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C’è ancora spazio per il Marxismo?

 

 

C’è chi dice che sia morto, altri invece che sia più vivo che mai. In un caso o nell’altro si torna continuamente a parlare di Karl Marx e marxismo. Ma oggi nel 2014 questo tipo di dottrina, che il suo stesso autore definì “scientifica”, ha ancora spazio per dire qualcosa riguardo alle nostre costruzioni sociali? Il problema in effetti interessa oggi più gli economisti o gli analisti politici, piuttosto che i filosofi nell’accezione accademicamente stretta. Purtroppo il marxismo è stata una filosofia per certi versi genuina, ma purtroppo viziata da innumerevoli strumentalizzazioni politiche, letture (e riletture) più o meno lecite durante il Novecento.

Lo stesso successo postumo che Marx raccolse fu dato perlopiù dalle svariate interpretazioni che accentuarono maggiormente il lato “pragmatico” del suo pensiero, come mezzo per un cambiamento reale della società, anziché per un sincero interesse nella sua analisi del capitalismo. Ma a una presa di piede nel mondo intellettuale, non corrispose un riscontro immediato nella realtà: la società industriale cambiò radicalmente rispetto alla situazione in cui scrisse il Capitale. A questo punto si colloca la nostra domanda: c’è ancora spazio per il marxismo?

Due sono gli atteggiamenti che si possono avere, in generale: un primo è stato quello di destituire il marxismo in quanto teoria non scientifica, oppure al relegarla a analisi storicamente collocata, ormai obsoleta. Il secondo è invece un recupero della filosofia di Marx per comprendere meglio certe dinamiche tutt’oggi interne alle istituzioni e alle economie capitalistiche; soprattutto alla luce dell’attuale crisi economica, che dopotutto ha dimostrato che certe cose nonostante sia passato un secolo intero non sono cambiate poi così tanto.

Perché non vi sarebbe più spazio per Marx? In primo luogo, certe istanze dell’epistemologia ne ha criticato l’effettiva scientificità (mettendo in dubbio anche campi del sapere come la psicanalisi). Karl R. Popper, il filosofo della scienza, in particolare ne criticò fortemente due punti fondamentali: primo, il non essere falsificabile dai fatti e secondo l’accentuata concezione deterministica della storia. Infatti una teoria per essere considerata scientifica deve poter essere in qualche modo falsificabile da fatti empirici: se un dato della realtà entra in conflitto con la teoria, allora vuol dire che quest’ultima non era esatta, ed è stata in questo modo smentita. Con il marxismo ciò non funziona. Questo perché il marxista ortodosso reinterpreterà a mo’ di astrologo di volta in volta i dati del reale a proprio piacimento, giustificando ad hoc le anomalie; tale approccio non è di fatti scientifico, perché non ci sono fatti in grado di falsificare questo insieme di dottrine. Secondo, Marx credeva in un determinismo storico che a parere di Popper non sussiste. In La società aperta e i suoi nemici, egli sostenne che se la storia è costituita da azioni individuali non prevedibili, allora viene meno una base di partenza di Marx: se vi sono solo tendenze approssimative e non leggi determinate nella storia, allora la sua filosofia perde di potere esplicativo.

In fin dei conti Marx non si inventò nulla: descrisse e cercò di spiegare solamente la situazione della classe operaia in un preciso tempo, il secolo XIX, in un tessuto socio-economico preciso, l’Inghilterra. Può tale modello essere universale? No, poiché essendo una visione storicista, ha valore solo in quel dato contesto. Dai tempi di Marx la situazione è cambiata: il lavoro come lo intese Marx, ovvero quello manuale, riguarda oggi solo il 30% delle mansioni. Oltretutto viviamo oggi in una società non più fondata sulla proprietà nuda e cruda, quanto su un mercato della conoscenza: le classi attuali sono molto più mobili e meno definite grazie a un fenomeno a quel tempo poco prevedibile, l’istruzione di massa. È il tipo di sapere posseduto che determina il nostro prestigio e il nostro mestiere. Per tutte queste ragioni il marxismo tout court è considerato da molti ormai morto.

D’altra canto perché c’è ancora spazio per il marxismo? Aldilà del successo politico che continuamente riscuote in certi paesi, economisti e storici per spiegare il recente crollo finanziario hanno trovato una possibile spiegazione proprio in Marx. Un personaggio come il celebrato Thomas Piketty nel suo libro Il capitale nel XXIº secolo ha dimostrato, esaminando numerose raccolte statistiche, che Marx aveva ragione nel predire contraddizioni interne al capitalismo e maggiori disparità; ciò a causa della concentrazione del capitale nelle mani di pochi. Tale processo è stato ovattato solo grazie al già citato elemento dell’istruzione massificata, ma la teoria di fondo è essenzialmente corretta.

Oppure la critica marxista all’ideologia, intesa come sovrastruttura che controlla il modo di vedere e sentire di una società, ha dei risvolti più che mai contemporanei. Basterebbe vedere i tentativi di esponenti della cosiddetta della “Scuola di Francoforte” (Horkheimer, Adorno, Marcuse, ecc.), che applicando certi principi della scuola marxista riuscirono a comprendere meglio di altri i movimenti della condizione storica in cui si trovarono: la tecnica, il totalitarismo, i media e così via. O le analisi sulle mille sfaccettature dell’ideologia portate avanti dal pensatore sloveno Slavoj Zizek si inseriscono nel solco di quelle di Marx. Di conseguenza, nonostante il tempo ormai trascorso, un certo grado di attendibilità rispetto a innumerevoli interazioni in società di stampo capitalista sembra evidente.

Forse bisognerebbe utilizzare in maniera analoga un’espressione che Michel Focault usò per Freud, l’essere giusti. Non pretendere quello che Marx non ci può dare per ovvi motivi, come la stragrande maggioranza fece invece o che plagiò a proprio uso e consumo come i regimi comunisti. Bensì riconoscerne limiti e mezzi, come consigliò lo storico e accademico Eric J. Hobsbawm: magari gettare via le risposte, ma conservare le domande, che in un modo o nell’altro si rivelano di profonda attualità. Questo mettendo da parte letture e orientamenti precostituiti e prefabbricati che, diciamocelo, hanno fatto più danni che altro. Riportando dunque Marx e il marxismo da ideologia preconfezionata a strumento d’analisi che può davvero dirci qualcosa di serio sul reale.

La fine della storia e l’ultimo uomo

Una delle teorie storico-politiche più controverse della fine del ‘900, per spiegare la caduta del regime comunista e la genesi dell’attuale sistema liberal-democratico, fu la proposta di tipo hegeliana di Francis Fukuyama.

Fukuyama, storico e politologo, insegna attualmente presso la Standford University ed è membro del prestigioso think tank RAND Corporation (uno dei centri studi sulla global policy più importanti degli USA).

Nel suo libro, La fine della storia e l’ultimo uomo, egli analizza la caduta dei regimi autoritari, definendo tale momento come lo spartiacque per indicare la fine della lotta ideologica e dunque la fine della storia; intesa ovviamente come processo direzionale e teleologico che attraversa ogni epoca.

Per spiegare le dinamiche storiche che portarono alla caduta delle dittature di destra e sinistra, riprende esplicitamente la dottrina di G.W.F Hegel del rapporto servo-padrone: la nostra identità personale, come definita all’interno della Fenomenologia dello Spirito, è data da una necessità di essere riconosciuti come individui aventi una propria dignità intrinseca. Tale dignità si conquista, a parere di Hegel, scontrandosi fino alla morte con altri individui, che a loro volta desiderano il medesimo riconoscimento. I casi sono due: o entrambi muoiono nel tentativo, oppure uno dei due si arrende. In tal caso il perdente diviene schiavo e il vincitore diventa il padrone, il cui status e valore è riconosciuto dal primo.

A parere di Fukuyama, concordando con la dialettica servo-padrone, la storia non è altro che una battaglia continua per il riconoscimento del proprio valore da parte di singoli individui o gruppi. Infatti, cose come il nazionalismo, scelte politiche, le guerre per il riconoscimento dell’identità di un popolo, ecc., non sarebbero pienamente spiegabili in termini semplicemente materiali ed economici. A questo punto la domanda è spontanea: quale è il fine della storia? La risposta è chiara: arrivare ad una situazione in cui vi è un riconoscimento completo dei diritti e della dignità di ogni essere umano. Tale stato è per l’appunto la democrazia liberale a regime capitalista, a cui ogni sistema politica più o meno velocemente, per tale bisogno, tende inevitabilmente. In essa ogni individuo può realizzare quel riconoscimento detto sopra in maniera libera.

Ora due sono le obiezioni che chiunque potrebbe porre a Fukuyama.
– Se la storia ha un fine positivo, perché nel corso del secolo XX° ci sono state tragedie (Gulag, Auschwitz, ecc.) che hanno tradito tale ideale di progresso?
– Le democrazie liberali non sono perfette. Ci sono violazioni, disparità e disuguaglianze di sorta, violando di fatto il bisogno di riconoscimento di alcune parti della popolazione.

Alla prima obiezione, Fukuyama risponde che “fluttuazioni” del processo storico sono normali. Se la storia fosse una linea in un grafico bidimensionale x, y, non sarebbe una linea retta, bensì una linea a zig zag verso il punto più più alto del grafico. Cambiamenti temporanei di quest’ultimo, non inficerebbero la direzione generale. Inoltre, molte delle dittature novecentesche a lungo termine o sono cadute, passando a una struttura democratica, oppure si sono trasformate o tutt’ora si stanno trasformando in democrazie capitalistiche (l’esempio paradigmatico sono la Cina, la Spagna o il Myanmar).

La seconda invece, è una condizione necessaria per il riconoscimento. Raggiungere il fine della storia non vuol dire che tutti riescano a raggiungere tale condizione, bensì che si arrivi a una forma di società in cui tutti abbiano la possibilità di lottare in maniera pari per questo scopo. È utile che all’interno della società liberale ci sia un certo grado di disuguaglianze, affinché si perpetui questa dinamica di lotta per il riconoscimento caratteristica dell’essere umano. Senza di esso infatti il singolo individuo non avrebbe alcun stimolo per affermarsi ed essere produttivo; anche alla luce delle innovazioni tecnologiche, che vanno a sostituire in parte o totalmente compiti che normalmente caratterizzerebbero l’operato umano in vista di una propria auto-affermazione (automazione industriale, comunicazione, ecc).

Dunque qualsiasi società storica, secondo la lettura di Fukuyama, è destinata a diventare prima o poi una democrazia liberale, a causa del bisogno insopprimibile di riconoscimento del proprio valore dell’uomo in quanto tale. Solo in tale ambito, concordando con l’idea hegeliana, ciò può avvenire.

Bibliografia essenziale
F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR 2003.