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Paolo Pellegrin. Un’Antologia al MAXXI

Oltre 200 scatti per scoprire il percorso creativo e i temi che animano la ricerca del grande fotografo. L’antologia di Paolo Pellegrin al MAXXI di Roma-

Dopo un lavoro di due anni sull’archivio di Paolo Pellegrin, la mostra restituisce i temi che animano il percorso del fotografo che nei decenni ha intrecciato la visione del reporter con l’intensità visiva dell’artista.

Vincitore di dieci edizioni del World Press Photo Award e membro dell’agenzia Magnum dal 2005, l’opera di Pellegrin è approfondita in mostra attraverso due grandi sezioni: la prima dedicata all’essere umano, la seconda focalizzata sulla sua visione della natura, mostrandone le vicende intense e sofferenti. Contestualmente alla progettazione e organizzazione della mostra, il MAXXI ha richiesto al fotografo di realizzare un lavoro dedicato a L’Aquila e alla sua ricostruzione.Un’Antologia, dedicata a uno dei protagonisti della scena fotografica internazionale, che da oltre 20 anni percorre il mondo con la sua macchina fotografica, testimoniando gli orrori della guerra, storie e persone, la bellezza potente della Natura.

In occasione di questo importante appuntamento istituzionale, verrà presentata in anteprima la prima parte del progetto fotografico realizzato da Pellegrin lo scorso gennaio a L’Aquila, nell’ambito della committenza affidata dal Maxxi.

All’ingresso della Galleria 1 al piano terra, che ospiterà anche la cena, sarà esposto un polittico di circa 2 metri per 3 composto da circa 150 immagini in bianco e nero, fortemente contrastate, “frammenti di visioni” che ritraggono scorci e dettagli della città. L’altra parte del lavoro, composta da grandi fotografie a colori, verrà esposta per la prima volta a Palazzo Ardinghelli, sede del Maxxi L’Aquila, in occasione dell’inaugurazione nel 2019.

I magnifici scatti di Pellegrin saranno protagonisti del Gala grazie anche a una grande installazione site speficic che farà da scenario alla cena: un grande wallpaper di 18 metri che ritrae un ghiacciaio su un mare plumbeo.

La serata, accompagnata da una cena firmata dallo chef stellato dell’Hotel Hassler di Roma Francesco Apreda, ispirata anch’’essa alle fotografe di Paolo Pellegrin, vedrà la partecipazione del Ministro per i Beni e le Attività Culturali Alberto Bonisoli  e di due ospiti d’eccezione: Neri Marcorè che, insieme allo Gnu Quartet accompagnerà gli ospiti con interventi tra musica e parole e l’astronauta Samantha Cristoforetti.

Alla serata è stato invitato anche il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.

Sono solo alcuni degli ingredienti dell’Acquisition Gala Dinner 2018 del Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo), quest’anno alla sua sesta edizione, e che fino ad oggi, grazie alla generosità di aziende e singoli mecenati italiani e internazionali, ha raccolto oltre un milione e 800 mila euro.

La rivoluzione culturale in Francia made in Italy

La Francia punta sulla cultura e lo fa grazie a (un ulteriore) talento proveniente dalla nostra penisola. In questo caso non si tratta di un artista o uno scienziato, ma di una consigliera (c’è di la definirebbe “tecnica”) che fa parte del team di Macron ed ha un ambizioso progetto: Claudia Ferrazzi punta ad attuare una vera rivoluzione culturale della mondo artistico dal basso, o meglio a rendere davvero accessibile la cultura alla totalità della popolazione.

Il proposito è quello di “raggiungere l’obiettivo del 100% di ogni generazione messa nelle condizioni di accedere alla cultura del Paese”.

Ma come fare tutto ciò? la politica culturale prescelta è chiara: rinunciare alle illustri e rinomate esposizioni per puntare ad una più capillare diffusione dell’arte in tutte le sue forme e a tutti i livelli, a partire dalla scuola.

Le direttrici indicate: non solo aumento delle ore di arte negli istituti specializzati, già attuato nelle precedenti riforme scolastiche, ma accrescimento di un approccio pratico e diretto alla branca prescelta, con la riscoperta dell’apprendimento “in bottega”; un sistema di telecomunicazione che riesca a raggiungere la popolazione nelle proprie abitazioni per far conoscere l’arte anche comodamente seduti divano di casa, una nuova prospettiva dell’arte comodamente fruibile in alternativa agli svaghi domestici; infine una concreta e più profonda commistione tra arti eterogenee e plurietniche, veicolo per una compenetrazione anche linguistica e culturale coerente con gli sviluppi globali in atto.

Quindi in concreto meno mostre collettive degli Impressionisti o personali celeberrime, ma utilizzo dei fondi pubblici per avvicinare i giovani all’arte, sia essa francese o extraparigina, per creare un vero legame tra giovani ed arte, “mettere in movimento le persone e le opere, far ritrovare loro la fisicità del rapporto diretto”: sembrerebbe il manifesto di una “Europa culturale” ed invece è il programma di diffusione artistico franco(-italico) di visione cosmopolita.

Culturability : Cultura, innovazione sociale, collaborazione, sostenibilità per rigenerare le nostre città

Evocava di Mazara del Vallo (Trapani), FaRo – Fabbrica dei saperi di Rosarno (Reggio Calabria), L’Asilo di Napoli, Lottozero / textile laboratories di Prato, MET – Meticceria Extrartistica Trasversale di Bologna. Sono questi i 5 progetti selezionati dal bando culturability, a ciascuno dei quali va un contributo economico di 50 mila euro e la possibilità di prendere parte a un percorso di accompagnamento e mentoring.

Sono stati scelti fra ben 429 progettualità arrivate da tutta Italia per la call promossa dalla Fondazione Unipolis con l’obiettivo di sostenere progetti culturali innovativi ad alto impatto sociale che rigenerano e riattivano spazi abbandonati o sottoutilizzati. Palazzi storici vuoti, fabbriche dismesse, spazi commerciali sottoutilizzati, luoghi di cultura chiusi, beni naturalistici dimenticati che riprendono vita, rinascendo come luoghi di cultura e spazi di comunità: queste le sfide lanciate dalle 5 iniziative, la maggior parte delle quali arriva dalle regioni del Mezzogiorno.

I progetti sono stati scelti da un’apposita Commissione di Valutazione fra i 15 finalisti che, avendo superato la prima fase di selezione del bando nel mese di maggio, erano poi stati ammessi a un primo percorso di accompagnamento e formazione finalizzato a migliorare e sviluppare le diverse proposte, oltre che ad offrire un’occasione di crescita ai giovani partecipanti. Un lavoro difficile quello della Commissione, considerato il numero, la qualità e la visione dei partecipanti. Utilizzando i criteri di valutazione indicati dal bando, hanno prevalso i progetti più vicini agli obiettivi indicati dalla call.

La Commissione ha assegnato anche le due menzioni speciali, del valore di 10 mila euro ciascuna, rese possibili dalla collaborazione con la Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. I riconoscimenti vanno ad: Area Archeologica Giardini Luzzati: Lo Spazio del Tempo di Genova e TOC Centre di Copertino (Lecce).

In allegato una sintesi di tutti i progetti selezionati.

Per l’edizione 2017 del bando culturability, Fondazione Unipolis ha stanziato complessivamente 400 mila euro, tra contributi economici per lo sviluppo dei progetti selezionati, attività di accompagnamento per l’empowerment dei 15 team finalisti e successivo mentoring dei 5 selezionati, rimborsi spese per partecipare alle attività di supporto. Anche quest’anno la call è stata sviluppata in collaborazione con Avanzi/Make a Cube3 e Fondazione Fitzcarraldo. Già negli scorsi anni, i tre bandi precedenti hanno riscontrato ottimi risultati di partecipazione, in termini di progetti aderenti e di qualità delle proposte, come dimostrato dai successi delle realtà sostenute che continuano i loro percorsi di sviluppo. Complessivamente, per le quattro edizioni Fondazione Unipolis ha investito un milione e 500 mila euro e oltre 2.770 sono stati i progetti partecipanti.

La Commissione di Valutazione era composta da: Massimo Alvisi – architetto Alvisi Kirimoto + Partners, Mario Cucinella – architetto MC Architects, Giovanni Campagnoli – direttore Politichegiovanili.it, Paola Dubini – docente Università Luigi Bocconi, Walter Dondi – direttore Fondazione Unipolis, Federica Galloni – DG AAP MiBACT, Mauro Magatti – docente Università Cattolica di Milano, Ivana Pais – docente Università Cattolica di Milano, Pier Luigi Sacco – docente Università IULM, Pierluigi Stefanini – presidente Gruppo Unipol e Fondazione Unipolis.

Bologna, 14 settembre 2017

Per informazioni:
Progetto | Roberta Franceschinelli | tel. 051.6437601 | roberta.franceschinelli@fondazioneunipolis.org Stampa | Fausto Sacchelli | tel. 051.6437607, 366.6172322 | stampa@fondazioneunipolis.org

 

L’European Culture Forum a Milano

European Culture Forum è un evento biennale, di grande rilevanza, organizzato dalla Commissione Europa per sottolineare e comunicare l’importanza delle collaborazioni europee in ambito culturale, per riunire i maggiori attori del settore e discutere iniziative e policy europee. L’edizione 2017 sarà anche l’occasione del lancio dello “European Year of Cultural Heritage 2018”, l’anno tematico dedicato dall’Unione Europea al patrimonio culturale comune.

European Culture Forum, per la prima volta non a Bruxelles, si terrà a Milano, nel distretto creativo della zona Tortona, presso Superstudio. Una sede straordinaria, un tempo fabbrica di biciclette e successivamente location per la moda e le arti riprogettata da Flavio Lucchini negli anni ’80, che sarà motivo di ispirazione per i lavori del Forum.

Può la cultura essere di aiuto ad affrontare le sfide cui si trova ora di fronte l’Europa e il mondo? Il patrimonio culturale interessa agli Europei? Come può la cultura, nelle città e nelle Regioni, sostenere lo sviluppo di società più inclusive e coese?

Registrazioni entro il 10 novembre.

La sessione di apertura prevede rappresentanti di autorità locali ed europee:

  • Tibor Navracsics, Commissatio Europeo per l’Istruzione, la Cultura, i Giovani e lo Sport
  • Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo
  • Dario Franceschini, Ministro dei beni Culturali e del Tursimo, Italia
  • Indrek Saar, Ministro della Cultura, Estonia

Il programma di snoda su due giorni con tantissime sessioni e gruppi di lavoro tra i quali, venerdì 8 dicembre, dalle 14.15 alle 15.15:

CREATIVE HUBS NETWORK AND CREATIVE LENSES – COMBINING CREATIVITY, SPACES, VALUES AND SUSTAINABILITY

Gli spazi creativi nelle nostre città possono essere molto diversi per ampiezza, obiettivi, modelli economici, ma, tutti, aiutano le comunità ad essere unite. Questa sessione sarà uno spazio di condivisione di riflesssioni da parte dei creativi su piattaforme e luoghi di lavoro, su come migliorare la resilienza delle organizzazioni artistiche e culturali e, più in generale, sulle condizioni complessive del settore creativo nel 21° secolo. Saranno condivisi esempi concreti tratti da due progetti co-finanziati: European Creative Hubs Network e Creative Lenses.

EUROPEAN CREATIVE HUBS NETWORK

Negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito allo sviluppo a livello mondiale delle comunità creative: persone diverse che si ritrovano nello stesso spazio per ideare, collaborare, “fare”. Queste comunità sono quelle che chiamiamo “creative hubs” e rappresentano il settore più creativo dell’imprenditoria e della cultura di questo inizio di 21°secolo. In un panorama globale in continua evoluzione, gli hub diventano luoghi di lavoro importantissimi, dove le persone possono creare, sperimentare, dialogare e lanciare nel mondo nuove idee imprenditoriali.

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The European Culture Forum is a biennial flagship event organised by the European Commission to raise the profile of European cultural cooperation, to bring together cultural sectors’ key players and to debate on EU culture policy and initiatives. Its 2017 edition will also mark the official launch of the European Year of Cultural Heritage 2018, the thematic EU year devoted to our common cultural assets and all their aspects.

The event, for the first time outside of Brussels, will take place at Superstudio in the booming creative neighbourhood of Tortona in Milan. This extraordinary event venue, once a bicycle factory and then a place for fashion publishing and art created by a renowned Italian art director Flavio Lucchini in the 1980s, will provide an inspiring and thought-provoking decorum for lively discussions, unexpected meetings and fruitful exchanges.

Can culture help to tackle European and global challenges? Does cultural heritage matter to Europeans? How can culture in cities and regions help to shape more cohesive and inclusive societies?

BORGATE. Il cuore di Roma, quello vero

Le BORGATE non sono solo periferia, sono soprattutto il cuore di Roma

12 periferie di Roma, quartieri sorti alle estremità della città, le cosiddette “borgate”, una volta distanti oggi parte integrante del tessuto urbano della capitale. Questi i soggetti scelti da Pasquale “Pas” Liguori per il suo reportage fotografico in mostra alla Casa della Memoria e della Storia dal titolo BORGATE.

La mostra, a cura di Daniele Zedda, promossa da Roma Capitale- Assessorato alla Crescita culturale- Dipartimento attività Culturali in collaborazione con Zètema Progetto cultura, è aperta al pubblico fino al 31 ottobre 2017.

Sono nata a Roma, vivo a Roma, conosco Roma. Il ragionamento fila. Ne sono più che convinta di conoscere la mia città e in effetti se qualche “outsider” me lo chiede rispondo sempre di sì. So dare ottimi consigli sui luoghi da visitare, i bar e i ristoranti dove mangiare, le stradine e i vicoli nei quali perdersi tra foto e scorci pregni di storia. Roma conta 2.873.494 abitanti per 35 quartieri. Dunque, pensandoci bene, alla domanda “conosci Roma?” dovrei proprio rispondere di no. Io a San Basilio non ci sono mai stata, a Val Melania nemmeno, idem con patate per Gordiani, Primavalle o Quarticciolo e potrei anche continuare.

Questi e altri sette distretti: Acilia, Pietralata, Prenestino, Tiburtino III, Trullo e Tufello costituiscono il cuore dell’indagine fotografica di Pasquale Liguori, detto “Pas”.

 

Ogni domenica mattina, alle prime luci dell’alba Pas si è dedicato alla ripresa fotografica delle dodici borgate storiche istituite in epoca fascista, un viaggio stimolato dal desiderio di esplorare una Roma autentica. Il criterio di ripresa ha seguito condizioni temporali e ambientali omogenee. Pad, tramite le sue fotografie, racconta un silenzio apparente, che coincide con il ristoro collettivo nelle prime ore del mattino del giorno festivo, dopo la frenesia e la routine dei giorni precedenti. In quei momenti sono tutti a casa, mentre piazze e strade sono deserte. La scelta non è stata casuale, da un lato l’autore esplora volumi, spazi e strutture; dall’altro, registra un’umanità che sebbene non visibile rimane l’assoluta protagonista di quei luoghi. L’indagine, fedele ai valori, alla storia e alle trasformazioni delle borgate, si discosta da quel tipo di retorica un po’ pettegola sullo stato di problematiche che non vengono comunque omesse. Quello che Pas privilegia è la percezione del luogo, il rapporto uomo- territorio e la possibilità di sviluppo sociale. L’intento è quello di indurre lo spettatore non solo alla riflessione ma anche all’iniziativa consapevole in aree complesse dove tradurre in pratica i vantaggi che potrebbero derivare dall’integrazione di istanze e culture differenti, contrastando derive urbanistiche e incitando a una vita degna e migliore.

   

È chiaro che per conoscere Roma, in tutte le sue sfumature, una mostra non basta, ma nel mio caso è stato sicuramente un inizio. Spesso crediamo di conoscere la nostra città perché frequentiamo i quartieri centrali, i locali alla moda, perché andiamo a far compere nei negozi di nicchia o sappiamo dare indicazioni ai turisti. Oltre le mura però si snoda il vero cuore della città, quello dove vivono i romani, ben diverso da quello dei bed and breakfast e dagli Hop on Hop off Bus. Realtà da mille sfaccettature, fatta di quotidianità e non di un week end last minute.

 

BORGATE è un progetto articolato che propone, oltre la mostra, anche un programma di appuntamenti sul tema delle borgate, sotto il profilo storico, urbanistico, sociologico e culturale, sempre alla Casa della Memoria e della Storia, dal 5 ottobre al 6 dicembre 2017.

PROGRAMMA APPUNTAMENTI DAL 5 OTTOBRE AL 6 DICEMBRE 2017

 5 ottobre, ore 15.30

Giornata di studi

La giornata di studi introduce il tema delle borgate a Roma, sia attraverso un excursus storico relativo alla loro nascita ed evoluzione, sia attraverso un riferimento alla situazione attuale nel contesto dell’evoluzione della città e delle sue periferie. Le borgate hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della Capitale, sia dal punto di vista urbanistico e sociale, sia dal punto di vista identitario e dell’immaginario collettivo. Anche il termine “borgata” ha avuto diverse declinazioni nel corso della storia. L’introduzione a questi temi viene sviluppata attraverso il contributo degli storici sulla nascita e l’evoluzione delle borgate, dei sociologi (con particolare riferimento ai lavori di Ferrarotti e del suo gruppo di ricerca), degli urbanisti (con particolare riferimento all’evoluzione recente delle borgate e alla situazione della periferia romana), dei politologi (sulle politiche che le diverse giunte capitoline hanno sviluppato negli anni, a partire da quella di Petroselli).

Programma

Interventi:

– Borgate “ufficiali” a Roma: origini, cronologie, tipologie e modelli abitativi

La parola borgata ha acquisito nel tempo una tipicità tutta romana. Essa, tuttavia, rimanda ad una molteplicità di luoghi, forme di insediamento, contesti sociali e culturali non sempre tra loro sovrapponibili. Si pone dunque la necessità di una ricognizione in grado di classificare e distinguere meglio le varie specie di borgate, secondo specificità e caratteristiche che appaiono costitutive alla loro nascita, ma che non mancano di approfondirsi nel corso del secondo dopoguerra.

Intervento di Luciano Villani, Università degli Studi dell’Aquila, Centre d’histoire sociale du XXe siècle (Universitè Paris 1 Panthéon Sorbonne)

– Roma tra fascismo e dopoguerra: la progressiva “zonizzazione” della città capitale

Tra le due guerre mondiali – e in particolare nel corso degli anni Trenta, con la Roma “vetrina del regime” – la città avvia definitivamente un suo processo di “zonizzazione”, poi ripreso e amplificato nei primi decenni del dopoguerra, dividendo in modo esplicito il territorio in crescente espansione secondo aree socialmente connotate. L’intervento ripercorrerà sinteticamente tale dinamica, con attenzione per le condizioni di vita dei quartieri popolari e delle borgate, dai singolari elementi di continuità.

Intervento di Lidia Piccioni, docente di Storia Contemporanea, Dipartimento di Storia Culture Religioni, Sapienza Università di Roma

– Studi su borgate e periferie romane. Ferrarotti e collaboratori

Lo studio delle borgate è stato un momento importante nella formazione della sociologia a Roma e di un gruppo di ricercatori intorno alla figura di Franco Ferrarotti. L’intervento traccia i contenuti e l’evoluzione di queste ricerche a partire dalla prima lettura sociologica alla fine degli anni ’60, con il lavoro di Ferrarotti e le ricerche qualitative su Alessandrino, Acquedotto Felice, Quarticciolo, lo sviluppo successivo con un quadro generale della speculazione edilizia a Roma, e successivamente l’allargamento su Magliana nuova, Valle dell’Inferno/Valle Aurelia, ed infine una ripresa delle vecchie ricerche a decenni di distanza all’interno di un panorama mutato e lo sviluppo di zone borghesi, per concludere con gli studi su Acilia.

Intervento di Maria Immacolata Macioti, docente di Sociologia, Sapienza Università di Roma

– La politica per le borgate, da Petroselli a oggi

Nel corso degli anni il problema della casa e la questione delle borgate e della riqualificazione delle periferie hanno avuto sempre una grande importanza e hanno condizionato le politiche delle diverse amministrazioni capitoline che si sono succedute nel governo della città. Solo alcune hanno affrontato con organicità e decisioni i problemi, a partire da quelle di centro-sinistra (soprattutto col sindaco Petroselli). Le politiche pubbliche sono poi cambiate nel tempo fino a quelle delle amministrazioni più recenti.

Intervento di Walter Tocci, senatore

– Identità e dinamiche attuali delle borgate e della periferia romana

Le borgate ufficiali fasciste hanno subito una profonda evoluzione nel tempo e ora si trovano inglobate all’interno della città consolidata, nell’ambito della quale costituiscono “paradossalmente” un luogo di qualità. L’identità locale e le caratteristiche urbanistiche giocano un ruolo rilevante. D’altronde devono essere lette e interpretate all’interno dell’evoluzione più recente delle diverse “periferie” romane, da quella abusiva a quella delle “centralità”, alla “città del GRA”.

Intervento di Carlo Cellamare, docente di Urbanistica, Sapienza Università di Roma

Coordina Alessandro Portelli, presidente del Circolo Gianni Bosio

 

18 ottobre, ore 15

Giornata seminariale sul tema La lotta per la casa

Programma

– Proiezione del docufilm “Sotto un cielo di piombo. Il movimento di lotta per la casa a Roma 1962-1985” di Massimo Sestili (2017, 65’)

Negli anni ’60 a Roma centomila famiglie vivevano in baracche, tuguri, grotte, in appartamenti fatiscenti, in promiscuità. Si stimavano in tre-quattrocentomila le persone bisognose di un alloggio. La lotta del movimento per la casa iniziò a radicalizzarsi dal 1961 con le prime occupazioni di case popolari in tutta la città. Il docufilm ne ripercorre la storia attraverso le testimonianze dei protagonisti.

Introduzione a cura di Massimo Sestili e Nina Quarenghi

A cura di Irsifar

– Proiezione del documentario “Good-buy Roma” di Margherita Pisano e Gaetano Crivaro (2011, 50′)

Abbandonato da anni, chiuso, protetto e minacciato da un alto muro spinato, ricoperto da tanta polvere, l’edificio di Via del Porto Fluviale 12 era un ex magazzino militare, di proprietà pubblica, uno di quei tanti scheletri che come funghi spuntano nel panorama cittadino. Era, perché oggi è qualcos’altro. Con gli anni e il lavoro la polvere è stata scacciata, il processo di degrado fermato, e la vita ha preso il suo posto.

Dal giugno 2003 abitano, in questo ex scheletro, circa 100 famiglie, provenienti da tre continenti. In 8 anni sono nati circa 40 bambini. Cosi l’ex magazzino è diventata non solo una casa, ma quasi una piccola città.

In selezione ufficiale in numerosi festival di cinema  nazionali e internazionali (Bellaria Film Festival,  Ethnographic and Documentary Filmfest Vienna, CineMigrante Film Festival, Ânûû-rû âboro Festival International du Cinéma des Peuples ,etc.) vincitore di numerosi premi tra i quali Premio del pubblico al Docucity – Documentare la Città; Menzione migranti  al Visioni Fuori Raccordo Film Festival; miglior film al Bastimento Film Festival.

Introduzione a cura di Margherita Pisano e Gaetano Crivaro

A cura di Carlo Cellamare, docente di Urbanistica, Sapienza Università di Roma

 

9 novembre, ore 15

Giornata seminariale sul tema La street art

 Programma

– Processi culturali e relazionali legati alla street art

L’intervento fornisce un quadro interpretativo critico e introduttivo al vasto tema della street art, con riferimento soprattutto ai contesti romani. La street art infatti è caratterizzata da processi e pratiche (non solo culturali) molto diversi, che si sviluppano e viceversa attivano insiemi di relazioni (tra le persone e con i territori) differenti. L’intervento intende fornire una griglia di questioni cui rivolgere attenzione quando si trattano tali problemi.

Intervento di Alessandro Simonicca, docente di Antropologia Culturale, direttore della Scuola di specializzazione in beni demoetnoantropologici, Sapienza Università di Roma

A cura di Carlo Cellamare, docente di Urbanistica, Sapienza Università di Roma

– Il Trullo. Quartiere, paese, esempio di accoglienza

Percorso tra storia, arte e memoria nella borgata storica del Trullo a cura degli studenti della classe V F dell’I. I. S. “Via Silvestri, 301” e della professoressa Fiorella Vegni.

Introduzione di Nina Quarenghi, ricercatrice Irsifar

A cura di Irsifar

– Tor Marancia e San Basilio: due esperienze di street art

Due esperienze diverse per modalità realizzative e dimensione d’intervento che si propongono lo stesso obiettivo: affidare all’arte urbana un messaggio che vada oltre l’immagine per rompere quel cordone d’isolamento che ha reso queste borgate a volte ostili, ripiegate su se stesse, sconosciute ai più. Una nuova stagione di ricerca artistica e di partecipazione degli abitanti per una rigenerazione culturale e sociale.

Intervengono Paola Rosati, architetto, e Simone Pallotta (Associazione Walls), e Stefano Santucci Antonelli (Big City Life)

Testimonianze dei rappresentanti delle Associazioni Residenti Tor Marancia e San Basilio

A cura di Istituzione Biblioteche di Roma

 

23 novembre: ore 15 – 19

Giornata seminariale sul tema La produzione culturale del territorio

 Programma

– La presenza delle biblioteche come luoghi di produzione culturale

La biblioteca come centro civico fondamentale che svolge un ruolo che va al di là della propria vocazione culturale: essa infatti è anche luogo di aggregazione e relazione importante per un territorio, nonché presidio che tiene viva una zona e le dona vivacità, aumenta la socialità ed è un servizio per la città che le ruota attorno e che può trovare in essa motivo per una nuova desiderabilità del territorio.

Intervento di Anna Andreozzi di Biblioteche di Roma. Testimonianze di Cataldo Coccia (Biblioteche di Roma) su Primavalle e dei vincitori del Premio Storie a Primavalle.

A cura di Istituzione Biblioteche di Roma

– Dialogo tra recitazione, musica, arte filmica e fotografia “La passione non ottiene mai il perdono – Ripensando Pier Paolo Pasolini”

A poco più di 40 anni dalla sua morte, un omaggio alla modernità di Pier Paolo Pasolini, al suo impegno colto e popolare. Si parte da alcune poesie per poi passare agli articoli raccolti negli “Scritti corsari”, a estratti cinematografici e teatrali, fino alla testimonianza di persone a lui vicine.

Intervento di Maria Letizia Gorga, attrice, con musiche dal vivo di Stefano De Meo.

A cura di Federica Altieri regista e guida dell’associazione culturale “Le Arti si sfogliano”.

– Da Armandino Liberti agli Assalti Frontali

Presentazione del progetto editoriale “Da Armandino Liberti agli Assalti Frontali”. Il cd annesso al volume, prossimamente pubblicato dalle edizioni Squilibri, contiene brani editi e inediti di Armandino Liberti, poeta e musico vissuto a Pietralata e ora non più attivo a Roma, dal cui repertorio Sara Modigliani ha tratto alcune canzoni che delineano con il colore di un romanesco mai volgare, con ironia ma anche con toni di amara denuncia, le condizioni di vita a Pietralata negli anni ’50/’60. Interessante è nel cd la riproposta dei brani di Liberti da parte di gruppi emergenti o consolidati della scena musicale popolare come gli Assalti Frontali.

Presentazione di Omerita Ranalli, antropologa ed etnomusicologa. Intervento musicale di Sara Modigliani.

A cura del Circolo Gianni Bosio

 

29 novembre: ore 16.45

Giornata di proiezioni Cinema e borgate

A cura del Circolo Gianni Bosio

– Proiezione del film “Et in terra pax” di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (2011, 89 min)

Storia durissima, pasoliniana, ambientata nella periferia romana del serpentone di Corviale. Il film, prodotto e  realizzato da ex studenti del centro sperimentale di cinematografia, parla di solitudine, emblematica in certe periferie. Come lo stesso poeta-regista ha profetizzato, “anche la periferia ha fatto un salto ma, probabilmente, nella direzione sbagliata. Se prima la necessità era sopravvivere giorno per giorno, ora sembra essersi spostato l’asse del bisogno. Se prima la necessità era quella di arrivare al giorno dopo e a quello dopo ancora, ora il bisogno è un qualcosa che va oltre l’istinto della sopravvivenza. La necessità è ciò che viene generato dal consumismo. È molto più importante l’apparenza che l’effettiva propensione alla sopravvivenza. Ma questo non è solo un problema della periferia”.

Sono presenti gli autori.

– Proiezione del documentario “Piazza Tiburtino III” di Riccardo Morri, Marco Maggioli, Paolo Barberi, Riccardo Russo e Paola Spano (2011, 38 min)

Il lavoro trae spunto da una serie di attività di ricerca che si sono svolte nel quartiere di Tiburtino III attraverso la raccolta di 120 interviste a soggetti che abitano il quartiere e su ricerche di archivio (ATER di Roma, Comune di Roma, ATAC, Istituto Luce e AAMOD i più consultati). L’apporto alla ricerca del documentario, oltre alle video interviste realizzate sul campo, sta proprio nell’utilizzo di fonti audiovisive appartenenti a differenti periodi storici, dal Cinegiornale Luce relativo all’inaugurazione dei lotti datato 1937 fino al materiale contemporaneo.

Sono presenti gli autori.

 

6 dicembre: ore 15 – 19

Giornata seminariale sul tema Il focus sulle borgate: Primavalle, Tiburtino III, San Basilio e Gordiani

 Programma

– La borgata di Primavalle. La vita dei “trasferiti” prima e dopo gli sventramenti del Centro Storico.

Narrazione sul tema del trasferimento forzato di una parte della popolazione dal centro storico di Roma alle periferie alla fine degli anni 30 del secolo scorso, in seguito agli sventramenti realizzati dal regime fascista. I curatori hanno raccolto la testimonianza di una famiglia che abitava nei pressi del Colosseo, in particolare quella di una donna oggi ottantaseienne che ricorda il tipo di vita che conduceva all’epoca in quel quartiere, i giochi e la vita in strada, confrontandolo con quello intervenuto dopo il trasferimento della famiglia nel quartiere di Primavalle, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.

Le foto di Ippolita Paolucci accompagnano il racconto e documentano i luoghi, com’erano all’epoca e come sono diventati oggi.

Interventi di Carlo Gnetti, giornalista, Ippolita Paolucci, fotografa, Roberto Morassut, politico e storico, Cataldo Coccia, Biblioteca Franco Basaglia a Primavalle, Carlo Cellamare, docente di Urbanistica, Sapienza Università di Roma.

A cura di Carlo Gnetti e Ippolita Paolucci

– La borgata Tiburtino III

Presentazione dei risultati di 5 anni di lavoro di ricerca sulla storia di 70 anni di vita della borgata, con un’ibridazione di metodi e saperi (geografia storica e urbana, storia orale, geografia e antropologia visuale, ecc..). L’intervento mira essenzialmente a mettere in evidenza la costruzione della relazione comunità-territorio nella considerazione della dimensione co-evolutiva del concetto paesaggio, la cui sintesi trova espressione simbolica nei luoghi della memoria collettiva, nel loro riconoscimento e nella sopraggiunta crisi di riferimenti territoriali di appartenenza, di rappresentazione e di organizzazione.

Paola Spano ha raccolto il materiale di storia orale, su Tiburtino III, conservato nel Fondo a suo nome nell’Archivio Franco Coggiola del Circolo Gianni Bosio.

Partecipano anche gli abitanti storici del quartiere, “testimoni” della sua trasformazione.

Interventi di Riccardo Morri, docente di Geografia, Università La Sapienza di Roma e Paola Spano, ricercatrice del Circolo Gianni Bosio.

A cura del Circolo Gianni Bosio

– La borgata di San Basilio

Verrà presentato il progetto SanBasilioCALLING: laboratori creativi e storytelling in una periferia romana. Premessa sul contesto sociale e motivi della scelta, strumenti e obiettivi, ruolo dei partner, aspettative.

Progetto a cura di AMM, Archivio delle memorie migranti con la collaborazione di AAMOD, Archivio del movimento operaio; Echis, Incroci di suoni; Cro.M.A, Cross Media Action e Circolo Gianni Bosio.

Intervento di Gianluca Gatta, antropologo presso Archivio delle Memorie Migranti.

A cura del Circolo Gianni Bosio

– La borgata Gordiani

Dal libro “Storia di Borgata Gordiani. Dal fascismo agli anni del “boom”. Sono  gli abitanti a raccontare la loro storia, che copre trent’anni decisivi per lo sviluppo italiano e della città: gli anni del fascismo, la lotta di liberazione, così come la cultura della comunità, la vita quotidiana e la lotta per la casa sono i grandi temi in cui si inseriscono i discorsi di chi ha vissuto la borgata. Alle loro voci si contrappuntano alcune voci note, come Rosario Bentivegna e Sergio Citti, o di chi l’ha frequentata per rappresentarla, come Bernardo Bertolucci.

Intervento di Ulrike Viccaro, ricercatrice del Circolo Gianni Bosio.

A cura del Circolo Gianni Bosio

 

 

 

 

La Casa della Memoria e della Storia si trova in via San Francesco di Sales, 5

Lun- ven, ore 09.30- 20.00

Ingresso libero

 

 

 

Cultura come strumento di dialogo fra i popoli

Il 1 gennaio 2017 l’Italia ha assunto la Presidenza di turno del G7 e, nell’ambito delle iniziative programmate durante l’anno, organizza a Firenze il primo G7 in assoluto dei Ministri della Cultura sul tema “Cultura come strumento di dialogo fra i popoli

La promozione del dialogo interculturale e la creazione di una coscienza condivisa rappresentano uno strumento essenziale al servizio della collaborazione, dell’integrazione, della solidarietà, della crescita e dello sviluppo sostenibile.

Promuovendo il primo G7 dei Ministri della Cultura e dei rappresentanti delle grandi organizzazioni mondiali, l’Italia conferma la volontà di esercitare il ruolo di leadership culturale: l’obiettivo è definire un documento comune sul tema della cultura come strumento di dialogo. La comunità internazionale potrà così ribadire il proprio impegno nel recuperare e preservare il patrimonio dell’umanità danneggiato dalle calamità naturali, colpito durante i conflitti e attaccato dal terrorismo e nel contrastare il traffico illecito dei beni culturali. Tra gli obiettivi del vertice anche un’intesa sulla necessità di prevedere una componente culturale nelle missioni di pace promosse dalle Nazioni Unite e di rendere permanente il vertice dei ministri della Cultura nei prossimi G7.

Firenze, città patrimonio UNESCO per la ricchezza e la bellezza dei suoi monumenti, dà così il benvenuto in Italia agli ospiti del G7 anche attraverso un intenso programma culturale realizzato per l’occasione. Qui, dove tra la fine del Trecento e la metà del Cinquecento si ebbe un’eccezionale fioritura della letteratura, delle arti, delle scienze, qui dove nacque il Rinascimento, oggi può prendere il via una nuova consapevolezza della comunità internazionale nei confronti del patrimonio culturale.

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PROGRAMMA DELL’INCONTRO del 30 e 31 marzo

Sessione I – I LIMITI E LE OPPORTUNITÀ DELLA NORMATIVA INTERNAZIONALE

Chair: Giampaolo D’Andrea, Capo di Gabinetto del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo
Moderator: Lorenzo Casini, Professore di diritto amministrativo, Consigliere giuridico del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo

La sessione mira ad individuare i principali problemi posti dalle Convenzioni internazionali in materia di tutela del patrimonio culturale, con particolare riguardo alla Convenzioni UNESCO 1970 sulla circolazione illecita e alla Convenzione UNESCO 1972 sulla tutela del patrimonio mondiale. Problemi da porre in rilievo possono riferirsi, a titolo di esempio, alle difficoltà di delimitare e identificare i beni da tutelare, ad eventuali mancate ratifiche delle Convenzioni o alle difficoltà di comminare sanzioni.

Ogni relatore si soffermerà sulle seguenti domande: quali sono le maggiori potenzialità e i maggiori limiti della normativa internazionale in materia? Quali sono i principali insegnamenti? Quali sono i prossimi passi? Quali sono gli istituti giuridici e gli strumenti normativi (per es. hard/soft law, operational standards, guidelines, etc.) che possono meglio assicurare l’efficacia delle norme e delle procedure internazionali? Quale è il ruolo delle corti internazionali, anche alla luce della decisione al-Mahdi della Corte penale internazionale?

Sessione II – LE “PRATICHE” DI TUTELA: PUNTI DEBOLI E PUNTI DI FORZA

Chair: Fabrizio Parrulli, Generale di Brigata, Comandante del Nucleo di Tutela del patrimonio culturale dell’Arma dei Carabinieri- TPC

Moderator: Tiziana Coccoluto, Magistrato, Vice-Capo di Gabinetto Vicario del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

La sessione intende mettere in evidenza le migliori modalità operative per la tutela, anche preventiva, del patrimonio culturale. Particolare attenzione è posta alle pratiche investigative e alle forme di intelligence, all’uso di database e altri strumenti informatici, alle migliori tecniche conservative.

Ogni relatore si soffermerà sulle seguenti domande: quali azioni concrete sono intraprese per la tutela del patrimonio culturale e con quali strumenti? Quali sono le migliore tecniche e soluzioni organizzative e procedurali per la prevenzione e il contrasto del traffico illecito di beni culturali? Come raccogliere in modo efficace i dati e le informazioni? Quali sono le migliori forme di cooperazione internazionale? Quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano? Qual è il ruolo delle autorità che debbono contrastare i reati contro il patrimonio culturale nel sensibilizzare la collettività?

Sessione III – LA FORMAZIONE: QUALI MODELLI?

Chair: Francesco Scoppola, Direttore generale Educazione e ricerca, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

Moderator: Maria Luisa Catoni, Professore di Storia dell’arte antica e di archeologia, Direttore della Scuola dei beni e delle attività culturali e del turismo

La sessione ha l’obiettivo di ricostruire i modelli formativi nel settore del patrimonio culturale, valutandone i pro e i contro in termini sia di soluzioni istituzionali, sia di risorse umane e finanziarie. L’obiettivo è verificare il ruolo del patrimonio culturale nel sistema formativo dei diversi Paesi, a tutti i livelli (dalla scuola alla specializzazione professionale).

Ogni relatore si soffermerà sulle seguenti domande: quali modelli di formazione sviluppare per assicurare un futuro al patrimonio culturale dell’umanità? Quale ruolo deve avere il patrimonio culturale nei diversi cicli formativi? Quali competenze e professionalità sono necessarie nell’ambito della tutela, della gestione e della valorizzazione del patrimonio culturale? Quali forme di cooperazione internazionale vanno messe in atto nel campo della educazione e della formazione in materia di patrimonio culturale?

Perché salvare gli edifici più odiati del globo

Vi è mai capitato, uscendo con un amico o con il proprio partner, di rimanere incantati a guardare un edificio per poi sentirsi dire: “non capisco perché ti piaccia tanto, è brutto”? Generalmente questo genere di esternazioni danno luogo a lunghe e appassionate lezioni di architettura, il cui obiettivo è mettere in mostra tutti i valori dell’architettura in questione che non si rivelano agli occhi di chi non ne conosce la storia, il contesto in cui sono nate, l’idea che rappresentano. Ecco, pochi giorni fa il New York Times ha pubblicato un interessante articolo, Sette architetti di primo piano difendono gli edifici più odiati del mondo. Se pensate che sia complicato convincere i vostri amici che Ville Savoye è un edificio bello ed importantissimo, pensate quanto possa essere difficile spiegare ad un’intera comunità perché l’architettura che tanto disprezzano merita invece di essere conservata e valorizzata.

Quali sono dunque le architettura più odiate del globo? Per la redazione del Times sono la Tour Montparnasse, l’Orange County Government Center (di cui Polinice si è già occupata), l’Empire State Plaza, le Vele di Scampia, il Tempelhof Airport, la BT Tower, ed il Centre Pompidou. Certo non è una selezione che tutti condivideranno, ma ciò che interessa in questo contesto non sono tanto gli edifici in sé stessi, quanto la capacità di grandi menti, il cui valore culturale è riconosciuto in maniera trasversale, di cambiare il modo in cui la comunità guarda a determinate tematiche. Due elementi di questo elenco colpiscono immediatamente: il primo è che due dei sette edifici si trovino a Parigi (e che uno di questi sia il Centre Pompidou!), il secondo è che sei di queste architetture siano state realizzate tra gli anni ’60 e ’70.

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Per estendere il ragionamento ad una scala più generale concentriamoci su due edifici in particolare: le Vele di Scampia e il Tempelhof Airport di Berlino. A prendere le difese del complesso realizzato da Franz di Salvo è Ada Tolla, architetto napoletano, fondatrice di Lot-ek. Queste le sue parole:

Se qualcuno mi mettesse davanti questo complesso oggi, senza aggiungere nessun dettaglio sul contesto o la storia, lo considererei un opera di architettura molto forte. Sono edifici iconici che rappresentano l’idea modernista del diritto alla casa, una casa per tutti. Nel momento in cui fu progettato il complesso rappresentava un’idea positiva, ottimista e progressista. Portava con sé l’idea che le megastrutture fossero un meccanismo in grado di risolvere il pressante problema della sovrappopolazione e della saturazione del centro città. Anche l’impianto urbano rappresenta questa idea: tutte le strade sono intitolate a rappresentati della sinistra, socialisti o marxisti. Le corti interne e la stessa forma della vela combinano uno dei momenti più umili e vitali di Napoli – il vicolo – con l’iconografia opulenta della città e dell’acqua. Ma il complesso era maledetto. Non è stato costruito come fu progettato: gli ingegneri cambiarono la struttura riducendo le corti interne, e quindi la luce. Nessuno degli spazi pubblici progettati fu realizzato. Gli edifici vennero occupati ancora prima di essere finiti. La camorra installò cancelli e impedì alla polizia di entrare. Per me è importante riconoscere che le Vele non rappresentano il fallimento dell’architettura, ma il fallimento dell’esecuzione e della gestione. La demolizione è spesso un tentativo di nascondere lo sporco sotto il tappeto, e non mi sembra la migliore maniera di imparare dal passato.”

Due concetti espressi dalla Tolla rappresentano per me la chiave di lettura di questa e molte altre architetture: per esprimere un giudizio critico non si può prescindere dal conteso storico e sociale nel quale sono state realizzate e non si può valutare il risultato dimenticando il processo. Cosa sarebbe successo se il crimine organizzato non avesse messo le mani sul complesso? Se l’amministrazione pubblica avesse favorito un processo graduale di appropriazione dovuta da parte della popolazione?

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Il secondo esempio che vale la pena analizzare è quello del Tempelhof, la cui difesa è affidata alle parole di Norman Foster:

Il Tempelhof è uno dei grandi edifici dell’epoca moderna, ma è inevitabile che non sia celebrato da tutti. L’architetto, Ernst Sagebiel, è stato allievo di Erich Mendelsohn, ma ha poi servito i nazisti. L’edificio era adiacente ad un campo di concentrazione in cui venivano rinchiusi giornalisti, politici ed ebrei, evocando perciò le associazioni più negative. Come un pendolo, servì i propositi del regime nazista e in seguito divenne ancora di salvezza tra il 1948 ed il 1949, quando gli aerei scaricavano scorte di cibo per Berlino Ovest. L’aeroporto è pieno di contraddizioni e paradossi. Ha una facciata austera, che non richiama lo stile nazista, ma piuttosto il razionalismo svedese. La facciata posteriore è connotata da struttura curva a sbalzo. Se fossi trasportato lì a camminare sotto quello sbalzo saresti sbalordito. L’architettura è eroica, non in una maniera pomposa, vuota, è un pezzo di ingegneria che solleva lo spirito. I monumenti, se ne rintracci l’origine, possono rivelare elementi preoccupanti del loro passato. Cionondimeno hanno qualità durevoli che, se si considerano i loro meriti, possono essere di esempio per noi”.

La cultura italiana è ben addentro di questo genere di ragionamenti: quanto a lungo Luigi Moretti è stato escluso dalla nostra storia per il valore politico che le sue architetture hanno rappresentato? Certo, ogni cosa ha il suo tempo, ma credo che ormai l’elaborazione dei disastri provocati dai fascismi sia matura e che siamo in grado di valutare in maniera oggettiva le architetture del periodo. Perché disprezzare un edificio per ciò che ha rappresentato? Non è molto più sensato costruirvi intorno un nuovo sistema di valori che rappresenti l’evoluzione, si spera positiva, storica di quella comunità?

Esiste una sottotraccia che collega tutti gli interventi dell’articolo, benché mai esplicita: quella della cultura. Mi riferisco, in questo contesto, ad una specifica definizione di cultura, che la definisce come “la costruzione di una capacità di orientamento, che basandosi sulla comprensione del passato, guarda alla costruzione del futuro[1]. Come possiamo apprezzare questi edifici se non abbiamo alcuna cultura dell’architettura dell’ultimo secolo, se non sappiamo come orientarci nella sua storia? Tutti gli interventi sottolineano come gli edifici analizzati rappresentino l’espressione culturale di uno specifico movimento, come, in qualche modo, i loro autori volessero contribuire alla costruzione della capacità di orientamento della loro società. Delle volte questa operazione ha avuto successo (penso al Centre Pompidou in particolare), cambiando il paradigma progettuale di una generazione di architetti; altre volte le intenzioni del progettista erano semplicemente in controfase rispetto ad orientamenti prevalenti.

La domanda che ci poniamo oggi è: possono questi sette esponenti di punta del mondo architettonico contribuire alla costruzione di un nuovo sistema di orientamento che ci permetta di valutare in maniera diversa ciò che già conosciamo?

 

 

 

[1] Definizione di A. Saggio, data nel corso di una lecture al dottorato di ricerca Teorie e Progetto, Università degli studi di Roma – Sapienza

Analisi del conflitto – The Clash of Civilization

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“L’evoluzione non ha dotato gli uomini della capacità di giocare a calcio. Certo, ha dato loro le gambe per calciare, gomiti per fare ostruzionismo, bocche per inveire, ma tutto ciò ci consente al massimo ad allenarci a tirare calci di rigore da soli.”   Yuval Noah Harari

Il termine conflitto deriva dal verbo latino confligere – cum fligere -, ovvero urtare contro, andare contro a qualcosa.  Alla radice del termine non vi è solamente l’idea di incapacità nell’avvicinamento fisico tra due o più soggetti quanto di una repulsione psicologica verso l’altro, verso le ragioni dell’altro e i suoi valori. Nella storia dell’evoluzione l’essere umano ha dovuto usare la propria immaginazione per “inventare” quelle regole sociali e quelle scelte di pensiero che sono diventate le basi portanti di ciascuna civiltà.

Queste fondamenta appaiono sempre più profonde e difficili da raggiungere: ogni civiltà, durante la propria storia, a sua volta non ha fatto che rafforzare le proprie regole distintive, in contrasto -in conflitto- con le altre. Le regole sociali, le regole politiche, le regole di potere. Le civiltà con più potere hanno rafforzato l’idea della loro autoproclamata superiorità, continuando ad alimentare non soltanto il confligere – l’incapacità di avvicinarsi,  al diverso – ma soprattutto il sentimento d’ingiustizia in coloro che volta per volta hanno giocato la parte del diverso nel confronto (incontro/scontro) diretto.

Una delle teorie più note sullo scontro tra civiltà è stata argomentata nel 1993 dal politologo americano Samuel P Huntington in seguito al conflitto tra USA e URSS, in relazione alla conclusione della Guerra Fredda e alle conseguenze che essa avrebbe continuato a ricreare a catena anche aldilà dello stesso conflitto conclusosi. Ricreare nel senso di riprodurre nella storia, circolarmente, gli stessi procedimenti regressivi non soltanto tra le due potenze uscite dal conflitto locale, ma tra quelle due aree geografiche che hanno mantenuto per millenni il profondo conflitto: l’Oriente e l’Occidente.

Per Huntington la vera radice del confligere non risiederebbe soltanto nelle cause di ordine politico ed economico legate al singolo Stato, le quali si esprimono e furono espresse nello scontro violento armato, quanto al concetto localizzato di Cultura e all’attaccamento spasmodico di ciascun assemblaggio geografico all’idea di una propria superiorità culturale nei confronti dell’Altro. La storia dell’umanità sembrerebbe condannata a vivere nel conflitto irrisolvibile, nell’incapacità per entrambe le parti di accettare il proprio essere allo stesso modo diversi: alla pari.

Allo stesso tempo le caratteristiche acquisite nella storia da ciascuna parte del mondo, la personalità e i tratti delle diverse popolazioni non sono altro che la riproduzione su scala maggiore dell’essere individuale, l’immagine ingrandita di quello che potrebbe essere un essere umano in conflitto con un altro (conflitto sociale) o con se stesso (conflitto interiore).

Il termine conflictus in psicologia rappresenta l’incapacità di giungere alla risoluzione e all’accettazione delle contraddizioni del proprio essere.  Se da un lato, nel soggetto psicanalitico, il conflitto avviene tra l’Io e l’Es attraverso meccanismi di difesa (negazione, proiezione, rimozione dell’altro o dell’oggetto), dall’altro il conflitto avviene tra l’identità di una delle parti del mondo e l’immagine fittizia creata in rapporto all’Altro/alle Altre.

Anche queste possono essere delle chiavi di lettura alla problematica culturale, molto discussa e criticata, introdotta da Huntington: la negazione dell’Altro rispecchierebbe l’annichilimento incompreso di una parte di sé, così come la negazione di una parte diversa del mondo e di un’altra cultura. Lo scontro inevitabile di cui parla Huntington in The Clash of Civilization si riferisce ad una divisione dettata non tanto dalle regole della politica e del mercato quanto dalla costante tensione culturale tra nove civiltà che egli identifica in: Occidentale, Islamica, Indù, Buddista, Latinoamericana, Ortodossa, Sinica, Giapponese e Africana. Ognuna di queste civiltà rappresenta un luogo di scontro, in quanto cultura edificata sul rafforzamento delle proprie tradizioni, soprattutto religiose.

Oggi, a vent’anni dall’articolo – The Clash of Civilizations – che Huntington fece pubblicare in risposta al suo contemporaneo Francis Fukuyama, il quale teorizzava la fine della storia in seguito alla Guerra Fredda con l’ingresso della globalizzazione in favore dell’Occidente, i conflitti danno ragione a Huntington: i conflitti verificano la sua teoria. Oltre all’aver visto nello scontro tra culture il fulcro delle guerre moderne, Huntington da un lato teorizzò l’allontanamento delle civiltà dal bipolarismo bellico, dall’altro un progressivo mutamento degli equilibri mondiali di potere a discapito dell’Occidente.

A  differenza degli animali, i quali ereditano gran parte delle loro funzioni attraverso il genoma, l’essere umano ha dovuto immaginare e creare un’infinita quantità di strutture e relazioni, attraverso millenni di civilizzazione per non ritrovarsi a saper tirare solamente calci di rigore da soli.

“La Cultura, o Civiltà, intesa nel senso etnografico più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società” (Tylor, 1871), rappresenta tuttavia l’aspetto più incisivo e pericoloso nel processo contemporaneo di comprensione tra diversità. Come un essere umano tende a conservare e difendere conflittualmente i propri aspetti identificativi all’interno di sé con sé stesso o con un suo simile, così anche una civiltà tende – non per natura ma per Cultura – a porsi conflittualmente nei confronti di un’altra, che essa sia indistintamente simile o dissimile.

Nel mondo che emerge, un mondo fatto di conflitti etnici e scontri di civiltà, la convinzione occidentale dell’universalità della propria cultura comporta tre problemi: è falsa, è immorale, è pericolosa.” Huntington

 

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