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La sfida della critica musicale

In passato mi è capitato di scrivere di musica per un sito che, se non poteva essere definito professionistico, sicuramente cercava di lavorare con i ritmi e le tempistiche di una testata che potrebbe ambire a quella qualifica. L’esperienza fu abbastanza frustrante perché il dover ascoltare dischi con lo scopo di recensirli mi poneva in una situazione inevitabilmente scomoda: scomoda perché modificava i miei tempi e modi di ascolto “naturali”, scomoda perché mi imponeva di affibbiare un voto ai dischi, scomoda perché molti di quei dischi non li avrei mai ascoltati per conto mio.

Si tende a pensare ad un critico come ad una specie di metodo informatico:

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una specie di macchina che, dato un oggetto culturale in input, debba essere in grado di restituire in output una valutazione di tale oggetto. Questo paradigma risponde alla visione utilitaristica che, anche comprensibilmente, un lettore ha della categoria: il critico dovrebbe auspicabilmente essere una figura di qualche autorità in grado di indicarci quali prodotti culturali siano meritevoli del nostro tempo ed eventualmente dei nostri soldi, qualcuno, in definitiva, che si sciroppi tutte le cagate che girano per la rete mettendo il lettore nella posizione di godersi solo le primizie.
Risponde anche all’idea che l’industria ha della stampa, ossia quella di un canale di promozione e diffusione dei propri prodotti. Al netto di collusioni sgradevoli l’etichetta discografica manda i suoi prodotti ad essere recensiti non perché sia interessata al giudizio di questi strani figuri, ma perché, come dice l’adagio, non esiste cattiva pubblicità, e nel peggiore dei casi una valutazione negativa può fungere da cassa di risonanza.

É una visione schematica questa, mi rendo conto, ma non troppo lontana dal vero, e sufficiente se non altro ad introdurre il resto della mia argomentazione. Quello che distingue la musica formato album da altri tipi di prodotti culturali sottoposti allo scrutinio della critica è in primis la sua modalità di fruizione largamente diacronica. Quando scarichiamo o acquistiamo un disco, ci aspettiamo di ascoltarlo più volte lungo un arco di tempo che, nel caso estremo, potrebbe corrispondere all’intera durata della nostra vita, e durante questo arco di tempo capiterà di ascoltare questa stessa musica in circostanze molto eterogenee per livello di concentrazione e influssi esterni. Un film o un romanzo, al contrario, tendono ad essere fruiti una volta sola, ed entrambi presuppongono che il fruitore si trovi in un luogo mentale in qualche misura isolato dal mondo esterno. Una condizione che potremmo dire ideale per la visione di un film o la lettura di un romanzo può essere detta ideale per la grande maggioranza dei film e dei romanzi, ed è quindi piuttosto facile identificare eventuali fonti di rumore che interferiscano col segnale che cerchiamo di seguire, e che potrebbero andare a pesare sulla valutazione.

critica musicale

Identificare condizioni ideali per ascoltare la musica in generale, o anche solo un certo lavoro musicale specifico, è compito molto più arduo. Capita raramente di non fare null’altro mentre si ascolta musica, attività differenti possono mescolarsi più o meno bene con specifici dischi e ci sono periodi del giorno e periodi dell’anno peggiori e migliori per godersi un disco di reggae piuttosto che uno di black metal. A volte identificare le condizioni ideali è abbastanza intuitivo, ma nella maggior parte dei casi c’è bisogno di un certo rodaggio, di un periodo di adattamento.
Questo periodo può durare anni, e questo rende particolarmente inadeguato il frenetico ritmo con cui le riviste musicali producono opinioni sui prodotti che vengono loro sottoposti. Ovviamente riguardare film e rileggere romanzi in momenti diversi della propria vita può portare a considerazioni molto variegate, ma l’opinione su di un disco con cui non si ha confidenza è talmente volatile e influenzata da circostanze contingenti che formarsi un’opinione più o meno stabile è un processo che raramente può accordarsi coi tempi della macchina promozionale.

Tornando al discorso iniziale è evidente come il processo input – rielaborazione – output sia particolarmente inadeguato come modello dell’attività del recensore di album, o quantomeno come l’adozione di questo modello limiti il critico musicale molto più di ogni altro tipo di critico.
Quindi lasciamo perdere? Dissociare l’attività di critica musicale (nel senso pop di “recensione di nuove uscite” che oggigiorno assume) dalla routine di promozione che le case discografiche portano avanti sarebbe cosa buona e giusta, ma difficilmente fattibile per le testate professionistiche che vivono di hype. Affidarsi alla vox populi internettiana può portare a volte ad esiti interessanti, ma bisogna saper applicare gli appropriati filtri.
Viviamo in un’epoca difficile per le aspiranti rockstar, ma forse ancor più difficile per chi vuole analizzare e catalogare un panorama così magmatico come quello della musica popolare contemporanea. Gli oggetti di questa indagine non sono forse troppo cambiati, ma la distanza tra pubblico e critica, e a volte anche tra queste categorie e quella degli artisti, si è così assottigliata che risulta sempre più problematico assumere una prospettiva che possa essere in qualche modo significativa per il lettore. Non esiste una soluzione definitiva a questo dilemma e forse è questo che rende interessante affrontarlo.

Lester Bangs


Il 30 Aprile 1982 a New York un uomo moriva per un’overdose causata dall’assunzione massiccia di Darvon e Valium mentre ascoltava Dare! degli Human League. Quell’uomo rispondeva al nome di Leslie Conway Bangs – per il mondo Lester Bangs.

Lester – lo diciamo senza mezzi termini – è il più grande giornalista musicale della storia del rock. Ma prima di questo è un autentico appassionato di musica, onesto cronista delle proprie passioni musicali. Libero da filtri e capace di utilizzare uno stile imbevuto di Kerouac e beat generation, Lester Bangs, perennemente adolescente, aveva una visione del rock n’ roll tutta sua: infatti preferiva la purezza e l’aggressività a qualsiasi altra caratteristica categoria di giudizio.Questo lo portò ad amare immensamente quel genere che noi chiamiamo garage e che lui chiamava ‘punk’.

Convinto che l’idea che esistesse un criterio oggettivo di giudizio fosse ormai completamente sorpassato, la sua scrittura fu una delle espressioni più riuscite del cosiddetto gonzo journalism. E’ proprio nel solco del gonzo che nascono le acerbe critiche ad artisti di primissimo piano come Rolling Stones, Mc5; Bangs arrivò anche a definire Jim Morrison “un buffone alcolizzato”, dichiarazione che insieme a molte altre gli causò l’allontanamento dalla rivista Rolling Stone, per cui aveva scritto dal 1969 al 1973.

Il punto è che Bangs odiava ferocemente ciò che il rock stava lentamente e inevitabilmente diventando. Predisse che l’ “industria del più fico” avrebbe distrutto ciò che noi amiamo del rock. Non amava le rockstar e non amava chi si allontanava progressivamente dal suo pubblico, perché il rock è innanzitutto il suo pubblico, la gente.Le sue feroci critiche allo star system lo portarono ad un progressivo allontanamento – in parte scelto, in parte imposto – dalle riviste di grido, a favore prima del magazine più piccolo ma ben più libero Creem, poi anche di minuscole fanzine indipendenti.

Bangs aveva il coraggio e la capacità di idolatrare artisti come Velvet Underground, Captain Beefheart e Albert Ayer senza aver paura di dirsi innamorato di band decisamente meno fondamentali. Andatevi a vedere cosa dice sui Count Five (band garage che sviluppa in maniera piuttosto ovvia benché fresca e rabbiosa i riff degli Yardbirds): una vera chicca di schizofrenia giornalistico-letteraria.

La musica che circolava al CBGB’s di New York intorno al 1974 diede una nuova speranza a un Bangs che ormai vedeva il vero rock come morto e sepolto (come registra perfettamente anche il film Almost Famous). Nel 1977 Bangs fu uno dei primi ad esaltare l’ antidivismo di band come Clash e Ramones, oltre che lo spirito immediato e ribelle di cui il punk si era riappropriato.

Il suo testamento musicale è il libro ‘Psychotic Reactions and Carburetor Dung’, raccolta di suoi pezzi sul rock già editi nelle riviste per cui aveva scritto. È un vero e proprio documento di riferimento per chi vuole fare un giornalismo musicale onesto, diretto ed indipendente, o almeno provarci.


Come perfettamente espresso da Wu-Ming nella prefazione italiana del libro:


Lester ha/incarna un’idea del rock’n’roll comunitaria, democratica, solidaristica. Nemico d’ogni pretenziosità e solipsismo, fa a pugni con lo zeitgeist degli anni Settanta, negli Usa (e nel rock) periodo di Restaurazione come dopo il Congresso di Vienna: parrucconi incipriati, verticismo, culto della celebrità, virtuosismo “progressivo” fine a se stesso…”

Semplicemente IL rock.

Luigi Costanzo