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Versus di Carl Craig

Quando si uniscono le parole classica ed elettronica in molti storciono il naso. La loro unione è assai sgradevole se non in casi di strema capacità tecnica e di creatività mista a virtuosismo. Versus di Carl Craig ne è uno dei connubi più riusciti. Nato a Detroit, la famosa “motor city” all’interno della quale, 15 anni dopo un effervescente movimento musicale afroamericano gettò le basi per la musica techno. L’attuale successo di Passion Fruit con sample di Moodyman ne è uno degli esempi della forza e del tenore della Seconda “gloriosa” generazione di Detroit. Di quell’America tanto povera e degradata quanto immensamente creativa ed affascinante

La seconda generazione di Detroit si è incontrata nell’album Versus con l’anticonformismo del direttore d’orchestra François-Xavier Roth.Darkness crea tensioni attraverso accordi atmosferici, “Tecnology” è un esercizio di puro minimalismo, e “Domina” è il brano che rappresenta la meglio questo “scontro” tra mondi lontani quanto superbi e affascinanti nella loro sintesi.

Sandstorms, è un brano decisamente techno utilizzabile sapientemente da qualsiasi bravo dj sul floor di una qualsiasi location.  Se Carl Craig è definito da molti il Miles Davis della techno la riprova ne è The Melody, dove sapientemente tempi e bpm trasportano l’ascoltatore.

Esemplare è l’inserimento della capacità tecnica del lussemburghese Francesco Tristano Schlimé, che con il pianoforte sposta lo sguardo in un’atmosfera cinematografica.

Uno scontro d’autore. Una sintesi tra classica e techno unico.

Opere prime: The White Stripes

Prima che Jack White diventasse uno dei punti di riferimento del rock del nuovo millennio, prima che “Seven Nation Army” diventasse un inno da stadio, prima degli infiniti side-projects, a Detroit, una delle città rock per eccellenza, nasceva un bizzarro duo destinato a lasciare un segno piuttosto incisivo nella storia del rock. Meg e Jack White, ora fratello e sorella, ora marito e moglie, pubblicano il loro primo album nel 1999, che come dirà lo stesso Jack White è il più grezzo e il più vicino alla tradizione musicale di Detroit.

L’album, registrato interamente nell’appartamento di Jack White, è un disco violento, diretto e senza fronzoli che prende in mano una manciata di riff blues grezzissimi, accompagnati dalla batteria quadrata e semi demenziale di Meg, con un Jack White che già offre un’ottima prova vocale, aiutato anche da un’aggressività che raramente riproporrà negli album successivi.

Questo disco – spesso non apprezzato dai fan della band, che infatti non capiscono nulla di musica – entra perfettamente all’interno di quella tradizione musicale degli ultimi quindici anni che ha visto la rinascita del garage e dell’approccio rudemente lo-fi al rock (che è l’unico approccio sensato se si prende la chitarra per suonare un blues, un boogie o qualsiasi cosa che è già stata suonata da chiunque in tutto il mondo globalizzato).

Per capirci meglio, il rock e il blues sono anziani, e si possono suonare in modo sensato solo se si recupera lo spirito grezzo e vagamente perverso delle sue origini, altrimenti hanno difficilmente senso di esistere. The White Stripes contiene diciassette pezzi per quarantacinque minuti di musica da sentire a volume spropositato, come si ascolterebbe un album degli Stooges o degli MC5, che vibra grazie alla sua straordinaria immediatezza,

Oggi probabilmente dire di essere fan dei White Stripes non è molto fico, o meglio è fico come dire di essere un fan di How I Met Your Mother, o comunque qualcosa di apprezzabile ma pur sempre clamorosamente mainstream.

In ogni caso potrete spacciare questo primo album come il devastante esordio di una fantastica band underground. In fondo ha tutto ciò che si cerca (o si dovrebbe cercare) in un disco rock: è semplice, rozzo, bluesy, minimale e fragoroso.