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Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

La fine del sogno di una terza via europea

E’ tempo di Elezioni Europee, tempo scandito secondo i Trattati da un lustro che assume il compito di esser tempo di bilanci. Il bilancio di quest’ultimo lustro per l’Europa Unita è quantomai pessimo. Pessimo nell’Unione economica Monetaria iniziata con il Trattato di Maastricht e concretizzatasi nel 2002 con l’entrata in vigore della moneta unica. Ugualmente questo lustro è stato pessimo a causa della crisi economica che ha visto partire essa dagli Stati Uniti d’America per poi concentrarsi ed incresparsi nelle viscere del tessuto industriale del vecchio continente.  Infine, questo sarà ricordato come il lustro che ha posto fine al “Sogno Europeo” dei popoli e delle differenze unite. A differenza da quel che sosteneva Roberto Saviano nella trasmissione “Vieni via con me” le tesi del Professore Gianfranco Miglio, allievo di Alessandro Passerin d’Entrèves ed ideologo della Lega Nord, la concretizzazione delle macroregioni all’interno dell’Unione Europea è divenuta realtà.

Dimostrazione ne è il riconoscimento normativo anche nello sfruttamento dei fondi strutturali messi a disposizione dalla Commissione Europea. Tant’è che le strategie macroregionali sono state inserite nel nuovo regolamento sulle disposizioni comuni sul Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), Fse (Fondo sociale europeo), Fc (Fondo di coesione), Feasr (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale) e Feamp (Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca) e disposizioni generali sui fondi della politica di coesione e nel regolamento relativo all’obiettivo di cooperazione territoriale europea.“Tale regolamento rappresenta una reale opportunità per la strategia della Macroregione adriatico ionica perché precisa che tutti i fondi strutturali possono sostenere le priorità macroregionali“.

Lo ha detto mercoledì 19 febbraio 2014 a Bruxelles il presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca, nel corso della riunione della Commissione Politica di coesione territoriale (Coter) del Comitato delle Regioni alla quale ha illustrato il parere sulla strategia adriatico ionica richiesto dalla Presidenza greca della Ue al CdR. Come a dire, che agli europeisti dell’ultima ora, manca il “quid” che per anni e decenni  ha fatto crescere il sogno di un’Europa unita e federale. Fondamentalmente ciò non è avvenuto, non per l’ostilità dei popoli europei, ma per l’incapacità e la sudditanza verso alcuni poteri dei legislatori di Bruxelles. Infatti, le politiche economiche e monetarie hanno visto il loro fallimento più pieno e non vi è alcun dato oggettivo disponibile che dimostri una risultante di crescita economica  e di stabilità negli ultimi dieci anni. In più occasioni si è assistiti a una politica monetaria forte nei cambi, ma totalmente dannosa per il tessuto produttivo con il  governatore Mario Draghi da anni in guerra, senza mezzi legislativi opportuni, con gli altri Governatori delle Banche Centrali. Vi è da ribadire come lo Statuto della BCE, la sua poca dipendenza dai popoli e il non essere “prestatrice d’ultima istanza”, l’abbia resa il baluardo e il simbolo di un’unione troppo amica della finanza e poco delle industrie e dei cittadini europei.

Le critiche mosse dai premi Nobel Sen e Stiglitz vanno nella loro analisi contro le politiche messe in campo, ma a differenza di quel che si può pensare, esse sono più vicine al sogno autentico europeo che a quello antieuropeista. Questo per non parlare della politica industriale ove l’Unione Europea sembra esser stata incapace, assieme ai governi nazionali, di gestire il tesoro economico e tecnologico che era presente nel vecchio continente. Questi dati non provengono da fonti esogene rispetto all’Unione Europea, bensì dal Rapporto ufficiale della Commissione intitolato Quarterly Report on the Euro Area“. In esso si afferma che l’Europa sarà ancora più povera tra dieci anni. I grafici, facilmente analizzabili, rendono chiara la visione di un crollo dell’industria fin dal 2000. Per loro stessa ammissione le politiche monetarie della BCE e della Commissione Europea, condite dall’austerity ci porteranno ( è scritto nel rapporto ) a essere il 50% meno sviluppati degli Stati Uniti d’America.

Il documento “Quarterly Report on the Euro Area, Volume 12, N. 4″, scritto nero su bianco, dalle mani dei funzionari e Commissari europei dello scorso lustro, dimostra al momento il fallimento  dell’esperimento della moneta unica, che dovrebbe avvenire, secondo alcune proiezioni degli analisti, entro e non oltre la data del 2023. Le proiezioni degli analisti vengono compiute per fini strettamente lavorativi e non per complottismi vari. Si legge nel Rapporto che nel 2023 l’Europa sarà crollata per ciò che investe lo stile e il tenore di vita dei cittadini rispetto agli USA del 40%, ovvero uno standard di vita, che comprende servizi, potere d’acquisto delle famiglie, prezzo dei beni al consumo, occupazione inferiore persino a quello che si aveva negli anni ’60, gli anni del cd. ‘boom economico’.

Altro elemento di scure sugli ultimi anni dell’ultimo lustro europeo è stata la sua politica estera. E’ un po’ come avviene spesso nelle redazioni di giornali o società ove la pariteticità dei membri e il non coordinamento rendono lo sviluppo pressochè impossibile. In tal maniera si è distrutto il sogno di tre Padri Fondatori dell’Unione Europea quali Adenauer , Schumann e Monnet. La dimostrazione lampante ne è l’Ucraina, ove la poltica estera europea vive di una schizofrenia, da un lato l’UE è consapevolmente legata economicamente ed energiticamente alla  Russia, ma dall’altro è coinvolta dalle politiche della storica alleanza NATO.

 

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In questo modo è morto il sogno di un’Europa forte capace di essere il terzo blocco nel mondo. Un’Europa morta sotto i colpi dei suopi stessi sostenitori e dell’assoluta incapacità dei popoli europei di mantenere la propria cultura e primato nel “diritto”. La fine del sogno di una terza via. Una via distinta da quella dell’alleato americano, ove poter essere non ostili a politiche di welfare. Una terza via differente da Mosca e il suo forte contcetto “Euroasiatico”.

Uan terza via che non c’è, neppur nel Mediterraneo. E questo è un male non solo per gli europei, ma per l’umanità.

 

La sfida per la Commissione: volti, partiti e programmi delle prossime elezioni europee

Le elezioni per il rinnovamento del Parlamento europeo che si terranno dal 22 al 25 maggio nei 28 paesi dell’Unione Europea presentano molti elementi di interesse rispetto alle ultime avvenute nel 2009. Quelle di maggio saranno infatti le prime elezioni in cui verrà applicato integralmente il paragrafo 7 dell’articolo 17 del Trattato di Lisbona: i capi di Stato e di governo della UE, riuniti nel Consiglio Europeo, dovranno proporre al Parlamento Europeo un candidato per la presidenza della Commissione ‘tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo’.

Per la prima volta i partiti politici europei, nati a Maastricht come indispensabile spazio di condivisione politica oltre i confini nazionali, hanno avuto la possibilità di proporre un candidato affiliato alla propria lista, che difenda il proprio programma davanti agli elettori europei e che in caso di vittoria si prenda la responsabilità di dirigere la Commissione, ovvero l’organo esecutivo dell’Unione Europea. La carica innovativa di questa norma è prorompente: mai prima d’ora si era presentata la possibilità di costruire un vero dibattito comune europeo durante la campagna elettorale, spesso tirannizzata dai partiti nazionali interessati alle elezioni europee come ad una mera verifica del consenso alla politica interna. Inoltre, l’instaurazione di un legame diretto tra elettori e Commissione permetterebbe di ridurre il deficit democratico spesso rinfacciato alle istituzioni di Bruxelles, rendendo queste elezioni veramente europee, come mai era avvenuto dal 1979.

A questa apertura dal sapore cosmopolitico si oppongono naturalmente i governanti, a difesa del classico carattere intergovernativo delle istituzioni europee: in questo senso vanno lette le dichiarazioni Angela Merkel (‘non vedo nessuna automaticità tra i candidati più votati e la scelta del Presidente’) e di Herman Van Rompuy, secondo il quale senza un aumento dei poteri della Commissione, l’elezione diretta del presidente sarebbe una pericolosa fantasia, poiché ‘politicizzare le elezioni serve solo a preparare in anticipo la delusione’. Si potrebbe obiettare che mai come durante in questi anni la Commissione ha avuto poteri così ampi e delicati, tali da limitare fortemente la sovranità nazionale di alcuni stati in collaborazione con la BCE ed il Fondo Monetario Internazionale nella temuta ‘troika’. Ed è difficile dare torto a Thomas Klau, membro dello European Council on Foreign Relations, quando sostiene che la fiducia nelle istituzioni europee è messa a rischio in primo luogo dai leader nazionali, che da una parte permettono al sistema di influenzare la politica nazionale, dall’altra rifiutano di dare al sistema la leadership politica necessaria per esercitare questo potere in maniera responsabile. Ad ogni modo, sembra chiaro che l’esito di queste elezioni europee sarà fondamentale per capire che direzione prenderanno le istituzioni europee nei prossimi anni. Risulta quindi indispensabile comprendere chi sono i candidati alla Commissione e quale visione dell’Europa propongono.

Difficilmente ripeterà la grande vittoria del 2009, che gli permise di confermare Barroso presidente della Commissione e di nominare Van Rompuy presidente del Consiglio, il Partito Popolare Europeo, il più grande e più influente partito all’interno della UE, che annovera tra le sue fila 73 partiti nazionali, tra cui la CDU-CSU tedesca capeggiata da Angela Merkel e Forza Italia, UDC e Nuovo Centrodestra per l’Italia. Al congresso del 7 marzo è stato scelto come candidato per la Commissione Jean-Claude Juncker, eterno presidente del Lussemburgo e presidente dell’Eurogruppo dal 2005 al 2013, il quale ha provato già nel suo discorso d’investitura a prendere le distanze dalle impopolari politiche di austerità difese dal suo partito in questi anni, promettendo una sterzata dell’Unione dalle politiche finanziarie alla sfera sociale per combattere la disoccupazione giovanile e la divisione tra Nord e Sud del continente. La vittoria di misura raggiunta da Juncker sul secondo arrivato, Michel Barnier, grazie all’appoggio decisivo della Merkel ha però fatto alzare più di un sopracciglio a molti partecipanti al congresso di Dublino. I più maliziosi vedono addirittura una candidatura così debole come parte di un disegno politico: Juncker sarebbe infatti messo facilmente da parte per far spazio all’attuale direttrice del FMI, Christine Lagarde, indicata da molti come candidato ideale per un compromesso tra Consiglio e Parlamento Europeo, in caso si arrivasse ad un pareggio elettorale tra i due principali partiti, il PPE e PSE.

Guai però a sottovalutare proprio il candidato designato dal Partito Socialista Europeo, Martin Schulz, presidente uscente del Parlamento Europeo, noto in Italia soprattutto per l’epiteto di ‘kapò’ con cui lo ingiuriò Silvio Berlusconi, in una delle sue rare visite al Parlamento Europeo, non a caso coincidente con una delle pagine più vergognose della storia italiana in Europa. Il socialdemocratico tedesco ha infatti parecchie frecce al proprio arco: un programma completo che punta a rilanciare la crescita, a rafforzare l’uguaglianza di genere in Europa e a sviluppare un’efficace politica comune sull’immigrazione, una massiccia campagna di propaganda condotta da volontari socialisti porta a porta (efficacemente nominata ‘Knock the vote’) e una stima bipartisan guadagnata in anni di lavoro nelle istituzioni europee. Non ultimo, Schulz è certo che, con un buon risultato del PSE alle elezioni, la sua candidatura sarebbe difesa da avvocati preziosi all’interno del Consiglio Europeo: non sarebbe certo il sostegno degli alleati nel PSE Renzi e Hollande, ma probabilmente anche l’endorsement pesante della stessa Angela Merkel. La Cancelliera infatti vede in Schulz un valido alleato per il futuro rilancio dell’Unione Europea e la revisione del Trattato di Lisbona, e gli ottimi rapporti personali tra i due sono persino migliorati a livello politico grazie alla cooperazione tra SPD e democristiani nella nuova “Grosse Koalition”. Eppure la vicinanza alla Merkel potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per il candidato socialista: questa strana alleanza infatti gli rende quasi impossibile criticare le politiche di austerità imposte dalla Cancelliera in questi anni, e rischia di far inabissare il programma socialista nel motto merkeliano ‘soldi in cambio di riforme’, che in questi anni ha portato al commissariamento diretto o indiretto di molti paesi europei. La vera sfida per Schulz, ovvero quella di presentarsi come candidato di un’Europa diversa da quella del rigore, sembra quindi quantomeno problematica, e l’appartenenza nazionale non lo aiuta: difficile infatti far scomparire dalla mente di molti cittadini europei l’immagine negativa della Germania diffusa dai media in questi anni di crisi economica.

La nazionalità gioca un ruolo evocativo anche per un’altra delle candidature alla Commissione, ma in chiave opposta: Alexis Tsipras, leader del partito Syriza, che alle elezioni greche del giugno 2012 raggiunse ben il 27% dei consensi, è stato scelto dalla Sinistra Unitaria Europea come candidato a sostegno di un cambiamento radicale nelle politiche economiche europee, che proprio in Grecia hanno mostrato tutti i loro limiti: l’attenzione rivolta solo alla stabilità finanziaria, che alcuni commentatori economici dichiarano ormai raggiunta, ha impedito di valutare l’impatto sociale disastroso delle politiche di austerità, poi riconosciuto dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Il programma di Tsipras non si limita però al rifiuto dell’austerità e all’abolizione del Fiscal compact, ma tocca anche temi dell’ambiente, con un’attenzione particolare allo sviluppo sostenibile e alle fonti rinnovabili, e dell’immigrazione, con il rifiuto della concezione dell’Europa come fortezza e la condanna di tutte le forme di discriminazione. L’obiettivo ambizioso è quello di imporsi come ago della bilancia delle politiche europee, in modo da scongiurare una grande coalizione PPE-PSE, ma gli ostacoli non sembrano pochi. Specialmente in Italia, è in dubbio la stessa presenza alle elezioni della lista civica ‘L’altra Europa con Tsipras’, sostenuta da Barbara Spinelli e da Stefano Rodotà, a causa della normativa bizantina che impone alla lista, non sostenuta da alcun parlamentare europeo o italiano, la raccolta di 150.000 firme entro il 15 aprile, di cui almeno 3000 per ogni regione, senza alcuna distinzione tra l’enorme Lombardia e la minuscola Valle d’Aosta. La partecipazione di numerosi volontari alla raccolta firme in questi giorni sembra scongiurare il rischio di esclusione, ma non si può non sottolineare, come nota lo stesso Aldo Giannuli, la disparità di trattamento tra partiti istituzionali e movimenti nati dalla società civile nell’ordinamento italiano.

Grande attenzione ai temi dell’austerità, dell’immigrazione e ovviamente dell’ambiente viene dedicata anche dai Verdi, che propongono la candidatura unita di Ska Keller, giovane parlamentare tedesca, e di José Bové, ex sindacalista francese che incarna l’anima anti-liberista del partito. I due rappresentanti, selezionati tramite votazioni online, non si fanno illusioni su un’improbabile vittoria: il loro scopo è piuttosto quello influenzare la scelta del prossimo presidente della Commissione e di stilare un’agenda comune all’interno del nuovo Parlamento seguendo il motto ’la via giusta  e verde fuori dalla crisi’.

Anche la Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE), principalmente composta dai libdem inglesi e dai liberali tedeschi, presenterà un candidato per la Commissione: si tratta dell’ex primo ministro del Belgio, il fiammingo Guy Verhofstadt, scelto a seguito del passo indietro del Commissario per gli Affari Economici e Monetari Olli Rehn. La candidatura del belga sembra improntata prevalentemente in ottica anti-populista, con un programma federalista che punta ad un’Unione ancora più integrata, simboleggiato anche dalla presenza di Verhofstadt lo scorso 20 febbraio in piazza Maidan a Kiev, a sostegno di un?Ucraina democratica e integrata in Europa. La sua candidatura è stata però ferocemente criticata dall’ex commissario Frits Bolkenstein, peraltro alleato del belga nell’ALDE, il quale ha dichiarato che i federalisti europei sostengono un progetto federale irrealizzabile e al momento ‘sono un pericolo maggiore per l’UE degli euroscettici’.

L’affermazione dell’olandese potrebbe però suonare ottimistica, se osserviamo la prepotente ascesa dei movimenti euroscettici e nazionalisti, che probabilmente raccoglieranno successi rilevanti alle elezioni di maggio e che ovviamente non presentano nessun candidato comune: la loro politica è chiaramente contraria a qualsiasi forma di integrazione troppo avanzata, come la creazione di  un partito politico comune. Tutt’al più questi partiti sono disposti a raggrupparsi in formazioni variegate, come l’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei, che comprende Tories britannici ed euro-scettici cechi. Sembra in via di definizione anche un rassemblement anti-europeista accentrato attorno al Front National di Marine Le Pen, che comprenderebbe anche il ‘Vlaams Belang’ (‘Interesse Fiammingo’), il Partito della Libertà di Geert Wilders, l’Alleanza per il futuro dell’Austria (‘BZO’) e altri partiti di destra anti-immigrazione, come la Lega Nord. Da notare  la vistosa assenza di Alba Dorata, del Partito Indipendentista del Regno Unito, dello ‘Jobbik’ ungherese: coerentemente con la riuscita ‘sdemonizzazione’ in politica interna, la figlia di Jean-Marie Le Pen è fermamente intenzionata a rompere ogni associazione con gruppi estremisti di ispirazione fascista e apertamente razzista. Ricordare la fallimentare storia di simili gruppi di nazionalisti esplosi a causa di contrasti interni sarebbe una magra consolazione, poiché mai come a queste elezioni i nazionalisti europei si presentano uniti da una causa comune:  cancellare il Trattato di Schengen, capro espiatorio di tutti i mali europei, e con esso l’Unione Europa, ormai indebolita dagli squilibri economici interni, dai contrasti politici fra stati membri e dai passi falsi in politica estera, simboleggiati dall’impotenza davanti all’annessione russa della Crimea.

Non c’è dubbio che uno spettro si aggiri per l’Europa: lo spettro del fallimento del progetto comunitario e del ritorno all’angustia dei confini nazionali. Ma a queste elezioni ci è data la possibilità di scegliere il nostro futuro e il futuro dell’Europa, un continente che, con i suoi difetti e le sue divisioni, in cinquant’anni ha abbattuto più muri culturali e politici di qualsiasi altra comunità umana nella storia moderna e contemporanea. Domenica 25 maggio, e in tutti i giorni che seguiranno, dovremo provare ad essere degni di questa eredità.

Francesco Tamburini – AltriPoli

UE: Editors vs. Google

“Gli scacchi sono uno sport. Uno sport violento che comporta connotazioni artistiche negli schemi geometrici e nelle variazioni della disposizione dei pezzi, così come nelle combinazioni, nella tattica, nella strategia e nella posizione. È un’esperienza triste, però, qualcosa di simile all’arte religiosa.” (Marcel Duchamp)

Nessuna spiegazione del gioco di strategia degli scacchi, come quella dell’artista dada Marcel Duchamp, potrebbe essere più esplicativa e congeniale all’analisi della battaglia legale che si sta combattendo fra gli editori europei e Google. Come “scacchiera” bisogna immaginarsi il mercato delle notizie e del web dell’Unione Europea. A rappresentare il bianco ed il nero vi sono gli editori europei e Google. A muovere la prima mossa, come nel vero gioco, il bianco degli editori, dipinti dai loro media (in effetti sono loro) come i salvatori dei contenuti e del diritto d’autore. Il nero e apparentemente “fuori legge” è rappresentato da Big G. La “partita” si volge attorno “Privacy Policy” e al “diritto d’autore” che vede Google Inc. sotto inchiesta da parte dell’Antitrust europea. Il 25 aprile del 2013, di fronte la Commissione Europea, il colosso informatico ha proposto il proprio piano per non inciampare in sanzioni dati i regolamenti in materia europea rispetto alle “Violazioni rispetto i dati degli utenti”.

LA MOSSA DEGLI EDITORI – Il 27 Giugno 2013 sarà ricordato nella storia dell’Europa moderna come la più grande azione legale comunitaria, composta da enti e associazioni di diversi membri dell’Unione Europea, che si ricordi. Invitate dalla Commissione Europea a presentare una relazione di analisi riguardo i cambiamenti di Policy da parte di Google. Le osservazioni, recapitate al Vice Presidente della Commissione Europea e Commissario UE per la Concorrenza Joaquin Almunia, hanno evidenziato le criticità nel mercato del web e la difficoltà ad inserirsi e al prevalere della posizione di editori ed autori nelle pagine e sui servizi offerti da Mountain View. L’accusa mossa è di incidere in modo sleale sulla condivisione di testi e opere, come a voler dar “scacco matto”. Nel testo inviato alla Commissione dell’UE risalta la seguente accusa – “Se Google non presenterà al più presto proposte sostanzialmente migliorative, gli editori europei chiedono che la Commissione utilizzi tutti i poteri legali, compreso un immediato Statement of Objections che preveda rimedi efficaci. Una ricerca equa e non discriminatoria realizzata con criteri imparziali nei confronti di tutti i siti web è prerequisito essenziale per lo sviluppo dei media e delle tecnologie a livello europeo”-.

A condurre in prima linea la partita contro Google sono le federazioni tedesche BDZV e VOV. Il Presidente di quest’ultima Helmut Heinen, nella lettera indirizzata alla Commissione Europea, ha dichiarato – “Google deve sottoporre tutti i servizi, inclusi i propri, agli stessi criteri, utilizzando gli stessi meccanismi di analisi, indicizzazione, ordinamento e gli stessi algoritmi. Senza consenso preventivo non deve usare contenuti di terze parti a meno che non sia strettamente indispensabile per la ricerca orizzontale”-.

L’INESPUGNABILE MOUNTAIN VIEW – I fondatori e proprietari della Google Inc, Larry Page e Sergej Brin, stanno da tempo cercando di condurre la partita con la strategia utilizzata di fronte la Federal Trade Commission degli Stati Uniti d’America. Sostanzialmente, come avvenuto in Europa lo scorso aprile, avevano fatto delle modifiche all’indicizzazione delle ricerche . Tra le novità proposte da Big G, oltre alla nuova Policy per i clienti a forma di Contratto telematico, sono state inserite delle “etichette”, in modo da far risaltare l’autore, assieme a riferimenti per prodotti degli stessi gruppi editoriali. Eppure, la vera questione non è tanto sui contenuti e la loro indicizzazione. Le caselle ove si svolge la partita sono quelle del mercato. Infatti, a rendere preoccupante per la Commissione Europea il ruolo di Google, è la posizione di monopolio esercitata da quest’ultimo sugli utenti europei. Se, grazie alla diffusione di Bing e Yahoo!, le ricerche negli USA vengono svolte tramite Google dal “solo” 70% degli utenti, in Europa tale percentuale corrisponde al 90%. Quel che preoccupa non è l’uso dei dati dei clienti negli algoritmi sviluppati da Mountain View, bensì la gerarchizzazione delle offerte commerciali sui prodotti di Google. Basti pensare al servizio AdSense della società di Brin e Page.

La partita fra Editori & Google è ad uno stallo, con la Commissione Europea divisa tra il voler proteggere gli editori ed il restar fedeli alla propria politica liberal-capitalista. Eppure, la società di Mountain View, tramite il documento sulla nostra stessa piattaforma, “Answer the People Want” ha ribadito la chiave della sua ragione sociale e del proprio successo ovvero. Le parole affidate al Vice Presidente della Google Kent Walker Inc. recitano “Costruiamo Google per gli utenti, non per i portali. E non vogliamo fermare l’innovazione […] Abbiamo risposto così alla Commissione europea e pensiamo di aver fatto un buon lavoro”.

Personalmente mi schiero con la Google Inc. per tre fondamentali ragioni. La prima risiede nel fatto che il progetto “Polinice” è potuto iniziare solo ed esclusivamente grazie al servizio gratuito Blogger della società di Mountain View. La seconda risiede nell’impossibilità, voluta dalla firmataria della lettera alla Commissione Europea FIEG, di rendere libero il web. Ciò costringere i blogger a dover sottostare a giornalisti di ruolo o a dipendere totalmente dagli stessi per la Registrazione della Testata. La terza è insita nella concezione dell’utente, ove Google mi lascia scegliere tra molteplici fonti, mentre gli Editori Europei vendono dispacci di ciò che fa comodo ai propri azionisti.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Lungo la nostra breve, ma grande strada per passione ed impegno, abbiamo trovato finora numerosi ostacoli alla ricerca di un Direttore Responsabile. Tale strada, per nostra fortuna, si è incrociata con quella di Giuseppe Scaraffia. Il quale, credendo nel progetto di un gruppo di ragazzi, si è messo a disposizione per divenire Direttore Responsabile della testata “Polinice”, senza pretendere nulla in cambio. A lui va la nostra più sincera stima e gratitudine.