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La fine della Παρρησία, la libertà di dire la verità

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Παρρησία, nell’antica Grecia aveva il significato di libertà di parola. Non solo. Traduceva implicitamente lo stato di realtà della parola e circoscriveva nell’esser-parola tutto ciò che poteva essere detto dal cittadino X (diritto di parola) ed il modo in cui questo tutto doveva essere detto dal cittadino X (verità di parola).

Euripide, nel V secolo a.C., la definisce la virtù del dire la verità.

In realtà era quella virtù a cui l’uomo politico, nella Grecia Antica, doveva aspirare per poter essere definito realmente “virtuoso”. Infatti, in quanto libero doveva poter dire il vero e condividerlo con il resto della comunità di cui faceva parte. Allora era un termine con un forte peso semantico: traduceva il diritto, la libertà e il valore delle parole che i cittadini-greci-maschi-liberi erano soliti pronunciare in pubblico, durante le assemblee.

Il significato positivo di Παρρησία, quello che Platone definisce “costruttivo” in contrasto con la retorica, traduce in un unico termine l’intenzione morale ed insieme il fine ultimo a cui l’individuo politico deve tendere: è sua libertà politica il poter esprimere la realtà dei fatti, ma è anche sua responsabilità morale che tale realtà sia vera. Perciò se la Παρρησία come virtù comporta da un lato il poter dire tutto, dall’altro il suo fine comunitario deve mettersi in atto attraverso il dire il vero. Nonostante l’intento di liberare la verità attraverso la parola fosse nobile, il cittadino ateniese si trovò sempre di più perso tra troppe verità liberate e nelle assemblee giunse il caos, nonostante fossero state fondate sulla libertà.

Dire il vero. Ma in qual misura una verità è più vera di un’altra? Come raggiungere una verità nel caos delle verità degli altri?

Fu così che dalle assemblee scomparve questa virtù, soppressa dal bisogno di ubbidire ad un potere che rappresentasse quella verità non trovata.       Si avverò nella politica ateniese quel “paradosso della Democrazia”, sul quale era fondata la critica platonica al regime democratico: il potere unico della tirannide un giorno avrebbe inevitabilmente preso il posto della troppa libertà.

Così come l’esercizio smoderato della libertà porta di conseguenza all’annullarsi dei suoi benefici, trasformando in un attimo l’ordine in caos, così la democrazia può annullare se stessa, trasformandosi all’improvviso in nuove forme di predominio politico, come per esempio la tirannide (Platone).

Il paradosso della democrazia svuota di significato l’ideale del “mito di Protagora”, secondo cui gli uomini avrebbero dovuto saper utilizzare a loro favore la libertà, grazie alla “tecnica politica” donata loro da Zeus, e fa cadere per la prima volta all’interno di una comunità politica la speranza nei suoi stessi fautori, i quali avrebbero potuto, secondo il mito, saper discutere, istituire leggi e negoziare tra loro proprio grazie a quella libertà.

Il venir meno di questo mito, come ideale di riuscita politica, è una parte della relazione non andata a buon fine tra il cittadino e la sua libertà di espressione. Ad un certo punto della storia greca infatti la Παρρησία -quella libertà di esprimere il vero-, nonostante il suo nobile scopo, entra in cortocircuito con la politeia; e si ritrova faccia a faccia davanti allo specchio, davanti al suo inestirpabile punto debole: la mancanza di limiti, sulla quale essa era stata fragilmente fondata.

L’estrema libertà porta al dissestarsi dei tre pilastri della democrazia: l’uguale diritto di parola – l’isegoria – e l’uguale diritto di potere politico – l’isonomia, tolgono peso al contenuto di realtà della paressi a. La troppa libertà di esprimere la verità uccide la verità stessa: troppe verità soffocano il reale. La Παρρησία decade, diventa utopia.

Oggi questo termine non credo sia più considerato. Forse qualche filologo greco ancora lo usa, ma con scetticismo, come un’utopia a cui potersi riferire da cittadino universale. Sta lì, nei vocabolario politico di Erodoto, Euripide, Isocrate, Demostene, Platone. Nelle politiche nazionali il dire la verità non ha spazio, non c’è più spazio almeno per ora. Ma nella vita sì, ancora c’è posto. C’è spazio nell’arte, nella protesta, nella satira, nei luoghi di confronto tra le culture, nella vita.

Socrate pensava che la Παρρησία fosse comunque una virtù da coltivare in sé stessi, un’ideale etico a cui volgersi non solo da buon cittadino ma da buon individuo. Dire la verità come espressione del proprio essere.

Nel presente, alla base della democrazia liberale occidentale e delle nuove democrazie in crescita, insieme al diritto di poter esprimere liberamente il proprio consenso e il proprio voto ci dovrebbe essere ancora spazio per poter esprimere la verità, poiché alla radice della democrazia vi è la libertà di parola e il diritto di espressione pubblica e poiché, come dopo secoli disse anche Faucault, “perché ci possa essere democrazia deve esserci Παρρησία”.

Poli-Nietzsche, Costanza Fino

THE THIRD SEX

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Mumbai. Arrivi come straniero nel traffico della città, e d’un tratto, un giorno preciso della settimana vedi accadere qualcosa di eccezionale. Sei seduto su un bollido taxi giallo e nero, in fila da mezzora sulla via principale che costeggia il mare, Marin Drive. I finestrini abbassati sebbene non un filo di vento, sebbene la paura di scontrarti con la povertà che si affaccia dalla strada, anche solo per osservare la Tua diversità.

Ma quel giorno, in genere di venerdì, la povertà si veste a festa, e sei tu che ti affacci dal finestrino a guardarla. Appaiono come delle dee tra migliaia di macchine in coda, sono bellissime, vestite di sari colorati, sbrilluccicanti e vistosamente truccate. Non sono donne, sono gli Hijra! Con uno sguardo deciso e ipnotico ti guardano dritto negli occhi, e non fai in tempo solo a pensare di tirar fuori una moneta che il giovane tassista scuro e sudato porge loro una banconota. Ma come, caro tassista, e tutti i bambini, gli storpi, i lebbrosi, i mendicanti e i finti brahmini che hai bruscamente allontanato finora? Scopro quel giorno la potenza del Terzo Sesso, una potenza temuta soprattutto dagli uomini, perché gli Hijra sono uomini, quasi a tutti gli effetti.

Vivono la maggior parte dei casi in piccole comunità, nelle periferie e nelle campagne intorno alle megalopoli indiane; in casi peggiori invece nascosti in vecchi edifici all’interno della città, dove si prostituiscono. Sono tra i tre e i cinque milioni, e vengono accomunati sotto il termine “Transgender”, il cui significato si scopre diametralmente opposto all’immagine occidentale del transessuale moderno. Transgender sta per colui che non si riesce a definire nel suo genere di nascita, che “va oltre il proprio genere” ricreando la propria identità sessuale; allo stesso tempo “transgender” è un appellativo comune utilizzato per definire coloro di sesso “non definito”.

Durante la colonizzazione inglese, gli Hijra furono dichiarati “tribù criminale”, in quanto “contraria alla decenza pubblica”, secondo un decreto  britannico intitolato “Criminal Tribes Act”, del 1871. Da quel momento la comunità Hijra, essendo stata presentata e discriminata pubblicamente nella sua diversità, è divenuta vittima di accuse, controlli ed ingiustizie. I tentativi di integrazione di questa minoranza nella società sono cresciuti parallelamente alla globalizzazione e alla cooperazione internazionale tra i paesi emergenti ed il resto del mondo. Nell’Aprile del 2008 è stato creato per la prima volta in India e nel mondo un loro speciale consiglio Welfare, seguito dall’elezione di un ministro che ne diventasse presidente, e nello stesso anno un primo censimento ha definito le cifre, le caratteristiche e le condizioni di questa comunità, affinché fossero emessi dei documenti d’identità e fossero definite le cifre per sovvenzioni. A Maggio dello stesso anno è stato creato dal governo un provvedimento per l’accesso universitario degli Hijra ed è stato deciso supportare gruppi di “auto-aiuto” istituzionalizzati al fine di assistere ed educare gli individui alla prevenzione, soprattutto sessuale (il numero di affetti da HIV raggiunge 9000 di centinaia di migliaia di Hijra presenti in tutta l’India, 30.000 soltanto in Tamil Nadu, motivo per il quale è stato più che mai necessario creare nuove politiche di integrazione nei confronti di essi-stime dell’APAC, progetto di controllo per la prevenzione dell’AIDS). Nel Luglio del 2009 l’Alta Corte di New Delhi ha tolto la pena nei confronti degli omosessuali adulti consenzienti, sebbene limitandone il diritto unicamente alla sfera privata; e nel Novembre dello stesso anno gli Hijra hanno ottenuto il diritto di essere registrati come un sesso a sé anche per le tessere e per le liste elettorali; e nel secondo censimento del 2011 si sono potuti effettuare maggiori conteggi e statistiche grazie all’inserimento ufficiale di questa “terza categoria”, alla quale la Municipal Corporation of Delhi (MCD) oggi fornisce una cifra mensile fissa per il sostentamento, grazie alla proposta elettorale di Malti Verma, assessore del partito comunista BJP.

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La richiesta del National Legal Services Authority (NALSA) di inserire la categoria dei “transgender” tra le minoranze emarginate (per poter dare ad essi maggiori diritti e facilitazioni, come un passaporto, la patente-guida, la tessera elettorale e l’accesso ad un maggior numero di istituzioni educative) è riuscita nel suo intento quest’anno, lo scorso 16 Aprile: gli Hijra hanno ottenuto il Diritto di poter scegliere con quale sesso identificarsi.  Forse un po’ in ritardo, considerando che l’India è ufficialmente una democrazia dal 1948, e che la sua Costituzione proclama pari libertà di espressione per ogni individuo, a qualunque razza, religione o casta esso appartenga. Il tabù sessuale permane comunque e influenza quelle dinamiche sociali che ancora non sono state rivelate pubblicamente, legate ancora ad un’idea di “gerarchia” sessuale e castale che fa fatica ad essere superata in un paese ancora non risolto nelle sue contraddizioni.

L’idea di una Terza Identità rivoluziona le categorie filosofiche dell’Essere, dando uno stato di esistenza ad una categoria al confine tra l’essere e il non essere. Infatti il Terzo sesso rappresenta uno status totalmente “altro”, diverso da altre forme di “diversità” già conosciute che rimangono nella sfera di esistenza dell’essere umano come essere-nel-mondo. Il Trans-gender  definisce se stesso come un’identità “aldilà del genere”, nel mondo ma esterno al mondo. Più vicino all’impalpabilità di un dio o alla volatilità di uno spirito che ad un essere reale. Hijra, uno dei termini indiani corrispondenti, significa letteralmente “eunuco”, determinando nel soggetto un “mancanza fisica”, la quale è stata causata dall’evirazione dell’organo sessuale determinante.  In realtà un Hijra è molto più che un castrato, sia fisicamente che storicamente, e per questo motivo è stato visto fin dall’antichità come un individuo “terzo” rispetto alle dinamiche sociali e culturali, un Terzo sesso che, racchiudendo in se stesso entrambi i sessi e allo stesso tempo essendo un’entità altra da entrambi, era visto come una figura quasi magica, in grado di connettersi ed interagire con l’“altro”: è stato considerato il “mediatore”, il “collante” tra il mondo indiano e la sfera dell’ ultramondano. Si è pensato a lungo che gli Hijra fossero i detentori di un mistero, addirittura di un potere magico, motivo per il quale tutt’oggi coloro che li incontrano per strada sono soliti mantenere un atteggiamento formalmente rispettoso, per paura di una loro maledizione. Si dice infatti che chi li rispetti, dando loro il denaro richiesto, riceva una benedizione in cambio: attualmente, come risulta dalle statistiche, più di un milione e duecentomila indiani ricevono un crisma di benedizione ogni giorno! L’unica fonte di reddito di questi fuoricasta è stata quasi sempre la prostituzione, accompagnata quotidianame dalla richiesta di elemosina; originariamente la loro prima professione erano le rappresentazioni “badhai”, manifestazioni musicali di balli e canti tradizionali, che ancora oggi, anche se molto più saltuariamente, celebrano.  L’accettazione del Transgender all’interno della società indiana rappresenta da un lato la vittoria dell’ “essere diverso”, dall’altro l’esito positivo di un processo di integrazione giunto a buon fine, che sembrerebbe in grado di capovolgere ancora una volta nella storia il destino di questa minoranza.

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Democrazia: singolo, autorità e eticità

La scorsa settimana è uscito un filmone: 300 – L’alba di un impero (sbem!). Il suddetto filmone, al contrario del precedente episodio – dedicato alla battaglia delle Termopili – fa perno intorno ad Atene. Se 300 sbandierava il decisionismo spartano, L’alba di un impero stressa la legittimazione democratica dell’eroe di Salamina, l’arconte Temistocle. La stessa settimana, l’Economist usciva con un articolo dedicato proprio alla democrazia. In copertina c’è una statua greca (Temistocle?) con in testa un secchio della spazzatura. Il titolo è allarmante «Cos’è andato storto con la democrazia?». È un caso? Certo che sì. Che cazzo c’entrano 300 e l’Economist: nulla. Il caso è però bene augurante. Condizionato da queste due suggestioni oggi vorrei proprio parlarvi di democrazia. È palese: l’idea che il governo di un soggetto politico debba essere legittimato dal basso ha goduto, in passato, di salute migliore. Se oggi è in difficoltà, lo si deve ad una serie di fattori. Seguiamo, a spanne, il ragionamento dell’Economist.

La crisi economica. Che dire? Non molto. La magnitudine del fenomeno è tale da aver reso palese agli occhi del mondo che l’Occidente non è invulnerabile. Mentre francesi, italiani e spagnoli tentano di ridurre il proprio colossale debito pubblico tagliando lo stato sociale, la Cina cosa fa? Estende la protezione pensionistica ad altri 240 mila abitanti nel giro di due (!!!) anni. Due.

Le guerre. È dalla guerra in Iraq che l’Occidente fallisce sistematicamente nel tentativo di esportare la democrazia. Le Primavere Arabe hanno mostrato con altrettanta evidenza come il buon funzionamento di un regime democratico necessiti di istituzioni culturalmente fondate. Il parlamentarismo, il garantismo, il pluralismo non sono scatole di pelati che nonna può spedirti quando sei in Erasmus.

La globalizzazione. In un mondo interconnesso, l’idea che un paese possa implementare una normativa contro l’evasione fiscale in autonomia fa semplicemente ridere. Che senso ha vietare l’accumulo di fondi neri in patria se con un click questi stessi fondi possono essere fatti sparire in un qualche isolotto lontano, lontano? Senza la coordinazione internazionale, le moderne democrazie fanno fatica a governare. Purtroppo la coordinazione richiede diplomazia e quest’ultima richiede tempo. In questo senso i regimi dittatoriali si dimostrano molto più efficienti nel dare al paese l’indirizzo desiderato.

La miopia. Platone, nella Repubblica, sottolineava la tendenza dei cittadini di regimi democratici a vivere alla giornata, senza una prospettiva di lungo termine. In effetti, come si spiegano 2’000 miliardi di debito pubblico italiano se non dando ragione al filosofo greco?

Insomma: il sex appeal dei governi democratici è oggi un pochino in calo. Certo è che la tendenza è recente. La democrazia – per citare l’Economist – è stata la più grande genialata del ventesimo secolo. Nel 1941 i paese democratici erano solo 11, oggi sono il 40% del totale. Sotto questa spinta, il mondo ha vissuto un incremento del proprio benessere che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Cerchiamo, allora, di capire che margini ci sono per sistemare le cose.

La mia convinzione – e qui smetto (1) di scopiazzare l’Economist e (2) di invader il campo dei miei amici di AltriPoli – è che la democrazia sia un mezzo, uno strumento, non un fine. Mezzo per la realizzazione dell’individuo. Del singolo individuo. Non della collettività, della massa, del gruppone. Del ‘tutti’ che si traduce presto col ‘nessuno’, ma del tizio con nome e cognome che stasera incontrerò al supermercato. Considerare la democrazia come un fine vuol dire porre la Ragion di Stato sopra la libertà del singolo. Il che non mi trova contrario in senso assoluto. In circostanze eccezionali (una guerra? un’epidemia?) il richiamo alla Ragion di Stato è essenziale per mantenere la comunità unita. Porre lo Stato sopra al cittadino è dunque un’idea che mi urta non tanto in sé. Mi urta nelle conseguenze che si tira dietro. Per realizzare l’ideale della democrazia fine a sé stessa è necessario erigere un catafalco di strutture, burocrazie, sovrastrutture, nani e ballerine. Un catafalco nel quale, gira che ti rigira, finiscono per annidarsi clientele e abusi. Chi è al potere ci vuole rimanere e usa le prerogative a sua disposizione per garantirsi questo privilegio. Gli altri (il tizio con nome e cognome che oggi incontrerò al supermercato)… si fottano. Quando le istituzioni rispecchiano il sentire dei cittadini, quando si realizza quella che Hegel avrebbe chiamato eticità, tutto bene. Ma quando piazza e palazzo sono fuori sincrono – e oggi ci sono buone ragioni per pensarlo – c’è poco da fare: la democrazia si deve alleggerire.

Il punto chiave è l’auto-vincolo. Le democrazie sane non sono quelle che producono debito pubblico per nutrire la panza del parastato, ma quelle che hanno senso del limite. La differenza tra una democrazie liberale e un regime sta tutta qua: nel capire fin dove si estende l’autorità. Tradotto banalmente: la Repubblica Italiana avrà un fantastiliardo di problemi, ma nessun Carabiniere ha l’autorità di vietare ad una famiglia di mettere al mondo più di un certo numero di figli. Il gendarme cinese sì.

Non sono stato del tutto sincero con voi. Il titolone dell’Economist «Cos’è andato storto con la democrazia» aveva un sottotitolo «… e cosa fare per ridarle smalto».

La mia idea è tutta qui: verifichiamo con umiltà, punto per punto, in quali ambiti la forma di governo e la realizzazione del singolo abbiano perso sincronia. In quali ambiti l’originario messaggio democratico sia stato tradito. Benessere e crescita sostenibile verranno di conseguenza.

Buon Compleanno America

Miami, Florida. Pochi rintocchi d’orologio dalla chiusura dei festeggiamenti del 4 Luglio, spettacolari fireworks a far da padrone sui cieli notturni statunitensi, dalle volte celesti delle grandi metropoli illuminate a giorno ai remoti angoli di cielo del Midwest. Un giorno colorato di stelle e strisce in tutte le forme, dalla mamma che prepara cupcakes a tema, alle National flags usate come telo da picnic a Central Park, ai grappoli di palloncini blu-rosso-bianchi liberati in volo libero lungo gli skylines delle spiagge californiane.

Un’America che nonostante le critiche all’azione inefficace del governo rieletto lo scorso 6 Novembre nel combattere la crisi del debito, gli scontri politici tra Repubblicani conservatori in crociata contro un dispendioso investimento dei fondi pubblici finalizzati al sociale (il temutissimo ObamaCare) e democratici nettamente meno convinti che la politica di tutela ambientale e dello sviluppo del mercato del lavoro porterà inevitabilmente alla distorsione del mercato e all’erosione del settore privato, festeggia all’unisono i suoi 337 anni. Bianchi, neri, ispanici, figli del benessere ed emigranti in cerca di fortuna nella terra delle possibilità. Questa forse la grandezza di questa terra multi-etnica, la capacita’ di assorbire al suo interno un contesto socio culturale cosi incredibilmente variegato e distribuire i diversi assets umani su una scala di efficienza in grado di accontentare, seppure in misura diversa, tutti gli elementi del grande puzzle di democrazia.

Un quadro perfetto, se non fosse per qualche ingranaggio arrugginito del sistema, primo fra tutti quello del controllo doganale degli aeroporti USA (e’ fisiologico, dopotutto, un dato anagrafico non aggiornato o un caso di omonimia in un quando i soli Citizens schedati nel sistema centrale – escludendo quindi i residenti a vario titolo – superano la quota dei 313 milioni).

Caso sfortunato ha voluto che un errore di lettura digitale del mio documento in dogana, rientrando nella metropoli piu’ latina degli States dopo un breve soggiorno nella mia Roma, mi presentasse al cospetto dell’insensata dimensione del dipartimento di controllo immigrazione, alias una piccola aula bunker costantemente affollata da decine di passeggeri (seduti, se fortunati) ignari che luoghi di origine poco graditi (Cuba, Haiti) o bolli autorizzati dai consolati di provenienza offrano lavoro a schiere di officers aeroportuali e siano motivo di attese interminabili.

Iniziando ad interrogarmi sul quando e se del mio turno (in uno spazio senza luce solare e divieto di uso del proprio telefono personale, mentre le lancette avanzano a ritmi biblici) osservare il modus operandi di uomini e donne di taglia massiccia in divisa e sguardo da Terminator si e’ rivelato essere una conquista personale sul piano dell’analisi sociologica. Dai “criteri di priorità”, impiegati nella distribuzione dei passaporti agli addetti ai controlli, alla “interview” conclusiva una volta accertato l’errore nei confronti di un cittadino del mondo che ha regolarmente adempiuto alle rigide regole di ambasciata, la netta disparità tra pelle bianca e nera domina ingiustamente. In quell’ambiente severo, fatto di sguardi gelidi e silenzi verso chi domanda le tempistiche del controllo, le scuse conclusive per “inconveniente” verificatosi non arrivano a tutti, in particolar modo quando il paese natale risulta al di sotto la linea dell’Equatore.

Esco finalmente di li dopo qualche ora, passaporto e visto nuovamente nelle mie mani, libera ma profondamente colpita da questo manifesto di ostilita’ verso “l’ospite autorizzato” sul suolo Americano. E mentre fisso una serie di bandierine patriottiche che colorano l’ hub aeroportuale in vista della grande festa dell’Indipendenza, ripenso ad una delle massime del Fu Presidente Franklin D. Roosevelt: “The winds that blow through the wide sky in these mounts, the winds that sweep from Canada to Mexico, from the Pacific to the Atlantic – have always blown on free men”. Prima di tutto, la liberta’. Perche’ essa possa dirsi una condizione permanente dovrebbero, tra i tanti, essere disincentivati e non promossi i toni di sospetto verso i malcapitati sorteggiato dalla sorte doganale. Buon compleanno America.

Beatrice Pacifici – AltriPoli

ATTRAZIONE-SEN : Il premio Nobel per l’Economia a Lucca per il dialogo: “Citizenship and Higher Education: an Alliance for Social Progress”

(È risaputo il fatto che quando la nostra attenzione si concentra costantemente ed emotivamente su di un oggetto, ogni tanto questo possa manifestarsi a noi in qualche strana forma, coscientemente o inconsciamente. A volte l’oggetto si manifesta durante il sonno, nascosto e confuso nella successione di immagini; ogni tanto appare anche durante la veglia, sfumato in un dé jà vu o collegato dalla fantasia a qualche segno nel contesto circostante. Una volta, addirittura mi è capitato di materializzare un oggetto vero e proprio: cercando un’idea per l’inaugurazione di una galleria d’arte provavo a convincere gli altri a riempirla di palline di polistirolo colorate; mezz’ora dopo un mio amico trovò che nella cantina della galleria c’erano dieci sacchi alti due metri pieni di palline di polistirolo che servivano per le spedizioni dei cesti pasquali per una campagna elettorale romana. Forse follia, eppure accade anche questo. Poi, molto raramente, può succedere che si manifesti anche una persona in carne ed ossa: è molto difficile, eppure ogni tanto si riesce anche in questo.
La mia ossessione degli ultimi anni (sulla quale ora sto ossessionandomi ogni giorno di più causa tesi di laurea) si chiama Amartya Sen, è un omino di ottant’anni originario del Bengala Occidentale, dotato dell’ingegno di un lupo e della forza vitale di un drago; è stato premio Nobel per l’Economia nel 1998, ha insegnato a Oxford, a Cambridge, alla London School of Economics e insegna tutt’oggi a Harvard. Ed è a tutti gli effetti uno degli economisti-filosofi più influenti del nostro tempo. (Poche settimane fa una sua foto in bianco e nero introduceva l’articolo “Valori Asiatici”).

Una volta, poco più di un anno fa, avevo già sperimentato un tentativo di concentrazione/attrazione su Sen, il quale aveva per un pelo tristemente fallito: arrivata a Santiniketan, suo villaggio natale a pochi chilometri da Calcutta, mi dissero di averlo visto poco prima girare in bicicletta tra i vicoli dell’Università (quella fondata dal poeta Tagore); ma, il tempo di metabolizzare la notizia e salire su una vespetta scassata per andare a cercarlo che già era nuovamente in volo per New York. Questa volta, ieri, stava arrivando a Lucca. Ieri ho preso il treno e sono venuta da lui.)

21/5/2013
 Amartya Sen e il filosofo politico ed epistemologo Salvatore Veca, si sono confrontati durante la conferenza “Citizenship and Higher Education: an Alliance for Social Progress”, organizzata dalla Fondazione Campus (Università di management e turismo tra le colline lucchesi) e dal Comune di Lucca nel Conservatorio di msusica Boccherini. Apparentemente formale, l’incontro si è trasformato in un dialogo informale, durante il quale, con l’interazione di giornalisti e pubblico, si sono discusse urgenze e priorità sia degli Stati dell’Unione Europea che di quelli in forte crescita, come la stessa India di Sen. Da un lato trovando nell’educazione scolastica e nell’alta formazione universitaria una soluzione per migliorare gli esiti delle specializzazioni lavorative, dall’altro mostrando la necessità sempre più impellente di impegnarsi affinché un’educazione “globale” aiuti ogni individuo ad avvicinarsi al “senso politico”, ovvero a percepire di essere un cittadino munito di diritti umani e civili da pretendere e preservare, in qualunque parte del mondo esso sia.

Amartya Sen

Sen, come dimostrerà più avanti, sostiene di non credere a chi ritenga che le democrazie siano effettivamente svuotate o danneggiate dalla mancanza di educazione o di alfabetizzazione; crede invece che esse      siano state private, per questa mancanza, di un’enorme libertà, che potrebbe invece essere la molla per migliorare i paradigmi mondiali della globalizzazione.

Sen ha sottolineato anche la necessità di concepire la cittadinanza come “connessione” tra individui di tutto il mondo, scavalcando i confini territoriali ed etnici imposti dalla politica statale, facendo forza costantemente sulla tradizione di pensiero europea legata alle teorie filosofiche ed economiche di D. Hume, A. Smith e del Marchese di Condorcet.
Il rischio di non riuscire a risolvere i problemi legati all’ineguaglianza anche in paesi ufficialmente democratici ed il rischio di trasformarci di conseguenza in una comunità illusoria, hanno vie di uscita? “Sono le politiche di austerità la soluzione ai nostri problemi?” ha domandato Salvatore Veca a Sen, il quale ha fortemente criticato l’efficacia delle politiche d’austerità adottate dalle nazioni europee, giudicando quello dell’Austherityun metodo fortemente limitante per l’agire politico nazionale, ed individuando invece l’urgenza di riforme istituzionali ad hoc che si ricolleghino agli esperimenti “ben riusciti” del passato di paesi come l’Italia stessa.
 Per la cittadinanza come per l’educazione l’essenziale è un’azione comunitaria e trans-statale che superi i confini geografici e che cooperi per colmare i vuoti dell’analfabetismo, dell’ignoranza e della disinformazione, i punti deboli dello sviluppo dei paesi emergenti e degli stati in lotta con la Crisi e con il PIL.

   La realizzazione dei principi di apertura della Cittadinanzafarebbe inoltre crescere il potenziale d’azione dell’educazione su basi internazionali, rendendo l’insegnamento non solo “una porta aperta da cui poter evadere” ma anche “a way for minorities to get stronger, also around social issues”.

  A questo proposito il fulcro del discorso si snoda nella stretta connessione tra il concetto di Cittadinanza e quello di educazione, riguardo ai quali Sen delinea “Otto punti” (che ho allegato in video a fine pagina) con l’invito “di comprenderne almeno tre, perché basterebbe la comprensione di questi per apportare veri miglioramenti nel metodo educativo”.

   “The way to learn what to do is to kiss the microphone, but not actually kiss it…so this is the difficult job that I have to do!” Così ha introdotto scherzando il suo discorso, di fronte ad un pubblico di managers incravattati e dirigenti d’azienda, giornalisti, professori e qualche studente, tutti accumunati da una profonda stima per il personaggio e dalla sorpresa di poter ascoltare di persona un suo dialogo, perché, va ricordato, Amartya Sen, oltre ad essere uno dei 100 intellettuali più influenti del mondo (secondo i dati del Financial Times) è l’incarnazione del dialogo per eccellenza: nei suoi libri e durante conferenze e lezioni ha sempre voluto sottolineare prima di ogni altra cosa la fondamentale necessità di costruire un dialogo ricco di prospettive, multiculturale e democratico, ricordando il peso e l’effetto delle parole sulla società, nei suoi diversi aspetti, e sulla politica globale e locale.

Salvatore Veca e Giorgio Napolitano (giovani!)
L’importanza della discussione pubblica ha il fine di rafforzare l’alleanza “a sostegno di un certo modello di progresso sociale differente da quello attuale”, la quale è indirizzata verso il raggiungimento di libertà sociali alle quali la forza comunitaria dell’educazione può portare.

La democrazia ha bisogno di umanità e di libertà nel mondo globalizzato, e perché ciò possa attuarsi l’educazione veste un ruolo decisivo: l’educazione e la Cittadinanza sono necessarie l’un l’altra per formare cittadini globali non solo umani ma anche educati alla responsabilità.

Università di Santiniketan


“GLI OTTO PUNTI”/ Intervento di Amartya Sen: http://www.youtube.com/watch?v=VtEgExGVs-s

Costanza Fino

Lo strano caso della democrazia over 25

Nel 1847 un giovane docente di 19 anni, ispirato da un forte sentimento patriottico e da un insaziabile desiderio di libertà, scrisse il testo del nostro amato Inno Nazionale. Goffredo Mameli non si limitò a riportare le sue idee su un foglio di carta, preferì combattere per esse e morì a soli 22 anni per quell’Italia Unita nella quale aveva sempre creduto.

Dopo oltre 150 anni di storia, di battaglie, di discorsi e di lotte sulla democrazia e sul diritto di voto lo stesso Goffredo Mameli che spese la propria vita per la nazione non si troverebbe oggi nelle condizioni di poter scegliere il proprio Governo. Il suo voto sarebbe, difatti, risultato praticamente inutile come quello di tutti i ragazzi che non hanno ancora compiuto 25 anni. Mi riferisco al fatto che, analizzando la legge elettorale attualmente in vigore, si può constatare come la vera partita si giochi in Senato dove le persone aventi età compresa fra i 18 e i 24 anni compiuti non hanno diritto al voto.

Il nostro bicameralismo perfetto, infatti, prevede due Camere aventi i medesimi poteri fra i quali quello di sfiduciare o meno il Governo. E’ risaputo come per poter governare sia necessaria, quindi, la maggioranza in entrambe le Camere, i cui rappresentanti tuttavia vengono scelti secondo un criterio totalmente diverso. Alla Camera dei Deputati, per poter permettere alla coalizione più forte di governare stabilmente, è stato attuato un sistema di assegnazione dei seggi maggioritario per il quale al partito vincitore di più seggi, anche se non dovesse ottenere la maggioranza assoluta, viene data la facoltà di scegliere il 55% dei Deputati. I Senatori vengono, invece, selezionati mediante un criterio che può essere chiamato maggioritario a base regionale. A ogni regione vengono attribuiti un numero di seggi e il partito più votato a livello regionale ottiene come premio di maggioranza il 55% dei posti in palio in quella regione.

Dal momento che in Italia vi è sempre stato un accentuato pluripartitismo risulta molto difficile per un singolo schieramento ricevere più del 55% dei voti anche solo in una singola regione. Automaticamente si ha una situazione per la quale, per poter avere una maggioranza stabile in Parlamento, alla Camera è sufficiente avere una maggioranza relativa, mentre sarà necessario non perdere in nessuna regione o quasi al Senato dove i giovani non hanno diritto al voto!

Visto che parlare di un sistema poco democratico a discapito degli studenti potrebbe sembrare un’ennesima critica populista nei confronti dell’Italia sono andato ad analizzare i sistemi elettorali e parlamentari dei maggiori Stati europei, vale a dire Francia, Spagna, Germania e Inghilterra. Tutte queste nazioni hanno 2 Camere, ma nella prassi è una sola a scegliere il Governo, ad eccezione della Spagna nella quale vi sono due Camere simili alle nostre. In ogni caso si ha sempre diritto al voto al compimento dei 18 anni d’età, Senado spagnolo compreso. Le condizioni di voto nel nostro Parlamento sono, dunque, più uniche che rare.

L’attività politica attuale è fortemente influenzata dalla legge elettorale, basti pensare al fatto che gli accordi pre-elettorali sono già evidentemente condizionati dalla necessità di vincere al Senato. Si nota, infatti, come la coalizione di centro-destra, per poter avere una forte consistenza sia nelle regioni del nord che in quelle del meridione, unisce leghisti e autonomisti del Sud, mentre la coalizione di centro-sinistra, per poter governare, sta cercando di mettere d’accordo ex-comunisti e democristiani: ci manca solo una bel partito di fascisti e partigiani e siamo a posto! Tutto questo, ormai, mi sorprende fino a un certo punto, sono però perplesso dal fatto che avendo 24 anni vedrò la mia generazione assistere a questo teatrino da spettatrice inerme, quando la crisi non siamo certo stati noi a causarla, ma siamo sicuramente noi a subirla. Sono comunque convinto che il mio malcontento possa interessare alla classe politica fino a un certo punto dal momento che, per come sta la legge, sarà più conveniente accaparrarsi le simpatie di chi ha qualche mese più di me rispetto a ascoltare le considerazioni di uno che vota solo alla Camera. E’, purtroppo, una condizione ancora più frustrante quella dei diciottenni che avranno tutto il tempo di disilludersi prima di poter avere un diritto al voto che conti per davvero.

Chissà cosa avrebbe fatto il giovane Goffredo Mameli ai giorni nostri. Molto probabilmente sarebbe stato uno di quei tanti talenti che decidono di andare a vivere fuori. A me piace, però, pensare che avrebbe deciso di rimanere nel suo paese a scrivere poesie e a combattere per quel senso di giustizia e di libertà nel quale ha sempre creduto.

Paolo Biedanelli – AltriPoli