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Il terzo segreto di Paul Haggis

Dopo una rapida ascesa nella Hollywood bene a metà della scorsa decade, la carriera di Paul Haggis sembra aver preso un altrettanto ripida parabola discendente verso un nemmeno troppo immeritato dimenticatoio. I più lo ricorderanno per Crash, il polpettone che gli fruttò un Oscar come miglior regista, ed è proprio a quei “fasti” che il cineasta cerca di rifarsi con il suo ultimo lavoro, Third Person, attualmente proiettato in molte sale romane.

Il richiamo alla sua più celebre pellicola avviene principalmente tramite la struttura narrativa del film, che si compone di tre storie apparentemente distinte ma sotterraneamente legate. La prima, ambientata a Parigi, racconta del turbolento rapporto tra uno scrittore in crisi e la sua giovane amante, la seconda vede una giovane newyorkese arrabattarsi per tenere insieme la sua vita mentre cerca di riconquistare il diritto di vedere il proprio figlio, mentre per la terza ci spostiamo a Roma, dove un maneggione americano si ritrova coinvolto da una fascinosa zingara in una vicenda a dir poco losca.

Se nel caso di Crash il collante che teneva insieme le varie vicende era geografico e tematico, con Third Person, al netto di audaci esegesi che la qualità della pellicola non incoraggia, bisogna aspettare i minuti finali per capire quale sia il fil rouge che collega i protagonisti e le loro disavventure. Haggis lascia diversi indizi sulla strada, ma questi hanno ben poco senso prima della risoluzione finale, e seppure questa conclusione mi sia risultata più soddisfacente di quanto apparirebbe se cercassi di raccontarla, resta il fatto che l’esperienza dello spettatore sarà in larghissima parte legata all’apprezzamento delle sottotrame ciascuna presa singolarmente.

É in questo senso che Third Person fallisce miserabilmente, rifilandoci un minestrone riscaldato che lascia largamente indifferenti, con occasionali punte di fastidio nei momenti in cui la pellicola si dà arie di profondo studio psicologico. Questi momenti sono in qualche misura un frutto inevitabile della struttura dell’intreccio, che volendo raccontare tre storie distinte, mette necessariamente lo spettatore nella posizione di pensare che ci sia un qualche punto di fuga tematico di grande importanza da ricercare nelle oltre due ore di proiezione. Crash questo punto di fuga lo forniva su un piatto d’argento in maniera piuttosto banale, e la solfa sui mille volti del razzismo era anche parte integrante della campagna promozionale, ma in Third Person tutto il marchingegno si rivela per il vuoto trucchetto che abbiamo sempre pensato fosse.

Private di questa promessa di significato, le storie ci si presentano come lacrimevoli perdite di tempo, che in nessun momento giustificano il pathos che vorrebbero trasmettere, e che spesso finiscono col ricadere in una farsa involontaria. Questo esito non è necessariamente nocivo, ma rappresenta un fallimento definitivo ed irredimibile per un polpettone di questo tipo.