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Blondie: fra disco e new wave


Ok, lo ammetto, mi piacciono i Blondie. Ricordo ai lettori –  se ce ne fosse bisogno – che Blondie non è ‘una’ cantante, ma una band. La magnifica bionda che associate alla band si chiama Debbie Harry, ex-coniglietta di playboy di scarso successo, nonché già vocalist mai esplosa. Per la bella ragazza di Miami tutto cambia nel 1973, fra i tavoli di un locale dove faceva la cameriera, riesce a stringere i contatti per formare una rock band che le permette finalmente di farla affermare.
Chris Stein, fiutato il talento e l’appeal di Debbie, creò una band modellata specificatamente sulla ragazza, che per altro rimase sua partner fino al 1989.
Il primo omonimo disco uscì nel 1976, anticipato dai singoli ‘X Offender’ e ‘In the Flesh’, e offriva al pubblico un sound non dissimile alla nascente scena punk e new wave, stemperandone tuttavia le asperità e creando un sound in linea con i gusti del periodo, ma consumabile un po’ da tutti. E’  indubitabile che la figura sensuale di Debbie Harry, definita ‘la Marylin Monroe del punk’, fosse uno dei motivi del successo della band, che tuttavia col successivo disco ‘Plastic Letter’ -uscito solo un anno dopo l’esordio e trascinato miracolosamente dal buon singolo ‘Denis’-non riuscì a ripetere il successo dell’opera prima.
L’anno decisivo per i Blondie è il 1979  grazie all’uscita dell’album Parallel Lines. La band, stretta fra le menti compositive di Chis Stein e Jimmy Destri e guidata dalla Harry, viene affidata al produttore Mike Chapman  e riesce a creare un disco, che nonostante le critiche dei fan della prima ora mostra una band maturata, capace di mescolare le sonorità punk e new wave alla disco music. Il disco, smaccatamente commerciale, è anche indubitabilmente un ottimo esempio di eleganza pop, che pone l’ascoltatore severo sempre in bilico fra la sensazione di essere preso per il culo e l’inevitabile appeal immediato di una serie di pezzi che potrebbero tranquillamente essere parte di un bignami della storia del pop. Ai grandissimi successi come ‘Heart of Glass’, ‘One Way Or Another’ e ‘Sunday Girl’ vengono accompagnate vere e proprie gemme rock n’ roll come ‘I’m Gonna Leave You Too’, e la splendida opener ‘Hanging on The Telephone’ (capolavoro dei dimenticati The Nerves).
Dopo il successo devastante di ‘Parallel Lines’, Debbie Harry diventò un’icona e i Blondie una delle band più famose al mondo. Non a caso il 1979 consacrerà definitivamente la band grazie ai singoli ‘Atomic’, veramente irresistibile, e ‘Dreaming’. Peccato però che il successivo Eat to The Beat non sia esattamente ai livelli del predecessore, forse anche perché prova troppo a ricalcarne la formula compositiva.
Ovviamente queste belle favole finiscono spesso tutte nello stesso misero modo. E, come già lasciava intravedere ‘Eat to the Beat’, i Blondie non riuscirono più a creare dischi interessanti, anche se vanno indubitabilmente menzionati i singoli ‘Rapture’, e soprattutto ‘Call Me’, canto del cigno di Harry e compagni, prodotta dal genio della disco-music Giorgio Moroder. Nel 1982 la band si ferma, Debbie Harry invece si divide fra una deludente carriera solista e ridicole apparizioni cinematografiche. Nel 1999 tuttavia il dio-denaro richiama il gruppo a servizio, e permetto loro, fra tour e dischi inutili, di ripetersicon il successo ‘Maria’ (che senz’altro ricorderete, magari non associandolo alla band ), un pezzo di rara bruttezza.
Nonostante questo triste finale bisogna ammettere, ricordando che comunque in quegli anni c’erano gruppi ben più importanti, che i Blondie sono un punto di riferimento – più o meno ufficiale – di una miriade di band, primo gruppo a tentare la commistione fra mainstream e underground.
Luigi Costanzo