Home / Tag Archives: denis villeneuve

Tag Archives: denis villeneuve

Blade Runner 2049, Identikit di un successo mancato (per ora)

Blade Runner, flop d’autore o flop generazionale? Quello che qui vi proponiamo è una analisi delle possibili cause che hanno provocato questo insuccesso.

 

Sono passati più di 3 mesi da quel fatidico 5 ottobre, giorno in cui Blade Runner 2049 avrebbe potuto portare nuovo lustro al cinema di fantascienza, andando finalmente a scardinare l’immortale tirannia dei film sui supereroi. Tuttavia, se oggi siamo qui a discuterne, è perché sappiamo che questo non è avvenuto. Le cifre parlano chiaro. Blade Runnner 2049 lascia un buco di 80 milioni di dollari nelle casse della Alcon Entertainment (la casa produttrice del film).

A fronte di un costo di realizzazione pari a 150 milioni di dollari, il film è riuscito a racimolare globalmente “solo” 269 milioni. Una cifra che, per quanto possa sembrare altisonante, non deve trarre in inganno. A questa, infatti, vanno detratti sia i corrispettivi costi di produzione che i relativi costi di promozione. Se i primi sono pubblicamente noti, riguardo ai secondi aleggia ancora un’aura di mistero. Secondo le stime condotte dalla rivista Forbes, questi si aggirerebbero intorno agli 80 milioni. Un spesa di certo non di poco conto, ma pur sempre in linea con gli attuali standard nel mondo del cinema.

Inoltre, non bisogna dimenticare che gli introiti rimanenti vengono suddivisi fra i diversi esercenti in base a rigidi accordi commerciali. Nello Show Entertainment, esistono infatti, clausole che tutelano qualsiasi tipo di investimento. Nel caso specifico di Blade Runner 2049, la Sony è riuscita a vincolare il proprio impegno assicurandosi un diritto di prelazione sui ricavi che sarebbero maturati con l’uscita del film. Così facendo, la major giapponese è stata una delle poche compagnie a rientrare (in parte) delle spese sostenute. L’esistenza di un ordine di ripartizione nella divisione degli utili, ci fa capire che il rischio per alcuni di rimanere a bocca asciutta nel caso in cui il film abbia uno scarso successo al box office, è più che un’ ipotesi. Diciamo che è una certezza. L’Alcon Entertainment era in questo progetto il fanalino di coda di una lista che oltre a comprendere la partecipazione della Sony, includeva la presenza di un ulteriore colosso cinematografico, ovvero la Warner Bros.

Insomma, a fronte di questa ricostruzione, possiamo tranquillamente affermare che Blade Runner 2049 è stato tutto fuorché una gallina dalle uova d’oro.

Pur presentandosi con un nome dal valore indubbiamente evocativo ed avvalendosi di un cast d’eccezione, non è riuscito a raggiungere gli obiettivi che erano stati prefissati. Il film non è stato in grado di richiamare a sé, né i nostalgici di un’era passata (gli amanti degli anni ’80), né tantomeno è riuscito ad attirare il nuovo pubblico giovanile, fondamentalmente acerbo rispetto alle forme d’estetismo del cinema noir.

Ciò che quindi c’è da chiedersi è quali siano state le cause che hanno determinato un insuccesso di tale portata.

Una domanda che durante un’intervista rilasciata per Yahoo Entertainment  è stata posta direttamente al regista Denis Villeneuve , il quale, ha ammesso di non essere ancora venuto pienamente a capo delle ragioni di questa disfatta (soprattutto per quanto riguarda il mercato statunitense).

“Onestamente non mi riesco a spiegare le ragioni anche perché abbiamo avuto un accoglimento critico sensazionale. Sto ancora digerendo il tutto. Ho avuto le recensioni migliori della mia carriera, non mi era mai capitato di vedere una mia pellicola accolta in una maniera così trionfale. Ma, allo stesso tempo, il box office statunitense è stato molto deludente, è questa la verità. E film come questi sono costosi e anche se ha fatto tanti soldi, non è comunque una cifra sufficiente. Magari il pubblico non conosceva adeguatamente l’universo del film o magari era troppo lungo. Non lo so, è ancora un mistero per me.”


Da queste parole, appare evidente che per quanto Villeneuve abbia realizzato un film sugli androidi, resti pur sempre un essere umano, e in quanto tale, non riesce a svilire fino in fondo la sua creatura. Tuttavia, dalle sue dichiarazioni, emergono due elementi chiave: il target a cui era indirizzato il film e la durata di quest’ultimo.

Riguardo al primo aspetto, sono utili le considerazioni di Paul Dergarabedian, senior media analyst del colosso statunitense ComScore (società leader nel monitoraggio e analisi del mercato digitale). Secondo quest’ultimo:

“Il nocciolo dei fan più entusiasti e leali di Blade Runner si attesta sulla fascia d’età sopra i 25 anni ed è principalmente di sesso maschile. Questi, come previsto, hanno assicurato la prima posizione al box office durante la prima settimana. Tuttavia, la lunga durata della pellicola unita allo scarso interesse suscitato nel pubblico femminile, hanno reso particolarmente ostico il cammino nel box office. Da cui, il fallimento delle previsioni iniziali.”

È quindi possibile affermare che involontariamente, le tematiche proposte da Blade Runner 2049, rivolgendosi esclusivamente ad un pubblico di nicchia, non siano riuscite a fare breccia nella curiosità delle masse. Ciò nonostante, anche in queste dichiarazioni, viene nuovamente affrontato il tema del minutaggio del film. Decisamente elevato. Per certi versi esagerato

Un’opinione, che trova sostegno da parte di, nientepopodimeno Ridley Scott (regista del primo capitolo della saga, nonché produttore del secondo), il quale, ha lapidariamente giudicato il film, come : “Fo**utamente troppo lungo”.

E come se non bastasse, a rincarare la dose ci ha pensato anche Michael Deeley, (produttore del primo Blade Runner)  i cui pareri sul sequel, anche se dai toni considerevolmente più moderati rispetto a quelli di Scott, non danno alcuno spazio a fraintendimenti.

“Non ho ancora in programma di vederlo, ma lo farò. È troppo lungo, doveva consentire – e avrebbero effettivamente dovuto fare – dei tagli. Non possono fare meglio di così al box-office perché non può essere proiettato più di tre volte in una giornata proprio perché dura troppo, una mossa che definirei auto indulgente se non addirittura arrogante. Una cosa criminale.”

Alla luce di quanto detto fino ad ora, quello sul quale ci siamo interrogati noi di Polinice è un quesito tanto surreale quanto pertinente. Ci siamo domandati:

“E se Blade Runner 2049 fosse stata una serie? Avrebbe avuto maggior successo in termini di audience?”

Surreale no? Per noi fino ad un certo punto. Prendiamo alcuni dati concreti. Abbiamo visto che il principale tallone d’Achille di Blade Runner 2049 è stato il fattore tempo. Una condizione imputabile alla trama stessa, effettivamente troppo lenta nello svilupparsi. Un componente, le cui implicazioni sarebbero potute essere mitigate se al posto di una trasposizione cinematografica fosse stato realizzato di un progetto adatto all’intrattenimento domestico.

Pensate a serie come Black Mirror e True Detective o anche alla recentissima Dark. Molto diverse tra loro e lontane anni luce dall’universo di Blade Runner, eppure in qualche modo affini, sia dal punto di vista dell’intensità nonché da quello relativo alla complessità dei temi trattati.

Inoltre, e bene ricordate che nel caso di Blade Runner 2049, esistono dei precedenti. Prima che il film uscisse al cinema, vennero rilasciati su YouTube tre cortometraggi, le cui trame hanno l’arduo compito di far luce sugli avvenimenti trascorsi tra il primo film (quello del 1982) e l’ultimo (uscito nel 2017). Questi ultimi, rispettivamente dai titoli, Black Out 2022 

2036: Nexus Down

e 2048: Nowhere to Run

possono essere considerati come veri e propri gioielli.

Realizzati e confezionati con un eccezionale maestria. Complessivamente hanno totalizzato fino ad oggi, un numero di visualizzazioni pari a 5,5 milioni.

Niente male per dei corti, non trovate?

Sicario di Denis Villeneuve

Dopo aver visto ed apprezzato il suo film del 2013, Prisoners, mi ero segnato il nome del regista canadese Denis Villeneuve sulla mia agendina mentale a caratteri cubitali. Prisoners era un thriller per certi versi vecchio stampo ma dall’impatto poderoso, e girato con un’eleganza difficile da rinvenire nella maggior parte dei prodotti americani comparabili.
Dopo il deludente Enemy, in cui Villeneuve rinnovava la collaborazione con Jake Gyllenhaal, l’attesa per il nuovo Sicario, presentato a Cannes quest’anno, era decisamente alta. Trattasi di una specie di spy movie militaresco, che dipinge la zona di confine tra Stati Uniti e Messico come un vero e proprio teatro di guerra, dove le fazioni in lotta sono difficili da distinguere e a volte pericolosamente mescolate.
Al centro di queste turbolenze si trova Kate Macer, una novizia dell’FBI intenzionata a spingersi al di là dei raid fini a se stessi cui è stata fin’ora relegata, ma che si troverà presto a fare i conti con una situazione in cui è difficile anche solo capire le intenzioni delle persone che pensava facessero parte della sua squadra.
Lo stato di disorientamento etico che il film vuole dipingere diventa ben presto il tratto più pronunciato dell’intera pellicola, col risultato che la sceneggiatura prende qualche scorciatoia di troppo nello spiegare le vicende a cui assistiamo. Questa mancanza di definizione, unita alla generale lentezza nello svolgersi degli eventi rende Sicario estremamente ponderoso e, per così dire, di lenta digestione.
La cosa non sarebbe un problema se Villeneuve riuscisse a caratterizzare l’ambientazione in maniera visivamente coinvolgente, ma il look che ci viene presentato è, con poche eccezioni, estremamente naturalistico e scarno. In questa maniera Sicario finisce col trovarsi a metà tra una pellicola dal retrogusto giornalistico sullo stile di quelle di Paul Greengrass o dell’ultima Kathryn Bigelow, e un qualcosa di più noir e psicologico, in linea coi precedenti lavori di Villeneuve stesso. La commistione, se così vogliamo chiamarla, non è delle più felici.
La questione dell’immigrazione messicana, del traffico di droga e persone che martoria il confine, non è affrontata con un livello di dettaglio che lasci pensare che la cosa sia di per sè oggetto dell’interesse del cineasta, ma alla stessa maniera il travaglio morale del personaggio di Emily Blunt, o la sete di vendetta di Benicio Del Toro pur “occupando spazio” non sembrano mai rappresentare il fulcro di Sicario ad un livello tale da poter essere visti come l’impalcatura del film, che finisce col risultare una specie di affresco dalle grandi ambizioni, ma in larga parte fuori fuoco.
Tutto l’edificio poi collassa nel finale con le lunghissime sequenze del raid del tunnel sotterraneo e dell’intrusione di Del Toro nella casa del boss che, pur essendo forse i momenti visivamente più interessanti del film, sembrano presi di peso, rispettivamente, da un Ghost Recon e da uno Splinter Cell a caso, e si incastrano nel film con la stessa grazia che questo parallelo lascia supporre.
In definitiva Sicario è un altro passo falso, e a questo punto non posso che ridimensionare le mie aspettative per i futuri lavori di Villeneuve. So che la cosa gli spezzerà il cuore ma Denis sà che basta poco per rientrare nelle mie grazie, e non dubito che sia già al lavoro per riguadaganre il terreno perduto.

No one knew what would happen there, no one spoke, no one even dared

Non avevo mai visto un film di Denis Villeneuve prima della scorsa settimana e nonostante fossi decisamente in vena di un thrillerone massiccio non mi aspettavo assolutamente di godermi Prisoners quanto me lo sono goduto. Trattasi per l’appunto di un thriller piuttosto classico, decisamente in grado di produrre momenti di notevole tensione e di tenere lo spettatore costantemente interessato nell’intreccio poliziesco, ma allo stesso tempo Prisoners è un film realizzato con una straordinaria classe registica e un approccio alla sceneggiatura non raffinato ma abbastanza fuori dagli schemi da riuscire nell’intento di spiazzare lo spettatore quel tanto che basta per coglierlo con la guardia abbassata quando conta.
La storia è quella di un padre di famiglia che si vede rapire la figlia ancora bambina e del poliziotto assegnato all’indagine. Il burbero pater familias interpretato da un efficace Hugh Jackman finirà con l’essere una figura meno centrale di quanto la premessa possa lasciar presumere, questo più che altro perchè il film fa del tutto a meno di un protagonista ben definito ed evita di dare troppo spazio al lato “sentimentale” della vicenda, mostrando più che altro l’effetto distruttivo che il rapimento ha sulla vita di tutti i coinvolti. Questo approccio freddo e un po’ cinico viene però ben dosato e Prisoners non risulta mai uno pseudo-exposè sulla violenza della middle-class o una pallosa cautionary tale, in parte anche grazie al semplice piacere cinefilo suscitato dalla maestria fotografica che sul film viene riversata con generosità. Sotto questo punto di vista regista e DOP non inventano certo la ruota, ma è raro vedere un film a Hollywood che così fermamente si rifiuta di retrocedere in una rassicurante mediocrità, e la semplice “qualità” che trasuda da Prisoners lo eleva al di sopra dell’aridità scandalistica in cui così facilmente sarebbe potuto ricadere.
Un altro aspetto che mi ha favorevolmente impressionato è come la pellicola tiene insieme varie tendenze comuni a molti film di questo tipo trovando quasi sempre un compromesso che sia se non altro funzionale. Il finale per esempio, fa capire senza margini di ambiguità chi ha fatto cosa senza per questo diluire l’esperienza con didascaliche ricostruzioni degli eventi o delle motivazioni dei personaggi, e recide il filo della storia in un punto che ovviamente non risponderà mai a tutte le domande possibili ma cauterizza sufficientemente le ferite e non si dilunga nel farlo. Molti film si mettono da soli i bastoni tra le ruote nel tentativo di far quadrare i conti, ed è un piacere guardare un film che senza uscire nemmeno troppo dal seminato riesce nell’impresa anche con una certa dose di eleganza.
In definitiva Prisoners è un film potente; vecchio stampo sotto certi punti di vista, ma pensatamente coraggioso e inusuale sotto altri, certamente una delle migliori scelte che avete se volete passare una serata al buio davanti ad uno schermo in questo periodo.