Home / Tag Archives: crisi

Tag Archives: crisi

La crisi del teatro @ Teatro Anfitrione

Un dibattito sulla  profonda crisi economico – culturale che sta attraversando il mondo del teatro organizzato dalla Associazione Futura Ancislink il 2 marzo presso il teatro Anfitrione a Via di San Saba n. 24 – Roma

Interverrano Guglielmo Vaccaro, l’attore Sergio Ammirata, l’autrice Miriam Spera e Raffaella Celentano, direttrice della Sezione DOR della SIAE

Registrazione obbligatoria tramite email all’indirizzo futurancislink@gmail.com o con confermare della partecipazione sull’evento ufficiale.
Inoltre, per chi fosse interessato, al termine del dibattito sarà possibile assistere allo spettacolo dal titolo “Il Mascalzone e la Rompiballe ” con inizio alle ore 21.
Per informazioni, conferma della partecipazione all’evento e prenotazione dei biglietti dello spettacolo seguente ( € 10 c.) si può inviare un’email all’indirizzo futurancislink@gmail.com.

Economia Brasiliana – La festa è finita

Il duemilasedici è l’anno delle Olimpiadi Estive a Rio de Janeiro. Nelle prospettive dello scorso decennio sarebbe dovuto divenire l’anno della definitiva consacrazione del Brasile a potenza regionale dal respiro globale. Eppure, dopo la ubris progressista di Lula qualcosa è andato male. Si, perché la debolezza dei governi nel creare un valido impianto infrastrutturale e industriale ha rallentato il profilo di affidabilità del Paese più grande del Sud America. Inoltre, la debolezza nel contrasto ad alcune multinazionali, che si portano capitali, ma senza il rispetto di regole e soprattutto senza la costruzione di durature politiche industriali ed economiche non hanno reso una solida realtà il Paese verde oro. Ma, fattore determinante nella fine del sogno brasiliano e aver affidato il proprio futuro alla complementarietà alla Cina. Sì perché non appena il Dragone Cinese ha leggermente rallentato il proprio cammino, che resta vigoroso, il Brasile ha perso terreno poiché molta della sua fortuna è dipesa dalla dea cinese.

Così l’agenzia Stamdard & poor’s ha tagliato il rating sul Brasile a BB da BB+ con outlook negativo, riflesso del fatto che per l’agenzia di rating c’è oltre una probalità su tre di una ulteriore bocciatura. L’idea è che “le sfide economiche e politiche che il Brasile sta affrontando restano notevoli” tanto che S&P si aspetta “un processo di aggiustamento più prolungato, una correzione più lenta della sua politica fiscale così come un altro anno di forte contrazione economica”. L’agenzia stima che nel 2015 l’economia brasiliana si sia contratta del 3,6% e che nel 2016 subisca un altro -3% per poi vedere una ripresa della crescita in territorio positivo nel 2017.

“L’eredità delle decisioni prese nella prima amministrazione di Dilma Rousseff ha danneggiato l’umore imprenditoriale e le prospettive di investimento. Le incertezze e gli effetti contagio associati alle indagini sulla corruzione e al taglio degli investimenti nel colosso petrolifero nazionale Petrobras e nei suoi fornitori hanno spinto in negativo la crescita”, si legge nel rapporto. L’aggiornamento delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riportate dal World Economic Outlook, sono davvero una stangata per il Brasile, che è atteso ora in recessione del 3,5% quest’anno, dopo che la sua economia si sarebbe contratta del 3,8% lo scorso anno, mentre il pil non tornerebbe a salire nemmeno l’anno prossimo, restando stagnante. Rispetto alle precedenti previsioni di soli 3 mesi fa, si tratta di un notevole peggioramento, essendo stato allora stimato un calo del pil dell’1% per quest’anno e una crescita del 2,3% nel 2017.

L’aggiornamento delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riportate dal World Economic Outlook, sono davvero una stangata per il Brasile, che è atteso ora in recessione del 3,5% quest’anno, dopo che la sua economia si sarebbe contratta del 3,8% lo scorso anno, mentre il pil non tornerebbe a salire nemmeno l’anno prossimo, restando stagnante. Rispetto alle precedenti previsioni di soli 3 mesi fa, si tratta di un notevole peggioramento, essendo stato allora stimato un calo del pil dell’1% per quest’anno e una crescita del 2,3% nel 2017. Una bocciatura forte e netta per Dilma Roussef che da prima donna a guida del paese sta affrontando la doppia crisi globale. Molti dei problemi brasiliani restano ancora nella frammentazione e nell’incapacità di porsi.come in un’autonomia propendente a una piccola autarchia industriale e finanziaria senza contrarsi.

Il Brasile come l’intera economia mondiale è a un bivio dove o recupera coscienza di sé e cambia obiettivi riponendo le sue prospettive in una crescita sostenibile e a base umana oppure a breve il taglio non lo farà un’agenzia di rating, ma la storia.

Una nuova crisi è alle porte?

Siamo alle porte di una nuova crisi?

Non è facile affermarlo, ma molti degli elementi base sussistono. La locuzione crisi economica è usata comunemente in diversi contesti: come sinonimo di recessione, di deflazione o come caduta dei mercati finanziari. La mia intenzione è quella di non apparire come oracolo di una nuova stagione di pianti, ma i segnali che parlano dell’incombere di una nuova crisi globale sono numerosi. Durante l’ultimo ventennio i cicli economici si sono accorciati a causa di diversi fattori, quali la deregulation, la finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione degli scambi, e l’accelerazione del ciclo dell’industrie.

Le numerose correzioni al ribasso alle previsioni di crescita da parte delle principali organizzazioni internazionali per il 2016, rendono quest’ipotesi sempre meno concreta. Il principale driver della crescita globale è costituito da uno slancio del Prodotto interno lordo, specialmente negli Stati Uniti; ad oggi sembra rallentare. Inoltre, la mancanza di chiare risposte nel coordinamento da parte degli Istituti preposti al controllo e alla direzione della politica monetaria internazionale, ossia le Banche Centrali, rendono sterili qualsiasi tentativo delle singole di far ripartire i cicli di crescita in maniera sostenuta.

“Bisogna far presto, si deve riunire in tempi rapidissimi un tavolo internazionale su temi economici e politici. I drammi non sono i ribassi della borsa ma l’inquietudine generale di tutto il sistema economico”. Romano Prodi, una una conversazione con l’Agi, lancia l’allarme sull’economia. “Siamo in emergenza: rallenta la crescita, siamo di fronte alla crisi drammatica di alcuni grandi paesi e si prospettano svalutazioni competitive. Quando tutto è in subbuglio se non si arriva a una riunione di emergenza i rischi sono altissimi”. Un monito che come nel 2008 sta andando perso tra mille temi etici o di solidarietà che tolgono l’attenzione dal collante di sussistenza principale per famiglie e aziende ossia l’economia.

Il 2016 è iniziato nel peggiore dei modi per i mercati finanziari globali. Un esempio è dato dal prezzo degli idrocarburi il quale è sceso sotto i 28 dollari al barile per la prima volta dal 2003. Il Dragone Cinese dall’inizio dell’anno ha visto l’indice della borsa di Shanghai crollare del 15 per cento. In tal mondo, anche i mercati americani ed europei, resi nervosi dal prezzo del petrolio e dal crollo dei listini cinesi, hanno seguito la scia negativa, iniziando l’anno con performance preoccupanti.

I primi avvertimenti sono comparsi già alla fine dello scorso anno. In un articolo uscito il 27 dicembre sul Guardian, Larry Elliott, caporedattore economico del quotidiano britannico, aveva avvertito che il 2016 sarebbe stato un anno “vissuto pericolosamente.” Secondo il giornalista, anche se non ci sarà una nuova crisi globale nei prossimi 12 mesi, il 2016 sarà l’anno in cui si “nasconderanno le crepe e si cercherà di guadagnare tempo prima che riemergano di nuovo tutti i vecchi problemi.”

Se per il premier italiano e la stampa che gli fa seguito i temi sui quali discutere sono altri, per la mia persona “l’Italia potrebbe essere l’epicentro di una nuova crisi economica europea”. Infatti,il mercato finanziario italiano sembra soffrire di un ulteriore malattia che investe, in particolare, il settore bancario.

Di certo, però, non sono le sofferenze dei bilanci delle banche italiane, pari ad oltre 200 miliardi di euro, ma interamente coperte da accantonamenti per oltre 110 miliardi e dai valori a garanzia delle sofferenze, che possono spiegare la caduta delle quotazioni dei titoli bancari sul mercato di Milano; neanche la crisi dell’immobiliare, con una svalutazione intorno al 7%, non giustifica quello che sta accadendo. Bensì, tutto risiede nella governance di molti istituti di credito del centro Italia e nel non giustificabile adeguamento dei criteri di regolamentazione bancaria a quanto previsto da anni in sede europea ripetto al bail in ossia il salvataggio interno della banche. A ciò si aggiunge la mancata spensing review, una crescita sovrastimata che puntualmente delude le aspettative e un tasso di povertà e disoccupazione altissimi.

Per concludere gli elementi e non le variabili sono tutte pronte a far scoppiare la prossima crisi. E anche questa volta a pagare saranno gli ultimi. Ossia voi. Voi che siete troppo impegnati in dibattiti su temi etici e poco attenti alla vita quotidiana e alla sua sussistenza. Che i poveri piangano ancora per la loro mancanza di ribellione. D’altronde mercanti e sindacati sul banchetto trattano assieme.

Non ci sono più soldi: salvate la musica (da se stessa)

Da dieci anni ripetiamo che no, i dischi non si vendono più. Non si vendono i cd, e fin qui ci siamo. Si vendono poco i formati-nostalgia, cioè vinili e cassette, che sono in revival ma rimangono un fenomeno di nicchia. Non si vendono i file, e Apple sta correndo ai ripari. Il pubblico paga (o non paga, preferibilmente) per servizi in abbonamento, o scarica, o ascolta on demand da YouTube. Questa, perlomeno, è l’impressione generale sul consumo di musica. Vera negli USA, che sono non solo il primo mercato ma anche il più internazionale. Vera anche in Italia, che è al centro del mondo per l’uso di smartphone. Non così tanto in altri grossi mercati internazionali: Germania e Giappone mostrano un’affezione al prodotto fisico che non conosce calo, mentre la Cina fa da contraltare perché lì non si concepisce proprio come si possa pagare per la musica.

Il trend globalmente rimane quello, e la musica intesa come contenuto si trova in mezzo. Gli artisti si lamentano dei pochi ricavi dallo streaming. L’idea che sia tutta promozione per i live semplicemente non regge. Vero è che i concerti sono il boom più significativo degli ultimi anni. Ma è anche vero che la situazione attuale dei live è a un punto cruciale. Io la definisco una bolla, forse ingenerosamente; di sicuro il rapporto prezzi dei biglietti contro spettacolo offerto non è entusiasmante, al momento. Ora come ora una band punta a dissanguare i fan più fedeli e ad ignorare quelli che stanno nel mezzo. Normalmente nel business si fa il contrario, cioè si premiano i clienti fedeli e si cerca di raggiungere nuove fasce. Nella musica non c’è un passaggio controllato dall’ascolto della canzone gratis al concerto da 40 euro – nel migliore dei casi – per novanta minuti di scaletta. E davvero, gli artisti che offrono uno spettacolo memorabile dal vivo sono pochi.

Aggiungiamo a questa possibile crisi di prezzi una tendenza a portare il concerto online. Per ora lo stiamo vedendo in contesti free e promozionali, su piattaforme come Meerkat (o il suo cugino snob Periscope). Che ruolo può avere un luogo virtuale ad imitazione di Netflix dedicato ai concerti? Per ora è fantascienza, e ci riporterebbe comunque ai famosi dieci euro al mese da ripartire tra artisti, discografici, autori, editori, produttori, manager e forse dimentico anche qualcuno. Porterebbe, oltretutto, ad un calo dei prezzi dei biglietti, oppure a concerti pensati come esperienza per i fan più dedicati, ignorando totalmente quelli che non vivono al 100% per un artista. Ma manca, alla musica, questa capacità di far sentire il consumatore (non giriamo attorno alle parole) speciale.

E dunque, la via d’uscita per i musicisti? Potrebbe essere la pubblicità. Dico potrebbe, perché troppo spesso si chiede il supporto degli advertiser per curare ogni modello di business che si dimentica dei ricavi. E non si può chiedere a chi produce e vende di finanziare chi produce ma non vende. Però il potenziale pubblicitario della musica è enorme, ed è terra vergine. Non si può sopravvivere di spot su YouTube, senza parlare della gestione assurda della pubblicità su Spotify. Un rapporto diretto tra artisti e brand può essere la soluzione ad un problema economico che trova pochi altri sbocchi. Abbiamo visto casi isolati di band lanciate da campagne pubblicitarie – ad esempio gli Asteroid Galaxy Tour con Heineken. E stiamo vedendo musiche tagliate e ri-editate per condividere una visione artistica, come Power di Kanye West per Invictus di Paco Rabanne. Conosciamo in Italia il fenomeno della hit estiva lanciata dalle pubblicità di telefonia, prima che i budget venissero dirottati su star della comicità.

musica

Può esistere un ecosistema vivo, costante, fluido in cui la pubblicità interagisce con la musica ed entrambe ne escono valorizzate? Dipende da una serie di fattori, e non tutti possono essere risolti con semplicità. La questione più immediata è burocratica, perché manca una legislazione internazionale accettata e condivisa sul licensing e sul pagamento dei diritti di autori ed editori. Poi c’è la gestione dei diritti d’immagine dei musicisti, che è un settore trattato con troppa immaturità dagli stessi addetti ai lavori e lasciato fondamentalmente a spinte individuali di artisti sensibili. E c’è una problematica culturale pesante: la disaffezione del pubblico all’idea stessa di pubblicità. Qualche numero? 140 milioni di utenti usano software per non vedere gli ad quando navigano. In questi 140 milioni c’è il 41% del pubblico tra i 18 e i 29 anni, e la fascia tra i 12 e i 18 anni, che è cruciale per la sopravvivenza del mercato musicale, segue con dati simili. Aggiungiamoci che metà dei ricavi pubblicitari globali sono di Google, e quindi vanno di pari passo con l’idea di dati raccolti, estratti e utilizzati per vendere prodotti.

Superare la diffidenza del pubblico nei confronti della pubblicità è la grande sfida del mondo dell’intrattenimento. La musica può aiutare a proporre una comunicazione che non sia imposta all’utente, ma sia accompagnata a contenuti che l’utente cerca e apprezza. Certo, torniamo al discorso in apertura: dobbiamo rinunciare a vendere la musica, proporre un ambiente in cui l’accesso è gratuito e istantaneo, e cercare guadagni altrove? Oppure cavalcare l’onda e allo stesso tempo proporre una controtendenza, insistere sul prodotto fisico come oggetto desiderabile, lavorare su parolacce americane come packaging e merchandising? Il mondo della musica ha già messo tutte le fiches su un numero solo in passato, e non è andata bene. Allo stesso tempo, diversificare richiede uno stravolgimento di tutto ciò che c’è attorno alla canzone e all’artista, inventando professionalità e adattandole ad un mondo complesso.

Sembrerà banale, ma non esiste una via per salvare la musica da se stessa. Non è più possibile abbracciare gli angeli delle corporation che si inventano il Walkman o iTunes e tengono un intero mercato a galla. La televisione ha la sua crisi da affrontare e la radio sopravvive perché è low cost. Non c’è possibilità di un supporto “killer” come l’iPod, perché tra Apple Watch, Microsoft HoloLens e Google Glass stiamo già superando lo smartphone per arrivare davvero ad oggetti che racchiudano tutta la nostra esperienza di intrattenimento. E la musica è online. Gratis. L’unica strada è la professionalità – non solo quella tradizionale, della composizione, della produzione, del talent scouting; ma quella della moda, del design dei prodotti, di una pubblicità che offra all’utente un contenuto ancor prima di chiedere qualcosa in cambio.

Contro i pensatori prêt-à-porter

Da misero studente di filosofia, quello che ho imparato in questi anni è che i veri pensatori non appaiono sui giornali o nelle trasmissioni televisive (o perlomeno non così spesso). Insegnano, scrivono libri e vengono probabilmente mal pagati. Il filosofo, nel bene e nel male, ha sempre attratto in un modo o nell’altro la folla: pensiamo ai Sofisti e a Socrate nell’Atene dell’antichità, Heidegger e Schmitt sull’immaginario nazionalsocialista e Sartre sui giovani francesi del sessantotto.

Oggi li vediamo invitati nei programmi di approfondimento o di politica per parlare dell’argomento dell’istante; se riescono a parlare con perizia della questione, senza risultare goffi, probabilmente non si interessano più di filosofia (in primis Cacciari).

Finendo infine con il punto più basso della lunga catena discendente della volgarizzazione filosofica: Slavoj Žižek da Fabio Fazio, il primo Dicembre a Che tempo che fa. Avrei potuto benissimo scegliere qualcun’altro, ma è l’esempio indicato il più rappresentativo della categoria. Sicuramente verrà fatta pubblicità gratuita ai suoi libri da rivoluzionario in poltrona, ma almeno si avrà anche lo sfizio di dire come stanno le cose.

Slavoj Žižek, come molti “filosofi” alla moda, presenta un sistema (se così possiamo chiamarlo) facile da digerire, pronto all’uso da parte degli hipsters ben pensanti. Non ha complessità. È un semplice urlare al capitalista, ben comprensibile da tutti e assimilabile senza la fatica di ragionare troppo, alimentando quello stereotipo molto comodo del borghese e del sottomesso, riproponendo dunque una versione pop da applausi della dialettica servo-padrone (che fa immancabilmente share). Se poi nascondiamo tutta questa riproposizione, piuttosto forzata (e per certi versi anti-storica) del pensiero hegeliano e marxista, dietro a un linguaggio appositamente allucinato per dimostrare un retrogusto avantgarde e mascherare la povertà di pensiero, ecco allora prospettarsi l’archetipo del Borat della filosofia che infesta i talk show serali (come scherzò Decca Aitkenhead sul Guardian qualche anno fa).

Basta spararla più grossa possibile con saccenza (“L’umanità è OK, ma il 99% delle persone sono idioti noiosi”) e vanità, mischiando un po’ di cinematografia se necessario, per andare da Fazio o alla Columbia University ed essere considerati pensatori seri, senza l’obbligo di passare anni d’inferno per un Ph.D.

La figura del filosofo prêt-à-porter ha successo perché solo di nome le sue idee appaiono eleganti, facilmente indossabili come una borsa di Prada, facendo così bella figura nei salotti e agli aperitivi al bar. Poco importa che siano i vaneggiamenti di Žižek o la solita solfa sulla crisi etica contemporanea: riflettere seriamente su concetti come la laicità, il che cosa sia la verità o la giustizia è eccessivamente faticoso per lo spettatore medio; preferisce farselo dire dal pensatore alla moda di turno, il cui aprir bocca è legittimato dal semplice fatto che è stato invitato da un certo conduttore a una certa trasmissione.

La televisione non ha bisogno di persone che pensano, quanto di faziosi e di Elvis da studio. Il problema è che confondiamo Elvis con qualcos’altro, senza fermarci a riflettere su cosa stia dicendo.

Poi ci sorprendiamo se non c’è più progresso in filosofia (sempre se di progresso possiamo parlare).

Droga e prostituzione in Grecia: l’altra faccia della crisi economica

Il 2013 è il quinto anno di crisi economica per la Grecia, Paese che non sembra in alcun modo in procinto di risollevarsi dalla grande depressione che l’ha afflitto. La disoccupazione giovanile è ora superiore al 60%. Sono sempre di più gli uomini e le donne che per guadagnarsi da vivere ricorrono alla prostituzione, vendendosi per pochi spiccioli.

Secondo le statistiche del National Centre for Social Research, il numero di individui coinvolti nel commercio sessuale è aumentato del 150% soltanto negli ultimi due anni. Molte prostitute greche sono minorenni. I prezzi per i quali queste giovani donne si offrono non superano i quindici euro, affinché i clienti, anch’essi segnati dalla profonda crisi, possano permettersi i loro servizi. Il sesso non protetto ha un valore aggiunto, il che porta a un notevole aumento di malattie veneree. Inutile dire che, in un panorama di tale degrado, si è verificata una crescita di stupri e violenze nelle strade di Atene. Ed ecco, allora, che per dare un temporaneo, fittizio sollievo alle proprie anime in pena, i greci ricorrono alla droga. Un preoccupante fenomeno è la diffusione della “shisha”, un particolare tipo di metanfetamina, conosciuta come la cocaina dei poveri e composta da un letale mix di barbiturici, alcool e acidi.

La maggior parte delle volte, la shisha, il cui costo varia dai tre ai quattro euro, è assunta tramite iniezioni: ne consegue un aumento del 50% di casi di H.I.V. in Grecia, solamente nel giro di un anno. Ad aggravare la già tragica situazione, il governo greco non può permettersi di finanziare programmi sanitari o di assistenza sociale, a causa del regime di austerità attuato per ripagare centinaia di bilioni di euro di debiti. Il problema di droga e prostituzione è dunque di competenza della polizia locale. Arrestare le prostitute è sì una maniera per tenerle momentaneamente lontane dalle droghe di cui abusano, ma è anche un modo per isolarle mondo esterno, in cui, se fortunate, potrebbero trovare aiuti e assistenza. L’esempio della Grecia mostra le implicazioni di una crisi economica dalla quale non c’è via d’uscita. Il debito con la Banca Centrale Europea sta sfasciando non soltanto l’economia del Paese, ma anche la sua dimensione sociale e morale. Come spesso accade, la crisi economica è fonte di un’ancor più ingente crisi di valori.

Quale soluzione, dunque, per la Grecia? Per limitare i danni di questo sfacelo, la Grecia dovrebbe forse uscire dall’Euro. Lo sviluppo di nuove droghe e la diffusione della prostituzione spaventano gli Europei. La paura maggiore è che il “modello” greco sia precursore di una simile crisi in altri Paesi affetti da enormi debiti, come la Spagna. Più dell’aiuto economico, la Grecia necessita ora di un supporto umanitario, che affianchi la popolazione più giovane e la spinga a cercare conforto in metodi alternativi alla droga e ad avere più rispetto per se stessa.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Caso Cipro: una crisi economica ed etica che minaccia l’Europa

2013. Un anno iniziato con numerose incertezze, per l’Italia come per molti altri Paesi del mondo. La crisi economica continua a mietere vittime, talvolta innocenti e ignare. E’ il caso di Cipro, Paese sino ad ora marginale dell’Eurozona, che per fronteggiare l’ingente debito pubblico ha scelto di adottare alquanto drastiche misure. Al fine di ottenere il supporto economico dell’UE, il governo cipriota ha proposto d’imporre una tassa sui conti dei privati cittadini, con un’aliquota variante dal 6,75% al 9,9%. In cambio, ai risparmiatori danneggiati sarebbe assegnato un esiguo pacchetto azionario delle banche.

Nei giorni scorsi, la notizia ha gettato scompiglio nel panorama finanziario dell’Europa, creando notevoli ribassi nelle Borse. Un rilevante accento è stato posto sulla decisione di tassare anche i patrimoni inferiori ai centomila euro. I risparmiatori più poveri si troverebbero costretti a pagare un’aliquota (6,75%) proporzionalmente maggiore a quella erogata dei più ricchi (9,9%). Si aggiunga a tale fatto che il ceto medio-basso tende a conservare la maggior parte del proprio patrimonio all’interno della banca, mentre i più abbienti hanno la possibilità di investire altrove i propri risparmi: ergo, gli averi di questi ultimi verrebbero assai inferiormente danneggiati. Una spiegazione a questa scelta del governo di Nicosia potrebbe risiedere nel fatto che Cipro sia ben nota come paradiso fiscale dei magnati russi e non voglia intaccare questo suo stato attuale.

Gli analisti delle più importanti banche del mondo, come Morgan Stanley e Goldman Sachs, hanno espresso grandi perplessità sulle conseguenze che la tassa forzata imposta da Cipro potrebbe avere sul resto dell’Eurozona. La fede che gli europei ripongono nel sistema finanziario è già stata messa a dura prova negli scorsi anni di crisi e il caso di Cipro potrebbe creare un pericoloso precedente, minando i fondamentali diritti di proprietà, come riportato da Lars Seier Christensen, CEO di Saxo Bank. Inoltre, si rischia un “effetto-contagio”, che porterebbe in un futuro prossimo Paesi come la Spagna ad affrontare la medesima situazione.

Di parere differente sono gli esperti di Chevreaux e il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, che sostengono che la crisi di Cipro sia destinata a rimanere un caso isolato. Nielsen afferma che ciò sia dovuto all’unicità del sistema bancario di Cipro, in cui quasi la metà dei depositi appartiene a stranieri ed è giunta nell’isola grazie a deboli leggi anti-riciclaggio e scarse regole fiscali. In seguito a tali tumulti e alla reazione negativa dei mercati, ma soprattutto a causa dello scontento interno, il Parlamento di Nicosia ha bocciato il piano di salvataggio cipriota, il 19 Marzo.

Iniziano ora nuove negoziazioni tra Cipro e l’Eurogruppo, per sancire i termini di un nuovo piano di aiuto all’isola. La mancanza di struttura dei provvedimenti proposti per far fronte alla crisi di Cipro potrebbe causare sviluppi negativi per il resto dell’Eurozona. Non si parla più soltanto di sfiducia da parte dei cittadini, bensì dello scetticismo che i mercati internazionali potrebbero manifestare nei confronti dell’UE qualora si scateni un futuro crollo economico.

L’UE rischia dunque di essere afflitta da una crisi che si spinga oltre la sfera economica e finanziaria e che ponga in primo piano una leadership instabile. Il caso di Cipro è, infatti, emblema di una carenza di attenzione, organizzazione nel gestire uno stato di emergenza e solidarietà infra-statale e internazionale.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Chi è Hobbes? Realismo e identità politica.

Si tende spesso a valutare la figura di Thomas Hobbes come quella di un conservatore arcigno e poco incline al rinnovamento politico. Credo che questa valutazione sia poco felice. In effetti la violenta legittimazione delle monarchie assolute che troviamo nel Leviatano, pone Hobbes su una linea di continuità rispetto alla visione del sovrano in voga nell’Europa della seconda metà del ‘600. Insistere troppo su questo punto, tuttavia, porta ad ignorare i riferimenti critici e le stoccate polemiche che, con forza, Hobbes sferra alla tradizione costituzionalistica inglese.


É un dato di fatto che l’Inghilterra sia sempre stata una grande anticipatrice dei tempi. Già a partite dalla Magna Charta del 1215, lo statuto politico inglese prevedeva degli embrionali meccanismi di limitazione del potere. Tali meccanismi andarono gradualmente perfezionandosi, fino a strutturarsi assumendo la forma di una vera e propria tripartizione del potere politico. Si è soliti individuare in Montesquieu, autore dello Spirito delle leggi, il padre della divisione del potere in legislativo, esecutivo, giudiziario. Questo meccanismo, colonna portante della teoria politica liberale, garantisce al cittadino la consapevolezza che il potere statuale venga sempre amministrato mediante un sistema di pesi e contrappesiche, di fatto, impedisce il presentarsi di forme di autoritarismo.

Torniamo a noi. Dicevo, si è soliti attribuire tutto il merito del meccanismo di pesi e contrappesi a Montesquieu. Senza voler togliere a quest’ultimo alcun merito, mi sento però di evidenziare come forme di divisione del potere statuale fossero in vigore già nell’Inghilterra del XVII secolo. Non è un caso che l’autore dello Spirito delle leggi giunse alla piena teorizzazione della divisione dei poteri proprio dopo un viaggio in Inghilterra, già da tempo caratterizzata dalla cosiddetta forma di governo del King-in-Parliament.

Tale sistema politico attribuiva al re il potere esecutivo e di nomina; alla Camera dei Lord il potere giudiziario; alla Camera dei Comuni la delega alla politica fiscale e la facoltà di chiedere la destituzione del sovrano (impeachment). La funziona amministrativa era poi esercitata congiuntamente da queste tre istituzioni. Si vede bene con Montesquieu si fosse decisamente ispirato a tale modello costituzionale nella stesura dello Spirito delle leggi.

Veniamo a Hobbes. In che senso ho detto, in apertura, che una valutazione di Hobbes come mero conservatore sia infelice? Nel senso che Hobbes va radicalmente contro tutto ciò. Dopo la Guerra civile inglese, iniziata nel 1642 e conclusasi nel 1649 con la decapitazione di Carlo I Stuart, il Nostro si era definitivamente convinto di come qualsiasi forma di divisione del potere politico fosse un elemento di destabilizzazione della società. In effetti, la guerra civile vide proprio uno scontro tra il monarca e la borghesia puritana, ben rappresentata nella Camera dei comuni. Come conseguenza di ciò, Hobbes scelse di dedicare al tema dell’unità del potere politico un capitolo del suo Leviatano, il XVIII.

In tal senso Hobbes può essere interpretato in due modi:

(a)  Come un fautore del conservatorismo, in quanto difensore delle istanze del sovrano assoluto;

(b)  Come autore contro-corrente, in quanto avversario di secoli di tradizione politica (!).

Questa equivocità si riscontra anche in altri casi.

Durante la Restaurazione, che portò nuovamente al potere gli Stuart con Carlo II (1660), furono gli esponenti del partito Whigs, di solito classificati come “proto-progressisti”, a farsi difensori della tradizione. I conservatori, invece preoccupati da un possibile ritorno di fiamma della guerra civile, fecero di tutto per osteggiare la forma di governo del King-in-Parliament, dimostrando un certo “riformismo”, potremmo dire.

È una bella inversione dei ruoli, no? Progressisti che difendono la tradizione, conservatori che la osteggiano.

Non prendetemi troppo sul serio, ma io vedo in questo ribaltamento di ruoli la prova di una mia (banale) idea: che le categorizzazioni politiche siano un lusso dei tempi più felici. In epoche di crisi (come quelli della Guerra civile inglese, prologo ed epilogo inclusi) è il realismo a prevalere. I confini delle classificazioni diventano mutevoli e vengono tracciati non più dall’Ideologia, ma dalle convenienze, dai rapporti di forza.

Anche quella in cui viviamo è un’epoca di crisi. Ho la sensazione che la liquefazione dell’identità dei partiti politici alla quale stiamo, in tempi recenti, assistendo, sia una dinamica non nuova.

Giulio Valerio Sansone