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Tag Archives: Davide Bartoccini

Le 10 migliori e peggiori scarpe che ho mai indossato

Ultimamente il ritorno al ricordo dei ruggenti anni ’90 e dei primi ’00, che fa breccia sopratutto nei cuori degli infaticabili romantici (come me del resto), sta portando parecchio rumors e scalpore. Mentre l’ossessione de: ” Le 10 blablabla che…” è forse uno dei format per articoli online che ha reso più celebri numerosi blog e giornali online ed è sempre più sulla cibernetica cresta dell’onda. Quindi oggi anche io farò il mio personale esperimento, fondendo i ricordi dell’uno e le regole dell’altro nell’articolo settimanale della nostra rubrica mondana.

Le Car Shoe, il mocassino da guida con i tipici gommini sulla suola per supportare il grip del pilota da Granturismo, sono forse le scarpe più eleganti e comode che abbia mai indossato, anche senza essere al volante di una fuoriserie. Nuove di pacca o un po’ vissute, sono formali e disimpegnate allo stesso tempo. Da un’idea di Gianni Mostile, vengono brevettare nel ’63, adorate da personaggi come G. Agnelli e JFK, il gruppo Prada ne rileverà prima il 51% per poi acquisire l’itero marchio e rilanciarlo a livello internazionale. Ecco, io adoravo andare da Prada in Via Condotti e scegliere il solo unico modello di mocassino originale, senza le contaminazioni dalla “moda”, niente dadini con le iniziali, niente cifra maggiorata a quasi 300 euro, niente tessuti mimetici e niente laccetti fluo. Solo una romantica pelle martellata in vitello daino marrone scuro, le calze lasciate nel cassetto, e a un paio di jeans in demin chiaro che nemmeno le sfiora.

Le Perry Hellis “Adjust” , era il 99-00, io facevo la seconda media e diventarono di moda questo paio di sneaker della casa dell’omonimo stilista americano Perry Hellis, deceduto già da tempo. Reperibili solo dopo lo spunto di una lunghissima lista d’attesa nell’unico negozio che le importava a Roma: 16FAUROstreet, somigliavano a delle obese e stracolme “banane” multicolore, le più in voga erano in pelle blu, con lacci e inserti bianchi e rifiniture in rosso. Si portavano completamente slacciate, e resteranno per sempre le più brutte scarpe che io abbia mai indossato.

Le Nappine di Alden, più propriamente chiamati tassel loafer della Alden sono forse tra le scarpe da uomo più belle ed esclusive in commercio senza arrivare al “su misura”. Charles Alden, originario del Massachusetts, nel 1884 era solito confezionare un paio di scarpe al giorno in una camera del suo cottege chiamata “ten footers”, ma in seguito alle innovazioni della meccanizzazione industriale riusci ad incrementare notevolmente le sue produzioni, portando la Alden Shoe Company ad essere una della marche di scarpe da uomo più famose ed illustri del New England. Essendo tra le più belle scarpe che ho avuto il privilegio di calzare, sono anche parecchio onerose, 820 euro, ma negli Usa si trovano a molto meno, e si può sempre ripiegare sul modello Keats della Church’s.

Le Magnum, gli stivali della Magnum furono probabilmente tra le prime scarpe alla moda che ho indossato alla fine delle scuole elementari. Pesanti ma non per questo scomode erano essenzialmente inadatte ad essere portate, come era comune uso fare, a giugno sotto il costumino colorato della Sundek e le t-shirt a maniche corte per andare al “BigGIM”. Vanzina in uno dei suoi film a me più cari ( Il cielo in una stanza) li fece descrivere con le parole di Elio Germano come dei “maritozzi” da militare, ed in effetti altro non erano: le calzature Magnum vennero infatti sviluppati a seguito di una richiesta dell’ FBI ( federal bureau of investigation) di Quantico.

Le Nike Zoom Terra Sertig, o anche più semplicemente chiamate le “Zoom” sono forse le scarpe da ginnastica più belle che abbia mai indossato insieme alle Adidas ROM .Rosse, gialle, viola, alte, basse, verdi ramarro,introvabili a Roma e più generalmente in Italia, accompagnarono i desideri dei cultori di quel genere di scarpe come una Chimera irraggiungibile per diversi anni della pubertà. Racconti, storie e leggende di chi le aveva reperite attraverso remoti e irrecuperabili traffici ne aumentavano il fascino, e inducevano tutti i ricercatori a peregrinare mensilmente al BeeCool di Via Rubens in attesa di un “si, sono arrivate”. Le prime, poiché introvabili, le acquistai di seconda mano ai mezzi con il mio migliore amico per ben 150 euro.

Le Hogan Interactive, voglio immediatamente tranquillizzare il lettore riportando in calce che le Interctive sono senz’altro uno dei peggiori errori dell’umanità dopo il gas Nervino e le fiction della Rai. Abbiamo visto tutti il video dei The Pills e ci siamo vergognati di averle portate con tanto gusto tra il 2002 e il 2004, e siamo consapevoli che la scusa che ti facevano sembrare più alti e che erano comode, non reggeva neanche allora. Però vorrei per una volta spezzare una lancia a loro favre, perché è cosi facile deriderle e insultare chi le porta, che ormai è inutile infierire, è già stato detto tutto. Le Hogan per la moda di allora erano una novità mettibile, un ibrido a sorpresa: come la Daihatsu Cuore, che fa cagare uguale, ma andava comunque provata. Ecco magari quelli che come me le avevano di quattro colori, dovrebbero fare mea culpa. Ma non fossilizziamoci, l’importante è aver imparato.

Le Sebago Dockside e le Penny Loafer della medesima marca, sono due tra le calzature più belle e comode che indosso; le prime sono un classico modello di mocassino da barca, ben strutturate, e più rifinite della cara e vecchia Timberland, a parer mio troppo pesante. Le seconde sono la più fedele e adorabile riproduzione dei penny loafers sul mercato. Il mocassino da collegiale più in voga nei college della Ivy League, dove era usanza inserire un penny del risvolto della mascherina sul collo del piede. Da li il loro nome.

Le Adidas Tygun, la moda ha spesso tirato dei colpi bassi in passato, si sa. Era il caso delle Tygun, lo stivaletto tecnico da Boxe che veniva indossato sotto i jeans dai sedicenni di allora. Non so dire se facessero carattere poiché legate alla nobile arte, oppure andassero di moda conseguentemente all’inflazione di boxer da una mensilità. Ma erano sicuramente scomode da allacciare e da infilare sotto i pantaloni, la suola era completamente piatta ed era goal a porta vuota per la tallonite cronica.

Le Converse All Star, ideate dal cestista Chuck Taylor nel 1923 per essere indossate sul campo di basket, sono tra le migliori scarpe che ho sempre indossato regolarmente. Sempre scelte di color panna basse o alte , sono le scarpa multiuso per eccellenza, indossabile a tutte le età, irriverente o spartana, sicuramente comoda e leggera, semplice e disimpegnata. Senza tempo.

Le sneakers Gucci con lo stretch o più semplicemente tutte le sneaker di Gucci. Le celeberrime con le fantasia a doppia G Gucci per tutta la lunghezza e larghezza della scarpa, sono forse tra le calzature più coatte e antiestetiche mai indossate in occidente, dopo le Hawianas con i pantaloni la sera, gli zoccoli di legno per andare al mare, le Crocs con i calzini e le scarpe con le rotelle nella suola. Acquistate per una cifra ridicola, e purtroppo non in senso buono, sempre durante la tempestosa e traviata adolescenza, potevano essere anche chiamate “i portafogli ai piedi”, chi se le ricorda evita di parlarne di solito.

 

Quando le mode si imborghesiscono

Dr. Martens nella parodia della scena underground da salotto

È di questi giorni la notizia che la famiglia Griggs, recente proprietaria dei Dr. Martens, abbia accettato l’ultima offerta da 300 milioni di sterline del fondo di private equity Permira per cedere il marchio di anfibi dalle cuciture gialle che hanno fatto la storia della moda Punk.

Non a caso forse, gli stivaletti inventati da un dottore tedesco durante la WW2 (Klaus Maertens), già da diverso tempo infatti sono passati dal rappresentare lo stile cheap della sub-cultura più famosa degli anni ’70 (i suddetti Punk), al rappresentare invece il vezzo di tutte quelle giovani future salottiere, desiderose data la noia accumulata, di quel senso di ribellione adolescenziale velleitario (puntualmente sprovvisto di sinceri pulsioni idealiste), e affascinate da quelle atmosfere underground in franchising (ormai così facilmente riproducibili). Insomma, possedere un lato un po’ hardcore con soli 150 euro.

 

I Rave con la musica elettronica che spacca

“Mmm a te ti ho già vista, può essere che eravamo vicini di tenda allo Sziget?” “No, ma i nostri hanno la tenda nello stesso bagno a Forte (dei Marmi)”.

L’ipotetico inizio di flirt tra i banchi della Bocconi. Straordinario infatti è, come nella seconda metà degli anni 2000 i Rave, un tempo bollati come bivacchi di sodomiti impasticcati, si siano inflazionati a tal punto da diventare per tanti giovani rampolli dei luoghi di culto, dove prenotarsi con i soldi del papi un pellegrinaggio mistico sulle ali di musica che comprenderanno meglio (si spera) sotto l’influsso delle metanfetamine. Monegros, Sziget, Tomorrowland, Technoparade… sboccio solo Belvedere lalalala.

 

La Giacca di Pelle con o senza la motocicletta

La giacca di pelle,dalla Bomeber Jacket al Chiodo, è da sempre un capospalla di gran moda. Ma negli ultimi anni si è voluto Fonzs_Triumph_at_Auctionstrafare. Ce l’hanno tutti. Originariamente adoperato dai piloti di bombardieri, e impreziosito da simpatiche toppe per sdrammatizzare, lo abbiamo visto più volte abbinato a motociclette da corsa anni ’50, da James Dean a Shia Labeouf nell’ultimo tragico Indiana Jones, passando per TomCruise in Top Gun. Non di rado infatti, gli ex piloti tornati a casa dopo la guerra, sia degli anni 30, sia nei primi anni 50, investivano i soldi delle loro paghe d’armi per acquistare motociclette post belliche, per poi riunirsi in crew. Quasi come proseguimento di un cameratismo avventuroso. Bhe..tutto molto romantico. Meno romantici sono però, tutti quegli ex-giovani borghesi che si comprano la Triumph della domenica, come paliativo per ingannare la crisi di mezz’età. Che quando indossano quelle giacche di pelle ancora troppo rigida si sentono gridare, mentre vengono superati a destra: “ma se ce metti il piede pe’ fa le curve, che te la sei comprata a fa’!?” Molto, molto meno romantico.

Le Clarks, i simil Parka e il Pd

Dopo le rivoluzioni studentesche della seconda metà degli anni ’60, se volevi riconoscere un militante di sinistra che passeggiava per la strada trasognando il manifesto di Marx non dovevi aspettare di sentirlo cantare Bella ciao. Bastava guardargli le scarpe, Clarks, simbolo inconfondibile,sciatto, comodo, politicizzato. Spuntavano sfatte da un paio di jeans larghi sormontati da un Eschimo verde. Adesso questo outfit simpatico perfino a Guccini, si è anche lui irrimediabilmente imborghesito. Come quell’idea di sinistra del resto, perchè i borghesi che un tempo si sarebbero visti “tutti appesi” adesso, oltre che i vestiti, a sentire gli exit poll, hanno cambiato anche le loro ideologie generiche..valle a capire ‘ste “mode”.

 

Il Fiocco in testa e il Femminismo

Ve lo ricordate l’iconico manifesto “We Can Do It!” associato a Rosie the Riveter e al movimento delle donne salariate che erano andate a sostituire gli uomini in fabbrica negli anni ’40? Vi ricordate il fiocco che portava in testa? Simbolo della spartana salvaguardia dei lunghi capelli femminili chiamati per la prima volta ad essere “operosi”. Ebbene anche quello ultimamente è stato reso moda, adoperato in qualche video musicale su Mtv, adesso è in voga tra tutte le teenager nullafacenti d’ Europa, e oltre. Anche la simbologia del femminismo, mercificato dal XXI secolo, si è imborghesita, e ne è rimasta un’acconciatura..

 

La Barba

Ultima, ma non meno importante, la Barba. Oggetto a stretto uso e consumo dell’ Intellighenzia fin da prima che nascesse, fin dai classici greci, ormai potrebbe essere sostituita nella strofa di Battiato che cita gli occhiali da sole, indossati : “per avere più carisma e sintomatico mistero”. La barba un po’ Hipster ormai indossata nel modo giusto possiede un fascino mondano che sotterra le accuse di sciatteria rivoluzionaria che gli venivano affibbiate un tempo, e fa impazzire il “genere” femminile che non a caso ha coniato il detto: “Ogni volta che un uomo si sbarba, in una donna, un ormone muore”.

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Se riscoprendo Gigi Rizzi: i tempi non sono mai cambiati.

 

“Noi, ragazzi italiani di Saint Tropez, dovevamo lottare contro gli straricchi per piacere, per conquistare. Io non avevo la Ferrari o la Rolls Royce e nemmeno lo yatch di trenta metri, me la giocavo tutta con la mia faccia e quella era la sfida più eccitante (…). Quando arrivava Gunter Sachs, ex marito di Brigitte, play boy e miliardario, atterrava dal suo elicottero vestito da Dracula, lanciava tonnellate di rose rosse, entrava nel porto con il suo Acquarama (…) Io ballavo il flamenco sul tavolo prendendo a calci i bicchieri. Piedi nudi, jeans, capelli al vento e via. Vaffanculo.
Eravamo velenosi, inconfondibili..”

Ci ha lasciato, ahime, Gigi Rizzi; ci ha lasciato nella sua amata Saint Tropez, colpa di un malore frettoloso, all’età di 69 anni. Come vale per tutti i defunti più o meno celebri di questi tempi, l’avvenimento ha dato la consueta e macabra scossa al pigro interesse dei socialnetwork, che pronti e lieti si sono riversati a googlarne il nome: per scoprire, per sapere, per piangerne la scomparsa. E cosi è tornato per un giorno il mito di Gigi Rizzi, l’ultimo playboy italiano degno di meritare questo appellativo.

 

“Avevo 24 anni e Brigitte Bardot.”
Scrisse sul suo libro “L’altro Sessantotto” e forse è per questo unico, casuale , frivolo motivo che rapì allora l’interesse del Newsweek, che lo sistemò accanto a volti noti come quello di Che Geuvara , e quello dei rotocalchi italiani, che anticipando il senso del motto “italians do it better”, cantavano il vanto patriottico di un’illustre e scanzonato giovane guascone in vacanza all’estero.

Io scoprii chi era Gigi anni fa, un po’ per caso, un po’ perché (nella mia modestissima parte) faccio parte anche io di quelli che adesso vengono chiamati Les Italiens a St. Tropez. Noi che senza doti miliardarie, cerchiamo a nostro modo di imitarlo e ne condividiamo gli stati d’animo; stessi pensieri, stesse illusioni. Noi che ci rendiamo sempre più conto di quanto il Mondo non sia voluto cambiare. Di come si sia saputo ingannare.

 

 

Gigi scrisse di quel suo “Sessantotto”, l’altro, quello senza molotov e senza barricate, senza gli studenti impegnati che manifestavano nelle università occupate contro il Vietnam e per i diritti civili. Un ’68 al sicuro dai rischi e dall’ideologia ,nella tranquilla e inebriante Costa Azzurra.. ” Ricordo i titoli dei giornali e gli occhi allucinati degli amici in quelle notti senza fine(…) il mondo ci guardava un po’ invidioso, forse indignato”.

E adesso? Sembrerebbe quasi che tutto quel cambiamento ,quel fervore, quello spirito di sacrificio sparso per il Mondo non sia affatto servito.
A place des Lices, i titoli dei giornali freschi di stampa dopo notti sbandate, tra un cornetto e un caffè troppo lungo.. non sono rassicuranti ancora una volta; rivolte in Brasile, allo Gezi park in Turchia, la Corea del Nord ha sostituito la Russia e i lavoratori disoccupati greci e spagnoli hanno rimpiazzato gli studenti universitari che presto li raggiungeranno, e che adesso sono troppo impegnati a rincorrere la vita che non li vuole, che pretende troppo tempo per metterli in pari con la loro età, e li giustifica di non avere un vero ideale, un vero valore politico; hanno volti tristi e disillusi, per colpa di qualcun’altro.

La crisi e il default spaventano l’opinione pubblica più della guerra fredda, che riaffiora in nuovi schemi geopolitici o fantapolitici (alcuni dichiarano)…

E noi restiamo li immobili, impassibili, scalzi con i nostri jeans e la camicia sbottonata, i capelli arruffati pieni d’alcool di giovanotti “posh”, impotenti nonostante le loro idee di alzarsi e dire che le cose non vanno e vogliamo cambiarle. Perché siamo consapevoli che a quanto pare il mondo non intende risolvere i suoi problemi, ieri come oggi, ma mantenere i suoi ingiusti equilibri.

“Ho 25 anni, non ho la mia Brigitte Bardot, vorrei inventare una cura per il mondo, ma non so da dove cominciare”.

 

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