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Pastorale Americana di Ewan McGregor

Ci vuole una certa hubris per inaugurare la propria carriera registica con l’adattamento di uno dei romanzi più celebrati della letteratura mondiale contemporanea, ma evidentemente Ewan McGregor si è sentito all’altezza della situazione, ed eccoci qua a parlare del suo Pastorale Americana.

Basato sul libro di Philip Roth, il film segue in maniera piuttosto pedissequa la trama della fonte, ed è quasi sorprendente quanto riesca a corromperne lo spirito rimanendo così vicino all’impalcatura narrativa. Forse “corrompere” è un termine un po’ forte per un film che in definitiva si difende se valutato come drammone hollywoodiano a casaccio, ma ci sono un paio di domande che sorgono spontanee dopo la visione del film, domande le cui risposte difficilmente potranno gettare una luce positiva sul debutto dietro la cinepresa di McGregor.

Domanda numero uno: come fa una persona che evidentemente ha apprezzato Pastorale Americana abbastanza da volerne realizzare una versone cinematografica a distorcerne il tono e lo spirito così deliberatamente? Anche tralasciando la virata patetica che la SNAI nemmeno quotava, e che di per sè potrebbe configurare il film come la resa di uno degli strati del romanzo a discapito degli altri, la scena finale, che è l’unica inventata di sana pianta, è talmente incongrua, non solo con lo spirito del libro, ma anche col tono del film, che salvo ipotizzare l’intervento del classico produtore cattivo hollywoodiano, non so come giustificare la mossa in qualche maniera che salvi le facce di McGregor e del suo sceneggiatore.

Domanda numero due: quanto bisogna non capire un cazzo di cinema per non rendersi conto che una resa formalmente inerte di un romanzo così stratificato come Pastorale Americana non può ambire ad altro che a moderare la delusione del pubblico del libro? Non penso che paragonare un film alla sua fonte sia una maniera sensata di valutarlo, ma se la pellicola non fa assolutamente nulla per emanciparsi (con le disastrose eccezioni di cui parlavamo sopra) dal materiale originale, e si accontenta di farne un sunto degli snodi della narrazione, diventa anche difficile non menzionare il fatto che si tratta di una versione ridotta ed edulcorata di un’opera che non aveva bisogno nè dell’una nè dell’altra operazione.

Ribadisco che, decontestualizzato, Pastorale Americana è un film decente, ma la velleitarietà del progetto è così evidente che mi riesce molto difficile riconoscergli i suoi, del resto limitati, meriti.

Le esplorazioni notturne di Kelly Reichardt

Grazie ad una striscia di film più che discreti Kelly Reichardt è diventata un nome di primo piano nel panorama cinematografico americano extra-hollywoodiano. I suoi film sono stati fino ad ora molto contemplativi e concentrati sul rapporto tra i propri protagonisti e l’ambiente che li circonda, fosse questo il bosco di Old Joy, la città di Wendy & Lucy o il deserto di Meek’s Cutoff, e il suo ultimo lavoro, intitolato Night Moves, di cui parleremo oggi, rappresenta in questo senso un po’ una rottura col passato. L’intreccio della trama infatti, per quanto ancora molto rarefatto, assume questa volta un ruolo più centrale nell’economia del film, e il tema del rapporto dei personaggi con l’ambiente diventa una funzione della sceneggiatura più che una conseguenza del fatto che l’esplorazione di questo ambiente sia l’ingrediente principale nella ricetta del film, come accadeva nei lavori precedenti.

I protagonisti di Night Moves sono infatti degli ambientalisti radicali, impegnati ad organizzare un attentato dinamitardo contro una diga idroelettrica, e successivamente a fare i conti con alcune conseguenze non preventivate della loro azione. Volendo la premessa si presterebbe bene a un bel film con Van Damme e il debutto cinematografico di miss Bulgaria 1998, ma la regista (e co-sceneggiatrice) tiene in mano saldamente, quasi tirannicamente, le redini delle oscillazioni emotive del film, che risulta quindi estremamente distaccato, pressochè indifferente alle sorti dei suoi protagonisti. I tre, interpretati da Jesse Eisenberg, Dakota Fanning e Peter Sarsgaard, non vengono caratterizzati moralmente nè come eroi, nè come criminali, le loro motivazioni vengono spiegate molto genericamente e i percorsi che li hanno portati a sviluppare le loro idee restano ignoti allo spettatore. Questo distacco enfatizza l’eleganza delle immagini, e dona alla paletta cromatica estremamente fredda del film una vividezza sorprendente, e l’aspetto visivo è probabilmente quello che più attira l’attenzione.

Night Moves è un film abbastanza atipico, difficile da collocare e che può lasciare qualche perplessità, ma credo si tratti di un altro passo avanti per un’autrice da cui è lecito attendersi grandi cose in un futuro abbastanza prossimo.