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La razionale strategia di Kim Jong-un

Kim Jong-un è un personaggio da molti deriso e non preso sul serio, ma le sue azioni rivelano un’estrema razionalità. Il riso che provoca in molti occidentali risiede nel non aver ancora appreso l’insegnamento di Montesquie contenuto in “Lettere Persiane”. Opera pubblicata anonimamente nel 1721 ad Amsterdam racconta lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica. Questo saggiò offrì a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese. Ora basta ribaltare i ruoli e all’appellativo “francese” sostituire “occidentale”.

E’ nella relatività dei costumi teorizzata e portata alla luce da Montesquie che s’insidia l’incapacità occidentale di saper riconoscere l’estrema e lucente accuratezza del programma di Kim Jong-un. Allo stesso tempo e modo l’opinione pubblica occidentale non è in alcun modo capace di declinare l’enorme pericolosità delle armi a disposizione del dittatore nordcoreano. Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna sotto pseudonimo e secondo un suo ex cuoco personale, Kim Jong-un sa parlare coreano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo anno è particolarmente cresciuta la capacità militare e tecnologica della Corea del Nord, dai test missilistici fino al possedimento della fatidica bomba H, il paese asiatico si è reso protagonista di una forte accelerazione. Un’accelerazione della produzione e capacità tecnico militare che prosegue il solco dinastico a comando della Corea del Nord da decenni.

Seguendo il tratto di conoscenza della società per la comprensione di un popolo, come l’insegnamento di Montesquie richiede, diviene essenziale lo studio dei fondamentali della società nordcoreana. Attraverso ciò si comprenderà il quadro razionale della strategia dello Stato Comunista. Ciò, potrebbe portarci a conclusioni personali ben diverse dalla comoda e dannosa riduzione a nevrosi psicotica della politica estera nordcoreana.

Poc’anzi ho definito la Corea del Nord come un paese comunista, la cui origine dottrinale è confermata dalla storia, ma il cui sviluppo è certamente fuori ogni possibilità di categorizzazione politica, rappresentando pertanto un unicum. Tra i primi fondamentali di un Paese, dopo la descrizione della sua forma di governo e del suo apparato militare vi è imprescindibilmente l’economia. Inaspettatamente e incredibilmente, in antitesi alle previsioni di molte agenzie di rating e analisi, la Corea del Nord ha registrato una crescita del Pil che nell’ultimo biennio è cresciuto dall’1% al 4%. Ciò non ha però portato alcun beneficio alla popolazione, che viene considerata dalle Nazioni Unite tra le più povere del mondo.

La Corea del Nord ricerca un’attenta e scrupolosa “strategia della crisi”. E’ infatti attraverso lo stato di mobilitazione continua e di massa che mantiene saldi i fili del regime sulla popolazione. Ed è sul mantenimento del potere sulla popolazione e dello status di Guida Suprema della Corea del Nord che si gioca la partita di Kim Jong-un.

«La Corea del Nord considera il suo riconoscimento come una potenza nucleare da parte della comunità internazionale – spiega l’editorialista del Corriere Franco Venturini – l’unico modo per garantire la sicurezza e la durata del regime».

Ottenere lo status di paese nuclearizzato permetterebbe a Pyongyang di essere considerata al pari delle grandi potenze. Il grande errore di questa prassi, ormai consolidata a livello internazionale, è stata colpa dell’incapacità della diplomazia anglo-francese degli anni novanta, assai diversa dell’attuale, che portò alla non belligeranza di fronte i test nucleari di Paesi come India e Pakistan nel 1998. Potenze regionali, ma non globali.

Oggi raccontare la crisi nordcoreana come un duello tra eccentrici leader, Trump e Kim Jong-un, è un’evidente sottovalutazione delle forze e degli interessi in campo.

Negli ultimi mesi nei momenti di maggior tensione, Kim Jong-un sembra sempre in grado di poter controllare la partita. Conosce i suoi limiti ed i suoi punti di forza. E’ consapevole che per gli Stati Uniti l’opzione militare resta ancora troppo rischiosa. Sebbene il Pentagono sia operativamente capace di compiere azioni belliche durature ed efficaci nell’area da oltre un mese.

Allo stesso tempo si inseriscono nella partita gli interessi della Cina. Pechino ha da tempo, anche attraverso un recente embargo di petroli e gas, messo in crisi i rapporti con la Corea del Nord. Ciò non rende  però favorevole l’ipotesi di un attacco militare terzo contro Pyongyang da parte cinese. La destabilizzazione del paese avrebbe come prima conseguenza l’esodo di milioni di profughi. E, scenario ancora peggiore, la prospettiva di una riunificazione coreana, magari sotto la regia americana e la forte compresenza della NATO.

Alla luce di queste considerazione Kim Jong-un si deve necessariamente considerare un valido e cosciente stratega. Una strategia dai contorni spaventosi, ma alla luce della partita metaforicamente portata sugli scacchi, rendono Kim Jong-un un re lucido e con una strategia razionale. Una razionale e lucida follia.

La Corea del Nord mette paura al mondo

Da decenni la musica scandisce gli avvenimenti storici, in maniera più consapevole e meno racchiusa in se stessa, delle arti figurative. Prendete la traccia più celebre del gruppo britannico “Orchestral Manoeuvres in the Dark” ove con un ritmo contagioso, capace di far ballare tre differenti generazioni, si racconta la tragedia dell’atomica sganciata dagli USA su Hiroshima nel 1945. Il nome di quella traccia è “Enola Gay”, lo stesso della madre del pilota Paul Tibbets che con un gesto ha cambiato irrimediabilmente la storia dell’umanità. Questo cambiamento non dipende dalla vittoria degli “alleati” sui Nipponici, bensì dal fatto che da quel giorno l’umanità possiede un ‘arma capace di annientare essa stessa. Sessantotto anni dopo il mondo del terzo millennio in queste ore vive la medesima paura e sconforto a causa del nucleare nordcoreano.

KIM JONG-UN ED IL PROGETTO NUCLEARE – Per comprendere la crisi di queste ore bisogna partire da un dato di fatto storico ovvero che la Guerra di Corea non è mai terminata. E’ rimasta sopita, ha visto scontri a bassa intensità, ma il progetto di fondo del Nord Corea marxista non si è mai modificato. Le analisi militari in stato d’allarme vengono condotte su numeri oggettivi e motivazioni di fondo. Dai rapporti statunitensi, russi e cinesi appare chiaro che le unità coinvolte nello sviluppo e nell’assetto nucleare nordcoreano sono 3.000. A capo della struttura militare che sta facendo tremare il mondo ed in particolare il Pacifico vi è il leader marxista Kim Jong-un. Centro di controllo dell’intera filiera nucleare è il sito di Yongbyon ove si parla di almeno due decine d’impianti dediti allo stoccaggio di uranio e plutonio per la produzione del nucleare.Dati per certi i dati su Yongbyon e altri siti dediti allo sviluppo nucleare, Washington riconosce come unica pedina, data anche la struttura gerarchica della Repubblica Democratica Popolare di Nord Corea, quella di Kim Jong-un. Motivo principale di questa rincorsa al nucleare del nuovo leader nordcoreano risiede nella convinzione di molti analisti geopolitici che da tempo registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang.

L’INTERVENTO DI MOSCA E PECHINO – Da molti mesi l’intelligence e non solo di Mosca e Pechino sono a lavoro per contenere il fanatismo atomico di Piongyang. Xi Jinping, dallo scorso Marzo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in queste ore è spinto da un duplice timore ad affievolire i venti di guerra. Il primo motivo risiede nella consapevolezza che se Pyongang dovesse perdere un eventuale scontro militare, tutta la penisola coreana finirebbe sotto l’egemonia geopolitica statunitense. Il secondo timore risiede nel non doversi sbilanciare troppo a favore del non-amico statunitense a discapito del compagno nordcoreano. Vladimir Putin, dopo aver ridato un’importanza geopolitica alla Russia post crollo sovietico, sta aiutando tramite il fortissimo apparato moscovita a rendere, tramite canali non ufficiali, più quiete le acque nel Mar di Corea. A spingere tale decisione vi è la consapevolezza che, qualora venisse evitato uno scontro dovuto a Kim Jong-un, Obama non dovrebbe più perseguire nell’estromissione della Russia dal Mar Mediterraneo tramite la campagna di Siria. Ciò è confermato dal fatto che a diramare le inquietanti intenzioni di Pyongyang sia stato il Ministero degli Esteri di Mosca.

OBAMA E LE MANOVRE MILITARI – Se ad Oslo avessero saputo che la veridicità del premio Nobel per la Pace “preventivo” ad Obama sarebbe stata una crisi nucleare molto probabilmente lo avrebbero dato a “Medici senza Frontiere”. Eppure, il Presidente degli Stati Uniti d’America non sta sbagliando una mossa in questa difficilissima situazione. Come comandante in capo delle Forze Armate ha autorizzato lo spostamento dalle basi del Giappone interno e da Okinawa verso la base di Osan in Corea del Sud, al fine di evitare attacchi a sorpresa. Non appena la CIA ha confermato le notizie provenienti dai servizi russi ha disposto lo spostamento dei bombardieri nucleari B2 ed inviato una grandissima flotta di portaerei a propulsione nucleare nell’Oceano Pacifico. Diplomaticamente ha rafforzato il rapporto con la minacciata Tokio e avviato nuovi rapporti informativi con le uniche due potenze capaci di dare una mano in questa situazione. Londra e Parigi? No, Pechino e Mosca.

Resta un dilemma: Obama attaccherà preventivamente Pyongyang per poi avviare un’intera campagna militare nella penisola coreana o aspetterà la mossa del giovane Kim Jong-un? Presto lo sapremo. Ciò che già sappiamo è che la storia si fa nell’Oceano Pacifico.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Il nuovo Martirio dei Cristiani

Si avvicina come ogni anno la Pasqua dei cristiani. Essa nella sua millenaria ritualità riporta alla luce il martirio di Gesù di Nazaret. E’ in questo momento della vita di Gesù di Nazaret e nel suo “martirio” che si concentra e si basa la religione cristiana. Scopo di questa rubrica e di Polinice non è assolutamente parlare di religione; eppure in quest’ultimo anno non si può che notare il continuare nel mondo della strage dei Crisitiani. Sì, perchè se si calcola che negli ultimi mesi sono stati uccisi, per motivazioni religiose e politiche, più di 105.000 aderenti al Cristianesimo, allora ci si renderà facilmente che di fronte a tale martirio ci sono ragioni ben più grandi del semplice odio religioso. Infatti, da sempre le religioni vengono utilizzate da nazioni e potenti per celare moventi politici ed economici di maggior rilievo. Essi utilizzano il fanatismo per i lori fini e le loro strategie.

Un morto ogni cinque minuti dovrebbe far fermare a riflettere l’occidente, tanto laico quanto “Cristiano”, su questo “Olocausto cristiano” a cui nessun pare abbia intenzione di porre fine. Analizzando lo scenario internazionale successivo all’undici settembre 2001 si evince come in ogni attacco della cosiddetta “coalizione nord atlantica” a rimetterci siano sempre stati i cristiani. Esempio ne è l’Iraq post Saddam, ove nella faida Sunnita – Sciita la concentrazione maggiore di attacchi si è verificata a danno dei cristiani e dei loro luoghi di culto, come se essi fossero basi da conquistare nella lotta tra i due schieramenti. L’occidente, e in special maniera l’Unione Europea, sembrano totalmente incapaci di far valere le loro ragioni d’essere, ovvero la difesa di ogni minoranza e la libertà dei popoli in qualsiasi luogo. Questo è il loro scopo dichiarato, eppure troppo spesso le loro azioni sembrano porsi in tutt’altra maniera. In tale scacchiere emerge, oltre a i classici persecutori islamici o appartenenti a regimi totalitari d’ispirazione marxista-leninista, anche la componente Indù.

Le aree a rischio sono i paesi islamici quali Somalia, Iraq, Afghanistan, Mali. Particolare crudeltà e ritualità nell’eccidio è stata dimostrata in Nigeria dalla cellula “Ansaru” di Boko Haram. Tant’è che Ahmad Salkida, l’unico ad avere un contatto diretto con il leader di Boko Haram, ha recentemente dichiarato che Ansaru “Non esiste affatto, è una mistificazione della realtà”. Ciò può far pensare ancor di più che dietro a quegli attacchi definiti esclusivamente religiosi si nascondano “affari” ben più grandi. Ad ogni modo, anche se ogni domenica i cristiani di Nigeria vengono trucidati, il sindaco Alemanno in Campidoglio non porrà mai uno striscione per fermare il loro martirio come con Sakineh. Altro luogo a rischio è l’India, ove il fondamentalismo Indù, in special modo nella regione dell’Oressa, miete ogni anno centinaia di morti innocenti.

Discorso a parte va fatto per paesi come la Corea del Nord e la Cina, ove la paura di organizzazioni religiose non dipendenti da comitati centrali ostacola la presenza del culto cristiano con ogni mezzo.Infine, con le “Primavere Arabe” e con la caduta dei regimi nel mondo nordafricano, la profonda ignoranza dei più e la sterile propaganda dei media occidentali hanno consegnato a cristiani morte e persecuzione. Stesso discorso vale per la Siria, ove il criticato regime controllato da Bashar al-Assad ha da sempre fatto da garante alle venti differenti confessioni religiose presenti sulla terra siriana, di fatto evitando di ripercorrere gli errori siriani e misfatti commessi in Libano. La prova di ciò che affermo è L’Egitto post Mubarak ove i Copti vengono attaccati mensilmente ed un tempo erano protetti dal regime.

Da questa analisi dell'”olocausto cristiano” si evince un mondo ancora incapace di dialogare. Un occidente che gioca la sua partita solo ed esclusivamente per far spazio a multinazionali e non per difendere la libertà di culto. Probabilmente l’errore dell’occidente non risiede nella poca forza d’azione, ma nella convinzione che l’annientamento di ogni differenza e religione sia la chiave di volta. Chiave di volta che ci fa adorare il dio denaro e dimenticare l’uomo e la sua essenza. Ma, come ha detto il vescovo Matteo Zuppi: “Se non ci fossero i martiri non ci sarebbe il Vangelo”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Se la Corea del Nord mette paura al mondo

Era atteso, in molti speravano non avvenisse mai; eppure Pyongyang alla fine ha effettuato con successo il suo terzo esperimento nucleare. E’ il primo test effettuato dal regime comunista nordcoreano da quando Kim Jong-un è a capo del paese. Un atto che apre molti scenari – alcuni realistici, altri meno – poiché nella questione coreana si nascondono ed intrecciano molti interessi delle super potenze mondiali. Dopo il tramonto dell’Unione Sovietica si possono definire superpotenze solo ed esclusivamente la Cina e gli Stati Uniti d’America. Quando si pensa ai test nucleari erroneamente si tende a credere, basandosi sull’esperienza delle bombe nucleari sganciate dagli Usa sul Giappone nel 1945, che essi siano sempre visibili. Invece, il test condotto dalla Corea del Nord è stato effettuato nel sottosuolo, tant’è che un terremoto artificiale di magnitudo 4.9 è stato registrato dal Servizio geologico degli Stati Uniti (USGS) con epicentro in un’area compatibile con quella di Punggye-ri, il sito dei test nucleari nel nordest del Paese. Come prevedibile e secondo la prassi, nelle ore successive al test effettuato dalla Corea del Nord si è svolta una “riunione d’urgenza” presso le Organizzazione delle Nazioni Unite.

I MOTIVI DELLA SFIDA AL MONDO – Oltre alle ragioni ideologiche viene naturale domandarsi cosa spinga la Corea del Nord a sfidare il mondo. In primo luogo, il recente cambio al vertice militare e politico, dovuto alla successione di Kim Jong-un al defunto padre Kim Jong-II, ha posto l’attuale leader nordcoreano nella condizione di dover dare un segnale di forza alla comunità internazionale e al suo esercito. Secondo molti analisti geopolitici e militari, infatti, da molto tempo si registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang. In secondo luogo, i due precedenti test nucleari effettuati dal 2006 in poi si sono rivelati un fallimento. Fallimento militare, tecnologico e politico. Da quei due test la Corea del Nord ricavò solo ed esclusivamente sanzioni internazionali, che hanno indebolito la più debole economia del mondo di stampo comunista. Ed è nelle sanzioni che risiede il terzo motivo della sfida al mondo: con il test nucleare Kim Jong-un vuole da un lato cercare di riaprire un tavolo internazionale e dall’altro bluffare sulle condizioni di apparente stabilità economica interna.

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA – Fin dal primo dopoguerra gli Stati Uniti d’America hanno imposto la loro presenza nell’area asiatica in funzione antisovietica. Non ci si scordi che a combattere la guerra in Corea furono gli stessi Stati Uniti d’America. Nell’ultimo lustro gli Stati Uniti si sono impegnati in ogni sede e in ogni modo a contrastare il regime di Pyongyang. Basti ricordare le parole dell’ex Presidente George W. Bush, che inserì la Corea del Nord tra i ‘paesi canaglia’. Da un lato gli USA agiscono attraverso la diplomazia con le sanzioni accordate in sede Onu, dall’altro con intelligence e azioni militari. In queste ultime ore si sta assistendo a manovre congiunte di USA e Corea del Sud nella regione coinvolta, alle quali dovrebbe aggiungersi il Giappone. Il Presidente Barack Obama ha definito il test come “altamente destabilizzante per la regione”. Immediatamente dopo il test, Obama ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Corea del Sud Lee Myung-bak per “consultarsi e coordinare la risposta” al test nucleare della Corea del Nord. Ora, come da più parti osservato, le sanzioni non hanno portato a risultati concreti e l’eccessiva attenzione degli Stati Uniti ai problemi mediorientali ha fatto sì che si perdesse l’interesse nell’opinione pubblica e presso il Congresso per un paese che, a differenza dell’Iran, realmente possiede la tecnologia per l’utilizzo di testate nucleari. Inoltre, bisogna tener conto della forza della Cina e della sfida lanciata da lungo tempo dagli USA per contrastare l’influenza nell’area del paese che fu di Mao Tse Tung. Ed è dalla Cina che dipendono i futuri equilibri della regione.

SE LA CINA SI STANCA – Xi Jinping, segretario da poco eletto del Partito Comunista Cinese e da Marzo Presidente della Repubblica Popolare, ha immediatamente condannato il test effettuato dall’alleato nordcoreano. I rapporti tra i due paesi da un biennio si stanno sempre più deteriorando. Eppure, per la Cina non è facile condurre la partita Nordcoreana. Da un lato, deve porre fine ai capricci del regime di Pyongyang; dall’altro, una possibile caduta dell’apparato militare al comando della Corea del Nord potrebbe far cadere tutta la penisola coreana sotto l’influenza statunitense. Per questo in molti, considerando la vicinanza geografica, la forza militare e dell’intelligence della Cina, prevedono nei prossimi anni un cambiamento ai vertici nordcoreani gestito sottotraccia da Pechino. Non furono gradite al Congresso del Partito Comunista Cinese le parole del leader Nord Coreano, che definiva “nemici” gli Stati Uniti d’America, e le troppe partite aperte in Asia non agevolano Pechino.

La soluzione al problema coreano va trovata prima che sia troppo tardi. Per la Cina e la sua influenza geopolitica. Per la Corea del Sud ed il Giappone. Per il loro diritto ad una coesistenza pacifica e per la stabilità dell’intero globo.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli