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La personalità del colore

“I pregiudizi che molti fotografi nutrono verso la fotografia a colori nascono dal fatto che non pensano al colore in termini di forma. A colori si possono esprimere certe cose che non possono essere dette in bianco e nero.”

Sacred geometry of a Nautilus shell
Sacred geometry of a Nautilus shell

A parlare questa volta è un fotografo statunitense della prima metà del ‘900 che, ispirato dalle avanguardie, e in particolare dal modernismo, abbandona l’idea preponderante del tempo del pittorealismo per un immagine pura, semplice che si basasse sui contrasti e sulle ombre; stiamo parlando di Edward Weston. Seppur la sua fotografia sia prevalentemente in bianco e nero, questo suo concetto introduce alla perfezione l’argomento del colore.

Riuscire a trasmettere una propria emozione, una propria idea della realtà o del concetto che si vuole esprimere, infatti, è estremamente difficile adoperando le giuste tonalità. Per questo molti fotografi alle prime armi spesso si cimentano in foto in bianco e nero dai forti contrasti e dalla poetica più profonda, lasciando da parte tutto quel turbine di sensazioni che i colori sono capaci di trasmettere nelle loro tonalità calde e fredde.

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Lo specchio de mare – RAIMONDO JEREB PHOTOGRAPHY

Mettiamo quindi la nostra reflex su “M” e cerchiamo di comprendere meglio come muoverci in questo caleidoscopico vortice di emozioni. Una volta impostati in modo corretto i parametri di base per la sensibilità della pellicola, il tempo di esposizione e l’apertura del diaframma ( per approfondire consultare i tre articoli precedenti: parte 1 http://polinice.org/2014/06/22/primi-passi-nella-fotografia-parte-1-sensibilita-iso-tempo-diaframma/, parte 2 http://polinice.org/2014/07/20/primi-passi-nella-fotografia-parte-2-sensibilita-iso-tempo-diaframma/ e parte 3 http://polinice.org/2014/09/21/primi-passi-nella-fotografia-parte-3-sensibilita-iso-tempo-diaframma/) vediamo quindi come fare a dare la giusta tonalità alla foto.

Fotocamera impostata su manuale
Fotocamera impostata su manuale

Innanzi tutto bisogna comprendere che a dare il colore a ciò che ci circonda è la temperatura della fonte luminosa all’interno della scena. Tale parametro si misura in Kelvin e varia da un minimo di circa 1800 K ad un massimo di 16000 K e fa riferimento al calore specifico del corpo luminoso. La fiamma di una candela si trova a 1800 K e la sua luce è estremamente calda, di colore rosso; salendo nella scala la tinta tende verso l’arancione (lampadina al tungsteno 3200 K), quindi al giallo e al bianco (Luce solare diretta a mezzogiorno 5000-5500 K), che rappresenta una tonalità neutra. Dopo di essa iniziano i toni freddi che variano dall’ azzurro (cielo nuvoloso 6000-8000) fino ad un blu più profondo (cielo terso 10000-16000 K).

Scala della temperatura di calore
Scala della temperatura di calore

Detto ciò bisognerà adattare di volta in volta a seconda della luce presente nella scena la giusta temperatura del colore. Per modificare tale parametro bisogna premere il tasto “WB” (questo ovviamente in riferimento alla mia fotocamera, una Nikon D90); tenendolo premuto sullo schermo appariranno dei simboli preimpostati.

Tasto WB per modificare la temperatura del colore
Tasto WB per modificare la temperatura del colore

Il primo che troviamo è ovviamente l’automatico; seguendo poi la scala Kelvin si hanno la lampada al tungsteno, la lampada fluorescente, la luce solare diretta, il flash (la luce del flash è propriamente neutra e quindi bianca), luce con cielo nuvoloso ed infine la luce quando si è in ombra in una giornata tersa. Ognuna di queste macro categorie può a sua volta essere più fredda o più calda con tredici diverse variazioni cromatiche. Queste vanno da “A6” ad “A1” per le tonalità calde, andando dalla maggiore alla minore e da “B1” a “B6” per le tonalità fredde che vanno dalla minore alla maggiore; nel mezzo si trova “0” che rappresenta il grado neutro.

temperatura impostata su "nuvoloso" e su "A3"
temperatura impostata su “nuvoloso” e su “A3”

Scelta la macro temperatura di base quindi (con la ghiera principale), la si potrà rendere più calda o più fredda con la ghiera secondaria. Vi è infine un ultima icona con una “K”; impostando questa funzione si potrà direttamente variare la temperatura del colore avendo come riferimento la stessa scala kelvin.

temperatura impostata su "K" a 5260 gradi kelvin
temperatura impostata su “K” a 5260 gradi kelvin

Una volta compresi appieno questi meccanismi inizia la reale sperimentazione ed esce fuori la vera personalità del fotografo. Infatti è assolutamente a discrezione della persona decidere se dare ad un immagine una tonalità più calda o più fredda a seconda di quello che si vuole esprimere.

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Parole al calar del sole – RAIMONDO JEREB PHOTOGRAPHY

 Qui esce la personalità, l’animo e l’intuito dell’artista. Qui si distingue un -click- da un emozione, da un desiderio, da un opera d’arte.

The gray of Berlin

Berlino

Eleonora Lattanzi

Se un muro prende vita. Se la materia lascia posto all’emozione… forse allora si può dipingere un sentimento

Il muro. Questa immagine ha sempre evocato nell’immaginario collettivo qualcosa di fermo, stabile,  che limita l’accesso a un elemento della realtà. Mario Arlati trasforma questa immagine in qualcosa di diverso, una rappresentazione dinamica, in divenire, colma di sfumature e di movimento. Il Muro di Arlati non rappresenta un ostacolo, ma al contrario fornisce la chiave per accedere a un mondo a tratti inesplorato, regalando all’osservatore stesso gli strumenti per poter espandere la propria immaginazione in una continua ricerca interiore. Non è un caso, infatti, che “I Muri” di Arlati continuino a rappresentare negli anni dei veri e propri gioielli nello scenario dell’arte contemporanea.

Come molti artisti contemporanei, Mario Arlati parte dall’utilizzo della materia. Una materia, tuttavia, che già dal primo momento non appare statica, ma assume una dimensione dinamica e in continuo divenire, che attrae l’osservatore come uno spettatore davanti ad un’ avvincente pellicola. Scrive Enzo De Martino: “Mario Arlati prende a pretesto la materia per immedesimarvisi, per esplorarne le più segrete possibilità espressive.” E ancora scrive Claudio Cerritelli : “La pittura è per Arlati materia che non disperde alcuna energia fuori da sé, perchè è materia entro cui si nasconde altra materia”.

Arlati, vero artista contemporaneo, conosce bene come interpretare l’anima e l’essenza che caratterizzano la pittura di questo periodo storico. Il linguaggio, il mezzo utilizzato, non è solo uno strumento per trasmettere un messaggio, ma rappresenta il messaggio stesso. Un’opera d’arte è tale quando è in grado di evocare sensazioni, emozioni, modificare lo stato d’animo dell’osservatore e indurlo in uno stato di contemplazione.

E’ interessante notare come un muro di Arlati, nella sua incredibile bellezza estetica, sia pervaso da ferite, tagli, lacerazioni, rotture della tela, che rappresentano e richiamano i numerosi conflitti mai risolti dell’animo umano con i suoi persistenti interrogativi.

 Senza ricorrere alla figurazione, la tela viene usata da Arlati come un muro che delimita un luogo magico in cui, alla gestualità continua della pennellata di colore cui sovrappone un’altra ancora, si affida il compito di rievocare frammenti sparsi di una realtà vissuta intensamente” (Giulia Coccia). Dietro tali violente lesioni della materia e stratificazioni interne, si nascondono i colori forti, accesi, che in un primo momento sembrano imprigionati e trattenuti dalle fenditure del muro, ma che successivamente, sembrano voler fuggire dalla tela, ed esplodere all’improvviso per scatenare tutta la loro potenza nell’animo dell’osservatore.

Arlati utilizza in modo innovativo ed audace le ombre come se fossero un nuovo colore. Tali ombre, dovute alla luce di un ambiente che illumina le increspature del quadro, conferiscono all’opera un aspetto più che mai in divenire, come le onde del mare, riflettendo le infinite sfaccettature dell’animo umano. Scrive Emanuela Dottorini di Torlonia “il muro di Arlati è un respiro che riflette la propria luce e la propria ombra dentro i meandri e le fenditure irregolari del quadro finito”.

L’intenzione di Arlati non è quella di descrivere. L’arte figurativa, narrativa, è completamente abbandonata. Il soggetto dell’opera non è un elemento della natura o una figura umana. Al contrario, questo straordinario artista parte dalla materia per dipingere emozione, utopia, sentimento; non il sentimento in quanto tale, ma un sentimento personale suscitato intimamente nello spettatore. L’osservatore viene coinvolto dall’opera stessa e indotto in uno stato di contemplazione e ricerca interiore.

Ciò che affascina enormemente in questo artista è che l’osservatore riesce a percepire solo uno spiraglio dell’opera stessa. Il dialogo con la materia, come lo definisce Enzo Di Martino, è un dialogo segreto, che tuttavia è in grado di evocare sensazioni enigmatiche e misteriose nella loro intensità, alle quali l’osservatore stesso ha difficoltà a dare un nome.

Scrive ancora Claudio Cerritelli: “La pittura è per Arlati materia che non disperde alcuna energia fuori da sé, materia entro cui si nasconde altra materia, frammento che rimane ancorato alla tensione dello spazio in cui è stato concepito, manipolato, esaltato”.

Ci troviamo di fronte a un artista che non ha avuto timore nel compiere qualcosa di incrediblmente unico. Arlati non soltanto evoca un’emozione. Mario Arlati rappresenta l’emozione stessa.
Scaglie di luce, ombre estese e affilate, colori vivi come il rosso del sangue, il blu intenso del cielo d’estate, il bianco della purezza e innocenza, il giallo-arancione delle fiamme tendente verso sfumature dorate, il nero dell’ignoto che provoca paura e inquietudine nell’ animo umano,  intravisti come lame attraverso le lacerazioni, o prepotentemente “liberati” sulla tela. Sono questi gli elementi che uniti in una tela danno vita a un “Muro” di Arlati.

Un muro che non rappresenta un ostacolo, ma una porta verso un suggestivo ed emozionante viaggio nella propria dimensione interiore.

Giovanni Alfonso Chiariello