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Arch and Art alla Triennale

Nel parco della Triennale di Milano sono sorti in occasione della XXI edizione dell’Esposizione Internazionale Triennale cinque padiglioni; cinque costruzioni che sono insieme oggetto e campo d’azione di una delle mostre organizzate per questi sei mesi di riscoperta di una tradizione tutta milanese, la Triennale appunto.

Arch and Art, il titolo della mostra – e ringraziamo che almeno la congiunzione sia scritta per intero, con buona pace degli amanti della “e” commerciale.

Cinque coppie di architetti-artisti, #architettiartisti, di fama (“maestri” nella definizione del programma dell’esposizione), hanno collaborato per il disegno e la realizzazione di altrettante piccole architetture per ospitare opere d’arte.

L’Architettura e l’Arte che si mostrano insieme agli occhi curiosi del visitatore-ospite e il luogo in cui lo fanno è il più adatto: il Palazzo dell’Arte nasce in occasione della V Triennale del 1933, quando dalle Biennali di Monza si decide di portare a Milano l’Esposizione Internazionale delle Arti e dell’Industria moderna. Giovanni Muzio concepisce l’edificio come un moderno contenitore per le arti, versatile nel suo uso e nelle possibilità che offre all’installazione, capace di relazionarsi con il parco, monumentale, ma con grazia e all’avanguardia – per l’epoca – nelle scelte tecniche e costruttive (viene ad esempio sperimentato per la prima volta il klinker in maniera massiccia per i rivestimenti).

L’edificio è uno degli emblemi, a Milano, di quanto la cultura architettonica e quella artistica possano lavorare insieme, farsi parti di un processo comune.


2 - Sironi VTriennale

I padiglioni, che sono disposti nel parco (forse a memoria di quanto avveniva soprattutto nelle prime edizioni dell’Esposizione storica) sembrano di buona fattura, divertenti, a tratti intriganti, decisamente ludici – in senso buono, visto che si prestano al gioco dei molti bambini che usufruiscono del parco.

David Chipperfield, Hans Kollhoff, Francesco Venezia, Eduardo Souto de Moura, Michele de Lucchi per la squadra degli Architetti; Michelangelo Pistoletto, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Jannis Kounellis e Ettore Spalletti con la maglia opposta.

Però si gioca insieme: architettura per l’arte; l’architettura e l’arte si plasmano e formano l’un l’altra; architettura che accoglie l’arte, arte che ispira la forma architettonica.

I cinque padiglioni offrono uno spettro interessante di cosa possa voler dire lavorare con due strumenti che nell’immaginario collettivo ormai appaiono lontani, ma che provengono – e ne siamo intimamente convinti – da una stessa matrice. Arte e architettura sono due modi di intendere il reale e in questo senso sono due modi di vivere e di affrontare le questioni del quotidiano. Non si richiede né si pretende che il tutto sia comprensibile, perché l’arte non è da giudicarsi nei soli termini della comprensione istantanea nè l’architettura risponde solo alle ragioni del giudizio estetico soggettivo.

Le proposte sono tra loro incredibilmente diverse tanto nell’approccio al lavoro, quanto nelle soluzioni artistiche ed architettoniche. La lingua che parlano è quella dei loro artefici, ma il mostrarsi l’una accanto all’altra permette di affrontarle con quel distacco che è poi quello di una passeggiata al museo. “La verità è che la gente viene qui (alla National Gallery, ndr) per le ragioni più varie: per rilassarsi un po’, per ripararsi dalla pioggia, o per guardare i quadri, o magari per guardare le persone che guardano i quadri.” (1)

Si guarda dentro da fuori, fuori da dentro, ci si sporge e si passa avanti. La spiegazione dell’opera e della biografia degli autori, su di una targa a lato, disturba un po’ quella che si vorrebbe fosse una composizione di teatro, ma con puntiglio ci ricorda di stare al nostro posto.

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Alcuni temi ricorrenti: il percorso, la misura, il gioco degli spazi che si compenetrano, quindi la luce, la matericità e il colore del materiale, i bambini.

Ci sono l’intimo domestico, la riflessione sull’involucro, il gioco visuale interno-esterno, l’architettura come atmosfera, il sacrosanto richiamo al classico e il milanesissimo mattone.

La ricerca dell’introspezione, la memoria soggettiva passata, l’attesa e la sorpresa, lo slancio collettivo verso il futuro.

Manca il racconto d’insieme; che sarebbe l’uomo, forse, ma che qui è trattato come attore transitorio di una installazione a tempo più che essere la chiave di volta per far funzionare un’idea.

Dalla presentazione della mostra: “Nel nostro recente passato invece, le due discipline si sono sempre più allontanate tra loro: oscillando tra autonomia e sconfinamento dei loro domini, hanno di fatto rinunciato a lavorare fianco a fianco, e a regalarci così quei magnifici capolavori a cui ci avevano abituati.”

L’imput c’è: l’architettura deve essere in grado di riprendersi quello spazio che ebbe nel passato nell’essere tassello per la costruzione di una identità collettiva; l’arte, dal canto suo, deve proporsi come motore positivo e non andare per se’.

Un sacello, un tempio, una casa, una cassa, un’astronave: ognuna di queste cinque azioni artistiche riflette in un modo personalissimo su alcuni degli aspetti che più caratterizzano la persona. Riconoscibili nelle forme, ma con quell’elemento in più che in un primo momento destabilizza le aspettative, per poi indurre alla riflessione.

E allora all’interno della casa se ne trova una seconda, simile ma dissonante – perché sono due le vite che l’hanno concepita; la cassa si rivela per essere in realtà uno scrigno e l’astronave un camino che conduce all’ascensione; il tempio in mattoni accompagna il fedele a ricongiungersi più che con l’icona che lo osserva dal fondo dell’abside con il cielo che vi filtra, mentre lo scrigno in travertino dell’ultima cappella racchiude un punto di luce immerso nel blu, osservatore che si fa guardare.

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ARCHITETTURA (Architecture-Baukunst, Architektur). Questa parola, nel significato più semplice e più generalmente ricevuto, esprime arte di edificare. La prima però di queste parole, cioè arte, riceve dall’uso due significazioni, secondo la natura degli oggetti o delle materie cui viene applicata, o secondo le varie attribuzioni che comporta ognuna di queste materie. Essa infatti viene adoperata tanto nelle cose meccaniche e ne’ più volgari lavori, quanto in ciò che hanno di più sublime i concepimenti del genio, e quindi dicesi ugualmente l’arte del vasaio e l’arte del poeta. (2)

E non serve il drink che si può sorseggiare mentre si passeggia dentro e fuori questi mondi a fuggire una domanda che sorge spontanea: ma è arte o architettura?

A pochi metri dai padiglioni è l’installazione di Sironi Bagni misteriosi, costruita per la XV Triennale del 1973 nell’ambito del progetto “Contatto Arte/Città”.

Il fine di una esposizione non è forse sollevare un problema più che risolverlo? Nella suggestione di questi esercizi di mestiere si offre una chiave, uno spunto da cui far procedere un ragionamento, perché l’arte non ha solo il ruolo di smuovere le menti e pungolarle e l’architettura non basta sia costruita per definirla tale.

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È una tappa di un percorso tortuoso e importante, nel nostro paese, nel contemporaneo, non tanto teso alla dimostrazione che Architettura e Arte possano o debbano stare insieme, quanto piuttosto all’affermare che entrambe servono per progredire e per questo servono insieme.

Entrambe, ognuna con gli strumenti che le sono più propri, seguendo i percorsi che ne indirizzano l’evoluzione, perseguono una ricerca che non può che essere autonoma. I “fini” dell’architettura e dell’arte non coincidono, soprattutto nel mondo contemporaneo; ma si compenetrano, più o meno sottilmente definiscono i margini l’una dell’altra, a costruire un progresso composito, organico.

Delle costruzioni si fruisce in un duplice modo: attraverso l’uso e attraverso la percezione. O, in termini più precisi: in modo tattico e in modo ottico. Non è possibile definire il concetto di una simile ricezione se essa viene immaginata sul tipo di quelle raccolte per esempio dai viaggiatori di fronte a costruzioni famose. Non c’è nulla, dal lato tattico che faccia da contropartita di ciò che, dal lato ottico, è costituito dalla contemplazione. La fruizione tattica non avviene tanto sul piano dell’attenzione quanto su quello dell’abitudine. Nei confronti dell’architettura, anzi, quest’ultima determina ampiamente perfino la ricezione ottica. (3)

… abitudine in senso attivo, dell’abituare, bene.

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Arch and Art si conclude all’interno del museo, in un angolo di passaggio dove sono esposti cinque modelli, uno per ogni progetto, di studenti dell’Accademia di Architettura di Mendrisio ai quali è stato chiesto di scegliere, leggere, reinterpretare il lavoro delle star che espongono nel giardino, traendone un personalissimo, e davvero interessante, risultato (vedi Domus 1004). Forse l’elemento più interessante della mostra, se la si considera come un pezzo di un ingranaggio; questi lavori sono un passo avanti di cui parlare.

E che sono riusciti a riabilitare anche un cestino della spazzatura a oggetto della composizione.

 

Riccardo Petrella

 

 

(1) Alan Bennett, Una visita guidata, Adelphi 2008

(2) Quatremère de Quincy, Dizionario storico di architettura, Marsilio 1985

(3) Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi 2000

Foto di copertina di Donata Basile, domusweb.it

Arch and Art, foto dell’autore 2016

Installazione di Mario Sironi nel giardino della Triennale, V Triennale di Milano, 1933

2014 – La Biennale di Rem Koolhaas

Without my parents’ balcony I would not be here. They lived on the 5th floor of a new social democratic walk-up. Born in the last months of the war, a cold but very sunny winter, when everything that could burn had been burned, I was exposed to the sun, naked, every possible second to capture its heat, like a mini solar panel.

Tentare di compiere un’esegesi della quattordicesima Mostra Internazionale di Architettura è cosa vana. Per più di un motivo. Il primo è perché già troppi addetti ai lavori hanno provato a raccontare quanto accaduto in laguna nel corso degli ultimi mesi. Il secondo è che tradurre Rem Koolhaas equivale ad interpretare un oracolo della Pizia: il messaggio appare chiaro ma conserva nel suo intimo una dose di ambiguità tale per cui ogni soluzione risulta non del tutto convincente, bensì controvertibile. Terzo infine, perché Koolhaas con il suo opuscolo introduttivo, consegnato ad ogni visitatore nell’atrio del padiglione centrale, già ci restituisce un breve ma efficace documento, utilizzando proprio gli elements come medium di un racconto autobiografico – asciugata la lacrimuccia possiamo ripartire –  e chi meglio del curatore stesso può far capire il senso di una mostra?

Noi dalla nostra, dopo l’analisi della Biennale 2012 targata Chipperfield, non possiamo però esimerci da quella gustosa azione di setaccio che ogni visitatore dovrebbe compiere tra i Giardini e l’Arsenale ogni due anni. Il setaccio di PoliLinea, come chi ci legge ben saprà, non trattiene solo quanto di buono è stato proposto, possibilmente esamina con ancor più attenzione ciò che è nocivo alla salute di un architetto, da utilizzare come vaccino per il lungo e freddo inverno che ci attende.

Jakub Woynarowski è il primo nome ad emergere tra le partecipazioni nazionali. Koolhass, dimostrandosi anche qui un raffinato animatore culturale, ha preteso che per la prima volta ci fosse un tema guida ad accomunare tutti i singoli padiglioni “fuori dal suo controllo” (format vincente che ci auguriamo verrà acquisito e riproposto nelle prossime edizioni) scegliendo come fil rouge Absorbing Modernity: 1914-2014. E’ proprio la Polonia, curata da Institute of Architecture (Dorota Jedruch, Marta Karpinska, Dorota Lesniak-Rychlak, Michal Wisniewski) con il concept di Woynarowski ad aggiudicarsi il Leone d’oro di Polinice (nella realtà andato alla Corea del Sud).

 

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La riproposizione di un’architettura commemorativa, il baldacchino opera di Adolf Szyszko-Bohusz pensato come ingresso alla cripta funeraria dove venne sepolto Józef Piłsudski, è carica di significati tanto architettonici, il dibattito sul linguaggio moderno per l’appunto, quanto politico-culturali, basti pensare alla provenienza degli elementi di spoglio che compongono l’opera; rendendola un ideale e possibile paradigma per l’intera Biennale 2014. A rafforzare l’iconicità dell’intervento è senza dubbio la luce che anima il padiglione Venezia, costruito nel 1932 su di un lotto stretto e lungo nell’isola di Sant’Elena e progettato da Brenno del Giudice.

Se l’opera sopracitata provava a sintetizzare concettualmente in una installazione in scala 1:1 un messaggio complesso e carico di significato, Francia e Gran Bretagna hanno declinato i loro intrecci con la modernità, decisamente più ingombranti e meno facilmente riassumibili, in due padiglioni di ottima fattura, ben documentati e curati egregiamente. Non a caso, dietro entrambi troviamo dei grandi del pensiero contemporaneo in campo architettonico: Jean Louis Cohen al padiglione francese e FAT Architecture con Crimson Architectural Historians per il Regno Unito.

Sebbene la marchetta in apertura dedicata a EXPO 2015 ed una impostazione eccessivamente milanocentrica abbiano provato a comprometterne gli esiti, dobbiamo complimentarci con Cino Zucchi per innesti, felice titolo della mostra al Padiglione Italia. Zucchi davanti ad un’occasione così importante non ha sbagliato, per certi versi portando avanti il suo intervento tipologico-zoomorfo della Biennale precedente. Ha agito da intellettuale a tutto tondo, astutamente sospeso tra dibattito locale e istanze internazionali. Abbiamo ritrovato un professionista affermato ma non per questo impermeabile alla ricerca e all’indagine storica. Ci rallegriamo inoltre per la parete conclusiva di architettura disegnata, intitolata Ambienti taglia e incolla, che dimostra come in Italia, dalle ceneri migliori, qualche cosa stia germogliando nuovamente.

Citiamo anche l’autoironia del padiglione russo e la perentorietà di quello tedesco, l’approfondimento fuori dal tempo del padiglione canadese (menzionato dalla giuria) ed il gioco di rimandi di quello spagnolo.

D’altra parte la presenza di Koolhaas alla guida della Biennale non ha saputo stimolare adeguatamente dei grandi scenari culturali come quello a stelle e strisce e quello cinese. Sottotono anche i paesi dell’America Latina e del Sud-est asiatico. Ancora poche e poco convincenti le partecipazioni degli stati africani.

 

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Chiudiamo con lui: Rem Koolhaas. Ha preteso e ottenuto una visibilità senza precedenti, è sua la prima Biennale di Architettura ad essere durata 6 mesi (al pari di quella d’arte). Ha curato con i suoi studenti di Harvard il padiglione centrale in modo impeccabile, mettendo alla porta le griffe più blasonate (ci dispiace per la nociva ed inutile presenza di Libeskind nel padiglione della città di Venezia) e riportando sotto i riflettori i fundamentals. In Arsenale, con Monditalia ha pilotato il lavoro di validi ricercatori italiani consegnado un’istantanea del nostro Paese di eccezionale interesse.

E’ ancora lui: il più architetto tra le archistar, la prima star tra gli architetti. Ancora Rem Koolhaas.

Un inglese a Berlino

“Io vivo in una città che ha, sotto di se, molte città.”

F. Venezia

Parafrasando la considerazione che Francesco Venezia rivolge a Napoli, e volendola declinare (con tanto di assunzione personale delle responsabilità) al caso di Berlino, potremmo affermare che essa è una città che ha, dentro di se, molte città. La difficoltà nel riconoscersi in un unico grande centro urbano, la porta a declinare la propria personalità in una miriade di modi di essere, tra di loro differenti.

E’ senz’altro questo il sentimento che si prova, nel visitarla. Una metropoli che cambia velocemente, capace di diventare quasi irriconoscibile a distanza di pochi anni. Al suo interno è in atto una sorta di corsa al rinnovamento, nella quale i grandi nomi dell’architettura contemporanea hanno voluto lasciare il segno della loro partecipazione. Il quadro complessivo che si è generato è, per alcuni aspetti, eterogeneo e difficilmente comprensibile, per altri coerente con la propria peculiare volontà di segnare il passare del tempo. Perché proprio il tempo pare giocare, a Berlino, un ruolo fondamentale: le architetture che fino a qualche anno fa sembravano la promessa per la rinascita della cultura occidentale, oggi appaiono consumate e come scolorite, seppur ancora vive e funzionanti, quasi delle enormi macchine teatrali che continuano a mettere in scena la medesima rappresentazione nella quale esse, più di chiunque altro, continuano a credere.

Forse è proprio nel veloce scorrere degli ultimi anni che bisogna ricercare il perché di quel sentimento misto ad ammirazione e nostalgia che si prova nell’attraversare lo spazio di Potsdamer Platz. La piazza meno tipica dell’animo berlinese, quella che più di tutte ha inseguito il mito delle grandi strade americane, è tuttavia la più visitata. Una sorta di porta della città, al di là della quale i turisti difficilmente si spingono, lasciando le opere di Scharoun e Mies in una solitudine fiera e un pò melanconica.

Intanto, proprio a Berlino, due progetti tra loro profondamente diversi stanno per essere completati: la ricostruzione dello Stadtschloss, il palazzo del Kaiser distrutto durante la dittatura comunista del dopoguerra, di Franco Stella e il Neues Musem di David Chipperfield, nel quale l’architetto inglese rimette insieme i pezzi del museo bombardato dagli alleati durante l’ultimo conflitto mondiale. Nel primo, alte pareti in cemento armato verranno ricoperte da nuovi muri in mattoni e dai successivi apparati decorativi barocchi (sic!) nel tentativo di riprodurre gli originali, nell’altro pilastri in cemento levigato, forme asciutte e sintetiche affiancate ai resti dell’edificio neoclassico sostituiscono quanto ormai definitivamente perduto.

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Due atteggiamenti radicalmente contrapposti. Se il palazzo reale costituisce quasi un paradosso (poi non lontano da quanto siamo abituati ad assistere in Italia) dell’interpretazione della conservazione, quello della ricostruzione del museo può invece dire qualcosa di importante in un atteggiamento non ancora così fortemente sperimentato.

La prima fra le considerazioni che si possono fare, è come si possa felicemente rendere conto, al tempo, del proprio trascorrere. Cosa questa non scontata nell’ ambito del restauro e della conservazione all’interno del quale si pensa spesso che la forma storicizzata (e in fin dei conti “commercializzabile”) di un’opera sia quella da mantenere ad ogni costo. Con impegnativi lavori di manutenzione, si conservano inalterate facciate di palazzi, scalinate e interni anche senza domandarsi se ne valga sempre la pena. L’immobilità delle nostre città (soprattutto di Roma che come qualunque altra città ha sempre preteso di essere espressione storica di coloro che la hanno abitata, ma che negli ultimi anni difficilmente riesce ad essere ascoltata), è purtroppo il risultato di tale atteggiamento, simile ad un mal celato timore del confronto con quanto è già stato fatto.

Chipperfield, in questo architetto colto e sensibile, ci mostra un possibile atteggiamento. La storia recente ha lo stesso diritto di essere conservata così come quella più antica. Sulle colonne restano allora i segni degli incendi che hanno distrutto il museo, così come nei muri i segni delle granate. Le trabeazioni mancanti vengono ricostruite, con particolare attenzione a non divenire sostituzione mimetica, bensì soluzione necessaria per il funzionamento dell’edificio. Le parti completamente distrutte, vengono riproposte in chiave contemporanea, rileggendo le spazialità originali del progetto ottocentesco di Stüler (allievo di Schinkel). Non c’è bisogno allora di nuove colonne ioniche, ma i pilastri in cemento assolvono la loro funzione di struttura mostrandosi chiaramente come addizione contemporanea.

Le critiche, ovviamente, non sono mancate. Soprattutto da parte di chi ha accusato il progetto di essere affascinato da una Ruin Sehnsucht, ovvero da una nostalgia delle rovine. Definizione questa probabilmente non del tutto falsa, sicuramente tipica dell’animo inglese di Chipperfield, ma che in questo caso non costituisce peccato, semmai rafforza e giustifica la ricerca di una nuova identità del museo.

I lavori al Neues Museum non sono ancora terminati: una nuova ala è ancora in costruzione e molte sale sono in allestimento. Visitarlo ora, vuol dire anche assistere al trasporto delle nuove teche che, ancora vuote, vengono trasportate attraverso i corridoi in attesa di ricevere gli oggetti da custodire. é l’immagine di quello che un museo dovrebbe essere, ovvero un contenitore non polemico e che non cerca di sopraffare con la propria presenza, ciò che contiene.

L’architettura uccide anche d’inverno

“Quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo, la seconda che avrei dovuto insegnarli a distinguerla.”

Questa è la frase con cui Pierfrancesco Diliberto, ai più noto come Pif, conclude la sua intensa pellicola d’esordio La mafia uccide solo d’estate, appena prima che un padre, da lui stesso impersonato, inizi ad accompagnare il figlio sui luoghi dove uomini come noi, nella quasi totalità dei casi siciliani, hanno perso la vita nella lotta contro il fenomeno mafioso.

In piena bagarre natalizia, il film sopracitato rappresenta uno dei regali più preziosi ricevuti dal sottoscritto. In effetti, non è poi così difficile andare al cinema ed invaghirsi durante il film di un personaggio, di un dialogo, di una musica o di una fotografia. Più di rado capita, almeno per me, di essere rapiti dal senso del film, dalla cosiddetta morale, tanto più quando viene esplicitata da una voce fuori campo nel finale della proiezione.

Così è stato, invece, nel caso di quest’opera prima, magistralmente co-animata da un registro drammatico e da uno comico e magistralmente conclusa con la scena madre del padre che indica al proprio bambino la retta via, proprio per insegnarli a distinguere la malvagità nel mondo.

Pif si sofferma con il bimbetto in braccio o tenuto per la mano dinnanzi targhe, mezzi busti, sculture più o meno accennate, che sopravvivono al caos urbano di Palermo e non solo. Sopravvivono in mezzo ai palazzi, sul ciglio delle strade, proprio dove questi uomini come noi hanno perso la loro vita.

Se molte volte queste opere minori, figlie di architetti e scultori poco noti, non godono delle dovute attenzioni – e mi prendo l’impegno di scrivere a riguardo almeno un articolo per il prossimo anno -, opere colossali, con le spalle sufficientemente larghe per finire nelle copertine delle riviste di settore e dentro gli inserti culturali domenicali, ricevono fin troppe attenzioni, o meglio sussidi ..

In particolare faccio riferimento alla più grande truffa a mano armata mai effettuata sul suolo di una capitale europea. Altro che tutte quelle palle sulla Spina di Borgo e Via della Conciliazione, altro che la Tour Eiffel, così indigesta agli intellettuali parigini di fine Ottocento, altro che l’effetto Bilbao generato dal visionario Guggenheim di Gehry. E’ bene che tutti gli italiani sappiano, anche i più distratti o meno animati da un doveroso senso civico, che appena una settimana fa è stata erogata una somma pari a 100 milioni di euro (prestito trentennale all’Ente Eur) per far ripartire a pieno regime il cantiere della Nuvola –  Nuovo Centro Congressi, sito nel quartiere Eur di Roma. Opera di Massimiliano e Doriana Fuksas, noti alle cronache politiche nostrane per le frequenti apparizioni in programmi televisivi pseudo antagonisti e per querelle nei ristoranti romani, dove si prodigano nel lancio di parmigianiere ad illustri funzionari dello Stato vedi Bertolaso -, vantando una gloriosa militanza in quei salotti che un tempo vestivano con i maglioni del nonno di lana grossa, preferibilmente rossi, che adesso vestono con maglioni a girocollo in cachemire, possibilmente neri.  

Non vi è molto da aggiungere se non che tutto questo è stato, è, e continuerà ad essere possibile solo grazie ad un architetto mediocre, ad una commissione imprudente, ad una giunta comunale vergognosa (potremmo parlare anche di giunte comunali visto che dal concorso, risalente al lontano 1998, ad oggi ne sono intercorse almeno quattro).

Ma non vorrei finire fuori tema, poiché se dovessi mai portare in giro un nipotino di certo non lo porterei nei pressi di questo cantiere infinito, figlio di una Roma corrotta e degenerata. Bensì gli indicherei, proprio come il protagonista del film, qualche esempio da seguire. La retta via insomma.

A questo punto non potrò rifugiarmi su un pezzo di design italiano, su un open space ben ristrutturato o su una villetta in campagna d’autore. Bisognerà rispondere con una coerenza cronologica e possibilmente anche tipologico – dimensionale alla famosa e fumosa Nuvola.

Quindi, in tempo di classifiche, eccovi serviti 7 esempi di architettura virtuosa. 7 lezioni per un aspirante progettista. 7 destinazioni per chiunque volesse arricchire il proprio itinerario di viaggio durante il prossimo 2014:

  • Bregenz: Kunsthaus Bregenz – Peter Zumthor 
  • Santiago de Compostela: Centro Galego de Arte Contemporánea– Álvaro Siza Vieira
  • Lens: Musée du Louvre – SANAA
  • Amsterdam: Rijksmuseum – Cruz y Ortiz Arquitectos  
  • Amburgo: Hamburger Kunsthalle, Gallery of Contemporary Art – Oswald Mathias Ungers
  • Water Mill, Long Island: Parrish Art Museum – H&dM
  • Shanghai: Rockbund Art Museum – David Chipperfield 

Buon viaggio e buon 2014!  
Jacopo Costanzo – PoliLinea
 

Verranno da tutto il mondo


“Noi avevamo di tutto: dalla prostituzione, alla droga, al degrado, i capannoni, i capannoni di legno, i depositi di marmo, i meccanici, l’ira di Dio.”
“La Salerno che avevamo” ad opera di Riccardo Petrella, Milano 2013
“Avremo decine di ristoranti e per tutto l’anno avremo i tavolini lì, i giovani, i ragazzi, avremo la musica, avremo l’ira di Dio, avremo la movida, avremo il rock duro, avremo quello che volete voi.”

“La Salerno che avremo” ad opera di Riccardo Petrella, Milano 2013

La sinonimia, è quella figura retorica che prevede l’utilizzo di due o più parole di significato uguale (sinonimi) nello stesso testo o passo. In Italia siamo da sempre abituati ad associare al concetto di politica quello di longevità. Tanto da aver fatto diventare l’espressione “politico longevo” più che un caso di sinonimia un vero e proprio pleonasmo.
Ma nella storia che raccontiamo oggi, anche i nostri usuali costumi crollano di fronte a questi numeri straordinari. Vincenzo De Luca è stato sindaco di Salerno dal 1993 al 2001. Per poi riprendere la guida nel 2006 e proseguirla chissà fino a quando. Quindici anni di governo, ad opera dello stesso leader, per un comune capoluogo di provincia non rappresentano di certo la normalità. Se si apre la pagina di Wikipedia dedicata al sindaco classe 49, campeggia in alto una sua dichiarazione tanto perentoria quanto emblematica: 
“A Salerno, mi votano anche le pietre.”
Ebbene, non è di certo un caso che De Luca venga votato anche dalle pietre, perché è proprio su di queste che ha fondato il suo successo, la sua affermazione ed infine il suo rilancio. Infatti nel suo feudo campano è proprio l’architettura da urlo, quella trainata dalle cosiddette archistar, a fare da volano al suo cursus come primo cittadino.
Sono stati chiamati tutti, uno ad uno: Hadid, Chipperfield, Calatrava, Perrault, Bofill, Fuksas, etc.
Li ha scelti per ridisegnare Salerno. Per catalizzare flussi di turisti provenienti da tutta Europa, da tutto il mondo. Li ha scelti per mettere in scena un “effetto Bilbao 2.0”. L’importante è comunicare, è crederci, è trasmettere questa grande visione. La visione di un uomo lungimirante, di una città ambiziosa. Di una Salerno che sfida Barcellona e Valencia, dalle quali sente provenire nelle notti d’estate, di là dal mare, musiche latine, sensuali, troppo invitanti per non provare a riproporle sul litorale campano.  
Ma qualcosa non torna. Non volendo portare l’inchiesta su questioni di carattere “sociale”, così si potrebbe dire, come il fatto che nell’ultimo decennio, evoluzione demografica alla mano, Salerno abbia perso più di 10.000 abitanti. O come rimanga ancora in secondo piano il tema delle periferie o dei collegamenti infrastrutturali con i restanti comuni della provincia. Porteremo il dibattito in ambito strettamente linguistico, ovvero architettonico.
Di tutti questi interventi si salva ben poco. Anche il buon Chipperfield, di certo il più accorto del gruppo sopracitato, nel suo progetto per la cittadella della giustizia, paga uno spropositato ritardo nei lavori, che paradossalmente farà apparire l’opera come una pallida controfigura dell’omologo lavoro di Barcellona, ad opera dello stesso architetto, concepito dopo ma finito di realizzare prima. Per capire la leggerezza e l’autoreferenzialità dei restanti interventi ci si potrebbe limitare a raccontare che l’Eden Park di Fuksas sembrerebbe il lavoro più calibrato …
Hadid ha spiaccicato sul lungomare il suo ennesimo altare alla poetica del fluido, degli algoritmi e della non architettura. Ma! Ed il sindaco è il primo a ricordarlo nelle sue presentazioni, la copertura sarà rivestita con la ceramica di Salerno “bianca, azzurra, turchese” per un esito che non vediamo l’ora di poter ammirare …  
L’esperimento di riutilizzo di una cava dismessa, di proprietà della famiglia Rainone, che ha affidato l’incarico a Dominique Perrault, appare tanto visionario quanto rischioso. E’ un’operazione da seguire con interesse visti i risvolti che potrebbe avere, costituendo un precedente più o meno riuscito, per aree analoghe lungo lo stivale. Il porto di Calatrava,  il più decontestualizzato tra i progetti elencati (considerando anche la ricca tradizione nostrana in merito ad infrastrutture portuali con le quali si sarebbe dovuto confrontare prima di mettere mano al progetto), lo vedrei benissimo, smontato e rimontato, nel Golfo Persico, lungo la costa di stati come Qatar, Bahrain o Kuwait.
Ed eccoci arrivati, dulcis in fundo, a parlare di PIAZZA DELLA LIBERTA’, cantiere mastodontico a ridosso del mare, ad opera di Ricardo Bofill.
Ma in questo caso è bene fare un passo indietro e, con la massima serenità, lasciare la parola al sindaco, il quale esporrà, con molta più convinzione di chi vi scrive e con dovizia di particolari, il principale intervento della Salerno che verrà.
Jacopo Costanzo – PoliLinea

Architettura stampata


La scena editoriale italiana legata alle riviste di architettura ha da sempre goduto di grande prestigio e considerazione in tutto il mondo. Questo grazie anche ad uno storico dualismo tra le due signore dell’architettura stampata: Casabella e Domus.

Gli inizi, come spesso accade, furono gloriosi, annoveriamo come pionieri da una parte Gio Ponti, fondatore di Domusnel 1928 e storico direttore fino al 1941, dall’altra Giuseppe Pagano, direttore dal 1933 al ’43 di Casabella. Seguirono anni di grande fervore, fondamentali per alimentare il dibattito legato alla ricostruzione post bellica, che videro il ritorno di Ponti alla guida di Domus a partire dal 1948, concluderà definitivamente la sua esperienza  come direttore solo nel ’79, e  l’avvento di Ernesto Nathan Rogers alla guida di Casabella. Possiamo dire che proprio grazie all’operato di quest’ultimo come direttore dal ’53 al ’65, Casabella, rinominata nel frattempo da lui stesso Casabella Continuità, può ritenersi a tutti gli effetti la reale fucina degli architetti di quella che molti definiscono come ultima Scuola italiana. Infatti, alla corte di Rogers (cofondatore dello studio B.B.P.R.) operarono con diverse mansioni: Gae Aulenti, Guido Canella, Giorgio Grassi, Vittorio Gregotti, Aldo Rossi, solo per citarne tra i più importanti.

Giungendo rapidamente ai giorni nostri, troviamo le due testate ancora unite da una rivalità che le accompagna oramai da quasi un secolo, che spesso si tramuta in sodalizio, come se quel medesimo anno di nascita fosse un cordone ombelicale troppo forte per essere reciso, anche quando, come oggi, le strade appaiono più distanti che mai.

Chi pensava che Casabella non avrebbe trovato direttore tanto longevo quanto Vittorio Gregotti, in sella dal 1982 al ’96, doveva ancora fare i conti con il dinosauro della critica architettonica nostrana. Francesco Dal Co, allievo di Tafuri, ha preso in ostaggio la rivista da 17 lunghissimi anni. Non penso che un prodotto vada cambiato obbligatoriamente, prescindendo dai risultati ottenuti, ma onestamente credo che Casabella inizi davvero a risentire di una conduzione prigioniera di alcune logiche obsolete che la indirizzano in una zona del dibattito assai poco incisiva e determinante, oggigiorno più che mai. Certo è che il modello offerto da Domus non sembra offrire segnali esaltanti, i trienni firmati da Boeri, Albanese, Mendini (anche per lui si trattava di un ritorno) e Grima non sembrano essersi rivelati così efficaci.
 

Ma ecco che da settembre la nuova direzione dell’architetto Nicola Di Battista, già vicedirettore di Domus negli anni Novanta, lascia spazio a qualche speranza: paralleli al rinnovamento di contenuti e grafica, verranno istituiti due nuovi organi interni alla redazione. Un collegio di Maestri composto da nomi altisonanti: da David Chipperfield a Kenneth Frampton, da Hans Kollhoff a  Eduardo Souto de Moura, ed un Centro Studi composto da giovani professionisti. E’ proprio la scelta raffinata degli architetti sopracitati, insieme al coinvolgimento di uno sguardo giovane e volto alla ricerca, a rappresentare l’elemento di qualità e di forte discontinuità introdotto dal nuovo direttore.

L’esigenza di cambiamento avvertita da Domus ed ignorata da Casabella ci consentirà entro breve di comprendere quale strategia sarà in grado di competere in un settore sempre più agguerrito e minacciato dal proliferare di nuove piattaforme di approfondimento on line.
PoliLinea / Jacopo Costanzo

  

ABC Architettura Biennale Chipperfield


Alla festa non mancava nessuno. David Chipperfield, intraprendendo la strada diplomaticamente meno rischiosa, esce da questa Biennale “politicamente illeso”. Si perché, se vi è mai capitato di organizzare una festa, saprete benissimo che il bilancio è in partenza condizionato dalla lista degli invitati e di conseguenza da quella degli esclusi. Avremo feste di soli amici, feste all’insegna delle pubbliche relazioni e poi avremo feste, come la Biennale 2012, che non rinunciano né alla prima né alla seconda strategia: 
“Calm and thoughtful versus glamorous baubles – Chipperfield seems to want to have both”[1].
Te ne rendi conto in particolar modo quando nel mezzo del cammin dell’Arsenale incontri prima una “personale” sulla carriera di Hans Kollhoff, apprezzo qui l’onesta intellettuale di Chipperfield nel chiamare un collega stimato da sempre offrendogli uno spazio personalissimo che possiamo ritenere del tutto svincolato dal main theme 2012 “Common Ground”, poi qualche sala più in là trovi i soliti H&dM, Hadid e Piano a fare da specchietti per le allodole e per il grande pubblico accorso da ogni dove, d’altronde oggi come sempre l’architettura è uno strumento economico prima di tutto.
Insomma delle due strategie salverei solo la prima, coerente, onesta e meno supina alle leggi del mercato, ma devo riconoscere che i premi di questa Biennale sono stati ineccepibili, ed allora sono pronto a scommettere che è proprio lì che aveva previsto di lasciare lo zampino David Chipperfield, curatore 2012, uno dei più validi architetti dell’odierna scena internazionale. 
Infatti li sottoscriverei tutti, questi ambiti leoncini d’oro e d’argento: Leone d’oro 2012 va a Urban-Think Thank e Justin McGuirk per il progetto Gran Horizonte, ricerca sull’occupazione della Torre David di Caracas;  Leone d’argento, per lo studio più promettente, assegnato a Shelley McNamara e Yvonne Farrel di Grafton Architects(curioso definirle ancora promettenti .. );  lo straordinario Giappone, guidato e curato da Toyo Ito, miglior partecipazione nazionale; tre menzioni speciali a Polonia, Russia (su queste due ho le mie perplessità) e Stati Uniti, a mio modo di vedere veramente eccezionali; riceve una menzione speciale anche Cino Zucchi, probabilmente individuato come esempio guida per l’architetto italiano medio di oggi, pensate come ci siamo ridotti; ed infine il Leone d’oro alla carriera ad Álvaro Joaquim de Melo Siza Vieira, meglio noto come Álvaro Siza, portoghese classe 33, maestro sempiterno della nostra architettura.
Quindi se per gli invitati la festa poteva sembrare veramente glamour, i premi hanno dimostrato che un segnale chiaro Chipperfield & Co. l’hanno voluto lasciare, come ha scritto Raymund Ryan in riferimento al vincitore del Leone d’oro: “This informal or ad-hoc project epitomises a pervasive feeling at Venice that the stararchitect moment has passed”[2].
Dopo aver fatto i conti con i premi ufficiali (che qui di seguito non tratterò nuovamente), è ora di dare voce alla base e di lasciare in ordine sparso alcune suggestioni recepite durante il tour de forcein laguna:
Di grande impatto le foto di Thomas Struth che accompagnano il visitatore lungo tutto il percorso in Arsenale; doveroso e commovente nella sua semplice immediatezza l’omaggio a Luigi Snozzi (non è morto ma è ancora troppo poco conosciuto); felice l’installazione di Anupama Kundoo e la sua casa indiana; impeccabile Valerio Olgiati, e come allestimento e come contenuto; incoraggiante il lavoro di 13178 Moran Street su di una casa in stato di abbandono a Detroit; sempre in Arsenale promosse tra le partecipazioni nazionali Perù e Argentina, i primi con le loro unità d’abitazione in argilla, esposte per mezzo di modelli autentici pregevolissimi, sono stati i miei vincitori assoluti, i secondi prima vanno sul sicuro con un allestimento di Clorindo Testa, poi sorprendono in chiusura con una rivendicazione architettonica e quindi culturale delle islas Malvinas. Peccato per il Padiglione italiano ancora una volta non all’altezza (si salva solo il lavoro di OSA in apertura), e costretto a tornare su temi arcinoti come Olivetti e l’Olivettismo.
Padiglione brasiliano, Lucio Costa, Riposatevi, 1964 & 2012
Ai Giardini promossi i padiglioni nazionali di Belgio, Finlandia, Danimarca, Brasile, Serbia ed Austria (gli ultimi due dimostrano come la qualità estetica, anche in assenza di contenuti determinanti, rappresenti in architettura un aspetto imprescindibile). Convincenti nel Padiglione Centrale i lavori di Eisenman & Co. sul Campo Marzio, il coraggioso studio esegetico sul proprio operato di Toshiko Mori, Crimson Architectural Historians sulla mutazione d’intenti delle città di nuova fondazione dal secondo dopo guerra ad oggi, ed infine Steve Parnell sull’importanza delle riviste d’architettura. 

La Biennale si conferma occasione preziosa per raccogliere provocazioni e punti di vista alternativi alla nostra quotidianità, Chipperfield sul suo fertile Common Ground ha ben seminato, a noi ora l’ardua mietitura.

Jacopo Costanzo [3]



[1]  Raymund Ryan, “EMPIRICAL AFFINITIES”, AR, 1388, (October 2012), pp.102 e 103.
[2]  Ivi. pp.102 e 103
[3]  Uno speciale ringraziamento a Luca e Paolo