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Il Fuorisalone, tutto quello che succede fuori da salone del mobile

 

“Il Design è uno Stato a sé. E Milano è la sua capitale”, ecco il motto dell’edizione 2017 del Salone del Mobile di Milano.

La fiera di Rho si trasforma nel più grande palcoscenico di design al mondo e la città di Milano la accompagna con performance, mostre ed eventi creati ad hoc per tutte le persone che giungono da ogni dove.

Decine e decine di eventi d’arte e design nel Fuorisalone http://fuorisalone.it/2017/ che

non va inteso come un evento fieristico, non ha un’organizzazione centrale e non è gestito da un singolo organo istituzionale: è nato spontaneamente nei primi anni ’80 dalla volontà di aziende attive nel settore dell’arredamento e del design industriale. Attualmente vede un’espansione a molti settori affini, tra cui automotive, tecnologia, telecomunicazioni, arte, moda e food. . Il design approcciandosi ad altri settori, uscendo dai suoi spazi ufficiali, diventa accessibile a tutti grazie all’utilizzo di strumenti e servizi studiati su misura.

Per Fuorisalone si intende l’insieme degli eventi distribuiti in diverse zone di Milano che avvengono in corrispondenza del Salone Internazionale del Mobile.

Oggi è l’ultimo giorno di una sei giorni che ha visto organizzarsi e prender vita 1498 iniziative divise su 13 percorsi distribuiti in diversi settori, dal design all’arte.

Tra gli altri eventi da non perdere c’è l’ Isola Design District. All’ombra del vosco verticale è la novità assoluta del FuoriSalone 2017, un progetto di marketing territoriale dove sono coinvolte oltre ai designer le attività commerciali, gli artigiani e i ristoranti della zona. The Essential Taste of Design è invece l’evento, che si svolge nel Castello Ovest di piazza Venezia, sviluppato intorno al tema del cibo in collaborazione con Matteo Ragni Studio ed Essent’ial. In mostra progetti legati al pane, taglieri d’autore e posate per la tavola. Il circuito propone anche un percorso food&wine e un tour gratuito dei aplazzi liberty dell’area.

Il Moleskine Movin Ideas è l’iniziativa che vede la presentazione di uno zaino concepito da Bradley Theodore insieme a Moleskine. Bradley Theodore è uno street artist di origini caraibiche basato a New York. E’ attratto e ispirato dal mondo della moda, famoso per il suo progetto di street art dedicato a due icone della moda: Anna Wintour e Karl Lagerfeld. I volti dei suoi personaggi, trasformati in amabili e cortesi teschi, scheletrici e variopinti, sono ritratti con pennellate rapide che disegnano linee apparentemente imprecise, di sapore vagamente espressionista, dove a predominare sono i colori e le combinazioni di tinte pastello.

Bradley Theodore

Claudio Luti, Ceo di Kartell definisce il Fuorisalone “un evento che abbraccia l’intera città, trasformandola in una vetrina dove la condivisione con la realtà metropolitana permette anche la contaminazione con altri mondi”. Dunque Arte, Moda e Food accompagnano i percorsi della cultura milanese nel Fuorisalone, l’evento nell’evento più atteso del design.

 

Riattivare le città con il plug-in design

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nITro – Reciprocal

 

Cammini per la città, passi per quella che una volta era una piazza in cui nessuno va più da anni, davanti a un vicolo cieco suggestivo e un poco spaventoso, attraverso un piccolo parco in cui non ti sei mai fermato. Ogni città ha spazi sotto utilizzati, che è possibile riattivare, rivitalizzare, e non sempre perché questo avvenga è necessario intervenire con azioni di costruzione importanti. Alle volte è invece preferibile un approccio soft, micro interventi che accendano l’attenzione, ridiano significato e diano nuove chiave di lettura a quegli spazi di cui spesso non si ha veramente percezione. Possiamo chiamare questa modalità operativa plug-in design, ereditando il termine dalle architetture informatiche: interventi leggeri ma sistemici, che risemantizzano i luoghi in cui intervengono, coinvolgendo la cittadinanza, attivando l’ambiente e che innestano processi catalitici in grado di riverberare a più scale. Interventi che costituiscono modalità di intervento reiterabili e ogni volta riconfigurabili per rispondere alle necessità contingenti.

Si tratta insomma di progettare a partire da una situazione di crisi, trovando modi efficaci ed efficienti per lenire o risanare, coinvolgendo la cittadinanza e offrendogli nuovi modi di vedere e vivere lo spazio urbano, riportando in superficie qualità dello spazio che non sono percepibili. Per loro natura gli interventi di plug-in design ricercano l’interazione, costituiscono occasione di sperimentazione di nuovi modelli e modalità di vivere la città, ed in questo senso si configurano come catalizzatori: introdotta nel sentire comune una nuova dimensione dello spazio pubblico, questa genererà ulteriori iniziative che investiranno non solo la sfera pubblica, ma quella privata.

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The Living – Living light

 

Gli ultimi anni hanno visto molti di questi interventi realizzati in tutto il mondo, generando grande interesse e indicando nuovi percorsi per la ricerca architettonica. Ad esempio, nel 2011, The Living, studio di New York guidato da David Benjamin, ha realizzato a Seoul un padiglione interattivo chiamato Living light. Si tratta di una struttura leggera che assolve a molti compiti allo stesso tempo: in prima istanza, come struttura, assolve alla funzione di copertura, shelter. Contemporaneamente attiva quei processi su larga scala di cui si è sinora solo accennato: attraverso un sistema informatizzato basato sulla partecipazione dei cittadini, la copertura informa costantemente i visitatori della qualità dell’aria della città. La struttura è divisa in moduli, ognuno dei quali rappresenta uno dei settori in cui è divisa la città di Seoul e che si illumina e restituisce informazioni ogni volta che viene inviato dai cittadini un messaggio al sistema che informa sulla qualità dei luoghi. Si tratta ovviamente di un’azione progettuale che punta non solo a migliorare la qualità dello spazio su cui insiste, ma ad aumentare la consapevolezza ambientale e sociale. Lo stesso studio è noto per aver realizzato nel 2014 un padiglione costruito con mattoni biodegradabili e riflettenti nello spazio prospiciente il MOMA nel Queens, che, benché privo della componente interattiva, mirava agli stessi obiettivi di consapevolezza.

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deltastudio – Albula

 

Scenari simili sono quelli che attivano i processi dello Young Architects Program del MAXXI. Ci si è già occupati su questa piattaforma dei vincitori del concorso, ma, nell’ottica di plug-in design, sembra più affine il progetto Albula, proposto da deltastudio. Si tratta, utilizzando le parole degli stessi progettisti, di un dispositivo urbano interattivo, che, come tipico della modalità operativa di cui si discute, si muove a più scale: da una parte affronta la crisi dell’inquinamento del fiume Tevere, interagendo con l’utenza e funzionando come prototipo per la purificazione naturale delle acque, dall’altra rievoca gli scenari degli antichi mulini fluviali. Attraverso un sistema di fitodepurazione sospesa che si attiva solo attraverso il movimento dell’utenza, il progetto assolve allo stesso tempo alle necessità di ombreggiamento, di spazio relazionale e dispositivo ecologico e di sensibilizzazione. Al di sotto delle sacche per la fitodepurazione, come spesso accade per i dispositivi di plug-in design, si genera uno spazio per il gioco e la socialità.

Un’ultima esperienza, conclusa solo pochi giorni fa e a cui chi scrive ha partecipato, è quella dell’installazione Reciprocal, realizzata dal gruppo nITro a Gioiosa Marea (ME). Si tratta di una struttura temporanea, smontabile e riconfigurabile che punta alla minimizzazione delle risorse impiegate in un’ottica di sostenibilità. Situato su una suggestiva ma sotto utilizzata terrazza che affaccia sul mare, alla quale si può accedere solo da un tunnel che attraversa i binari della linea ferroviaria costiera, l’intervento attiva dell’ambiente circostante a più livelli: il primo è quello visivo, costituendo una cornice che direziona i flussi, definisce uno spazio di relazione e inquadra la vista del tramonto tra il mare e la costa; il secondo è quello sonoro. Attraverso l’implementazione di Mogees, un plug-in tecnologico in grado di recepire le vibrazioni prodotte su qualunque tipo di superficie, l’installazione fa letteralmente suonare gli elementi fisici dell’ambiente, generando una nuova relazione tra l’utenza e lo spazio urbano. Attraverso percussioni su diversi punti della struttura o degli elementi fisici che la circondano, il sistema è in grado di produrre una varietà di suoni e note a seconda della natura dell’elemento suonato. Come negli altri casi, esiste un ulteriore livello metaforico che rafforza l’operazione e la fa risuonare: quello della sensibilizzazione al tema dei rifiuti, rievocato sia attraverso il gesto della trasformazione dell’ambiente in onde sonore e quindi del potenziale di trasformazione della realtà, sia attraverso i materiali poveri e spesso riutilizzabili di cui la struttura è fisicamente composta. Dal punto di vista costruttivo è stato utilizzato il modello della struttura reciproca, ideata da Leonardo Da Vinci: una struttura tridimensionale autoportante, composta da elementi lineari e modulari che reggono il proprio peso solo mediante intrecci reciproci. L’implementazione di tale modello è stata possibile solo grazie ad una forte digitalizzazione del processo che, attraverso l’utilizzo di software parametrici, ha consentito di minimizzare la superficie, e quindi il materiale necessario per la sua costruzione. La digitalizzazione, oltre ad essere strumento fondamentale per l’esecuzione materiale del progetto, conferisce all’installazione anche la potenzialità di configurarsi come strategia per la riattivazione di spazi urbani di differente natura. Essendo infatti il processo il risultato di un lungo lavoro che ha condotto ad un algoritmo specifico atto alla realizzazione di questo tipo di struttura, essa è riconfigurabile in infinite variazioni spaziali e dimensionali in grado di adattarsi nella forma e nelle relazioni che intesse con il contesto fisico.

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nITro – Reciprocal

 

Suonare lo spazio, essere aggiornati sulla qualità ambientale della propria città, purificare l’acqua e al tempo stesso costituire spazi di relazione, dando nuovo significato ai luoghi in cui insistono, con interventi di piccola scala, riconfigurabili e generatori di valore: questo è il plug-in design in grado di riattivare le nostre città!

Blur: the making of nothing

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Scegliere un edificio, un unico imperdibile edificio, in un quinquennio denso di realizzazioni è un atto critico delicato e radicale al contempo. Tra il 2000 ed il 2005 vengono costruiti diversi edifici che la storiografia consegnerà a noi come punti di flessione fondamentali nell’evoluzione architettonica della contemporaneità: la Casa da Musica di Porto, progettata da Rem Koolhaas, il Museo Ebraico di Berlino di D. Liebeskind, la mediateca di Sendai disegnata da Toyo Ito, per citarne alcuni. Ma, come detto, la scelta rappresenta un atto critico che ci dà l’occasione di affrontare numerose problematiche dell’architettura contemporanea. Per questo motivo non ho avuto alcun dubbio sulla scelta: nessun edificio ha tante implicazioni sulla contemporaneità come Blur, il padiglione realizzato da Diller Scofidio + Renfro per la Swiss Expo del 2002.

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Cominciamo dal principio: cosa è Blur? È un’architettura dell’atmosfera, per dirla con le parole dei suoi creatori. Una piattaforma, il cui linguaggio è un chiaro rimando alle opere di Buckminster Fuller, con una superficie di 5500 m2 costruita sul lago Neuchâtel. A separare l’ambiente circostante dallo spazio interno al padiglione non c’è però un involucro tradizionale: 35000 ugelli nebulizzano acqua secondo un algoritmo che interpreta ed elabora costantemente dati relativi all’ambiente e all’utenza. Dopo aver percorso il lungo ponte che porta alla piattaforma, il visitatore si trova così in uno spazio, per usare ancora una volta le parole degli architetti, in bassa definizione: la vera esperienza offerta dal padiglione è la sospensione dei sensi, la creazione di un ambiente sperimentale in cui il movimento è libero.

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Perché, dunque, Blur è un’opera così importante? In fondo è un padiglione temporaneo, potrebbe essere addirittura definita un’architettura effimera. Ho già parlato in altre occasioni dell’importanza del rapporto tra architettura e contesto e di come la nostra generazione abbia nuovi strumenti per confrontarsi con il tema giungendo a risultati che, sebbene meno intuitivi, possono portare a nuovi modi di leggere l’ambiente. In Blur l’ambiente è la vera entità generatrice del progetto: senza le variazione del grado di umidità, direzione ed intensità del vento, la temperatura, l’edificio non sarebbe che un’ossatura metallica. È la sua capacità di rispondere alle variabili ambientali e di creare un vero e proprio spazio architettonico che rende questo padiglione proiettato nel presente, alla ricerca di un nuovo rapporto tra architettura e natura. Intere generazioni di architetti hanno trovato nel rapporto tra costruito e ambiente naturale la ragion d’essere dei propri progetti, con la costante ricerca di un equilibro, una simbiosi forse, tra i sistemi spaziali della natura e quelli antropici. Ma, mentre la lettura di un sistema spaziale è soggetta all’idea che di spazio ha il lettore ed è statica, la lettura scientifica di variabili ambientali e la loro elaborazione algoritmica consente di relazionare in modo dinamico i due sistemi spaziali. Certo, niente di questo sarebbe possibile se, alla base di tutto, non esistesse un algoritmo, ideato e progettato dagli architetti, capace di tradurre gli stimoli ambientali in elementi materici. Il che ci porta alla seconda questione, fondamentale per l’architettura contemporanea, che è quella del rapporto di indipendenza che i nuovi processi generativi inducono tra autore ed opera. È un tema che non può essere eluso da chi si occupa in maniera critica ed operativa del tema della progettazione computazionale e diagrammatica, del rapporto con le nuove tecnologie e dell’introduzione di processi scientifici multidisciplinari nell’architettura. La questione è apparentemente semplice: una volta generato il diagramma, costruito l’algoritmo o individuato il processo scientifico che genera il progetto, qual è il ruolo del progettista nella materializzazione dello stesso? Non è certo una problematica nuova per gli architetti: chi, anche prima dello sviluppo di nuovi modelli decisionali processuali, ha lavorato sulla componente sintattica dell’architettura, come P. Eisenman ad esempio, o F. Purini nel panorama italiano, ha dovuto affrontare questo passaggio cruciale. Una volta stabilite le regole fondamentali della nostra architettura, come un sistema di comunicazione spaziale con la propria struttura, quanto il progetto risponde al progettista e quanto alla regola? Dal punto di vista di chi scrive l’adozione di modelli progettuali nuovi, siano essi diagrammatici, algoritmici, biomimetici, rappresenta un modo di risolvere il conflitto. I modelli sopra elencati hanno infatti alcune caratteristiche in comune: sono adattivi, e perciò mutano con il mutare delle condizioni che li generano, e non sono generalizzabili, ma occorre ripensarli per ogni specifica condizione. Se perciò da una parte è vero che la materializzazione di Blur è indipendente da un controllo formale dei progettisti, è lo specifico algoritmo che la genera quello su cui tale controllo è stato esercitato. L’oggetto della progettazione slitta perciò, anche se non in maniera assoluta, dalla formalizzazione ultima al processo che la genera.

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Certo, l’occasione di un padiglione temporaneo ha dato agli architetti una maggiore libertà per sperimentare ed applicare metodi alternativi di pensare e vivere lo spazio, e difficilmente un processo analogo potrebbe essere applicato ad un caso di edilizia permanente e con una destinazione d’uso più specifica. Ma Diller + Scofidio vengono dal mondo delle installazioni artistiche, e quante volte l’arte ha mostrato all’architettura nuovi modi di pensare il progetto? La grandezza di questo padiglione è proprio questa: aver mostrato ad un pubblico vasto un nuovo modo di vivere l’architettura, superando il divario tra spazio antropico e spazio naturale. Ora è la nostra generazione a dover trovare un sistema con il quale le esigenze del vivere della quotidianità e questa nuova visione possano convivere.