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Ornamento è progetto

Realizzazion e Disegno di progetto per i Pavimenti uffici della Salzburger Nachrichten, 1976, Giò Ponti
Realizzazion e Disegno di progetto per i Pavimenti uffici della Salzburger Nachrichten, 1976, Giò Ponti

 

Spesso nelle parole correnti di un’epoca si racchiude l’essenza dei caratteri che l’hanno animata. Così ad inizi Novecento in Europa si aprivano le porte all’Art Nouveau, tra  Jugendstil e Sezessionstil ed è originale come la  giovane Italia, la bella tra le belle, che  aveva da poco ricomposto tutti i suoi frammenti sotto un’unica grande volta comune, decidesse di stare al passo con le correnti europee nominando con un concetto vitale ed entusiasta l’unito cielo della propria creatività: il Liberty. Unità d’Italia, unità delle arti e vitalità che prende forma nell’eclettico balzare tra natura ed arteficio, libero da confini e limiti e a volte per questo contraddittorio ed esuberante al  gusto contemporaneo.

Il  Liberty diventa obsoleto all’occhio di una cultura che passa attraverso i grandi diktat del Modernismo, a partire dal rinomato “Ornamento è delitto” di Loos fino alle pulizie grammaticali di Mies ed alla ricerca delle arti pure e non contaminate. Ma il ritorno al classico e l’entrata in scena del funzionalismo non frenano il flusso creativo nostrano che si avvicina alla produzione in serie ma non perde la continuità vitale dell’ibrido e della contaminazione portata avanti anche dai Futuristi.

A sx sedia zoomorfa in legno rivestito con pergamena dipinta, Carlo Bugatti, 1902 ; a dx Servizio da caffè, Giacomo Balla, 1929
A sx sedia zoomorfa in legno rivestito con pergamena dipinta, Carlo Bugatti, 1902 ; a dx Servizio da caffè, Giacomo Balla, 1929

 

Da un paio di settimane si è chiusa la mostra che ha preso piede a  Palazzo delle Esposizioni: “Una dolce vita? Dal Liberty al design italiano. 1900-1940”. Nelle sale dell’edificio neoclassico progettato da Pio Piacentini, sono stati mostrati al pubblico i “progetti del cucchiaio” dei grandi Maestri del Novecento Italiano: accanto alle visioni auliche della campagna romana liberate nella materia dalle mani di Duilio Cambellotti si fanno spazio le sedie del figlio di Pio, Marcello, il salotto ed i servizi da caffè di Giacomo Balla, gli inestimabili vasi di Giò Ponti, nominato nel 1923 direttore artistico della famosa casa delle ceramiche Richard Ginori.

Proprio a quest’ultimo la mostra rende omaggio. Perché il tema espositivo è chiaro, dimostra come la mano, quando in possesso di connaturata energia espressiva, non trovi limite tra arte e architettura, tra passato e futuro, tra disegno e realizzazione. Gli ibridi e le contaminazioni sono fondamentali e vitali capolavori, si elevano a coerenza nel paradosso e danno vita ad altrimenti invisibili ponti di connessione fra le differenze.

Vaso prospettico, Giò Ponti in collaborazione con Richard Ginori
“Prospettiva”, 1925, Giò Ponti in collaborazione con Richard Ginori

Il vaso parla di architettura con questa sequenza cinematografica dispiegata sulla porcellana di bucature e di piccoli volumi puri. Semplici forme classiche rappresentate con dinamismo futurista, sobrietà modernista e solitudine metafisica.

Mentre quasi sessant’anni dopo l’Hotel Parco dei Principi a Sorrento parla dei  vasi, nelle sue pavimentazioni gioiose e piene di mare: piani bidimensionali che caratterizzano lo spazio con la stessa intensità di volumi tridimensionali.

Sulla sinistra Dettaglio delle pavimentazioni della basilica di San Marco; sulla destra le pavimentazioni di Giò Ponti a Sorrento
Sulla sinistra dettaglio delle pavimentazioni della basilica di San Marco; sulla destra le pavimentazioni di Giò Ponti a Sorrento

Ma Ponti come tutti i grandi artisti non inventava di sana pianta, la sua era un’ espressiva ed instancabile ricerca fra le lezioni passate e le interpretazioni possibili. Il design inteso come termine inglese di “progetto”: l’ornamento è progetto e la decorazione è parte fondamentale della narrazione. Nel minimalismo assoluto e puro, come in un testo asciugato da congiunzioni ed aggettivi, si perde la continuità del racconto. Molte figure retoriche, allegorie della narrazione sono rese visibili agli occhi grazie all’ornamento.

Cattedrale di Taranto, Giò Ponti
Cattedrale di Taranto, Giò Ponti, 1970

Massima espressione di decorazione che diviene struttura si ha nel progetto tardo per la cattedrale di Taranto inaugurata nel 1971, dove le pareti stesse vibrano verso l’alto di un’inutilità eterea, fondamentali solo ed esclusivamente al racconto, finestre sul cielo, collocate lì nel vuoto a battezzare la presenza illuminata dell’architettura sacra.

Così ai piedi di Ponti appare vano ogni tentativo di confinare l’espressione artistica in una categoria, per rispondere a figurazioni sociali o di mercato. Contro la specializzazione soffocante dei mestieri, l’arte è un incontro di conoscenze e collaborazioni e là dove arriva l’ ingegno, può sentirsi libera di venir dietro anche la mano che gli è seguace, purchè vi sia ricerca, continua ed ossessiva, volta ad appianare e riunire le differenze.
Ornamenti oggi come Ponti tra distanze temporali, identitarie e culturali.