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Souls-like, un genere in esaurimento?

I Soulslike, per chi ignorasse tale etichetta di genere, sono videogiochi di ruolo accomunati dalla ripresa di meccaniche simili – se non identiche – alla serie Dark Souls di From Software: ovvero, una difficoltà estremamente alta (perdita di tutte o parte dei punti esperienza al momento della morte), boss e nemici punitivi, mappe studiate appositamente per narrare “passivamente” una storia e un mondo, ed il tutto condito con dinamiche action e un sistema di sviluppo del personaggio slegato dal concetto di classe iniziale.

Non è certo una notizia che la nuova iterazione del capostipite del genere, Dark Souls III, stia già creando un’attesa non indifferente. Premettendo che chi scrive attende impazientemente la data del 12 Aprile 2016, per tornare ad esplorare un mondo vasto e complesso, popolato da PNG carismatici e ricco di misteri, sarà difficile che in un prossimo futuro acquisterò un eventuale Dark Souls 4, o altri giochi che si ispirino a questa saga. E da qui la domanda del giorno: il genere dei soulslike ha già detto tutto quello che aveva da dire, oppure può ancora regalarci delle nuove esperienze?

Lords of the Fallen
Lords of the Fallen

Già dal lancio di Dark Souls, l’apprezzamento di un certo tipo di game design  – considerato in un primo momento di nicchia – portò alla nascita di un mercato specifico di giocatori alla ricerca di videogame simili alla serie di Dark Souls, per riempire l’attesa tra un capitolo e l’altro della serie di Hidetaka Miyazaki. Di conseguenza uscirono titoli lo stesso Bloodborne  di From Software, soulslike a tema lovecraftiano in un’ambientazione ottocentesca. Ma anche Lords of the Fallen, che tentò di reinterpretare Dark Souls in chiave “occidentale” e secondo i canoni di un action-rpg classico come Diablo. E in seguito altri titoli che cercarono di variare la formula di Dark Souls: Salt and Sanctuary, titolo da poco uscito su PS4 (e prossimamente disponibile su PC e PSVita), che ibrida le meccaniche dei souls-like con i platform 2D alla Castelvania, oppure Dark Maus, souls-like per PC con protagonisti topolini e altri animali, con visuale dall’alto in basso e un comparto artistico minimale. E la tendenza non accenna a fermarsi: sempre quest’anno uscirà Eitr, souls-like dall’impostazione isometrica (alla Baldur’s Gate per intenderci) ispirato alla mitologia norrena.

Salt and Sanctuary
Salt and Sanctuary

In tutto questo ventaglio di offerte, vi è qualcosa di davvero innovativo, a parte “inzuppare” la stessa pietanza in una salsa diversa? Paragoni culinari a parte, tutti questi videogiochi imitano Dark Souls cambiando solo alcuni aspetti grafici o di design, ma senza il reale sforzo di far evolvere radicalmente la formula del capostipite. Non è avvenuto quello che accadde con un altra categoria di giochi che prende nome dal proprio progenitore: i roguelike. Partendo dal successo sui mainframe universitari di Rogue negli anni ‘80, vi fu un’esplosione di giochi amatoriali ispirati a quest’ultimo; ogni nuovo imitatore cercava di aggiungere e aggiornare le meccaniche di Rogue e degli altri membri della famiglia. Cosa che allo stato attuale non si è visto nel caso dei soulslike.

Dark Maus
Dark Maus

Il problema si fa sentire maggiormente proprio all’indomani dell’uscita di Dark Souls III in Europa e Nord America (ricordiamo che in Giappone è già uscito il 24 Marzo). Si ha come la sensazione che, aldilà dello splendido comparto artistico, il gameplay cominci a far sentire la propria vecchiaia e con lui la crisi di idee che caratterizza il genere. Se Demon’s Souls fu un pugno allo stomaco ai tempi della sua pubblicazione, cambiando le carte in tavola nell’industria, oggi Dark Souls III è piuttosto la maestosa conclusione di un’esperienza che ha detto quello che aveva da direi. Tant’è che lo stesso Miyazaki ha prospettato di non voler più realizzare altri titoli e dedicarsi dunque a qualcosa di diverso.

Eitr
Eitr

O semplicemente i soulslike hanno saturato la domanda dei giocatori con un’offerta monotona, similmente a ciò che accadde negli anni ‘90 con le avventure grafiche o gli FPS: i vari sviluppatori rilasciarono una valanga di cloni che non aggiungevano né offrivano qualcosa di davvero originale. Riproponendo la stessa minestra riscaldata, il pubblico si chiese per quale ragione continuare ad acquistare produzioni tutte uguali. La medesima tendenza pare evidente allo stato attuale con i Souls ufficiali e di terze parti.

Se vogliamo andare oltre una lista di considerazioni commerciali, forse la causa di questo è forse più semplice: quello del Souls è un tipo di gioco di ruolo con regole e caratteristiche ben precise, che non permette molte variazioni, a differenza di altre sotto-categorie. Per questo probabilmente non vi sono gli estremi per innovare il genere senza snaturarlo. Ed è questo il motivo per cui Miyazaki – non scommetterei invece su From Software – vorrebbe chiudere qui l’esperienza di una serie che, nonostante i giudizi di valore, ha donato molto ai giocatori di questa generazione. Entrando a pieno nell’Olimpo dei classici.

 

Recensione: Dark Souls II Scholar of the First Sin

Dark Souls II, erede di Demon’s Souls e Dark Souls, è ritenuto uno dei giochi dark fantasy più difficili e impegnativi degli ultimi anni: qualsiasi errore viene punito severamente con la morte e la vanificazione del lavoro svolto fino a quel dato punto. Ciononostante si è conquistato nel corso degli anni una larga fetta di giocatori, stanca dei soliti casual games e della sempre più ampia influenza dell’impostazione cinematografica, a scapito di un gameplay nudo e crudo. Proprio ad Aprile è stata rilasciata anche per la nuova generazione di console Playstation 4 e Xbox One (e anche PC dotati di DirectX 11.0), con tutte le espansioni, nuovi contenuti e grafica aggiornata.

È opportuno, parlando di un titolo uscito un anno fa e della sua riproposizione rimasterizzata per old e next-gen, distinguere fra il gioco originale e i DLC (downloadable-content) e l’edizione Scholar of the First Sin. Quindi dividere fra l’opera e il successivo “remake”, sottolineando le novità.

Dark Souls II (e i DLC)

dark souls ii scholar of the first sin

Dark Souls II uscì il 13 Marzo 2014 e fu subito un bestseller acclamato come ultimo grande gioco di ruolo della generazione Ps3-Xbox360-PC DirectX 10.0. In effetti, con qualche difettuccio, si rivelò a mio parere il migliore gdr per console di questa generazione (insieme a Dragon Age: Orgins).

Mi attirerò sicuramente le antipatie della ben nutrita comunità dei giocatori della serie Souls, ma ritengo il secondo capitolo attualmente il migliore della saga. Per alcune ragioni: primo, un comparto artistico ben più variegato e con piacevoli aperture all’high-fantasy. Secondo, è stato mantenuto il livello di difficoltà del primo, eliminando però tutte le frustrazioni.  Come la mancanza iniziale di teletrasporto fra i falò e così via. In tal modo è stata offerta un’esperienza sullo stesso piano dei predecessori e autenticamente Souls, scremata di tutti i fattori di gameplay superflui e scoraggianti, che non arricchivano in sé la sfida. Quindi stessa ricetta, ma resa più accessibile ai neofiti. Terzo, il “lore”, il contesto narrativo del gioco: seppur risulti a tratti incoerente rispetto al primo Dark Souls, risulta più suggestivo e ricco.

Aggiungendo un’immensa personalizzazione del personaggio, PNG davvero intriganti, un comparto multiplayer solido e la possibilità di ricominciare la partita con lo stesso eroe con mostri e boss più letali (il cosiddetto NewGame+), Dark Souls II è un videogame da giocare senza stancarsi per gli anni a venire.

Anche i DLC non sono male: nonostante originariamente la From Software promise che non sarebbe stato rilasciato nessun tipo di contenuto aggiuntivo (per poi rimangiarsi poco dopo la parola), le espansioni extra valgono la pena di essere giocate, con mappe e storie emozionanti. Insomma, valevano la spesa.

Scholar of the First Sin

dark souls ii scholar of the first sin

La nuova riedizione, contiene il gioco orginale, tutti i DLC usciti oltre a dei contenuti inediti e una completa rivisitazione dei luoghi dove si collocano i vari avversari. Anche il numero di giocatori online è stato portato da 4 a 6. Peccato che tutto questo sia al limite del false advertising. Aldilà della grafica migliorata, disponibile come ovvio che sia per la nuova generazione di piattaforme da gioco, il resto dei nuovi contenuti è disponibile solo per queste ultime e per l’edizione PC del remake. Scholar of the First Sin per Xbox 360 e PS3 è sprovvisto dei contenuti aggiuntivi e del multiplayer rivisto; è presente solo il gioco base, i DLC e un NPC opzionale, nonostante sia stato spacciato come equivalente, perlomeno nell’offerta di contenuti, alle controparti PS4/XOne (onor del vero sul sito ufficiale vi è una tabella comparativa delle varie features, ma è accessibile solo per vie traverse). Rimane il problema che questa differenza non è stata sottolineata esplicitamente dalla casa produttrice al momento del lancio il 2 Aprile scorso. Un po’ di trasparenza, credo, non avrebbe guastato. Per il sottoscritto non è stato un gran danno in fondo: ho giocato solo il predecessore e non ho comprato né Dark Souls II né le varie espansioni, quindi ho potuto provare il gioco ad un prezzo minore su XBox 360 con in più diversi extra. Immagino però che i fan del gioco rimasti ancorati alla generazione precedente siano rimasti con l’amaro in bocca, ricomprando il disco apposta per i nuovi contenuti.

Parlando della versione Scholar in quanto tale, è stata un grosso passo in avanti in termini di design: effettivamente, gli sviluppatori hanno svecchiato un titolo già validissimo, sfruttando il nuovo hardware e permettendo ai veterani di godersi un’esperienza rinnovata e a chi se lo era perso (come me) di apprezzarlo per la prima volta. Oltretutto le descrizioni inedite ampliano la già vasta ambientazione di Drangleic, la quale non ha nulla da invidiare in quanto dettaglio e profondità a quelle cartacee per GDR carta e penna; un’occasione ghiotta per approfondire nel dettaglio aspetti della trama in precedenza tralasciati o rimasti ambigui. Ma la novità principale risiede certamente nel potenziamento grafico: finalmente è possibile osservare e godere a pieno, senza limitazioni tecniche, del fantastico art design ormai diventato marchio della serie.

Quindi è giusto affermare che Scholar of the First Sin sia l’edizione definitiva di quel capolavoro che è Dark Souls II, anche se non indispensabile per chi lo giocò al tempo dell’uscita.

Conclusioni

Dark Souls II Scholar of the First Sin è tutto sommato un bel regalo per appassionati e non. Si tratta della dimostrazione che il team From Software crede ancora nella sua opera e continua a supportarla nel tempo; scelta azzeccata, dato l’enorme successo registrato pur trattandosi alla fine di una minestra riscaldata. Deludente invece per chi è rimasto alle console più vecchiotte.

Riassumendo, acquisto consigliatissimo per i possessori di PS4 e Xbox One e per coloro che se lo sono lasciato sfuggire in precedenza. Da evitare o superfluo invece per chi ha già speso tempo, pazienza e denaro nei mesi scorsi.