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Alex Chilton – Electricity by Candlelight: NYC / 2/13/97

Knitting Factory, New York, Febbraio 1997. E’ appena saltata la corrente, e il concerto di Alex Chilton, frontman dei Big Star, non si potrà fare. Ed è questo il momento in cui la magia agisce. Qualcuno ha una chitarra acustica, qualcun altro un registratore, si accendono delle candele, e Alex Chilton – l’introverso, struggente e sfortunato eroe del power pop – si trasforma in un allegro cantante da campeggio, solo che è terribilmente bravo.

La magia si manifesta nella perfetta collaborazione fra diversi – si potrebbe pensare insignificanti – fattori. Chilton, la cui memoria per le canzoni è di per sé soprannaturale, inizia suonando due oscurissimi pezzi country: “Last Bouquet” di Clyde Owens (1959) e “Step Right This Way”, che Glen Sherley  registrò in prigione nel 1971. L’atmosfera è surreale (immaginatevi uno dei migliori songwriter di sempre seduto davanti a voi e illuminato da qualche candela tremolante), e il pubblico comincia a canticchiare, a ridere e ad emettere altri suoni non meglio identificati. Chilton continua con “Raining in my Heart” di Buddy Holly, “Girl from Ipanema” di Vinicio de Morales/Jobim, un paio di standard scritti da lui -gli unici brani originali del set- e la stupenda “Motel Blues” di Loudon Wainwright III (padre di Rufus), di cui già i Big Star fecero una cover. Da questo punto in poi tutto diventa sempre più assurdo ed elettrizzante: sui tre pezzi dei Beach Boys (“Wouldn’t it be Nice”, “Surfer Girl” e la gemma nascosta “Solar System”) che Chilton esegue, gli spettatori si uniscono a lui con cori magnificamente stonati e urla, tanto che ci si sente parte dell’uditorio. 

Non mancano momenti estremamente dissacratori, cosa che non ci si aspetterebbe dall’autore di canzoni come “Holocaust” e “September Gurls”, come quando, non ricordandosi una strofa di “A Case of You” di Joni Mitchell, la fa diventare una sorta di inno del Canada (con tutto il pubblico che a questo punto canta “oo Caanaada” in estasi), o quando termina il concerto con la classica “If I had a Hammer”, dicendo però “potato” al posto di “hammer”.


Eccola la magia: una serie di eventi imprevisti hanno trasformato quello che sarebbe probabilmente stato un ottimo concerto in un evento unico, denso di risa e stupore, che i partecipanti non scorderanno di certo, e che, grazie alla provvidenziale registrazione, possiamo ascoltare ora a 16 anni di distanza, diventando parte di quel gruppo di poche persone illuminate dalle candele.



Se vi piace questo album ascoltate:

SINGERS – Mount Eerie: l’atmosfera è simile, se non ancora più intima.

I tre album dei Big Star, ovviamente:

#1 Record – Big Star

Radio City – Big Star

Third/Sister Lovers – Big Star

Gianlorenzo Nardi – PoliRitmi

Roma Live: Atom in Rome

Sabato 9 Febbraio a Roma è andato in scena uno degli spettacoli di maggiore successo della recente programmazione romana: Atom in Rome. Nella stupenda cornice dell’Auditorium della Conciliazione ha preso vita uno showmonumentale con una band accompagnata da un coro (che poi erano tre cori insieme), una sezione di ottoni e un violoncello. La serata – come è facilmente presumibile se si ha un briciolo di cultura musicale – è incentrata sui Pink Floyd.  ‘La band suonerà interamente Atom Heart Mother, celebre capolavoro della band inglese’; da questa frase nasce per me il primo grande equivoco della serata. Sì, perché la band suonerà semplicemente la suite, non l’intero disco. Ovviamente l’avrei saputo se mi fossi informato, ma ovviamente non mi ero premurato di farlo. Ma andiamo per gradi.
Innanzi tutto, prima di partire a spron battuto con un’analisi dell’evento è necessaria una riflessione. E’ molto triste che uno degli eventi di punta della musica a Roma – almeno in termini di successo – sia un live di una cover band, seppur supportata da coro e orchestra, che rifà la musica di un gruppo di quarant’anni fa. E’ ancor più triste constatare come il pubblico sia drammaticamente ineducato a presenziare ad un concerto, esibendosi ad esempio in manifestazioni aberranti tipo ‘il clap fuori tempo durante qualsiasi pezzo che dia l’idea di permetterlo’. Datemi dello snob, ma è veramente triste, soprattutto se stiamo in un auditorium e non in uno stadio.
Lo show, ben organizzato, ha visto due fasi distinte: la prima, con la band sola, per la precisione i Pink Floyd Legend, che forse son celebri ma io non conoscevo, che ha eseguito alcuni pezzi dei Floyd, rigorosamente dagli anni ’70 in poi. E me pare pure giusto: chicazz’ era Syd Barrett? Mah… Una seconda, appunto con tutto l’ensamble al completo, vero momento di interesse dell’evento. La scaletta non si discosta troppo da quella che chiunque di voi potrebbe arrivare pensando ai pezzi più clamorosamente celebri dei Pink Floyd, ad eccezione di qualche sparuta sopresa. In termini di esecuzione il gruppo punta ovviamente alla massima fedeltà dei brani, e sinceramente non me la sento di muovergli critiche sui singoli passaggi, che sarebbero inutili e dannose. Criticabili invece sono le inutilissime interruzioni di un’attrice che con una certa cadenza era chiamata sul parlco per declamare alcuni testi ritenuti significativi, aspetto che più che impreziosire lo show ha spezzato il concerto, creando un calo di tensione ingiustificabile.
Forse dalle precedenti righe traspare che io possa essermi annoiato, o addirittura arrabbiato per la scarsa qualità della serata, ma in realtà non è esattamente così. Tutto sommato lo show è corso su binari divertenti, la band è stata assolutamente professionale nel riproporre brani che non ha scritto, ed effettivamente è stato interessante ascoltare certi pezzi con l’accompagnamento coro, il violoncello e gli ottoni. Aggiungo che c’è stato anche un momento che mi ha fatto irrigidire sulla sedia, Funky Dung, la parte corale di Atom Heart Mother con il suo caratteristico cantato ritimico ‘ra-pa-ti-ta- koo-koo-chaaa…’, veramente di notevole impatto…
Ma come ha giustamente chiosato un mio amico ‘Cioè questi qua gli hanno fatto la standing ovation… io glielo volevo dì che Roger Water suona il 28 Luglio’. Dategli torto.
Luigi Costanzo