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Il calcolo sbagliato di Mas’ud Barzani

Lo scorso 23 settembre nel Kurdistan iracheno si è svolto il referendum sull’indipendenza. La vittoria del fronte indipendentista era scontata, ma proprio questa vittoria temporanea sta gettando il governo del Kurdistan iracheno in un vicolo cieco politico.

In un articolo del luglio scorso avevamo descritto su questa rubrica i rischi di questo voto. Tali rischi sembrano alla fine essersi concretizzati.
Il principale promotore del referendum è stato l’attuale presidente del Kurdistan iracheno, Mas’ud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan (PDK), una formazione politica di destra che da lungo tempo intrattiene buoni rapporti con Washington. Barzani e il PDK sono l’unico partito politico curdo ad aver ottenuto saltuariamente l’appoggio della Turchia, come baluardo contro le formazioni della sinistra curda, l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Il fronte curdo è tradizionalmente meno unito di quello che possa sembrare agli occhi di un occidentale, e il contrasto tra PDK e UPK è spesso sfociato in conflitto armato. Solo la presenza di avversari ben più temibili per i curdi, Saddam Hussein fino al 2003 e il Daesh oggi, hanno costretto le varie formazioni a fare fronte comune.
Con l’Isis ormai in rotta e un immenso arsenale militare raccolto nella lotta contro gli islamisti, i vecchi dissapori tra i partiti curdi stanno tornando alla luce.

Barzani ha giocato la carta del referendum per varie ragioni. Ha deciso di sfruttare al meglio l’onda dei successi ottenuti contro il Daesh, raccogliendo un consenso personale tramite una votazione, e quindi esaltando la propria immagine di leader forte e democratico al tempo stesso nei confronti dell’Occidente.
In secondo luogo, il referendum ha dimostrato una certa compattezza nel fronte curdo, almeno nei riguardi di un’istanza così discussa e per la quale i curdi si sono battuti così a lungo.
Le riforme liberiste varate dal governo di Barzani stanno aggravando problemi come la disoccupazione e lo stato di povertà in cui versa un quarto della popolazione. Il referendum ha distolto almeno per qualche tempo l’attenzione da questi problemi.
E una quarta motivazione potrebbe essere strettamente collegata alla seconda: con un referendum, Barzani voleva forse sfruttare il proprio carisma anche con i più giovani, che sono state mobilitati in massa contro il Daesh ma che forse vivono con meno partecipazione gli scontri tra i vecchi partiti curdi.

Come molte mosse politiche dettate da ragioni di propaganda interna, quella del referendum si è dimostrata una vittoria di Pirro per Barzani. I rapporti con Ankara e Teheran si sono inaspriti, e Washington, che sta ormai camminando sui vetri nell’area, si è dissociata da questa mossa politica.
Come risposta diretta al referendum, il governo iracheno ha pianificato la riconquista di Kirkuk (che si trova subito al di fuori dell’amministrazione curda in Iraq) per lanciare un messaggio chiaro: i curdi faranno comunque parte del nuovo Iraq.

I nodi sono venuti al pettine il 16 ottobre scorso, quando le truppe di Baghdad, con le numerose milizie al proprio seguito, sono avanzate su Kirkuk per riconquistare la città e i suoi preziosi pozzi petroliferi.
Barzani ha cercato di convincere le milizie curde a opporre una resistenza armata nei confronti dell’aggressione irachena arrivando a rinforzare le truppe presenti in città, che all’alba del 16 ottobre contavano diverse migliaia di combattenti.
Tra gli osservatori occidentali c’era chi temeva uno scontro su larga scala, che avrebbe potuto dare il via ad una guerra in piena regola tra curdi e governo iracheno. Lo scontro, però, non c’è stato.
Nella prima mattinata del 16 ottobre alcuni gruppi di miliziani curdi hanno aperto il fuoco contro le truppe irachene in avanzata, ma il grosso dei curdi si è semplicemente ritirato senza combattere, lasciando la città nelle mani degli iracheni. La battaglia, che poteva essere lunga e sanguinosa, è costata la vita a poche decine di uomini.
Va aggiunto che i combattenti curdi non hanno opposto resistenza anche perché Kirkuk non è una città a maggioranza curda e non fa parte delle aree tradizionalmente assimilate al concetto di Kurdistan.

Mas’ud Barzani ha compiuto un calcolo politico, ma ha sbagliato i conti. Ha immaginato di poter alzare il tono con il governo centrale iracheno potendo contare sul supporto statunitense, ma lo stesso Pentagono ha rilasciato comunicati di distensione, sottolineando la buona volontà dei curdi e ascrivendo a “incomprensione tra le parti” i conflitti a fuoco della mattinata del 16 ottobre.

Non è detto che i curdi abbiano scaricato Barzani: la loro ritirata può essere spiegata con l’impossibilità da parte dei miliziani curdi nel vedere come nemici gli stessi uomini con cui da anni combattono contro il Daesh.
Comunque, la posizione di Barzani all’indomani di questa battaglia non combattuta è sicuramente peggiorata e la sua politica personalista, che rischiava di trascinare il Kurdistan irachena in una guerra aperta contro il governo centrale dell’Iraq, ne esce incrinata.
È possibile a questo punto che si aprano nuovi scenari per la politica interna del Kurdistan iracheno.

Ma oltre alla posizione di Barzani e al futuro del Kurdistan, lo scontro porta alla luce una dinamica inquietante che rischia di caratterizzare l’Iraq dell’immediato futuro: lo strapotere delle milizie che hanno combattuto in Iraq da molti anni a questa parte può portare ad uno stato di guerra civile latente, in cui un ruolo determinante verrà giocato dalle potenze straniere, Iran e Turchia in primis.

Kurdistan: il rompicapo

La storia recente dei curdi è una storia di oppressioni e di rivolte. Il popolo curdo, frammentato tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, ha rischiato di essere travolto nel conflitto che sta dilaniando la Mezzaluna Fertile. Ma a differenza di quanto successo in passato, questa guerra ha aperto prospettive inaspettate per i curdi.
Quando il potere centrale dello stato iracheno è venuto meno, tra 2013 e 2014, i curdi iracheni hanno svuotato i magazzini militari abbandonati dall’esercito in rotta e hanno provveduto da sé alla propria difesa e alla propria amministrazione. Nella pratica, hanno creato un vero e proprio stato autonomo all’interno del territorio iracheno.

Questo esperimento, inizialmente, non è stato visto di buon occhio. L’autonomia dei curdi iracheni ha acceso le speranze dei curdi siriani, già in guerra aperta contro l’ISIS così come contro al-Assad e la Turchia.
Nonostante l’ostilità violenta dei “paesi ospiti” tradizionali (Turchia, Siria, Iraq, Iran), l’intervento armato del popolo curdo è stato determinante per lo svolgimento della guerra civile in Siria e Iraq. Dopo il crollo dell’autorità di al-Assad su gran parte del paese, nel 2014 i curdi siriani del Rojava sono insorti creando zone di autogoverno. Le Unità di Difesa Popolare (Yekîneyên Parastina Ge o YPG) sono state le prime ad ottenere una vittoria su larga scala contro il Daesh a Kobane il 26 gennaio 2015, sotto molti aspetti il punto di svolta dell’intero conflitto contro l’ISIS.
Con la vittoria di Kobane, l’importanza politica e le capacità militari della fazione curda sono emerse agli occhi del Mondo. I primi ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti. Abbandonando la dottrina statunitense che andava avanti dal 1945, Barack Obama ha scelto di allearsi con i curdi siriani del PKK nonostante la loro appartenenza ideologica marxista.
Si trattava di una scelta obbligata. Da un lato, per gli USA era impensabile allearsi con al-Assad, dal momento che gli sforzi statunitensi erano indirizzati a spodestare il dittatore filorusso. Dall’altro, il governo sciita iracheno, vista l’insufficienza del supporto occidentale nella sua lotta contro l’ISIS, ha preferito ricorrere al sostegno iraniano e in generale delle forze sciite dell’area. Oltretutto, le forze dell’Esercito Siriano Libero, addestrato e armato da Stati Uniti e Giordania, hanno dato una prova molto modesta fino al 2016 inoltrato.

In Turchia, l’irritazione per questa nuova alleanza è stata evidente. L’esercito turco ha cercato di ostacolare in ogni modo la resistenza curda contro il Daesh, impedendo il passaggio di militanti dalla Turchia alla Siria e arrivando a bombardare numerosi villaggi di frontiera.
Al momento, le truppe turche si sono schierate intorno alla città curda di Efrîn, dove dopo alcune schermaglie sembra imminente un attacco turco in piena regola.

Dall’inizio del 2015 alla metà del 2017 la collaborazione militare tra NATO e curdi siriano-iracheni ha dato buoni frutti. Grazie ai raid aerei e ai rifornimenti alleati, i curdi hanno consolidato le proprie posizioni in Siria e Iraq, ma soprattutto hanno goduto di un pieno riconoscimento internazionale.
La Francia ha seguito gli statunitensi nel dare appoggio alle milizie curde, mentre Italia, Germania e Repubblica Ceca hanno inviato ai curdi ingenti dotazioni militari.
Anche grazie a queste armi, i curdi hanno potuto giocare un ruolo decisivo sia nell’assedio di Mosul che in quello di Raqqa, le due città simbolo dell’ISIS.
Ma proprio a causa di questo appoggio, e forse in vista di operazioni su larga scala a Efrîn, in giugno le truppe della Germania sono state costrette a ritirarsi dalla base NATO di Incirlik, nella Turchia meridionale, dopo il rifiuto di Erdogan nel concedere visti ai militari tedeschi.

Tuttavia, proprio il sostegno occidentale rischia di rivelarsi ingombrante per i curdi. Gli USA vedono come propria priorità la sconfitta del Daesh tanto quanto il rovesciamento di al-Assad, e fino a giugno solo l’intervento diretto della Russia era riuscita a congelare il conflitto su larga scala tra l’esercito lealista e le forze siriane antiregime.
Questo equilibrio precario è stato però ripetutamente violato da Washington. Nella notte tra 6 e 7 aprile le navi statunitensi hanno lanciato 59 missili sulla base lealista di Shairat come rappresaglia per un attacco chimico che l’esercito regolare siriano avrebbe effettuato a Khan Sheikun. Il 18 giugno gli statunitensi hanno abbattuto un cacciabombardiere lealista che secondo il Pentagono, avrebbe colpito le posizioni curde schierate a Raqqa, mentre Damasco ha affermato che l’aereo stesse effettuando raid contro le truppe del Daesh in fuga dalla città.
Per tutta risposta poche ore dopo l’abbattimento l’Iran ha lanciato missili balistici contro postazioni del Daesh in Siria, in pratica mettendo in guardia gli USA dal non rompere nuovamente la tregua.

Questa escalation è stata provocata dalla scelta di Donald Trump di concedere larghe autonomie decisionali ai propri generali, i quali lo hanno ripagato con una serie di operazioni che rischiano di far degenerare ulteriormente una situazione estremamente precaria. Le improvvisate dell’amministrazione Trump non possono far altro che danneggiare i curdi.
In Iraq si era giunti ad un’alleanza de facto tra i curdi e le milizie sciite filoiraniane, e perfino in Siria curdi e lealisti erano arrivati ad una tregua e ad una quasi-collaborazione per sconfiggere il Daesh.
Le mosse degli Stati Uniti stanno cambiando questo contesto, portando i curdi verso un’ostilità sempre più aperta nei confronti delle truppe lealiste siriane.

Di certo non ha aiutato la decisione delle autorità curdo-irachene di indire un referendum sull’autonomia del Kurdistan per il prossimo 25 settembre. A causa della cattiva scelta dei tempi, la mossa rischia di alienare le simpatie dello stato iracheno proprio in un momento in cui i curdi hanno disperatamente bisogno di alleati. Anche perché non è chiara quale strategia possa essere intavolata in caso di vittoria del fronte autonomista.

I curdi si trovano ormai ad un bivio: scegliere se continuare ad essere supportati dagli occidentali rischiando di inimicarsi tutti gli altri attori coinvolti nella regione, oppure cercare una mediazione con almeno uno di questi attori (e il fronte costituito da Russia, Iran e Damasco potrebbe essere il più papabile). Il rischio, però, è che l’interventismo statunitense non lasci loro alcuna scelta.