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Un passo indietro

Si parla spesso di filosofia sui quotidiani, siti web e riviste di attualità, senza dire che cosa sia e di cosa dovrebbe occuparsi. PoliNietzsche non vuole commettere lo stesso errore: dopo oltre 80 settimane di articoli e articoletti in materia crediamo sia utile – a questo punto – fermarsi e spiegare in cosa consista. Insomma, che cosa diamine è la filosofia? E perché ce la propinano ogni mercoledì?

Lo stereotipo immediato è quello di una disciplina completamente astratta e non rigorosa, che prova a dire qualcosa sul mondo o va in cerca di un modo di fare, di una prassi finalizzata a raggiungere una vita degna di essere vissuta.

La filosofia non ha uno statuto che ne definisce la natura (oggetto della meta-filosofia che si occupa di dirci che cosa sia effettivamente). A differenza delle scienze, ogni pensatore o scuola l’ha definita in svariati modi, spesso contrastanti l’uno con l’altro. Fatta questa premessa, cercherò di dirvi come vedo la filosofia e quale sia il suo ambito di indagine nelle nostre università.

Inizierò subito dicendo che la filosofia non ha, appunto, uno statuto definitorio chiaro e limpido in quanto non è una disciplina. Esiste però il filosofare, l’attività estesa su svariati campi del sapere  che riguarda il domandarsi il “perché” e il “come” di una procedura, un oggetto o un evento della realtà. La filosofia è un’attività di negoziazione concettuale: si individuano i vari aspetti e le possibilità di qualcosa, cercando di dire quale sia la soluzione migliore. I principali diverbi fra filosofi nascono nel momento in cui vi è disaccordo su quali siano le opzioni possibili in un caso x; anche quando vi è accordo, si può benissimo discordare invece su quale sia la soluzione migliore di x.

Per praticare questa attività, come tutte le altre, il filosofare ha bisogno di strumenti specifici, i quali sono due: logica ed esperimenti mentali. La logica formale, che ha ricevuto una grossa spinta durante il XXº secolo, ci aiuta a dire in maniera univoca quando qualcosa è vero o falso, oppure a limare le parti più grezze delle nostre teorie. L’esperimento mentale è quel classico “Supponiamo che…”, il quale ci consente di evidenziare situazioni reali o a immaginare situazioni estreme. Situazioni che non potremmo, in linea di principio, riscontrare nell’esperienza quotidiana.

Si può notare facilmente come questo modo di riflettere sia generico e applicabile ad un numero potenzialmente infinito di campi conoscitivi. In base al tipo di problema di cui ci interessiamo, la filosofia come attività prende un nome specifico. Per esempio: la negoziazione su cosa contenga l’inventario di tutti gli oggetti esistenti al mondo, è detta ontologia. Se la applichiamo alla nostra sensibilità ai problemi morali e su come agire rettamente, si chiamerà etica. La filosofia che si applica ai problemi del linguaggio e del significato altresì è la filosofia del linguaggio e così via. Molti spunti risolutivi, che facilitano il lavoro, possono essere trovati nella lettura dei classici del pensiero filosofico: per tale ragione, molti filosofi portano la propria attenzione a ciò che è stato detto prima di loro. Possiamo trovare un aiuto inaspettato per una questione nella Repubblica di Platone o una direzione alternativa nella Critica della Ragion Pura di Kant.

Insomma, la filosofia è un qualcosa che può risultare tremendamente utile in qualsiasi posto tu voglia metterla. Soprattutto nelle scienze, dove può contribuire fortemente a definire e raffinare i concetti impiegati in queste ultime. Un caso evidente, in questo senso, è quello di Daniel Dennett.

Dennett non è uno scienziato, è un filosofo della mente. Eppure il suo contributo alle neuroscienze cognitive è immenso, indispensabile ormai per chiunque voglia fare ricerca degna di tale nome in questo ambito.

In conclusione, potremmo usare una metafora. La filosofia non ha una propria dimora dove abitare. Preferisce piuttosto visitare le case e i giardini altrui, aiutando come può.

 

Una logica per l’arte?

È possibile applicare la logica all’arte? Oggi vi propongo questa pippa mentale. [Fuggite!].
Abbiamo incontrato già altre volte il termine «deduzione». Vi do una rinfrescata: è un ragionamento che applica una legge generale ad un caso particolare. Esempio: l’articolo 146 comma III del codice della strada impone il divieto di attraversare un incrocio con il semaforo rosso. Questa è la legge generale. Ipotizziamo che zio Gino passi col rosso. Bene. Abbiamo il caso particolare. Ipotizziamo ancora che, appostato dietro un cespuglio, un solerte vigile della polizia municipale abbia notato l’infrazione di zio Gino: applicherà la legge al caso e dedurrà che è stata commessa un’infrazione.

Ci chiediamo noi, è possibile un simile comportamento (quello del vigile, non di zio Gino) davanti ad un’opera d’arte? In linea di principio sembrerebbe di sì. Di certo esisterà in una qualche  polverosa enciclopedia una definizione di opera d’arte. Questa potrà essere applicata a singoli oggetti (una mazza da golf, la Pietà Rondanini, uno spray anti-zanzara) per dedurre che la mazza da golf e lo spray anti-zanzara non siano opere d’arte, la Pietà Rondanini sì1.

Qui però si presentano due grossi problemi:
  1. Siamo certi che la nostra polverosa enciclopedia contenga una definizione di opera d’arte? Detto altrimenti, siamo certi che esista un’unica definizione di opera arte? No. Croce parla di «intuizioni liriche», Clive Bell di «intuizioni significanti», Hegel di manifestazioni sensibili dello Spirito… C’è da uscirne pazzi. Insomma. Manca la legge generale.
  2. Anche se la legge generale esistesse, siamo certi che sia legittimo mettersi a dare deduzioni davanti alla Pietà Rondanini? Forse un’opera d’arte più che essere dedotta andrebbe goduta… Forse arte e logica appartengono a due mondi diversi, l’una dovrebbe lasciare in pace l’altra.
È di questo avviso Ludwig Wittgenstein. Ora, Wittgenstein, oltre ad essere un vecchio amico di questa rubrica2, è anche una sorta di papà proprio di quei filosofi che vorrebbero fare delle deduzioni in mezzo al Louvre. Immaginate lo sconcerto di questi figlioletti quando si resero conto che papà, nel suo Tractatus Logico-Philosophicus  aveva negato la possibilità di applicare la logica in campo etico ed estetico, confermando quanto abbiamo detto al punto (2). Drammone.
Ora, la nostra storiella potrebbe finire qui. Abbiamo risposto alla nostra domanda iniziale: no, non è possibile applicare la logica all’arte. Vi tengo impegnati ancora qualche minuto perché, come in ogni famiglia che si rispetti, c’è sempre il cacchio di figlio ribelle che no, papà proprio non lo vuole ascoltare: George Dickie.
Dickie ritiene che un atteggiamento deduttivo che consenta di distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è sia ancora possibile. Attenzione però, la legge da cui operare la deduzione deve essere meramente classificatoria e deve esimersi dal fare valutazioni circa l’opera. Perché? Perché Wittgenstein, per spiegare la sua posizione, aveva detto che di arte (ed etica) si può mostrare la verità, ma non se ne può parlare con rigore logico.
Bene, quel furbastro di Dickie pensò: se riuscissi ad elaborare una definizione di opera d’arte che sia classificatoria (mostra come stanno le cose) ma non valutativa (non dice come dovrebbero essere) avrei salvato capra e cavoli. Potrei fare tutte le deduzioni che voglio (yeeee) e non contravverrei al divieto di Wittgenstein.
Vediamo allora la definizione di Dickie:
L’oggetto x è un’opera d’arte qualora:
(I) x sia un artefatto,
(II) x abbia lo status di candidato all’apprezzamento da parte del mondo dell’arte (l’insieme di istituzioni  quali musei, riviste specializzate, curatori, galleristi, critici, storici, etc.).
Forte no? Peccato che sia una supercazzola. Dickie è un gran paragnosta, ci fa credere che la sua definizione sia avalutativa, ma guardate bene… nascoste ben bene troviamo tre paroline: «candidato-all’-apprezzamento». Cos’è un «apprezzamento» se non l’espressione di una valutazione? Daje Dickie, c’avevi quasi fregati!


PoliNietzsche – Giulio Valerio Sansone

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[1] Questo atteggiamento è tipico di un certo modo di vedere la filosofia – detto analitico – che ha fatto scuola nei paesi di lingua inglese. Lo confesso: vado matto per questo approccio. Purtroppo 9 volte su 10 non mi trova d’accordo. «Amo et odi», diceva qualcuno.
[2] Vedi articoli: qui, qui e qui
[3] Per chi fosse interessato: D’Angelo, P., Estetica, Roma-Bari 2011.