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Breve prontuario per uomini sulle vere scarpe da uomini

Che scarpe mi compro questo inverno? In previsione del classico raid di acquisti in vista del freddo, che inesorabile sta conquistando le nostre città, un breve ed essenziale prontuario sulle scarpe da uomo che potreste prendere in esame. Un appunto: in questo articolo non troverete sneakers, monk strap con le fibbie, o strani ed avveniristici ibridi. Qui si parla di scarpe da uomo per gentiluomini: quelli che solo filo di scozia blu. Quindi astenersi amanti dei calzini bianchi o corti, della comodità delle Hogan, delle chiusure con il velcro.

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Oxford: La classica. Nata nel 1830, prende il suo nome dagli studenti della più celebre e antica università d’Inghilterra che ne tumblr_mx78d0WDiP1r6l76so5_1280facevano grande uso. Nota anche con l’appellativo di francesina, è la scarpa all’inglese per eccellenza: pelle liscia, sei coppie di occhielli con allacciatura chiusa e la tomaia con un’unica cucitura. Rigorosamente nera, è considerato il modello di scarpa più elegante, ovviamente escludendo le slippers di vernice da smoking che in questo articolo non tratteremo (ma potete ammirarle ai piedi di Sinatra nella foto). Da portare sotto con l’abito, di giorno o di sera, sotto abiti di ogni genere purché scuri, confuta il detto “blu e nero boro vero”

Duilio e Brogue: Versatile scarpa da giorno, meglio se scamosciata a mio parere, può essere un buon diversivo per outfits sportivi che mantengano comunque una certa formalità. Da prediligere marrone in tutte le sue tonalità, o magari tortora, è perfetta sotto uno spezzato ben abbinato o sotto i jeans. Punta leggermente ovale, allacciatura chiusa o aperta, si distingue per la sua lavorazione a “coda di rondine”cucita alla tomaia.

20140328172134994_500Derby: Dette anche Blücher, in onore dell’omonimo generale prussiano che le pensò per far marciare più comodamente i suoi soldati alla volta di Waterloo e sconfiggere Napoleone (per chi non..). Sono scarpe casual, a pianta larga, con allacciatura aperta, due coppie di occhielli. In cuoio liscio sono perfette per la campagna, se provviste di suola carroarmato, o per il tempo libero. Le Shannon prodotte da Church’s sono forse da annoverare tre le migliori al mondo.

Loafer, Penny e Tassel: Comode, eleganti, così Ivy e Upper Casual, sono da sempre le preferite degli studenti dei college anglosassoni. Chiamate penny proprio per l’abitudine di inserire una moneta da un penny come porta fortuna nella mascherina, rimangono un classico intramontabile. Eccellenti sotto il blazer, apprezzabili sotto il jeans e sotto i classici chinos, meglio se di un corposo beige, saranno una calzatura preziosa nella vostra collezione. Meglio se burgundy, e finché il clima lo permette, senza le calze.

 

 

tumblr_m9otoi0bJn1r4xcqjo1_1280Chukka Boots: Comunemente chiamata “polacchina”, lo stivaletto da uomo derivante dal Desert boots, calzatura inventata da Nathan Clark per i militari di stanza in Birmania, sono una rivisitazione dell’ultima con la suola alta, spesso doppia, in cordite o in gomma. Da portare con giacche sportive, pula-over, jeans o spezzati, erano le preferite dell’avvocato Agnelli, che prediligendo le Tod’s, le indossava con una certa nonchalance sotto l’abito elegante.

 

 

nouvelle semelle church's 003Beatles Boots o Jodhpur: Lo stivaletto che gli inglesi usano tradizionalmente per montare a cavallo, anch’esso sviluppato inizialmente per le truppe britanniche di stanza nelle colonie più orientali dell’Impero, è noto anche come Beatles. Fu il gruppo musicale britannico infatti a consacrarlo nella moda. Alto alla caviglia, punta tonda, a volte a lavorata a nido di rondine, è l’unica scarpa non stringata a mantenere una certa eleganza. Ovviamente rilegata al tempo libero.

Come consiglio personale direi che tutte queste calzature dovrebbero essere reperite attraverso i classici e certificati marchi d’eccellenza anglosassone: Church’s, Alden, Trickers. Ma non possiamo negare che, negli ultimi anni, la diffusione di ottimi artigiani abbia reso più ampia la nostra scelta, confezionando per noi, spesso in tiratura limitata, gioielli di raffinata pelle da calzare con il più puro piacere dello stile ( ad esempio se siete a Roma, passate da Brugnoli)

 

 

Il Pentagono teme un cielo affollato per Damasco

Prosegue la scabrosa escalation russa in Siria. I cacciabombardieri della VVS (Военно-воздушные силы Российской Федерации) arrivati la scorsa settimana nella base di Latakia, l’avamposto militare avanzato sulla costa siriana dove dall’inizio di settembre i capienti aerei da trasporto An-124 scaricano mezzi corazzati e materiale logistico per approntare una forza offensiva, hanno portato il primo attacco russo contro l’IS nei pressi di Talbiseh, nella provincia di Homs.

L’approvazione è stata data ieri della camera alta di Mosca, sottolineando che per ora verranno coinvolte solo le forze aeree. Il Cremlino ha annunciato:

“L’obiettivo militare delle operazioni è mirato al supporto aereo delle forze governative siriane nella loro lotta contro lo Stato islamico. Il presidente della Repubblica araba siriana ha richiesto alla leadership del nostro Paese di fornire assistenza militare. Il terrorismo deve essere combattuto, ma è ancora necessario osservare le norme del diritto internazionale.”

Si parla di una forza area 28 cacciabombardieri ( 4xSu-30, 12xSu-25, 12xSu-24) oltre ai 12 elicotteri da combattimento, presenti sulle piste della base siriana che nell’ultimo mese è stata allestita per accogliere quello che ora completato è: il contingente russo in supporto delle forze governative di Damasco.

Durante l’incontro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Obama e Putin hanno discusso riguardo la posizione della Russia all’interno della coalizione anti-IS, ma non sono ancora chiari i risultati, anzi, sembrerebbe che il messaggio emanato oggi dalla Russia sia stato –” Sgombrate i cieli” –  Richiamando la violazione del diritto internazionale da parte della NATO, e questo potrebbe essere un problema da non sottovalutare.

Proprio nei giorni scorsi per esempio, l’Armée de l’Air francese ha operato con 5 dei suoi caccia, sferrando il suo primo discussimo raid non permesso su un campo di addestramento del Daesh designato dalle forse di coalizione come attivo. Le missioni di ricognizione e i bombardamenti strategici o di supporto delle forze congiunte della NATO, al quale interno operano attivamente da vari mesi USAF per gli Stati Uniti, RAF e RCAF per Uk e Canada, AAF per la Francia, e RJAF per la Giordania, UAEAF per l’Arabia Saudita, sono all’ordine del giorno nello spazio aero siriano, e un ennesimo giocatore non contemplato nella partita potrebbe creare confusione e una certa dose di rischio.

Dopo il fallimento maturato dalla strategia USA contro l’IS, che l’ha visti perdere il 90% dei ribelli addestrati dalle agenzie preposte, tra i morti e quelli passati al nemico con l’intero equipaggiamento fornitogli (777,000 $ per unità), il Pentagono avrebbe ridisegnato i propri piani concentrandosi sulle unità JTAC, capaci attraverso il puntamento laser, o un nuovissimo programma Android, di coordinare le forze di terra con il supporto aereo ravvicinato e fulmineo della coalizione.

Per questo si accende il timore del Pentagono riguardo agli eventuali rischi che potrebbe provocare la presenza nello spazio aereo siriano dei jet da combattimento inviati dal Cremlino senza piani di volo o piani missione condivisi ( senza contare la presenza di una portaerei cinese). Nonostante le contromisure e tutte le regole d’ingaggio che il protocollo contempla, lo stretto contatto con gli aerei già operanti della coalizione potrebbe dare luogo ad attriti o peggio a incidenti in volo che potrebbero aggravare non poco gli equilibri diplomatici su una crisi che rivela due modi antitetici, o due vecchi assetti se preferiamo, di misurasi e impegnarsi su uno scenario che racchiude interessi politici ed economici per entrambi le parti: reggenza legittima di uno stato straniero, flussi migratori, e simpatie per Assad a parte.

Come per tanti altri casi nella storia della Guerra Fredda, quella che fu, non quella che ora si aggira come uno spettro in Medio Oriente, la distesa celeste da percorrere a mach 2 è il palcoscenico, e le uniche vittime sacrificali di un incidente tra potenze mondiale sarebbero gli sventurati piloti militari che potrebbero rimanerne coinvolti.  Perché ad essere seri, riusciamo ad immaginare una prospettiva che voglia tenere conto delle conseguenze di un abbattimento tra potenze mondiali ?

 

 

Occhiali da sole? La parola d’ordine rimane: Vintage

Rispolverare la storia degli occhiali da sole, ideati per primi dalla tribù eschimese Inuit (anche se sprovvisti di lente) per proteggere gli occhi dal insopportabile riverbero della luce del sole sulla neve, o quella delle lenti colorate, indossate per la prima volta da Nerone, in smeraldo per permettergli di ammirare meglio lo spettacolo dei gladiatori, poi riprese dal Doge di Venezia ( la montatura che indosso oggi ne è la copia spiccicata) ed infine commissionate e progettate da Bausch & Lomb in vetro per proteggere la vista dei piloti militari: è diletto interessante, oramai che la parola d’ordine per gli occhiali da sole è “vintage” e non sembra voler cambiare, anzi. Per vedere dove andrà la moda bisogna andare a ritroso, lo abbiamo capito nel corso degli ultimi anni, osservando questa deriva sempre più nostalgica che: partendo dal ritorno dei mitici Ray-Ban Wayfarer anni ’80, indimenticabile vezzo cool del giovanisso Tom Cruise in Riskybusiness, sono passati per i Persol 741, i preferiti di Steve McQueen, ai Lemtosh della newyorkese Moscot, adorati negli anni ’60 da Andy Wharol e Woody Allen, finendo con il rispolverare montature disegnate addirittura nei primi anni ’30, tonde, essenziali, piccolissime: come nel caso dei Reunion proposti da L.G.R. .

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Gli occhiali del Doge di Venezia

Per gusto personale, praticità spartana, o per imitare gli status symbol del passato, la ricerca di occhiali vintage tra mercatini e vecchie boutique ha contaminato la tendenza a tal punto da permettere il ritorno sulla cresta dell’onda a marchi da tempo dimenticati, promuovendo l’inflazione di diversi brand specializzatisi proprio nell’elaborazione di montature vintage, riproposte nei materiali più innovativi e stravaganti: dal legno al titanio, alla carta pressata.

Fondamentali nella stagione estiva per proteggere gli occhi dai dannosissimi raggi uva, rimangono più che altro un vezzo da indossare per “avere più carisma e sintomatico mistero” al quale alla fine cediamo un po’ tutti. Ma data questa tendenza indiscussa del vintange, prima di uscire per comprarne un nuovo paio, magari frugate dei cassetti dei vostri nonni, o in quelli delle vostre case al mare: proteste trovare proprio quello che cercate.

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Ray-Ban Wayfarer in un cult movie anni ’80

 

Le 10 cose da infilare nella valigia del gentleman on the road

Se penso a cosa indossare l’estate prima di uscire di casa, chiudo gli occhi e mi immagino sempre i filmini del mare di JFK: quelle giornate assolate a Martha’s vineyard, quei colori tenui, tra i colori del pastello e la natura, quell’atmosfera così upper side. Ecco, è così che seleziono il mio guardaroba e ispiro il mio look estivo. Queste sono le 10 dritte che do, a chi le vorrà,  per rinfrescare il vostro guardaroba e per cedere magari a qualche vezzo sul quale meditavate da tempo, oppure solo per riconfermare la nostra condivisa adorabile passione per l’Ivy style.

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Polo-Camicia

La preferita dell’Avvocato, da diversi anni ormai è la polocamicia a dominare la scena dei capi estivi da sopra: più informale di una camicia, più matura e versatile di una semplice polo, la camicia in tessuto piquet o jersey soliti delle polo con abbottonatura da polo è il giusto compromesso per ogni situazione. Proposta nella maggior parte delle collezioni in tessuti delavé , fa la sua migliore riuscita dei classici bianco, celeste, avio e blu. Forse è uno dei pochi capi nei quali Fay non ha mai perso il passo.

White T-Shirt

Trovarne una di un buon cotone con un buon taglio che non la faccia apparire una canotta della salute, magari con un taschino ad impreziosirla, sembra missione impossibile. Quando finalmente ne trovi una che ti aggrada in una boutique che propone solo capi confezionati in Svezia o in Giappone raggiunge sempre prezzi apparentemente folli per un capo che, come citato, può sembrare un capo d’intimo, ma una volta acquistata la sua versatilità è indubbia: oltre a risaltare la vostra abbronzatura, è un capo da battaglia spartano adattissimo per una serata inaspettata pur mantenendo la sua elegante e semplice sobrietà.

Boat Shoes

Per andare sul sicuro, per essere sempre adeguati, sotto il costume in spiaggia come sotto un blazer blu per un improvviso cocktail formale: le classiche scarpe da barca sono l’essenziale passe-partout dell’estate. Anche se l’unico natante sul quale metterete piede è il canotto di vostro cugino. Indistruttibili, romantiche, pratiche, che siano Sebago, Sperry o intramontabili Timberland, una sola raccomandazione: vissute. Perché le scarpe da barca vissute hanno un fascino tutto loro, quello delle avventure passate. E se le acquisterete solo quest’anno poco male, saranno pronte l’anno prossimo..

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5 tasche in lino

Fresco ed elegante, adatto sia per l’aperitivo che per la sera, il pantalone 5 tasche in lino è un’ottima alternativa al classico chinos che ci ha accompagnato per tutto l’anno. Portato un po comodo, radical, selvaggio, sarà il capo più comodo che indosserete mai dopo il pigiama. Non lo lascerete più. Se optate per il bianco, rammentate sempre di selezionare un boxer sobrio.. Il vedo non vedo potrebbe cambiare le sorti della serata.

Sacca da spiaggia e involucro idrorepellente

E’ un un vezzo un po’ femminile, ma di una praticità sconvolgente. Una sacca di cotone in assenza di accompagnatrici del gentilsesso a disposizione sarà il perfetto rifugio per le carte di credito, le chiavi della macchina e per ogni oggetto vogliate portare con voi. Essenziale per completare la faccenda una piccola sacca idrorepellente a chiusura stagna per il vostro telefono cellulare. Sopratutto se contante di sovente di improvvisate lupi di mare tra gommoni e barchini. Molto spesso le marche di costumi da bagno, come Vilebrequin, ne propongono una in omaggio. Altrimenti potete reperirle in negozi di nautica.

Espradillas

Calzatura di stoffa e corda tipica dei paesi baschi, con la quale anticamente si praticava il gioco della Pelota, è sicuramente la migliore sostituta della ciabatta, poco stilosa, molto limitante in casi di selezioni all’ingresso e totalmente inadatta per guida di un veicolo ( vietato dalla legge in Italia per giunta). A Biarritz sono un must, ma se non doveste capitare nei paesi baschi, potete reperirne un paio altrettanto ben fatto da marche nostrane come ad esempio Original Espadrillas. Ovviamente da portare scalcagnate.. come cita in Bianca il sommo Moretti.

Nato Strap

Certo, non possederemo tutti il Submariner Ref. 6538 che Ian Fleming immaginava al polso del mitico James Bond il Goldfinger, ma un cinturino di stoffa modello NATO può essere montato su ogni genere di cassa con un certa facilità e darà sicuramente un tocco sportivo al nostro orologio. I cinturini G10, ufficialmente dati in dotazione alle forze Nato dal 1973, garantiscono una buona sicurezza in caso di urti e perdita di un’ansa, sdrammatizzando l’orologio  e lo rendono meno appariscente agli occhi di eventuali malintenzionati della domenica. Dato il loro successo ( i veri cinturini NATO e RAF prevedono sempre 3 colori)  ormai sono prodotti nei colori più particolari, abbinabili dunque a qualsiasi vostro capo spalla per la stagione.

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Un maglioncino  

Come è vero che “non ci sono più le mezze stagioni” è altrettanto vero che lo scombussolamento dovuto al Global Warming spesso ci proietta in condizioni climatiche inaspettate anche per il nome del suddetto fenomeno. Per questo il gentiluomo previdente, un po’ agè, un po’ consiglio della nonna, mette sempre in valigia un corposo maglione di cotone da poggiare sulle spalle la sera, da infilare al rientro in porto al tramonto o da cedere con disinvolta cavalleria ad una ragazza infreddolita di notte in spiaggia; oltre a salvaguardarvi dai reumatismi futuri sarà se non atro una scusa per rivederla il giorno dopo, se lo desidererete ovviamente. Spesso accadrà di non rivedere ne lei ne il maglione però, per questo vi consiglio altrettanto previdentemente di metterne sempre più di uno in valigia.. ça va sans dire.

Un buon romanzo

Spesso l’estate e il periodo di vacanza sono l’unico tempo che possiamo dedicare a leggere qualcosa per il piacere di farlo, non per costrizione. Anche se trascorriamo tutto l’inverno sui testi universitari, sugli atti o sulle pagine dei giornali, è importate portare con se qualcosa che ci ispiri e ci faccia sognare.  Avventura, passione, cultura. Un grande classico della letteratura che ancora vi manca all’appello, una nuova proposta dell’editoria ben recensita, e un libro di approfondimento tematico sono la combo perfetta per tenere allenata la vostra mente e il vostro interesse. Diffidate dai best seller che trovate scaffalati all’autogrill mentre aspettate la vostra Rustichella. Selezionate con spietata attenzione le vostre lettura: se siete arrivati a questo punto del mio articolo, già siete sulla cattiva strada.

Un buon consiglio

Come dice il maestro « l’estate non è una stagione, è uno stato d’animo », e come dargli torto. Recentemente mi sono imbattuto in un articolo che raccontava di un professore di scuola che in perfetto stile Attimo Fuggente ha lasciato come compiti delle vacanze ai suoi allievi una lista di buoni propositi. Certo noi magari saremo un po’ cresciutelli per questo, ma l’estate, a qualsiasi età,  è un momento importate per scoprire il mondo e noi stessi, per capire se quello che ci circonda tutto l’anno è veramente ciò che fa per noi, o se invece dobbiamo cercare altrove il nostro posto, la nostra dimensione, la nostra libertà, la nostra serenità. Per questo rischiate, sperimentate, azzardate, fate una marea di cazzate a patto che non siano mai troppo rischiose per voi e chi vi sta vicino.. Insomma, cercate di arrivare a sentirvi veramente liberi. E’ la vostra vacanza, e ve la siete guadagna con la vostra fatica ( si spera), non sprecatela ad accontentare le consuetudini. Vi lascio in ultima istanza alcune tra le mie citazioni preferite come generico indice di condotta e promemoria: “È molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere ogni tanto, galantuomini sempre.”, “Ah! Il viaggio è un bagno di umiltà: ti rendi conto di quanto è piccolo il luogo che occupi nel mondo.” e infine “Quant’è bella giovinezza. Che si fugge tutta via, chi vuol esser lieto sia: del doman non ve certezza.” – Bonne voyage!

Ricominciamo dai fondamentali: L’orlo dei pantaloni

Questo articolo, che potrebbe essere catalogato come veramente inutile per l’umanità, tratta un argomento allo stesso tempo essenziale, che conforterà molti e aiuterà tanti, se avranno la pazienza di applicarsi.  Signori, oggi parliamo di orlo dei pantaloni.

Tendenza che solo di recente ha preoccupato il grande pubblico, come per ogni genere di emulazione, è finita nel piano quinquennale per sfuggirci di mano; tanto che spesso ci troviamo davanti individui che non riusciamo a definire se abbiano addosso un paio di pantaloni lunghi orlati per qualcuno affetto da nanismo, o dei bizzarri  pinocchietti da uomo. La battuta – Ma che hai l’acqua in casa? – Ormai è inflazionata come la Germania nel dopoguerra. Recente trovata poi è quella di aggiungere il risvoltino a dei pantaloni già abbastanza corti da mettere le caviglie in mostra. Questo abuso sartoriale è stato al centro di diverse campagne denigratorie, dai video virali che riprendevano dei militanti nel cimentarsi a togliere i risvolti eccessivi ai passanti di Milano, fino alla campagna del movimento di destra Lotta Studentesca, che per acquistare share cavalcando l’onda del niente si anche è ridotta alla campagna: “Contro il declino dell’Occidente” e l’hastagh #MaschioResisti incentrato sui risvolti dei pantaloni. Insomma il vero declino delle idee dell’Occidente.

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Che siano estivi o invernali, eleganti o sportivi, chinos 5 tasche o con la piega, non si può ignorare ne sorvolare riguardo all’orlo, che definirei a tratti fondamentale e pietra miliare del buon vestire. A mio parere (supportato da tanti) un orlo può esaltare, come allo stesso tempo vanificare qual si voglia tentativo di vestire correttamente . Ebbene scendiamo nello specifico: l’orlo deve essere leggermente corto si, ma mai eccessivamente, deve sfiorare appena la scarpa se si tratta del pantalone di un abito da sera, o di uno spezzato. Si può mostrare una parte del calcagno se si tratta di un pantalone più sportivo. La prova va fatta sempre sulle scarpe che si pensa di abbinare più spesso al tipo di pantalone, per evitare brutte sorprese, e si tenga sempre conto di fare una prova da seduti. Dovrà terminare con un diametro compreso tra i 18,5 cm e 17 cm a discrezione e a seconda del carattere di chi lo indossa. Se si posseggono dei polpacci imponenti bisogna saper desistere e contemplare anche i 19 cm di ampiezza, per non riprodurre l’effetto leggings. Come dice sempre mia Mamma- E’ sempre meglio indossare qualcosa che ti sta bene addosso piuttosto che indossare qualcosa di costoso e basta – Ecco, nel caso dei pantaloni è quanto mai vero. Scegliete sempre dei pantaloni che valorizzino la vostra figura, e abbandonate marche e griffe. Prediligete la qualità di buon cotone e un taglio regolare. Commissionate gli orli se possibile, non al negozio quando li acquistate, ma ad una sarta che impari a conoscervi e ad accontentarvi. Lasciate sempre detto, li dove possibile di riportare la cucitura dell’orlo originale alla fine. I risvoltini di cui sopra sono accettabili solo in 2 casi: da 2 cm  sugli abiti da giorno, e sui jeans solo se vi improvvisate calciatori in spiaggia d’inverno.

Se da un lato l’eccesso di orli corti ci dona divertimenti circensi ogni qual volta ci troviamo a passeggiare per la città. L’assenza di articoli come questo lascia ancora aperto il capitolo: Nessun orlo ai pantaloni. Rabbrividisco  infatti quando sfortunatamente mi imbatto in qualcuno che indossa convinto dei pantaloni talmente lunghi da poterne fare due paia, con tutte quelle spiacevoli pieghe che comporta la lunghezza eccessiva, o nel peggiori dei casi, quel vago e goffo effetto a zampa.

A tutti voi, amici, fratelli, che ogni volta siete fieri di voi stessi quando entrando in sartoria con un paio 501, o un con un panta grigio ferro in mano, disponete con tono certo – Fammeli a 18 – e intanto  immaginate già la scarpa di forgia squisitamente inglese esaltarvisi sotto, io vi dico – Non siete soli.

Ricorda, ricorda il 5 novembre.. La storia di Guy Fawkes e del fumetto che lo ha reso immortale

Oggi è il 5 novembre, l‘anniversario della Congiura delle Polveri; il giorno in cui Guy Fawkes, cospiratore inglese e cattolico, attentò alla vita del il re protestante Giacomo Stuart, VI re di Scozia e  I d’Inghilterra, nel 1605. Il piano della compagine di Fawkes era di far saltare in aria la camera dei Lord  imbottendo la cantina adiacente le fondamenta del palazzo del Parlamento con 36 di barili colmi di polvere da sparo, per poi sostituire  il defunto e despotico Giacomo con sua figlia Elisabetta, auspicando una reggenza con simpatie cattoliche. Giacomo I era stato indicato come successore al trono d’Inghilterra da Elisabetta I Tudor, la stessa regina che gli fece decapitare la madre, Maria Stuardapoiché anche lei nota cospiratrice cattolica alla reggenza di confessione anglicana(come da consuetudine). Priva di eredi , Elisabetta lo investi mentre giaceva sul letto di morte. Ma l’erede di sangue Stuart per quanto intelligente e colto, non era adatto a sedere sul trono di un paese del quale non aveva minimamente percepito i mutamenti sociali. 

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Se il complotto fosse andato a segno, i congiurati condotti da Fawkes, un ex soldato che aveva servito nella Guerra degli ottant’anni  maturando una certa esperienza con gli esplosivi, avrebbero eliminato in un unico colpo l’intera classe politica del regno. Ma il colpo fallì.  Un drappello di poliziotti agli ordini Sir Thomas Knevytt irruppero nella cantina dopo esser stati allertati da una denuncia anonima, e colsero Fawkes che si apprestava a dare fuoco alle polveri, catturandolo. Il cospiratore venne condotto dinnanzi al re Giacomo I che volle in sua presenza autorizzare all’uso della tortura graduale, sfoggiando la sua squisita cultura attraverso l’uso della formula latina: et sic per gradus ad ima tenditur («e così, di passo in passo, sino alle forme più estreme»). Dunque Fawkes venne condotto nella Torre di Londra, dove il conte di Salisbury, prendendo in parola il re, fece zelante sfoggio delle pratiche di tortura di moda e quei tempi: dalla Ruota alla vergine di Norimberga, per farlo confessare e per svelare tutti i suoi complici, compreso l’ideatore della congiura Robert Catesby. Firmata la confessione il 10 novembre, verrà impiccato insieme ai suoi compari a Westminster il 31 gennaio. Di lì in poi il ricordo del 5 novembre venne tramandato come una giornata in cui bruciare fantocci e schernire i congiurati del re con delle filastrocche. Questa è la storia.

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Ma noi, non essendo anglosassoni, possiamo tranquillamente confessare che rimembriamo questa data solo per merito del personaggio uscito dalla penna di Alan Moore e dalla matita di David Lloy, V di V for Vendetta; l’eroe anarchico e virtuoso, dalla cultura invidiabile e  la dialettica affascinante che indossando una maschera da Guy Fawkes attenta ad un fantascientifico regime totalitario in un futuro fantapolitico di stampo Orwelliano, date le non poche similitudini con il romanzo 1984.

In una Gran Bretagna futuristica e distopica riunita sotto il nome di Interlink, un regime dittatoriale e profondamente religioso ha raggiunto il potere, parafrasando l’ascesa del Nazismo, per osteggiare con fermezza l’incerta situazione politica derivata da un’ipotetica terza guerra mondiale e nucleare condotta e combattuta negli Stati Uniti, che ha provocato gravi conseguenze anche nel vecchio continente; mezzi di comunicazione e di informazione sottoposti all’incessante censura e macchinazione da parte del governo, corpi di polizia segreta comandata dallo stesso unico partito esistente che internano dissidenti in campi di concentramento,  perenne controllo dei cittadini da parte di telecamere e intercettazioni ambientali. Discriminazioni razziali e omofobe, diocesi occultatrici di pedofilia, strategia della tensione mediante attentati cospirati dalle alte cariche dello stato, sperimentazione di agenti patogeni e virus per terrorizzare la popolazione e rafforzare l’adesione al partito.

A rileggerlo mi è parso il dubbio di notare delle assonanze particolari con… ma non badiamoci; ecco dunque che appare una vittima che si rende carnefice dell’abominio. Ispirandosi al Guy Fawkes, ne indossa l’iconica maschera e devoto solo alla giustizia fa saltare in aria il parlamento a suon di ouverture Čajkovskij,  svela le verità nascoste alle masse, elimina i capi del partito compreso l’alto cancelliere e causa un effetto domino che culmina nella tanto inneggiata rivoluzione anarchica  che ,senza svelare l’incerto lieto fine, scoppierà il 5 novembre nonostante la sua morte sacrificale. Perché citando Thomas Jefferson: “Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, sono i governi che dovrebbero aver paura dei propri popoli”. 

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Ecco forse è questa “prospettiva”,parafrasando il protagonista, che tutt’oggi rende così famosa e simbolica le maschera di Fawkes disegnata per V for Vendetta. Un fumetto di 26 albi uscito a metà degli anni ’80, del quale poi produssero un film di pari fama se non maggiore. Spunti di storia e sociologia, comunicazione di massa e sofismi, ideali purissimi di libertà e uguaglianza mai raggiunti. Da Occupy Wall Street a Piazza Tahrir, dagli hacker di Anonymus ai Noglobal : quello che per molti è un semplice costume da indossare nell’ halloween appena trascorso, per gli altri è un simbolo anarcoide e rivoluzionario, da paragonare alla kefiah degli anni ’60 o alle nudità parzialmente coperte dalle acconciature grunge degli anni ’70.

Certo non mancano le contraddizioni in termini. Recenti infatti gli affondi subiti dai rivoluzionari del terzo millennio; le maschere che adorano indossare, le più vendute su Amazon (al prezzo di soli 6$), oltre ad arricchire una multinazionale americana che ne detiene i diritti d’immagine, sono prodotte in Brasile o in Cina, in fabbriche che sicuramente non ipotizzano l’introduzione dello statuto dei lavoratori per alte due o tre secoli, mentre mettono all’opera anche i bambini. Da noi i bambini, o meglio, nei paesi di tutto l’ex commonwealth, durante la ricorrenza del 5 novembre invece sono soliti andare a spasso per le strade, ignorando ancora cosa sono stati i regimi totalitari e quali le loro mire, i loro coraggiosi congiurati, come von Stauffemberg o le idee immortali incarnate da V o da Guy Fawkes, che su una pubblicazione dell’ Harvard Gazette venne definito come “l’unico uomo ad essere entrato in Parlamento con buone intenzioni”; e recitano questa filastrocca: 

« Remember, remember,
the fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I see no reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot! »

Ecco anche io non vedo proprio ragioni per.

Tattoo: Storia e curiosità di una moda che ci sta sfuggendo di mano

– Ahia.. no dai tranquillo continua pure.. – Pigmenti di colore si posano sotto la pelle della mia natica destra.

Sto sul divano di camera di un mio amico architetto, che è anche il mio tatuatore appena tornato dal suo studio di Miami. La madre, una signora elegante sulla cinquantina dall’aria vagamente naïf, si affaccia dalla porta accompagnata da un incuriosita filippina in livrea chiara che chiede:- Ma fa male? – La prima domanda che ti pone sempre chi non possiede un tatuaggio. – Si, un poco, ma poi passa. – Sono ipocriti o erano ubriachi tutti quelli che affermano il contrario. – Cosa vuol dire? – domanda la madre ancora affacciata mentre suo figlio diligentemente cambia ago. Ecco la seconda domanda che tutti fanno sempre quando ne vedono uno, indistintamente da se ne abbiano o meno. – ” E’ un po’ complicato da spiegare. Per capirlo dovrebbe entrare nella mia mente, attraversare le mie emozioni, le mie passioni , il mio modo di vedere le cose. Comunque è Figaro di Pinocchio.” – Si accontenta della mia risposta vaga e sorride, si vede che lei un tatuaggio lo ha.

 

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Cosa c’è da sapere su questa moda che sta apparentemente sfuggendo un po’ di mano alle “nuove generazioni”, su questo antichissimo rito che spopola in occidente come mai prima d’ora e che via via perde sempre di più il suo significato originale?

Oramai in spiaggia sono più le persone tatuate che non, e osservare il corso delle mode dei tatuaggi che si susseguono è un chiaro sintomo di quanto si vada sempre più svilendo questa splendida arte a favore di una semplice moda sdoganata dai più, per arrivare a paragonarla con leggerezza alla tendenza di come portate i jeans questo o quell’altro anno. Insomma che ti tatui quest’anno?

Ragazzini con le braccia interamente tatuate di velieri, ancore e rose Old School scambiano parole sconnesse con amici più grandi che sfoggiano grasse carpe giapponesi sguazzare nei ruscelli adagiati sulle loro spalle accanto a maschere samurai dai tratti inquietanti. Ogni tanto qualche genitore li redarguisce gesticolando e piccole chiazze sbiadite su avambracci e spalle ricordano militanze politiche o appartenenze a qualche corpo militare. Sullo sfondo passeggiano persone di mezza età ed entrambi i sessi ; sfoggiano tribali poco originali confusi con Maori più o meno ben fatti, ideogrammi giapponesi indecifrabili, centinai di fatine alate disegnate da “loro”, tartarughe e rose dei venti, gladiatori minacciosi sovrastano pance importanti, gechi appollaiati su polpacci depilati. Alcuni tatuaggi sembrano di quelli tirati fuori dai pacchetti di patatine, ma purtroppo per loro non basterà dell’acqua calda a levarli. Spezzano la mia tranquillità già ampiamente turbata, diverse Ali da angelo sui dorsali e immense scritte gotiche. Ecco, lo sapevo. E’ svanito il romanticismo che intendevo riservare all’argomento.

I tatuaggi derivano dall’usanza nelle culture antiche di indicare sul corpo passaggi cruciali per la vita dell’individuo, come il compimento dell’età adulta, il raggiungimento della fertilità e della maturità sessuale ( le giovani thaitiane si facevano tatuare le natiche in nero) , l’appartenenza ad una casta o a una religione ( ad esempio i guerrieri crociati si facevano tatuare una croce nella speranza di ricevere degna sepoltura). Recenti ritrovamenti di un defunto mummificato chiamato Oztidimostrano che già nel 3300 a.c. nell’Eurasia la pratica di imprimere ferite sui corpi per disegnare simboli era già presente ( si suppone tatuaggi terapeutici) ed è proseguita nell’antico Egitto e durante l’Impero Romano. Furono tuttavia i viaggi in Oceania durante il XVII’ secolo e la scoperta delle tradizioni Maori di farsi tatuare i volti per distinguere l’appartenenza alle Moko (famiglie) però, a portare a conoscenza i contemporanei dell’arte di marcarsi il corpo. Si diffuse presto in occidente l’abitudine di esporre nelle fiere e nei circhi ottocenteschi ( i Freak show) individui, indigeni prima ed europei poi, con corpi totalmente coperti di tatuaggi.

 

princegioloDi lì la diffusione in Europa e nel Nuovo Continente. Nel periodo che possiamo considerare dalla metà dell’800 alla prima metà del 900 la pratica del tatuaggio si diffuse principalmente in categorie di individui definiti dalla società “poco raccomandabili” poiché accomunati dal vivere ai margini della società: Carcerati, prostitute, marinai. Attraverso questo segno indelebile si desiderava attestarsi un passaggio importante della propria vita, un segno di virilità o di valore. Essere bollati di crimini e meriti. Mentre il fine Cesare Lombroso esponeva le sue convinzioni decretando che coloro che possedevano un tatuaggio erano menti criminali dagli istinti animaleschi , i criminali gli portavano ignaro omaggio tatuandosi tra loro nei carceri più dimenticati, fieri di essere appunto identificati da chi li osservasse “fuori e dentro” e fregandosene dei vezzi dell’antropologia criminale e razziale o della società moderna. La Yakuzaa giapponese abbracciò l’arte del tatuaggio proprio perché bandita e con considerata illegale. Japanese-Yakuza-Tattoos-3I marinai svilupparono quella che oggi viene definita la “Old School” o tradizionale. Anche se il padre della Old School viene considerato il marinaio dell’US NAVY Norman Keith Collins alias  Sailor Jimmy,  già alla fine dell’800 i marinai si facevano tatuare ancora, rondini e sirene basandosi sul significato che gli attribuivano. L’ancora rappresentava la traversata dell’Atlantico, il dragone il raggiungimento dell’Oriente, la rondine un giro del globo, e ogni tatuaggio: l’arrivo nel porto di destinazione. Ecco perché si dice che i tatuaggi dispari portino male. Questi tatuaggi venivano praticati con aghi di ferro, a mano e spesso in mezzo al mare, con il beccheggio dei brigantini o delle corazzata da guerra, o nei carceri con mezzi di fortuna. Adesso invece, si spendono migliaia di dollari per una seduta e molta di quella poesia si va a perdere nella comodità.

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A sconvolgere le teorie di Lombroso e dei nostri genitori tuttavia, si possono citare diversi personaggi illustri tatuati nello scorso secolo. L’abitudine di nobili di tatuarsi infatti lasciò cadere nel vuoto la ghettizzazione del “tatuaggio” come sintomo di degenerazione. Teddy Roosvelt, il tenace presidente americano si era fatto tatuare sul petto lo stemma araldico della sua famiglia, e prima di lui il settimo presidente degli stati uniti Andrew Jackson un’ascia Tomahawk. Lo stravagante Nicola Romanov, l’utimo Zar di tutte le Russie, tornato dal Giappone si fece tatuare un dragone sulla spalla. Sir Winston Churchill, il primo ministro Inglese, aveva un’ancora tatuata sull’avambraccio e sua madre, l’aristocraticissima Lady Randolph Churchill,vantava un esotico serpente tatuato intorno al polso. Lo scrittore George Orwell durante la sua lunga permanenza in Birmania si fece tatuare dei piccoli cerchi blu su ogni nocchia delle mani. Amedeo di Savoia-Aosta, eroe di Amba Alagi ed unico italiano omaggiato dell’Onore delle Armi, aveva tatuato il più noto Nodo Savoia, un piccolo Popeye e svariati altri tatuaggi uguali a quelli del padre Aimone e di suona madre Elena Borbone-Orléans.

Oggi le cose sono un po’ diverse. Sulla pelle degli individui di ogni ceto sociale di aggrovigliano stili e tendenze diverse. Il cattivo gusto, come sempre è dilagato nelle forme più disparate ed indelebili. Scalano la classifica i nomi dei figli dai caratteri corsiveggianti in cima al deretano di tante “signore”, le lettere gotiche che suggerirebbero una particolare adorazione per Guttemberg o per le decorazioni dei libri medievali se non riportassero sigle tipo: ACAB. I braccialetti tribali per lui e per lei, troppi fiori di loto, fiori di ciliegio e le margherite tutti insieme più che denotare un certo pollice verde vi fanno assomigliare ad un vivaio e le numerosissime stelline, sono sempre il primo passo prima di danni più ingenti.

Consigli di un pirla: se ormai i pregiudizi nei confronti dei tatuaggi si stanno sensibilmente affievolendo anche per merito della loro sfrenata diffusione, non bisogna trascurare il fatto che sono un segno indelebile (o quasi) che si porterà sempre con se. Perciò il consiglio di pensarci bene prima di farsene uno è sempre il migliore. Nasconderne uno sotto un altro per un pentimento, da molto l’impressione di nascondere la sporcizia sotto il tappeto e spesso non porta i risultati sperati. Farseli togliere è più doloroso di farseli fare, e per proporzione 3 volte più costoso. Non recarsi da un tatuatore solo perché è vicino o va di moda, ma assicurassi che sia pulito (usi aghi monouso e li scarti davanti a voi) e capace (non accontentarsi del sentito dire). Non lasciarsi prendere dall’entusiasmo del momento fidandosi dei suoi gusti personali o della sua pigrizia ( lui farà il tatuatore per sempre, voi magari il notaio), in futuro potrebbe imbarazzarvi. Tatuarsi mani, collo, e volto in gioventù non lascia il giusto spazio a parecchi sbocchi lavorativi e suggerisce un oculata riflessione. Le lettere iniziali dei fidanzati che potrebbero diventare ex, che potrebbero essere coperti da stelle che poi saranno oscurati da farfalle non sono il modo giusto per scandire gli amori adolescenziali. E mi raccomando, e sottolineo mi raccomando, assicurarsi sempre di saper nuotare prima di tatuarsi tutti gli avambracci di ancore e velieri. Ad ogni modo, e viva l’incoerenza, non bisogna mai prendersi troppo sul serio quando ci si tatuata: i tatuaggi migliori sono sempre frutto di un accurato dosaggio di genialità e stupidità.

 

La cravatta: storia e curiosità dell’ultimo baluardo dell’eleganza maschile

“Ditemi che ho sbagliato una battuta, ma non una cravatta.”

Affermava sicuro e vanitoso l’attore David Niven . Lui, emblema di quell’eleganza puramente britannica che non c’è più, possedeva ben tre stanze di cravatte, che venivano ordinatamente suddivise per toni di colore e fantasie.
Ma facciamo un passo indietro, e vediamo dove trova le proprie origini questo vezzo tutto maschile. Uno degli ultimi e pochi simboli d’eleganza tenuti in voga dalla barbara contemporaneità.knit-tie-and-striped-shirt

Nata non come abbellimento dell’essere, ma come timida maniera di ripararsi dal freddo, in molti sostengono che furono i legionari romani per primi a portare la cravatta. Si trattava di un pezzo di stoffa grezza, detto “focale”, che veniva fasciato intorno al collo già dal II secolo dopo Cristo. Se ne trova la testimonianza nelle raffigurazioni dei legionari sui rilievi della Colonna Traiana (101 -106 d.C.). Ad onor del vero però, non si intuirebbe un gran collegamento fra la cravatta intesa nel senso moderno e questa sua “antesignana”. I veri precursori della cravatta come la intendiamo noi oggi sono i fazzoletti da collo invece, che nella progressione sarebbero arrivati ad assomigliare all’ Ascott, tuttora in uso.


Il nome: “Cravatta” deriva probabilmente dal francese. 
Sembra infatti che sia stato l’uso di un capo simile a quello precedentemente citato ad ispirarne il nome: una specie di “foulard” questa volta (la kravatska, precisamente, dallo slavo krvat: croato), annodato attorno al collo dei mercenari croati al soldo del re di Francia Luigi XIV durante la guerra dei trent’anni. Esso portava con se un significato estremamente romantico, poiché si trattava del dono fatto da mogli e amanti ai soldati che partivano per la guerra, ed era testimonianza di legame e segno di fedeltà verso la donna amata. Dal 1650, la cravatta si afferma al collo dell’intera corte di Francia e nel 1661 lo stesso Luigi XIV istituisce la carica di “cravattaio” del re, un gentiluomo con il solo compito di aiutare il sovrano ad annodare la cravatta. A chi ne faceva uso allora donava audacia e personalità, aggiungendovi merletti e fasce di seta. Presto la moda si diffuse in tutta Europa, venendo adottata da reali e araldi. Il re inglese Carlo II degli Stuart indossava cravatte del valore di 20 sterline del tempo (1660), divenendo in seguito capo d’uso comune tra i ricchi Borghesi, e segno di riconoscimento dei primi dandy.

Lord Brummell, Le Beau, indossava regolarmente cravatte di mussolina leggermente inamidate di colore bianco assieme ai suoi innumerevoli frac blu e pantaloni beige. Si narra che ogni mattina il suo valletto gliene portasse una numerosa quantità, Lord Brummel tentava il nodo, e se non vi riusciva gettava immediatamente la cravatta in terra facendosene porgere un’altra.Un giorno un ospite mattiniero interrogò il valletto a cosa si dovesse quella montagna di mussolina sul pavimento, ed egli gli rispose affranto: “Quelli sono i nostri fallimenti”.

Avvicinandosi alla forma delle cravatte contemporanee, nel 1880, i membri dell’ Exeter College di Oxford decisero di togliere i nastri dai propri cappelli e di annodarseli al collo creando, di fatto, la prima vera cravatta da club. A seguito di questo strambo ma quanto mai riuscito costume, ordinarono ad un sarto di produrre dei nastri appositi con i colori del club da adoperare come cravattini, dando così il via ad una moda che contagiò presto tutti i club e i college inglesi. Da qui deriveranno difatti le così dette cravatte Regimental, ossia quelle cravatte a righe, notoriamente da giorno, che portano i colori e gli stemmi di club e in un secondo momento dei reggimenti d’appartenenza.

Nel XIX secolo la cravatta divenne quella che conosciamo oggi, una capo più funzionale che venne battezzato inizialmente “cravatta alla marinara” , e che fu la base di partenza da cui si sviluppò la cravatta moderna. Mr. Jesse Langsdorf fu il primo, nel 1926 a New York a trovare la soluzione giusta per la produzione industriale e di qualità: quella di tagliare il tessuto con un angolo di 45° rispetto al drittofilo, ed impiegare tre strisce di seta da cucire successivamente. L’idea, che venne brevettata ed esportata in tutto il mondo, rappresenta ancora oggi una cravatta di buona sartoria. Indossata in tutti i suoi colori e le sue fantasie, la cravatta al giorno d’oggi è di uso comune in tutto il mondo come simbolo di eleganza e formalità.

Dalla scuola al luogo di lavoro, essa rimane, insieme alla giacca, uno dei pochi capi significativi che ogni uomo impara a portare e fare suo per le grandi occasioni. E per quanto ministeri e nuovi movimenti politici devoti alla barbara informalità e comodità vogliano cercare di abolirne l’uso sul lavoro, noi sappiamo che il vero gentiluomo non l’abbandonerà mai. Due ricercatori di Cambridge alla fine degli anni ’90 hanno dimostrato attraverso modelli matematici che esistono 85 modi diversi di annodarsi la cravatta. Nel caso non siate ancora riusciti a trovare il vostro, potete consultare la guida recentemente pubblicata da Zalando.

Del resto come diceva l’adorabile Oscar Wilde: “Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita.”

Il costume da Uomo: tra errori di gioventù e il sogno della pudicizia altrui.

Li guardiamo tutti con malcelato disprezzo mentre ci passano accanto, anche quando cerchiamo di spiaggiarci nelle mete estive più esclusive, e ogni volta c’è qualcuno come me che esclama – ” mmmh Il costume a Slip? pensavo che un decreto legge lo avesse vietato alla fine degli anni 90” – seguono risate, ma purtroppo non è vero. Non c’è nessuno decreto.

Il passante oliato lo sa, e con il suo “pacco” senza troppe pretese in mostra, mi sfila davanti con la legge dalla sua parte. Lui sogna la novità del 2014 appena ordinata su Ebay, il Mezzo-slip, il Mens Brief Bikini. A suo parere è sexy – “Si sexy come lo scroto in persona” – lo incalzerei se conversassimo. Io schifato chiudo gli occhi e mi sforzo di pensare ad altro. Lui passeggia con i piedi alle 10.10 e pensa a quando riprenotare la ceretta per il petto, si accarezza il tribale generoso sull’avambraccio.

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Eppure un tempo eravamo uguali, glabri, e commettevamo lo stesso crimine.

Ero alle elementari e ogni tanto tra i corsi di nuoto e il mare indossavo anche io lo “slippino”, poi in seguito all’incombente rischio delle prime erezioni balneari invocai la grazia. Mia madre acconsentì senza fare troppe domande e quell’indumento venne eliminato a vita dal mio armadio, esiliato per sempre nei miei ricordi infantili. Purtroppo non è andata così per tutti, e il successo di Borat non ha aiutato.

I passaggi dopo non furono immediatamente rose e fiori. Alle medie, recidivo, caddi come molti in un altra bislacca tenuta estiva tuttora osservabile nei peggiori bar di Caracas o nelle spiagge di confine del più esotico lido di Torvajanica magari: Il Sundek corto nero con l’arcobaleno sulle natiche. Consuetamente indossato con le Magnum e la t-shirt aderente corta all’ombelico va annoverato sicuramente tra ” i 10 look da non adottare al mare”. Passò anche quello, ma la tappa successiva non migliorò di molto la situazione. Ormai erano i tempi del liceo, le erezioni balneari erano continuative e frequenti e allora la fortuna giocò dalla nostra: La moda del costume da Surf anche per chi faceva solo gara di Calippi alla coca-cola. Lungo al ginocchio o a volte anche pericolosamente oltre, rigorosamente di fantasie fiorate, o comunque ampiamente tamarre; come dimenticare il Katin con la retina che con l’acqua cambiava colore, quello camouflage , inconsapevole precursore della tendenza dell’estate scorsa, i Billabong con il pettinino per togliere la paraffina che penzolava a caso dalla tasca senza un degno impiego, il Quicksilver con le ali dorate intorno alla vita ( minuto di vergognoso silenzio) e per quelli che proprio non avevano genitori accorti e intesi a difenderli dalle mode passeggere: Il pinocchietto fiorato ancora una volta firmato Sundek. Ricordo che tra gli altri ne avevo uno della Bear, nero con la bandiera della Nuova Zelanda ricamata su una coscia: Union jack e stelle sparse. Era bello ma troppo sobrio, per quello non lo mettevo mai.

Altro giro altra corsa. Anni dopo sbocciò la moda di indossare per il mare i pantaloncini da calcio delle divise di squadre inglesi e non. Forse l’idea più stupida dopo fare il flashetto con il filtro degli spinelli finiti, farsi il bagno con quei calzoncini 90% acrilico 10% elastico voleva dire rimanere bagnati fino all’ora della doccia a casa. Un appunto, tanti abbinavano, e continuano ad abbinare sotto ognuno dei capi citate elegantissimi boxer con elastici a vista con sobrio contrasto. Unica nota a favore : buon contenimento delle erezioni improvvise. Note a sfavore? Elencarvele mi impegnerebbe la settimana.

Naufraghi in pena finalmente trovammo un porto sicuro e a tratti adeguato à la plage: Il celeberrimo, fomentato, variopinto, audace, inflazionassimo Boxer da mare targato Ralph Lauren. Comodamente reperibile al prezzo quintuplicato del suo reale valore negli States, rimane tuttora l’instancabile divisa da mare di chi sa quasi darsi un contegno sulla sabbia. Certo ha veramente stuccato, e se abbinato co le Havaianas o le L.A. Trainer fantasiose e la t-shirt anch’essa color pastello Ralph Lauren va a comporre un totalook che mi infonde una certa “ansia”. Ma di solito lo fanno solo quelli che hanno mentalmente o anagraficamente sedici anni. Passerà anche per loro.
Ormai l’età si faceva sentire. I tempi erano abbastanza maturi per la scelta del costume giusto e di un outfit da mare piacevole era consigliabile. Del resto la prova costume, inesorabile scossone alla pigrizia, ogni anno ribadiva puntualmente spietata la stessa verità : l’unica cosa che poteva starti bene era il numero delle ciabatte. I boxer da mare Vilebrequin delle fantasia così stravaganti da saper distogliere tutti dalla pancia. Il classicone di Hartford, che ti accompagna una vita scolorendosi delicatamente fino a raggiungere la tonalità unica, idilliaca. I costumi su misura con gli scampoli di cotone fatti a Salina, a pois, con piccoli quadri, disegni semplici ed eleganti. Oppure quelli confezionati da Mosaique e Poche.

Ecco insomma l’eterna risposta alla scelta per l’outfit da spiaggia. Boxer, semplice, rigorosamente di una lunghezza a mezza coscia, tassativamente senza tasche laterali o fronzoli strani, ben allacciato e senza mutanda sotto, sopportate il fastidio. Siete uomini. Sopra una bella camicia di lino ampia e delle esparillas sobrie, magari originali comprate a Biarritz. Niente eccessi, niente stravaganze che finiscono per sfociare sempre irrimediabilmente nel cafone. Altrimenti proprio non sopportate le cose bianche, e potete permettervelo, fate come l’avvocato Agnelli a largo di Port Cross, prendete il sole completamente nudi. Ma lo Slip, o il Mezzo-Slip ve prego NO!

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“Il mio nome è Ayrton, e faccio il pilota”

Quando nel 1994 ricevetti la mia prima pista di macchine radiocomandate, avevo sei anni. Ricordo benissimo come giocavo a far rincorrere all’infinito Alesi e Damon Hill, immaginavo fossero loro i piloti su quelle piccole monoposto. Mi piacevano quei nomi. A detta di chi mi fece quel regalo erano loro i piu’ forti. E io lo presi per buono.

Non conoscevo Ayrton Senna. Non lo piansi. Era appena morto. Ma io l’avrei amato.”

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Ayrton, due anime sferzanti che gareggiavano all’unisono tra se stesse, prima ancora che in pista. Un fuoriclasse che riempiva di commozione chiunque lo seguisse, un ragazzo dalla voce gentile e le maniere delicate in un mondo difficile e pericoloso come quello dell’automobilismo. Un giovane dallo sguardo malinconico, costantemente pensieroso, di chi si sente incompiuto anche quando è amato, anche quando vince tutto, anche quando è tutto. Lo sguardo di chi cela un segreto, un peso insostenibile e da espiare.

Chi era Ayrton ?

Ayrton Senna da Silva, brasiliano di San Paolo e’ stato definito il pilota di Formula 1 più  forte di sempre. Imbattibile sul bagnato, profondo conoscitore della meccanica delle sue monoposto, cocciuto e instancabile, asceta calcolatore e maniacale, corridore senza paura a caccia della perfezione, come fosse una Chimera. Ha vinto tre Campionati Mondiali (’88 – ’90 – ’91), ha disputato 162 Gran Premi vincendone 41, salendo sul podio 80 volte e aggiudicandosi 65 pole position.

Quattro scuderie  automobilistiche che con lui hanno voltato nelle piste di tutto il mondo e un casco giallo, sempre lo stesso, disegnato apposta per lui con i colori del Brasile. Più che una bandiera, lui ne fece un simbolo. Il simbolo di un paese che attraversava un momento profondamente difficile: di povertà, privazioni, e confitti, ma si fermava a vedere il suo campione ad ogni gara. Lui con il suo talento nutriva  la speranza e il sogno di della rivalsa sociale che l’intero paese bramava, e ogni volta che quel casco giallo sfrecciava per primo sotto la bandiera a scacchi, e lui urlava di gioia, il Brasile si fermava, ed era una festa nazionale.

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Senna era un idolo, un sex symbol, un esempio oltre ad essere un grande pilota. Quando arrivo in Formula 1 dopo una lunga gavetta nel mondo dei Kart, non c’era molto spazio per lui. Ossessionato da Alain Prost, amico nemico della sua carriera, non poté fare a meno di sceglierlo fin da subito come “uomo da battere”. Da compagno di scuderie come da avversario, lo ammiro’ fino al punto di scoprire come sconfiggerlo. Ma ad Ayrton non bastava, lui era uno di quegli uomini che vuole battere se stesso.

Il 1 maggio di venti anni fa, durante il GranPremio di Imola, la sua nuova Williams non va proprio come vorrebbe, come è abituato lui. C’è un tedesco alla Benetton, un certo Schumacher, che è va molto forte, più forte di lui, ed è molto scosso, ha  appena visto la morte in faccia; quella di Roland Ratzenberger, un pilota austriaco sfortunato, giovane come lui, che il giorno prima era morto durante le prove la qualificazione. Ayrton è tormentato quel giorno, ma non vuole mollare. Prova a far annullare la gara per motivi tecnici, ma non viene ascoltato, ci sono troppi interessi dietro a ogni gara: “ the show must go on“, del resto. Anche se ha vinto tutto non vuole ancora lasciare, si impone di continuare. Mette nella sua monoposto una bandiera dell’Austria, da sventolare alla fine della gara, magari sul podio, per omaggiare il compagno scomparso. Entra nell’abitacolo, e si fa stringere le cinture fino a perdere il respiro, per l’ultima volta. Durante i giri di prova, in collegamento con i box sente la voce del suo antagonista ormai ritirato, Prost, e gli dice – “Alain mi manchi.” Non riuscirà a finire quella gara.

Il piantone delle sterzo si spezza e lui finisce contro il muro della curva Tamburello. Il braccio di una sospensione salta durante nell’impatto  e lo colpisce in testa, inutili i soccorsi in pista, non c’è più nulla da fare.  Morirà poco dopo.

Se ogni uomo ha un fato o un “destino”, nella sorte a volte generosa, a volte avversa, forse quello di Ayrton Senna era di redimere il mondo della Formula 1 attraverso la sua scomparsa. Di ricordargli qualcosa, che andasse oltre alla velocità, al denaro, al vincere.

Non è degli angeli la corsa, ne dei forti la guerra. Perché il tempo e il caso raggiungono ogni uomo. Purtroppo.

Formula One Motor Racing - European Grand Prix - Donington Park

Un grande in bocca al lupo a Michael Schumacher, e che torni presto tra noi.