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L’unico disco dei Count Five


Qualche tempo fa parlando di Lester Bangs (se non sapete di chi sto parlando andate qua) facevo riferimento all’esistenza di una band garage, tutt’altro che imprescindibile, a cui Bangs dedicò un suo celebre essay dal nome “Psychotic Reaction and Carburator Dung”, che potete trovare in italiano all’interno di “Guida Ragionevole al frastuono più atroce”, antologia dei migliori articoli del giornalista edita da Minimum Fax.

La band in questione si chiama Count Five, e Bangs, pur scrivendo di loro qualche anno dopo il loro scioglimento, parla dei loro presunti dischi futuri (che in realtà non esistono), ma soprattutto esalta le qualità del loro unico album in nome di un approccio volgare, selvaggio che Bangs chiama punk, pur ammettendo candidamente la totale mancanza di talento e di originalità del gruppo di San José .

A me è ovviamente bastato un saggio di Lester Bangs per persuadermi ad ascoltare meno di mezz’ora di garage rock californiano. Va detto, per onestà intellettuale, che probabilmente chiunque sarebbe riuscito a convincermi.

L’album mi è piaciuto immediatamente. Non è sbagliato dire che non c’è assolutamente nulla che non si possa trovare in tantissimi album di quegli anni, eppure c’è un aspetto tutt’altro che trascurabile: il disco è fico. Forse se fossi un critico serio, uno di quei bolsi personaggi che bocciano tantissime band etichettandole come ‘minori’ (machevordì?), un po’ per sentito dire un po’ per comodità, ecco se fossi uno di questi probabilmente direi che “Psychotic Reaction (Doubleshot, 1966 – Akarma, 2002) e` pero` un album mediocre, come gran parte degli album di quella generazione” (Scaruffi).

Ora, a parte il fatto che gli album di quella generazione non sono affatto mediocri (e potremmo  discutere a lungo solo di questo), quello che Scaruffi e tanti altri non capiscono, perché sono aridi scribacchini con criteri inflessibili, che ragionano come se ci fosse una legge matematica per giudicare i dischi (anche se Scaruffi ogni tanto sembra dimostrare di  andare oltre le sue leggi matematiche), è che la bellezza di questi album sta proprio nella miriade di difetti che hanno. Ecco, se dovessi riassumere al massimo direi che Psychotic Reaction mi piace per tutti i motivi per cui non piace a tantissime altre persone. Il fatto che sia sciatto ma che punta a essere commerciale per i canoni dell’epoca è un meraviglioso esempio del fatto che tantissime cose belle vengono un po’ per caso. Immagino che Butch, Sean, Roy, Ken e Mouse avrebbero preferito essere più bravi a suonare i loro strumenti, che avranno pensato che un sacco di loro pezzi erano filler, e che forse fare uscire un album di 25 minuti con due cover degli Who non fosse il massimo (anche se all’epoca si facevano anche cose peggiori). Io sono convintissimo che se questo disco uscisse oggi a nome dei Black Lips venderebbe tantissime copie, e sarebbe acclamato a livello mondiale.

Il disco è – per usare un termine molto in voga – virale. Solo oggi, con il pretesto che avrei scritto l’articolo su di loro (cosa stabilita alle 17.30 circa di domenica), l’ho riascoltato sei volte. E’ questa un’altra qualità dell’album: puoi ascoltarlo quanto ti pare ma non scadrà mai con gli ascolti, magari prima o poi mi romperò le palle pure io (ma non credo) ma senz’altro non lo derubricherò mai ad opera ‘minore’.

Psychotic Reaction èun album eccitante, appassionato e appassionante che incarna molto bene quello che il garage era e dovrebbe sempre essere.


Luigi Costanzo – PoliRi(ri)tmi