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Spectre di Sam Mendes

Arrivati al ventinonsoquantesimo film c’è poco che un recensore possa dire di un film di James Bond. Tutti sappiamo come l’agente segreto si presenta, cosa beve e quanto non gliene freghi un cazzo degli ordini dei suoi superiori. Negli ultimi anni sappiamo anche che è più ruvido e muscoloso, un po’ più passionario, e ci sembra di capire che in un prossimo futuro potrebbe diventare nero.

L’attaccamento che la serie ha conservato nei confronti dei propri punti fissi ha del ragguardevole se pensiamo a quanto sia cambiata per altri versi, ma viene spontaneo chiedersi cosa ha consentito all’agente 007 di estendere la propria longevità ben oltre quella che sarebbe legittimo aspettarsi da un personaggio che il grande pubblico si è ormai sorbito in tutte le salse.
Queste domande sono a maggior ragione pressanti dopo la visione di un film formulare e noioso come Spectre, che non riesce in nessuna maniera a rivitalizzare un immaginario incartapecorito e che fa un cratere nell’acqua se valutato come un film d’azione o di spionaggio. Non entro nei dettagli della trama per evitare di essere anche rimbrottato dagli spoilerofobi, ma chiunque abbia visto un film di James Bond sa benissimo cosa aspettarsi dall’ultimo nato nella famiglia, e se le trame passate non sono mai state esattamente di ferro, quella punta di ambizione che in un certo senso va riconosciuta allo 007 di Sam Mendes porta a dei vertici di completa demenza e mancanza di riconoscimento dei propri limiti che decisamente non è tradizionale per la serie.

Volendo tralasciare la qualità della scrittura non facciamo però grossi passi avanti guardando altrove. Le scene più movimentate in particolare sono particolarmente deludenti per prevedibilità e mancanza di suspance, i dialoghi più bolsi e posticci del solito, la fotografia meno efficace.
Non so se c’è qualcosa che si può fare per rivitalizzare il filone, probabilmente sì visto che il nemmeno troppo antico Casino Royale era un film di tutt’altro livello, ma una riforma piuttosto radicale deve senz’altro avere luogo, e visto che siamo arrivati alla fine del ciclo di Daniel Craig la possibilità è forse meno remota di quello che i maligni come me potrebbero immaginare.

Diamond life, lover boy, we move in space with minimum waste and maximum joy

Sono già passati sei anni dall’uscita di Casino Royale, primo film del nuovo corso di Bond che aveva destato una certa sensazione per la sua scarsa ortodossia al canone zerozerosettiano. Ad un nuovo protagonista dai tratti somatici decisamente più duri corrispondeva un agente forse meno elegante, ma sicuramente in grado di conquistare una buona parte del pubblico proprio per un insospettato temperamento sanguigno che aveva dato nuova linfa ad un personaggio che probabilmente cominciava ad avvertire il peso degli anni.
Casino Royale ovviamente aveva diverse altre frecce al suo arco, e in generale era un ottimo film che sembrava poter rappresentare uno spartiacque per la serie di cui era ormai il ventunesimo episodio.
Due film più tardi non sono molto convinto che le “promesse” siano state mantenute nonostante Skyfall abbia ricevuto un’accoglienza alquanto calorosa da parte di pubblico e critica (Quantum of Solace non è piaciuto a nessuno e per ottime ragioni).
Si è molto parlato di come Sam Mendes, l’ottimo regista di pellicole come American Beauty o Revolutionary Road, avesse intenzione di fare un film che pur tenendo i piedi ben piantati nella tradizione di intrattenimento ed evasione più sfrenati che hanno sempre contraddistinto i film di Bond, potesse anche aver qualcosa da dire sul mondo in cui viviamo e le trasformazioni che sta subendo.
Ovviamente le storie di spionaggio e tensioni internazionali tipicamente bondiane si presterebbero discretamente all’operazione, che però in questo caso si risolve banalmente in un tono elegiaco/nostalgico riguardo un mondo, quello dei servizi segreti, che non trasuda certo tutto questo romanticismo.
Il personaggio di Judi Dench, M, è un po’ il catalizzatore di questo umore, e se c’è un momento del film che si candida a rimanere nella memoria collettiva è quello in cui l’attrice sciorina con magniloquenza dei versi di Tennyson poco prima di essere aggredita da Javier Bardem.
L’attore spagnolo, che come ho letto non so dove, si conferma in grado di incutere un supremo terrore grazie solo alla sua acconciatura, rappresenta sicuramente l’aspetto migliore del film. Il suo personaggio è un cattivo tremendamente fascinoso, e la sua a tratti sublime interpretazione rende veramente difficile parteggiare per il servizio segreto di sua maestà. L’ingloriosa e anticlimatica fine riservatagli è un torto che il film fa a sé stesso e agli spettatori, e fa il paio con la sbrigativa liquidazione della bond girl di turno.
Tra sparatorie, scazzottate, e qualche bella inquadratura, le dueoremmezza del film trascorrono senza sussulti particolari, tanto più che la vena umoristica degli sceneggiatori non risulta molto ispirata, e la realizzazione delle scene più movimentate non supera un’aurea mediocritas, difetto questo che Skyfall eredita da molti dei suoi predecessori.
In conclusione se non potete fare a meno del nuovo film di James Bond probabilmente non rimarrete delusi da questo nuovo episodio, ma se non subite già il fascino dell’agente segreto più famoso al mondo Skyfall non è il film adatto a farvi cambiare idea.