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Roger Waters – La leggenda torna in Italia

L’estate esalta l’arte custodita in Italia, soprattutto a Roma, che da sempre è la capitale dei live musicali durante la stagione più calda. Così, oltre a Björk, tornerà a suonare e incantare Roma, la leggenda dei Pink Floyd. Lo farà Roger Waters, compositore e musicista che ha scritto la storia del rock e della musica. Allo stesso tempo e modo si esibirà in Toscana, che vede come sua capitale musicale Lucca.

Il ritorno di Roger Waters è previsto a Luglio. Lo farà però con una rappresentazione molto diversa, una produzione imponente e spettacolare finora messa in scena solo a Città del Messico e allo storico Desert Trip Festival lo scorso anno. Una lunga attesa che la più eclettica mente creativa d’Europa ha scelto di far approdare nel continente. Il format live del Desert Trip, portato in Italia da D’Alessandro & Galli, prevede elementi di altissima spettacolarità, a partire da un palco innovativo che riproduce la Battersea Power Station di Londra che evoca la storica copertina di Animals. Un album decisamente degno di un maggior rilievo, ma racchiuso in penombra dalla portata musicale e soprattutto dell’immaginario collettivo evocato di due colossi come Wish You Were Here e The Wall.

Se la Brexit spaventa i salotti e gli alternativi di Monti, stavolta un inglese, Roger Waters ha scelto solamente tre città europee. Partirà da Londra, la capitale culturale del vecchio continente, che ospiterà il concerto ad Hyde Park a cui si aggiungono ben due date italiane: Lucca e Roma. 

Lo spettacolo di una delle colonne portanti dei Pink Floyd, debutterà in Italia l’11 Luglio al Lucca Summer Festival, nell’area adiacente alle Mura Storiche. Non si tratta di una scelta casuale ma di un indirizzo preciso dell’Artista affascinato dal collegamento tra le Mura cinquecentenarie che avrà al fianco del palcoscenico e The Wall, la sua opera principe, i cui brani avranno una parte fondamentale nella scaletta di questo show che vedrà Roger Waters interpretare tutti i grandi classici del repertorio dei Pink Floyd insieme ai brani del suo nuovo album “Is This The Life We Really Want?”

La seconda data Italiana si terrà invece nell’affascinante scenario del Circo Massimo di Roma, laddove si respira come in nessun altro posto il fascino della storia. Un concerto che segnerà il ritorno di Roger Waters a Roma a 5 anni di distanza dalla sua rappresentazione di The Wall allo Stadio Olimpico.

Due occasioni imperdibili per coloro che amano la musica e dopo Venezia e Pompei, vogliono poter dire di aver visto la leggenda suonare. Incantare. A pochi chilometri dal cimitero di Anzio che è sede delle sue origini e dei motivi per cui la musica si è evoluta così come la conosciamo noi.

Al concerto con lo smartphone

“Puoi smetterla di filmarmi con la videocamera, perché sono davvero qui, nella vita reale“. Adele quattro mesi fa ad una sua fan che la riprendeva con il telefonino.

Il concerto post millennio può essere goduto solo attraverso una barriera di smartphone accesi in modalità video, questo ormai è indubbio. Solo che mentre fino a pochi anni fa l’utilizzo dello schermino luminoso era quantomeno sopportabile oggi è diventato talmente diffuso da dover essere regolamentato e Adele non è la prima artista ad essersene lamentata.

Esiste già un sistema progettato dalla Apple che consentirebbe di eliminare questo problema: un sensore sistemato nelle vicinanze del palco impedirebbe le riprese inibendo la funzione della foto/videocamera fino al termine dello show. Lo stesso sistema potrebbe trovare applicazione anche in altri luoghi sensibili per l’utilizzo di cellulari, come i musei. Addirittura rivoluzionerebbe il mondo della pirateria cinematografica impedendo le riprese all’interno delle sale.

La notizia di questa tecnologia è vecchia, risale al 2011, anno in cui la Apple ne richiese il brevetto, ma solo il 28 giugno 2016 ha ottenuto l’approvazione dalla US Patent and Trademark Office. Ora c’è da capire se questo darà veramente il via all’utilizzo di questa applicazione e se anche le altre aziende del settore degli smartphone sceglieranno questa strada.

Se così fosse, il cambiamento sarebbe enorme e le polemiche che si porterebbe dietro ancora di più: se come è indubbio che sia, un concerto visto senza migliaia di schermini luminosi tra te e il palco smetterebbe di essere un ricordo, cosa succederebbe se il sistema fosse applicato fuori da questo ambito? Molto scandali e violenze dei nostri tempi sono state denunciate grazie a delle riprese video fatte arrivare nelle redazioni o semplicemente fatte girare sul web.

Cosa succederebbe se questo dispositivo fosse applicato durante le manifestazioni? E in tutte quelle situazioni in cui la legalità e l’abuso di potere sono separate da un filo sottilissimo? La questione è delicata e va affrontata con la giusta cautela, nel frattempo godersi un concerto senza il muro di smartphone sembra essere ancora un’utopia.

Il Parco della Musica: nato vecchio?

Ieri sera sono andato all’Auditorium a sentire Stefano Bollani e il suo show di reinterpretazioni di pezzi di Frank Zappa. Ci sono capitato un po’ per caso, nel senso che non avevo (e non ho) un interesse particolare per nessuno dei due figuri di cui sopra, ma il concerto è stato comunque interessante.
La cosa è stata particolarmente soprendente visto il mio scarso gradimento del Parco della Musica e in particolare della cavea, come location per concerti, fattore che in passato mi aveva rovinato più di un evento per cui avevo invece altissime aspettative.

Mi sento un po’ in colpa a detrarre da una delle poche istituzioni e uno dei pochi luoghi romani che si sforza di avvicinarci a degli “standard europei” per le istituzioni culturali, ma anche riconoscendo i meriti e le buone intenzioni delle attività che vengono svolte e degli eventi che vengono organizzati al Parco mi si dovrà perdonare in questa sede il fastidio per l’atmosfera salottiera e borghesotta che lo ha sempre caratterizzato.
Mi sento un po’ in colpa perchè a Roma con la scusa della derisione della fantomatica cricca dei radical chic si fa di tutto per stigmatizzare qualsiasi iniziativa (culturale ma non solo), che presti minimamente il fianco a un crasso umorismo destrorso, figlio molto banalmente di una mentalità reazionaria e che più terra terra non si potrebbe. Non vorrei quindi essere ammucchiato con i simpaticoni che prendono in giro Marino perchè va in bici e parlano della sua amministrazione nei termini in cui si potrebbero descrivere la politica estera del terzo reich, ma diciamo che la mia mai abbastanza apprezzata anima punk non può che provare una certa ripulsa per un luogo che si è ormai conslidato come una specie di scuola serale di arti liberali per professionisti a corto di argomenti di conversazione con gli amici.

Ci sono vari fattori che contribuiscono a fare di un locale o di un complesso più ampio come l’Auditorium un ambiente più o meno adatto all’organizzazione di concerti, e tra questi fattori quello “umano” del pubblico abituale è sicuramente quello più elusivo e difficile da quantificare o modificare. Che il pubblico medio dell’auditorium sia composto da vecchi e adulti è innanzitutto una funzione dei prezzi che non sono proprio popolari, ma se questa è una circostanza comprensibile, più difficile è spiegare la nettissima sensazione che avverto ogni volta che metto piede in quel luogo, di essere circondato da persone capitate lì praticamente per caso.
Senza arrivare agli estremi dei concerti di musica “colta” che vengono abitualmente sfruttati dagli ottuagenari di Roma nord per alleviare eventuali problemi d’insonnia, è veramente raro avvertire tra il pubblico del Parco l’elettricità che separa i concerti buoni da quelli memorabili, e nella maggior parte dei casi sembra di stare in mezzo a persone che non hanno avuto il coraggio di ammettere che in realtà avrebbero preferito pizza e birra.

Probabilmente il mio punto di vista di nerd ossessivo e sfaccendato non può che essere incompatibile con quello di gente che nel bene o nel male tira avanti la propria carretta e che non vede la propria vita culturale come una crociata ma come un surplus non sempre necessario, ma mi domando se a Roma non avremmo bisogno di una distribuzione più capillare di eventi culturali invece che di un polo sempre più impersonale e asettico.

Quattro concerti allucinanti a caso.



1) Guided by Voices al Whisky a Go-Go, Los Angeles, 10/5/1996


Due ore. Quarantadue pezzi. CINQUE BIS.
Basterebbero questi tre dati per definire l’essenza del rock’n’roll. Se poi si aggiunge che a suonare quarantadue canzoni (senza scaletta) sono i Guided by Voices, non rimante alcun dubbio: il gruppo di Dayton, Ohio, è la migliore live band di sempre. Punto. Affronterò ubriaco a bottigliate in testa chiunque si opponga. I cinque sad freaks of the nation attaccano scatenati i 120 minuti di esibizione con tutta la potenza e l’esaltazione sbronza degna della più magnificente epica indie rock americana, quella che parte dai garage e dai back porch, e finisce in alto come i calci che sferra Robert Pollard. Sì, perchè il frontman e principale autore del gruppo scalcia, salta, urla, e dopo essersi dimenato tesse estatico melodie di bellezza incredibile, parla tra un pezzo e l’altro tramite un flusso di coscienza psichedelico e l’aria da profeta rock e poeta beat, tirando fuori dalla bocca il folle universo che popola la sua testa con una potenza che non lascia indifferenti; governa tutto con la sua gestualità volta a spiegare le impercettibili metafore associative e drogate dei suoi testi. E beve, beve, beve birra che brucia come carburante.
Il resto del gruppo, nella migiore tradizione lo-fi, suona male da dio , e dimostra come non ci sia, per il loro genere, definizione migliore di “power pop”: melodie che non si scordano mai, spedite alle vostre orecchie da dei tiratori di boxe.


And hey, let’s throw the great party


Today for the rest of our lives

The band is just about to get started

So throw the switch


It’s rock-n-roll time 



2)The Microphones in una casa a Oakland, California, 2002


È già abbastanza raro trovare un video di Phil Elvrum su Youtube. Poi, un video dei Microphones prima che diventassero Mount Eerie nel 2004, è quasi impossibile. Ma qui abbiamo niente di meno che un’ora di concerto dei Microphones, nel 2002, in una casa in California. 
È l’anno dopo l’uscita di The Glow Pt.2, il capolavoro della band di Anacortes, e uno prima di Mount Eerie, l’album che cambierà le sorti e il nome del progetto, ma Phil Elvrum è Phil Elvrum, e si guarda dall’impostare il concerto in una maniera tradizionale. Data l’atmosfera intima del luogo, suona da solo, iniziando con una narrazione che poi diventa “Solar System”, improvvisando e ironizzando sul testo (“Where’s the sun? Remember the sun, where is it? What happened? The fuck?”). Continua poi con alcuni pezzi folk che non verranno pubblicati se non vari  anni dopo (anche tre o quattro), come la dolcissima “Ut Oh! It’s Mourning Time Again”, in cui chiede la partecipazione del pubblico con esiti tra il comico e l’adorabile.
L’imprevedibile Elvrum va avanti con varie rarità mai uscite su album e pezzi più famosi (“The Glow, Pt.2” e altri), con i suoni distorti e la drum machine minimale a esaltare l’intensità dei testi e i climax tipici del suo stile; il suo impalpabile potere ipnotico fa sì che più si vada avanti col video, più sembri di essere in quella casa, undici anni fa, stralunati, rapiti dalla potenza e dall’intimità dei Microphones o divertiti dagli intermezzi comici, che per un momento ristabiliscono un minimo contatto con la realtà.


3) Tom Waits al Premio Tenco, Sanremo, 1986



Ebbene sì. Tom Waits e Luciano Ligabue hanno vinto lo stesso premio.
Non so neanche cosa io voglia dire, ma chiudo qui.

P.S. Bevete molto durante la visione di questo video, perchè vi verrà un groppo in gola che manco con “C’era una Volta in America”.

P.P.S. “Gnovojo en me capitojo



4) of Montreal al 40Watts, Athens, GA


Qui vediamo gli of Montreal molto prima che facessero il botto, nella loro versione di gruppo indie pop psichedelico vagamente lo-fi, al 40Watts, il locale-tempio dell’Elephant 6. È il 2002, e la band esegue quasi solo pezzi da Aldhils Arboretum e The Bedside Drama. Sono  due dei loro album che mi piacciono di meno, ma all’interno del concerto li rivaluto moltissimo, anzi mi esaltano fino a farmi saltare sulla sedia. Ecco perchè:

1) Tutti i membri del gruppo sono talmente melensi e sdolcinati da sembrare dei personaggi di un agghiacciante cartone animato educativo fatti di funghi allucinogeni. Solo che queste sono persone reali. Meraviglioso!

2) Kevin Barnes. A parte la camicia e i basettoni, Barnes scrive canzoni estremamente pop con una quantità di accordi che rasenta la follia. Sembra che le sue mani saltellino sulla tastiera della chitarra. Inoltre, saltella anche lui, e tiene il palco come una marionetta drag queen (è la descrizione più vicina alla realtà che mi viene).

3) Il basso è altissimo nel mixer, praticamente si sente solo quello. Per fortuna che a suonarlo c’è Mr. Derek Almstead, che oltre a sembrare la versione grassa di mio zio, è un musicista straordinario, tanto bravo da avere un effetto tra il comico e l’assurdo in “One of a Very Few of a Kind” (peraltro ora è batterista per gli Olivia Tremor Control).

4) Il cappello di James Huggins, alla batteria.


Il concerto si chiude con una cover di “One Way or Another” scatenata.
Consigliatissimi anche i primi tre video collegati.


Gianlorenzo Nardi-PoliRiritmi



I concerti dell’estate romana 2013: consigli per gli acquisti

Ormai tutti parlano del fatto che quest’anno Roma sarà popolata da una quantità immensa di concerti belli e interessanti, rispetto a una tradizione che ha voluto spesso la capitale ai margini della musica che conta. Facendo finta che quest’ ultima affermazione sia vera (per me non lo è, ndr) proverò a darvi qualche consiglio per gli acquisti per questa estate.

Il due concerti che meritano una prima segnalazione sono senza dubbio quello dei The National e di Antony & The Johnsons, rispettivamente il 30 Giungo ed il 1 Luglio alla Cavea dell’Auditorium. I National, benché siano molto lontani dall’essere una delle mie band preferite, sono oggettivamente una delle migliori realtà degli ultimi dieci anni. Per quanto riguarda Antony Hegarty, il discorso cambia molto. Ho avuto l’onore di ascoltarlo il 3 Ottobre 2011 nella sala Petruzzelli dell’Auditorium e rimasi “sopraffatto, intimidito, ipnotizzato da questo paffuto travestito che accompagnava la sua stessa voce con movimenti brevi, lievi, fra giochi di luce e di posizioni mentre la fedele orchestra intesseva con impeccabile precisione i preziosi arrangiamenti di Rob Moose e dello stesso Hegarty, perfetti per dare continuità ai nuovi e ai vecchi lavori. Non un singolo pezzo di quelli che sono stati suonati mi ha fatto rimpiangere la versione studio, quello che si vive vedendo uno spettacolo del genere dal vivo non è paragonabile neanche vagamente a nessun supporto, neanche al più fedele”.

Per palati un po’ più nostalgico-reazionari, che in Italia son quelli che vanno per la maggiore, in particolare per il pubblico dai quarant’anni in su, la scelta è vastissima (soprattutto se si ha una discreta disponibilità economica): dagli assoluti oligarchi del garage, i mitici Stooges, guidati dal sempreverde Iggy Pop (il 4 Luglio all’Ippodromo di Capannelle), a Leonard Cohen, supremo poeta della musica , profondamente meditativo e con uno stile che riesce, talvolta sfiorando il colloquiale, a raggiungere le profondità dell’animo umano (qualsiasi esse siano). Ovviamente non mi sto scordando né dei Neil Young con i grandiosi Crazy Horse, né tantomeno di Roger Waters, che – ricordiamolo solo per chi è appena tornato da un viaggio intergalattico – risuonerà interamente il bestseller ‘The Wall’. Lo stesso giorno del leader dei Floyd saranno sul palco di Capannelle i magnifici Sigur Rós.

Sperando che non vi interessino Rammstein e Muse – fanno cagare, e se pensate che io debba motivare questa affermazione vuol dire che non leggete abbastanza polinice.org – mi permetto di dire che non spenderei mai i soldi per gli Arctic Monkeys, che in mancanza di un barlume di originalità hanno rubato il sound di chirarra ai Queens of The Stone Age (gli piacerebbe!!).
Tornando alla musica seria potremmo parlare di Cat Power, che sarà in scena all’Auditorium l’8 Luglio. Il progetto della talentuosa Chan Marshall meriterebbe un ascolto dal vivo quantomeno per meravigliosi episodi discografici della sua altalenante carriera artistica.
Se la doppietta Smashing Pumpkins – Mark Lanegan non può passare inosservata agli appassionati del rock anni ’90 (e della buona musica in generale), non lo saranno neanche gli Atoms for Peace per i fan di Thom Yorke.

Per chi è avvezzo a sonorità un po’ meno morbide non si possono non consigliare i Pelican, una delle band più importanti del post/sludge, ricordati per essere stati oggetto, proprio a Roma, del furto di tutti i loro strumenti.














La stagione romana probabilmente si chiuderà con i Blur, riuniti nel 2008 e capaci di live incendiari benché non impeccabili. Ma se avete bisogno di certezze potete sempre andare a vedere il Boss.
Buon divertimento!

Luigi Costanzo

Tame Impala live @ Magazzini Generali (Milano) 26.10.2012

Lo scorso 26 Ottobre a Milano sono stati di scena i Tame Impala, band australiana balzata all’onore delle cronache con il loro esordio Innerspeaker, un convincente mix fra psichedelia di stampo beatlesiano, garage, e vaghi echi stoner. Ripartiti in tour con alle spalle il nuovo Lonerism, cercano di riconfermarsi dopo quell’esordio che aveva destato l’interesse di tutti gli appassionati di rock psichedelico e non solo. Michele, a cui va un ringraziamento speciale, ha deciso di condividere con noi le sue impressioni di questo attesissimo live.
L.C.
“21st century problems” dice Kevin Parker trafficando tra cavi ed effetti a metà del concerto.
Dopo poco più di un anno i Tame Impala tornano in Italia con un nuovo album in repertorio, ai Magazzini Generali di Milano.
L’estate scorsa sono stati a Torino: concerto davvero d’impatto, a cui ho partecipato un po’ per caso, e un po’ per caso ho scoperto lo straordinario potenziale musicale ed esecutivo dei quattro ragazzi di Perth. Capite dunque che le aspettative per questa sera volano alte.
A Milano piove. Arrivo al locale e, non appena entro, cominciano. La prima è “Be Above It”. Con non poca fatica riesco a guadagnare la zona intermedia fra  pubblico e palco. I primi suoni che percepisco chiaramente sono quelli della batteria, tratto distintivo del brano, con un ritmo che ti picchietta ossessivamente in testa. Il pubblico subito si scalda, investito dal sound inconfondibile dei Tame Impala, bandiera dello psych-pop di ultima generazione.
Sono colpito da un fatto: il quartetto australiano che conoscevo non è più un quartetto, ora sono in cinque. Kevin Parker (voce e chitarra), Dominc Simper (basso), Nick Allbrook (tastiere e chitarra) rimangono invariati ai loro strumenti, Jay Watson invece va ai synth e alla seconda voce, con il subentrante Julien Barbagallo alla batteria.
Dopo il brano d’apertura segue “Endors Toi”, e ciò mi fa pensare che suoneranno Lonerism dall’inizio alla fine. Non ho neanche il tempo di formulare il pensiero che la band attacca con “Solitude is bliss”, un classico che fa esaltare un pubblico già su di giri. Sempre più ragazzi (me compreso) cercano di avvicinarsi il più possibile al palco. Ma, causa sold out, è impossibile avanzare molto, quindi sospiranti ci tocca rimanere sul posto maledicendo il fatto di esser arrivati troppo tardi. I sospiri non durano più di qualche secondo perché questa musica è una terapia psichedelica, tutti sono amici di tutti e nessuno si arrabbia se per sbaglio gli spingi la ragazza o magari gli passi davanti.
Quando arriva il momento “Elephant”, protesa per il doppio della durata effettiva, realizzo che sto assistendo ad un’esibizione che non ha nulla da invidiare a quella torinese, anzi forse è ancora più d’effetto.
Arriva anche il momento di “Feels like we only go backyards”, episodio più pop della serata. Kevin oscilla quasi impercettibilmente la testa, mentre tiene le sue classiche movenze. I lunghi capelli ondeggiano leggeri e suona la sua Rickenbacker forse perché davvero “si sente come un elefante che scuote la sua grande proboscide grigia solo per il gusto di farlo”.
Dominic si è tinto i capelli di nero e sta in disparte, vicino alla batteria.
I cinque australiani sembrano in una sorta di altro mondo, totalmente in pace. Continuano proponendo un corretto mix fra vecchio e nuovo repertorio. Le attessissime hit vengono suonate tutte: “Desire be desire go”, “Why won’t you make up your mind”, fra le più acclamate. Anche i pezzi nuovi riscuotono molto successo, alcuni fra tutti meritano una menzione speciale: “Keep on lying” e “Apocalipse dreams”.
La performance si può riassumere come una fusione di chitarre ondeggianti e synth spaziali.
Tornati sul palco per il bis, i Tame Impala chiudono lo show con l’irrinunciabile “Half glass full of wine”. La allungano, dura quasi tre volte di più rispetto alla versione originale e il tempo si dilata. Non sono più le 22.00 del 26 ottobre 2012. O almeno ce lo dimentichiamo tutti. E’ una “Fantastic explosion of time” come potrebbero dire i loro cugini Pond, o meglio, una “Fantastic explosion of Tame” . E noi, per un ora e mezza, esplodiamo con loro. BOOOM.
Michele Apicella

Radiohead Live @ Roma 22.09.2012

Se i miei genitori fossero degli appassionati di musica forse mi avrebbero raccontanto di quella volta in cui hanno visto i Pink Floyd in una Venezia surreale (ok, non c’era più Waters, ma chi di voi non sarebbe andato?), o magari dello storico concerto dei Talking Heads del 1980, a pochi mesi dall’uscita di ‘Remain in Light’, o, che ne so, i Clash al Palasport di Milano nel 1984. E invece niente, forse meglio così, probabilmente sarei stato solo invidioso.

Ecco sono sicuro che se e quando avrò un figlio, un nipotino, qualcuno a cui tramandare qualcosa, io gli racconterò di quella volta in cui ho visto i Radiohead a Roma. Quella volta in cui aspettavamo tutti da quasi un anno, perché doveva essere a Luglio, ma fu rimandato a causa della morte di un uomo del loro staff, avvenuta prima di un loro concerto a Toronto dopo il crollo del tetto del palco. Gli racconterò che eravamo quasi trentamila e con me c’era un sacco di gente, gli racconterò di quel mio amico che ha comprato il biglietto tre volte,  di quell’altro che è l’unico rimasto deluso dalla serata (per altro scrive proprio per questo blog), del Caffè Borghetti entrato di straforo, di quel ragazzo che voleva per forza sentire ‘The Daily Mail’ e se l’è ritrovata in scaletta (sì, quella dedicata a Berlusconi, ma di questo non parleremo), e della mia ragazza che aveva fatto i panini, e dei miei amici che non volevano far entrare.

Quando c’è un concerto di questa portata comincia tutto molto prima, ma molto prima. Io volendo arrivare nelle prime file, ma non volendo neanche esagerare con l’apprensione avevo previsto di arrivare alle 16.30, all’apertura dei cancelli. Ovviamente quello che non prevedi accade regolarmente, e le 16.30 diventano le 17.30 con una facilità impressionante. Pagata la solita cifra criminale per un parcheggio e fatto un giro lunghissimo per raggiungere l’entrata, scegliamo la nostra zolla di terra che non abbandoneremo per le tre ore successive. Devo ammettere che mi aspettavo un’organizzazione ben peggiore di quanto mi è sembrato di vedere. Ok, un po’ di caos è stato inevitabile ma rispetto ad altri concerti visti nel Bel Paese almeno le ore precedenti al concerto sono state accettabili.
Quando attacca Caribou, o i Caribou (vi spiego, Daniel Victon Snaith si faceva chiamare Caribou prima di avere una band, però ha salutato il pubblico dicendo ‘We’re Caribou’) il volume è ancora troppo basso e il brusio ancora troppo forte per apprezzare al meglio il compositore canadese e la sua band. Prestando attenzione più alla musica che alla caciara però ho la conferma dell’immensa qualità del fantasioso matematico che si nasconde dietro tanti pseudonimi. Ipnotici, ballabili, tra IDM, kraut e psichedelia, Caribou con la band dimostra di saper riproporre in una veste estremamente efficace il lavoro in studio.

Poi, dopo meno di un ora, arrivano i Radiohead. Lotus Flower. E comincia tutto. Gli schermi sospesi, il suono perfetto, le interpretazioni impeccabili. Il miglior gruppo esistente in questo momento. I nostri Pink Floyd. Il nostro gruppo ‘popolare’ ma anche ‘intellettuale’ di punta. Thom Yorke, Johnny Greenwood, Ed O’ Brien, Colin Greenwood, Phil Selway, e l’aggiunto batterista Cleve Deamer (Portishead) sono in una forma strepitosa. A ’15 Step’, terzo pezzo in scaletta, sono già estasiato. L’insieme visuale e musicale è di una perfezione mai artefatta ma perfettamente armoniosa. I Radiohead passano in rassegna soprattutto gli ultimi tre dischi, non dimendicando i due inediti dei magnifici ‘Live From The Basement’. Fra i classici c’è la memorabile ‘Planet Telex’ addirittura da The Bends, la attesa ‘Paranoid Android’, e quello che forse è stato l’acme emotivo del concerto: ‘Exit Music’ (for a Film), in un’esecuzione indimenticabile. ‘Kid A’ viene chiamato in causa con la titletrack e la celeberimma ‘Idioteque’, per poi essere ripescato per la memorabile chiusura con ‘Everything in Its Right Place’. Le bellissime ‘Weird Fishes/Arpeggi’, ‘Nude’, ‘House of Cards’, ‘Reckoner’ dimostrano ancora una volta quanto ‘In Rainbows’ sia tranquillamente annoverabile fra i dischi imprescindibili che i Radiohead hanno composto nella loro carriera. 

Tutto ciò che ho provato oltre a quello che si può riportare va molto oltre le mie capacità espressive e lo lascio ai vostri ricordi o, se non c’eravate, alla vostra immaginazione.

Ah,! Chi si è lamentato perché riteneva che dovessero fare più ‘classici’ non conosce il significato della parola ‘arte’.


Luigi Costanzo