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Filosofi e credenti. Possibile?

Il dibattito fra fede e ragione è qualcosa di spinoso e al tempo stesso attuale, che grandi menti del passato si sono portate dietro per moltissimo tempo. Nonostante sia divenuto anch’esso membro di quella vaga categoria di argomenti (insieme al femminismo, alla questione del fine vita, ecc.) trasformati in banalità e in schemi preconcetti dal senso comune e dal modo approssimativo in cui l’informazione affronta certi temi. È difficile, in poche parole, parlare di ciò senza scadere nell’ovvietà o in una certa contrapposizione ideologica. Ma è possibile evitando innanzitutto di incominciare il nostro discorso con le solite constatazioni che “filosofia e religione abbiano un legame piuttosto antico”, “che sia stato uno degli oggetti privilegiati della filosofia” oppure citando i classici Tommaso D’Aquino e Soren Kierkegaard.

Più che altro, il desiderio è quello di riproporre il problema su dei binari meno astratti e più personali: come può essere, da una prospettiva etica e di vita vissuta, che un filosofo riesca a conciliare nel suo modo di vivere la ragione e la propria professione di fede? Si potrebbe riproporre lo stesso interrogativo anche dall’ottica dello scienziato, che in fondo ha in comune con il filosofo l’uso della razionalità. Trattandosi di un dato esistenziale, la forma migliore con cui descriverlo è per l’appunto la testimonianza nell’accezione di Sant’Agostino, che nelle Confessioni racconta la propria esperienza religiosa. Tre furono i filosofi che nella storia contemporanea divennero famosi per la propria devozione religiosa: Saul Kripke, Hilary Putnam e Michael Dummett.

Saul Kripke
Saul Kripke

Il primo, Saul Kripke è ebreo ortodosso, famoso per il suo libro Nome e necessità. In un’intervista del 2001 a David Boles, dichiarò:

 I don’t have the prejudices many have today, I don’t believe in a naturalist world view. I don’t base my thinking on prejudices or a world view and do not believe in materialism.

(Non ho i pregiudizi che molti hanno oggi, non credo in una visione naturalistica del mondo. Non baso il mio raziocinare sui pregiudizi o su una visione del mondo e non credo nel materialismo.)

Ma Kripke non divenne famoso solo per i suoi meriti accademici, bensì anche per le sue stravaganze: sempre nel 2001 vinse il Premio Schock (famoso riconoscimento nel campo della filosofia e della logica) a Stoccolma, ma trattandosi di un sabato non poteva muoversi. Infatti, gli ebrei ortodossi non possono viaggiare in questo giorno, ma gli è solitamente concesso il lavare una parte del proprio corpo. Così Kripke ordinò che fosse disposta una bacinella in un Taxi e si lavò durante il viaggio. Nel Talmud per l’appunto non sono indicate le specifiche condizioni in cui ci si possa lavare! Così rimase coerente con la propria fede.

Un altro esempio è quello di Hilary Putnam, grande epistemologo e filosofo della scienza. Inizialmente ateo e membro del Partito

Hilary Putnam
Hilary Putnam

Comunista Americano, si riconvertì all’ebraismo e ricevette il suo Bar Mitzvah nel 1994, nel momento in cui lui e la moglie dovettero decidere in qual modo crescere i propri figli e con quale identità.

I’m occasionally a Jewish philosopher. I started as a mathematician and a philosopher of science. I started writing about ethics because I thought that the available arguments were terrible… I always had religious feelings, but I wasn’t involved in Judaism until my son said, “I want to have a bar mitzvah!”

(Sono occasionalmente un filosofo ebraico. Iniziai come matematico e come filosofo della scienza. Cominciai a scrivere di etica perché pensavo che gli argomenti disponibili erano di scarsa qualità… Ebbi sempre sentimenti religiosi, ma non fui mai coinvolto nel Giudaismo finché mio figlio disse, “Io voglio avere un bar mitzvah!”)

L’ebraismo è uno dei cardini del suo pensiero: ha pubblicato nel 2008 Filosofia ebraica, una guida di vita. Rosenzweig, Buber, Levinas, Wittgenstein in cui si interroga sul come il pensiero filosofico scaturito dalla tradizione ebraica illumini le nostre vite; riguardo a tale libro disse, esprimendo una precisa idea di spiritualità:

In my spirituality, I visualize God as a person. It’s not that I believe God is a person. I think, what would an ideally wise, ideally good person — and maybe with a little bit of a sense of humor — want me to do? That is the central spiritual experience. Okay, do you believe God has a mind? No, of course not. To see that God is a half-truth. We construct God in response to demands we don’tmake. I don’t have a philosophical theory of metaphysics to account for that. All these religious existentialists have a sense of encounters, the spiritual encounter which is life-transforming.

(Nella mia spiritualità, io vedo Dio come una persona. Non che creda in Dio come persona. Io penso, che sarebbe idealmente un saggio, una persona idealmente buona – e forse con un po’ di senso dello humor – che cosa volete? Questo è il fulcro dell’esperienza religiosa. Okay, credete che Dio abbia una mente? No, certo che no. È vedere Dio come una mezza verità. Noi costruiamo Dio in risposta a ciò che non possiamo fare. Non ho una dottrina metafisica per dare ragione di questo. Tutti questi esistenzialisti religiosi hanno il senso dell’incontro, l’incontro che ti cambia la vita.)

Michael Dummett
Michael Dummett

Ultimo, ma non meno importante, è Michael Dummett. Filosofo del linguaggio e della matematica e uno dei principali interpreti di Frege e Wittgenstein, distinto per il proprio impegno in favore degli immigrati, per la sua famosissima passione per i giochi di carte, ma soprattutto per la propria fede cattolica: «Ho celebrato il mio settantacinquesimo compleanno. Rimango cattolico, e spero di morire tale». Nell’autobiografia contenuta nel volume in suo onore The Philosophy of Michael Dummett (nella collana Library of Living Philosophers), scrisse del suo rapporto con la religione (p. 5-6):

My doubts have always been global rather than local; my reasons for believing in God are philosophical rather than affective; they can suddenly strike me as unconvincing. […] But most usually my doubts have been engendered by what troubles everyone: can a world in which such suffering occurs be one made by a God who is said to love? […] I have no answer to these questions; they trouble me continually. It has been only sporadically, and not for a long time now, that they have overwhelmed me and prevented me for a period from being a whole-hearted believer. When the period has ended and my faith in God has been restored, it has not been because I have found the answers, but because I have become able to live with the agony of not knowing them, confident that they are to be found.

(I miei dubbi sono stati sempre globali, piuttosto che locali; le mie motivazioni per credere in Dio sono filosofiche piuttosto che affettive; potrebbero improvvisamente colpirmi come poco convincenti. […] Ma solitamente la maggior parte dei miei dubbi sono stati generati da ciò che preoccupa ognuno: può un mondo in cui una tale sofferenza si presenta essere creato da un Dio il quale si dice che ami? […] Non ho alcuna risposta a queste domande; mi tormentano continuamente. È stato solo in modo sporadico, e non da lungo tempo da ormai, che mi hanno sovrastato e mi hanno impedito per un certo periodo di essere un credente accorato. Quando il periodo fu finito e la mia fede in Dio fu ristabilita, non fu perché trovai delle risposte, ma perché divenni capace di vivere con l’agonia di non conoscerle, sicuro che ci siano da trovare.)

Concludendo: il tentativo qui non è stato quello di delineare un accordo nella conflittualità tra fede e ragione, quanto di vedere come la fede arricchisca le vite di uomini che hanno votato la propria vita alla ragione. Di come essa rischiari il cammino intellettuale, invece di ostacolarlo. Non che la religione abbia sempre questo volto, gli estremismi e gli oscurantismi esistono tutt’oggi. Ma che essa possa aggiungere ciò che l’intelletto non può raggiungere da solo, questo si. Viceversa si può relegare in secondo piano la fede all’interno della ricerca umana e intellettuale come alcuni vorrebbero?

Il nuovo Martirio dei Cristiani

Si avvicina come ogni anno la Pasqua dei cristiani. Essa nella sua millenaria ritualità riporta alla luce il martirio di Gesù di Nazaret. E’ in questo momento della vita di Gesù di Nazaret e nel suo “martirio” che si concentra e si basa la religione cristiana. Scopo di questa rubrica e di Polinice non è assolutamente parlare di religione; eppure in quest’ultimo anno non si può che notare il continuare nel mondo della strage dei Crisitiani. Sì, perchè se si calcola che negli ultimi mesi sono stati uccisi, per motivazioni religiose e politiche, più di 105.000 aderenti al Cristianesimo, allora ci si renderà facilmente che di fronte a tale martirio ci sono ragioni ben più grandi del semplice odio religioso. Infatti, da sempre le religioni vengono utilizzate da nazioni e potenti per celare moventi politici ed economici di maggior rilievo. Essi utilizzano il fanatismo per i lori fini e le loro strategie.

Un morto ogni cinque minuti dovrebbe far fermare a riflettere l’occidente, tanto laico quanto “Cristiano”, su questo “Olocausto cristiano” a cui nessun pare abbia intenzione di porre fine. Analizzando lo scenario internazionale successivo all’undici settembre 2001 si evince come in ogni attacco della cosiddetta “coalizione nord atlantica” a rimetterci siano sempre stati i cristiani. Esempio ne è l’Iraq post Saddam, ove nella faida Sunnita – Sciita la concentrazione maggiore di attacchi si è verificata a danno dei cristiani e dei loro luoghi di culto, come se essi fossero basi da conquistare nella lotta tra i due schieramenti. L’occidente, e in special maniera l’Unione Europea, sembrano totalmente incapaci di far valere le loro ragioni d’essere, ovvero la difesa di ogni minoranza e la libertà dei popoli in qualsiasi luogo. Questo è il loro scopo dichiarato, eppure troppo spesso le loro azioni sembrano porsi in tutt’altra maniera. In tale scacchiere emerge, oltre a i classici persecutori islamici o appartenenti a regimi totalitari d’ispirazione marxista-leninista, anche la componente Indù.

Le aree a rischio sono i paesi islamici quali Somalia, Iraq, Afghanistan, Mali. Particolare crudeltà e ritualità nell’eccidio è stata dimostrata in Nigeria dalla cellula “Ansaru” di Boko Haram. Tant’è che Ahmad Salkida, l’unico ad avere un contatto diretto con il leader di Boko Haram, ha recentemente dichiarato che Ansaru “Non esiste affatto, è una mistificazione della realtà”. Ciò può far pensare ancor di più che dietro a quegli attacchi definiti esclusivamente religiosi si nascondano “affari” ben più grandi. Ad ogni modo, anche se ogni domenica i cristiani di Nigeria vengono trucidati, il sindaco Alemanno in Campidoglio non porrà mai uno striscione per fermare il loro martirio come con Sakineh. Altro luogo a rischio è l’India, ove il fondamentalismo Indù, in special modo nella regione dell’Oressa, miete ogni anno centinaia di morti innocenti.

Discorso a parte va fatto per paesi come la Corea del Nord e la Cina, ove la paura di organizzazioni religiose non dipendenti da comitati centrali ostacola la presenza del culto cristiano con ogni mezzo.Infine, con le “Primavere Arabe” e con la caduta dei regimi nel mondo nordafricano, la profonda ignoranza dei più e la sterile propaganda dei media occidentali hanno consegnato a cristiani morte e persecuzione. Stesso discorso vale per la Siria, ove il criticato regime controllato da Bashar al-Assad ha da sempre fatto da garante alle venti differenti confessioni religiose presenti sulla terra siriana, di fatto evitando di ripercorrere gli errori siriani e misfatti commessi in Libano. La prova di ciò che affermo è L’Egitto post Mubarak ove i Copti vengono attaccati mensilmente ed un tempo erano protetti dal regime.

Da questa analisi dell'”olocausto cristiano” si evince un mondo ancora incapace di dialogare. Un occidente che gioca la sua partita solo ed esclusivamente per far spazio a multinazionali e non per difendere la libertà di culto. Probabilmente l’errore dell’occidente non risiede nella poca forza d’azione, ma nella convinzione che l’annientamento di ogni differenza e religione sia la chiave di volta. Chiave di volta che ci fa adorare il dio denaro e dimenticare l’uomo e la sua essenza. Ma, come ha detto il vescovo Matteo Zuppi: “Se non ci fossero i martiri non ci sarebbe il Vangelo”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli