpabile delle idee.

“Siamo ancora troppo legati a Cartesio”, criticò Marquez.
-Per Cartesio è il dubbio metodico costante l’unica via di esperire la realtà, poiché tutto ciò che è esperito può non essere reale. Ciò che per Cartesio è certo è solo il cogito ergo sum, l’esistenza dell’uomo come “entità pensante” dove però l’essere fisico in quanto tale, in quanto oggetto che esperisce, non è considerato.-

Diametralmente opposta al discorso metafisico di Cartesio sulla Res Cogitans c’è la visione degli uomini di Marquez, dove è l’uomo che vive l’amara felicità come prova la propria “materialità”. Il senso dell’amore, del sentimento, dell’abbandono, della nostalgia, del lutto e del riavvicinamento sono, nella letteratura di Marquez, parti dell’esperienza del vivere, nelle loro fortificanti sofferenze; non possono accontentarsi di essere semplici idee pensate dai personaggi.

Ne L’Amore ai tempi del colera, una delle più belle storie d’amore di sempre, il fulmineo sentimento di Florentino Ariza provato per la giovane Fermina, portato avanti a distanza e apparentemente idealizzato a causa della lontananza, si rivela reale e si “realizza” nel loro ricongiungimento dopo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”.

Il realismo puro di Marquez si inserisce in questa visione concreta, nella quale è la sola forza dell’esperienza a condurre i suoi personaggi verso la materializzazione della loro immagine della realtà.

Marquez in un’intervista racconta di come avesse immaginato fin da bambino la sua vita dedicata interamente alla scrittura. Quell’immagine Marquez l’ha materializzata vivendola, prima da giornalista, poi diventando uno dei più grandi romanzieri esistiti, “che bisognerebbe tornare a Dickens per ritrovare” (Ian McEwan, BBC).

Cent’anni di solitudine fu definito il romanzo in lingua spagnola secondo solamente al Don Chisciotte di Cervantes.

Gabriel Garcia Marquez è morto lo scorso 17 Aprile, all’età di ottantasette anni, a Città del Messico, dove per tre giorni gli è stato dedicato lutto nazionale.

Prima di diventare straordinario romanziere per cui verrà ricordato, egli fu anche reporter e critico cinematografico, prima a Bogotà poi a Roma e Parigi.

Tornato in America Latina nel ‘59 iniziò a lavorare per Prensa Latina, l’agenzia di stampa di Cuba ideata da Che Guevara in seguito alla Rivoluzione Cubana, e fondata da Jorge Ricardo Masetti e Fidel Castro, col quale strinse un’amicizia soprattutto “intellettuale” che proseguì fino alla sua morte, sebbene con costanti interferenze da parte degli anticastristi.

Si impegnò costantemente per cause umanitarie e per anni ebbe il ruolo di mediatore per la pace in Colombia.

Fu accusato, e respinse le accuse, di essere filo-sovietico, dopo aver incontrato a Mosca Gorbachov; dichiarò di essere simpatizzante del venezuelano Hugo Chavez.

Nel 1966, fu a Roma per esaminare la violazione dei diritti umani in Cile, durante una seduta del Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra (anche chiamato Tribunale Russell-Sartre).

Nel 1982 ricevette il premio Nobel per la letteratura “per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente”.

Colombia e FARC: il ruolo di Cuba e Venezuela nel raggiungimento della pace

Nel mese passato, l’attenzione dei media Sudamericani e stranieri si è concentrata sul Venezuela. La morte di Chávez e la crisi causata dalle recenti elezioni, al seguito delle quali i supporters di Capriles hanno accusato Maduro di frode elettorale, sono stati gli argomenti all’ordine del giorno. In questo contesto, è importante analizzare le ripercussioni della crisi venezuelana sugli altri Paesi Sudamericani. I Paesi vicini al Venezuela subiranno le conseguenze di questo momento di tumulto politico? Continuerà il governo, sotto la guida di Maduro, a perpetuare le politiche estere di Chávez?

Riguardo a una delle più importanti questioni estere, il mantenimento della pace in Colombia, Maduro ha promesso di continuare l’operato del governo chavista, rinnovando il supporto del Venezuela alla Colombia. Chávez, in ottimi rapporti con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), ha sempre sottolineato quanto la sicurezza della Colombia sia interrelata a quella del Venezuela e si è sempre impegnato per evitare l’intromissione statunitense negli affari interni del Paese. Fondamentale nel sancire un rapporto di collaborazione tra i due grandi Paesi sudamericani è stato Santos, attuale presidente della Colombia, che ha ricucito la relazione con Chávez, compromessa durante il precedente governo colombiano di Uribe. A seguito della dipartita del caudillo, Santos ha dichiarato che l’intervento di Chávez è stato indispensabile per concludere importanti accordi a Cuba.

L’Avana è, infatti, il luogo che la Colombia e le FARC hanno scelto come base per le negoziazioni, in quanto Cuba si è sempre rivelata amichevole nei confronti delle guerrillas, che nel Paese dei fratelli Castro hanno acquisito un senso di forza e sicurezza. Tuttavia, al riguardo, Jose Arbesa, esponente del Partito Comunista cubano, ha affermato che Cuba non ha mai finanziato o offerto nuove forze militari ai ribelli colombiani.

L’obiettivo di Santos è creare rapporti pacifici e di collaborazione con Cuba. A tale scopo, il Primo Ministro colombiano ha dichiarato di aver invitato Cuba a prendere parte, come osservatore, al Quinto Summit delle Americhe, che prevedeva l’esclusione dei Caraibi dal vertice. Santos ha inoltre chiesto il supporto di Fidel e Raul Castro nell’organizzare colloqui segreti con le FARC a Cuba, come parte di un’agenda di dieci punti mirata al raggiungimento delle negoziazioni tra il governo colombiano e i rivoluzionari.

Il raggiungimento della pace in Colombia è reso arduo dalla politica messa in atto da Uribe: sotto la sua presidenza, infatti, le guerrillas si sono indebolite, ma l’uccisione di molti leaders rivoluzionari e l’approccio estremamente violento del governo hanno esacerbato ancor di più gli animi delle FARC. Per porre rimedio ai conflitti, coadiuvato dal supporto dei principali leader di sinistra del Sud America, Chávez e Fidel Castro, Santos ha invitato le FARC a terminare i conflitti armati, concedendo loro alcune delle pretese avanzate, come la ridistribuzione delle terre ai più poveri e a coloro i quali sono stati privati delle proprietà dai paramilitari. Santos ha inoltre offerto risarcimenti a queste vittime. Ma la chiave per raggiungere la pace, ancora una volta, è nelle mani del Venezuela, tassello fondamentale per ristabilire l’equilibrio in Colombia. Una guerra politica nel Paese di Chávez priverebbe la Colombia di uno dei suoi più rivelanti alleati.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli