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I rifugiati e lavoro – Hummustown e Gustamundo

Treccani recita “integrazione: in senso generico, il fatto di integrare, di rendere intero, pieno, perfetto ciò che è incompleto o insufficiente a un determinato scopo, aggiungendo quanto è necessario o supplendo al difetto con mezzi opportuni”.

Immaginiamo quanto sia importante questa parola per una persona che cerca rifugio e che ha bisogno di ricostruire e riportare a completezza tanti aspetti della sua vita.

A Roma c’è un progetto (http://www.hummustown.com) che si chiama HummusTown  e che aiuta i rifugiati ad ottenere una propria indipendenza economica creando per loro un’opportunità di lavoro che gli fornisca un reddito dignitoso. Lo fanno cucinando, confezionando e distribuendo in tutta Roma prodotti siriani dal gusto eccezionale.

Attualmente il team di Hummustown dipende dalle donazioni di beneficenza per i costi operativi e lavora nelle cucine private messe a disposizione dai sostenitori del progetto, ma l’idea per il futuro è di raccogliere fondi per mettere in piedi una sede che includa: una cucina industriale, un ufficio, una sala riunioni e una reception per gli ordini diretti, come luogo di lavoro accogliente e dignitoso per un più ampio team di Hummustown.

Questa storia inizia con Shaza Saker, un’italiana siriana che vive e lavora a Roma. Sul sito del progetto racconta:  “Nel marzo 2017, con il continuo afflusso di rifugiati siriani in Europa a causa della guerra in Siria, ne avevo abbastanza di sentirmi triste, frustrata e impotente, guardando la situazione di tanti innocenti costretti a fuggire dalla loro patria solo per affrontare incognite scoraggianti e denigranti. Piuttosto che aspettare un cambiamento positivo che speravo si realizzasse, decisi che IO volevo essere quel cambiamento. Mi accorsi che il problema principale che i rifugiati siriani affrontano quando arrivano in Italia, è che nonostante le competenze o i talenti che portano dal loro paese d’origine, si trovano in uno svantaggio immediato perché mancano i principi chiave per l’integrazione e la ricerca di un guadagno redditizio. Non parlano la lingua e non hanno una rete che li supporti e che consentirebbe loro di esplorare l’opportunità di reddito. A questi rifugiati vulnerabili, occorrerebbero anni e anni di formazione linguistica e professionale per iniziare a essere produttivi ed economicamente redditizi.”

Se c’è una cosa che non conosce barriere linguistiche e culturali, questa cosa può essere il cibo. Shaza e chi le sta intorno ci mettono gli strumenti per operare (cucine igieniche per preparare e confezionare il cibo, un sito web per promuovere le attività del progetto, apporto di capitale attraverso donazioni benefiche per, le reti sociali e commerciali intorno a Roma) mentre i sei siriani che attualmente fanno parte del progetto ci mettono la bravura e l’idea è che possano presto acquisire quell’indipendenza necessaria per continuare da soli il proprio percorso.

Stesso principio è alla base di un altro progetto, un locale, una piccola saletta colorata e dal nome allegro: Gustamundo (https://www.gustamundo.it). Anche in questo progetto si pensa di promuovere l’integrazione sociale passando per il diritto indiscusso al lavoro e perché no, alla buona cucina! Ecco il loro messaggio “GUSTAMUNDO organizza cene multietniche preparate da uomini e donne provenienti dai paesi più disagiati. Saranno loro che, diventando protagonisti in cucina, vivranno un momento di serenità e aggregazione, consentendoci di assaggiare specialità di tutto il mondo. GUSTAMUNDO sarà dunque un porto gastronomico dove i nostri ospiti migranti possano fermarsi e farci conoscere meglio la cultura e i sapori della loro terra.”

Sarà bellissimo sapere che lasciandosi tentare da un piccolo peccato di gola si starà combattendo per un diritto universale dell’uomo, il diritto al lavoro. Ed è fondamentale capire che qui non si parla di beneficenza, ma del riconoscimento della libertà e della pari dignità di donne e uomini.

Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.

Le “dimenticanze” della versione ufficiale sulla crisi siriana

Da quando sono iniziate le proteste in Siria, sfociate poi nel conflitto che tutti noi conosciamo, tante cose sono successe. Per quasi due anni la versione più ricorrente sui nostri principali organi d’informazione è stata: il presidente siriano fa bombardare i civili pur di vincere la guerra contro i ribelli, gli unici difensori del popolo siriano e delle sue battaglie per la democrazia (è ovviamente una banalizzazione, sebbene non del tutto lontana dalla realtà). Nel nostro paese per mesi e mesi si è voluto continuare a sostenere la tesi della guerra tra il “cattivo”, il presidente siriano, e i “buoni”, i ribelli, dando in pasto ai lettori dei principali quotidiani una visione semplificata e distorta di ciò che stava avvenendo e ignorando ogni ricostruzione difforme (non importa, se fosse dettagliata) che potesse mettere in discussione la “versione ufficiale”. Patrick Boylan su Confronti aveva già scritto che in Siria sin dall’inizio non operava una sola opposizione e la rivolta non si poteva definire come del tutto spontanea. Il Washington Post, citando alcuni cable di Wikileaks, aveva riportato già nell’aprile del 2011 come il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti avesse segretamente finanziato i gruppi di opposizione siriana e come nel 2009 avesse aperto un canale satellitare anti-regime chiamato Barada TV. In Italia molte delle informazioni sulla Siria non sono, per così dire, arrivate. Solamente dopo il rapimento (per fortuna conclusosi con la liberazione) dell’inviato de La Stampa, Domenico Quirico, il rapimento di Padre Paolo Dall’Oglio e l’uccisione di Giuliano Delnevo, il 25enne di Genova morto in Siria nel giugno scorso mentre combatteva tra i ribelli, anche i quotidiani italiani non hanno più potuto far finta di niente e hanno cominciato a scrivere, ad esempio, che tra i cosiddetti “ribelli” vi erano forze e gruppi jihadisti composti da combattenti stranieri, in alcuni casi da europei e italiani (ovviamente non si vuole sostenere la tesi che tutti gli oppositori di Assad sono jihadisti stranieri). Tutte cose già note sin dall’inizio del conflitto per i pochi che avevano gli strumenti conoscitivi per saperlo ma che sino all’ultimo si è voluto negare alla maggior parte dei lettori. Così come si sono voluti ignorare i numerosissimi video caricati su Youtube con barbariche esecuzioni di molti dei gruppi estremisti islamici che hanno preso piede in Siria. Che cos’altro non ci è stato detto?

I NUMERI – Nei “bollettini di guerra” trasmessi da gran parte della stampa nazionale e internazionale viene solitamente citato l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, che ente non è, se con questa definizione ci si riferisce ad “un organismo o istituto che ha determinati interessi e scopi generalmente superiori ai singoli individui o gruppi”. È importante sottolineare, inoltre, che tale osservatorio non ha base in Siria. Infatti, come riporta il New York Times, questo “istituto” si compone di un uomo solo, un siriano che vive in Inghilterra, a Coventry. Il suo vero nome è Osama Suleiman, anche se è conosciuto col nome di Rami Abdul Rahman, uno pseudonimo che utilizza da quando ha cominciato a mobilitarsi per opporsi al regime. Dalla sua casa di Coventry, con un computer, una connessione internet e due cellulari, Abdul Rahman coordina quattro persone in Siria che raccolgono le informazioni da oltre 230 attivisti sul terreno in tutto il paese. Possiede due negozi di vestiti e riceve sussidi dall’Unione Europea e da un paese europeo che preferisce non rivelare. Nessuno dei nostri principali quotidiani ha speso mai neanche una riga su come si compone questo osservatorio. Non che sia illegale o fuori legge affidarsi a quest’osservatorio, ma prendere dati da quest’uomo senza informare i lettori che riceve sussidi dall’Unione Europea (e da un altro paese, non meglio precisato) e che non si tratta di un’organizzazione presente in territorio siriano non è deontologicamente corretto.

LA STRAGE DI HULA – Il 25 maggio 2012 arriva la notizia di un bombardamento che avrebbe provocato la morte di più di 110 civili. Riprendendo l’articolo di repubblica.it, si capisce come il colpevole è subito stato individuato:

Almeno 110 civili sono stati uccisi ieri a Hula, nella provincia siriana di Homs, dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. La conferma che si sia trattato di un attacco dell’esercito è arrivata dal capo degli osservatori dell’Onu, il generale Robert Mood, che ha condannato oggi come “una brutale tragedia” il massacro.

Per quasi tutti, quella strage è rimasta uno dei crimini contro l’umanità commessi dal presidente siriano Bashar Al-Asad. Dopo pochi giorni però un’inchiesta portata avanti da Rainer Hermann, inviato del Frankfurter Allgemeine Zeitung (non proprio un giornale al soldo di Assad), ribalta la versione: i responsabili del massacro non sarebbero i soldati lealisti, ma forze sunnite vicino all’Esercito Libero Siriano (una traduzione parziale dal tedesco all’inglese dell’articolo si trova qui). Questa inchiesta sarà subito oggetto di ampie critiche, al quale lo stesso Hermann risponde dettagliatamente con un altro articolo (tradotto in italiano su Pressenza). Questa inchiesta verrà perlopiù ignorata dai principali quotidiani italiani con l’unica eccezione de Il Foglio, che ne dà conto sul proprio sito. La BBC addirittura commette un errore macroscopico: pubblica sul suo sito una foto risalente al 2003 in Iraq scattata dal fotografo italiano Marco di Lauro (la foto verrà in seguito rimossa) che verrà subito ripresa dai siti di molti quotidiani internazionali.

IL MINISTRO TERZI – Se tante pagine di giornali sono state riempite da critiche e analisi sul comportamento del nostro ex ministro degli esteri a proposito della vicenda dei due Marò in India, non altrettanto si può dire sulla vicenda della delegazione siriana composta dai parlamentari Maria Saadeh, Waeel Al Ghabra e Sameer Al Khateeb. I fatti: a settembre 2012 la federazione Assadakah – Centro Italo Arabo del Mediterraneo invita in Italia i 3 parlamentari siriani con una lettera ufficiale presentata all’ufficio visti dell’ambasciata italiana. I visti, in un primo tempo concessi, vengono poi improvvisamente e inspiegabilmente negati per diretto intervento dell’allora Ministro degli Esteri. Assadakah spiega:“La Delegazione, invitata dal Centro Italo Arabo, avrebbe dovuto partecipare ad incontri istituzionali con i membri della Commissione Affari Esteri al Senato e con il Presidente della Commissione On. Lamberto Dini, avrebbe inoltre dovuto incontrare i rappresentanti della Commissione Affari Costituzionali e Presidenza del Consiglio ed Interni. […]Era inoltre previsto l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio. La Deputata Cristiana Maria Saadeh aveva chiesto espressamente che fosse organizzato un importante incontro con le Comunità Cristiane.” Gli onorevoli Alfredo Mantica (PDL) e Antonello Cabras (PD) il 9 ottobre 2012 presentano un’interrogazione al ministro Terzi. Non giungerà alcuna risposta e dai principali quotidiani di informazione la vicenda verrà completamente ignorata. Assadakah allora si rivolge con una lettera anche a Giorgio Napolitano, ma anche il Presidente della Repubblica preferirà non rispondere.

LE ARMI CHIMICHE E I RAPPORTI – Il 21 agosto giunge la notizia di un attacco chimico sferrato contro gli abitanti di Ghouta. La maggior parte dell’opinione pubblica mondiale accusa Assad, mentre viene “trascurata” una notizia pubblicata su Mint Press News: secondo questa ricostruzione ad usare il gas nervino sarebbero stati ribelli che perlopiù ignoravano di star maneggiando armi chimiche. Dietro di loro ci sarebbe la responsabilità dell’Arabia Saudita. Vengono in mente le parole pronunciate dal membro della commissione sulle violazioni dei diritti umani in Siria, Carla del Ponte, in merito all’attacco chimico ad Aleppo del 19 marzo (dichiarazioni in seguito oggetto di critiche). Del Ponte aveva dichiarato che erano stati raccolti elementi che dimostravano l’utilizzo di armi chimiche da parte dei ribelli.

I primi video che compaiono in rete sull’attacco chimico lasciano più di qualche dubbio. Alcuni di questi erano stati addirittura caricati su youtube il giorno prima dell’attacco, ma molte televisioni li trasmettono ugualmente senza chiedersi (almeno apparentemente) il perché di quella divergenza di date. L’ONU invia dei propri ispettori in Siria per verificare l’effettivo utilizzo di armi chimiche. Il rapporto, pubblicato il 16 settembre, preparato dagli ispettori conferma l’utilizzo di gas sarin anche se (ufficialmente) non il responsabile. Ciò che non viene detto del rapporto è (a pag. 10) che ad occuparsi della tutela degli ispettori è un leader dell’opposizione locale. Tale “custode” non si limita solo a fare in modo che agli ispettori non accada nulla, ma (come scritto nel rapporto) è stato utilizzato “per facilitare l’accesso ai casi/testimoni più critici da intervistare”. Il che non vuol dire che il rapporto sia finto o costruito, ma che forse sarebbe stato più opportuno contattare anche un rappresentante del governo, in modo da avere due diversi “punti di accesso” ai casi da intervistare (altri dubbi e critiche sul rapporto sono espressi in maniera più esauriente su sibialiria.org). Anche William Polk, ex alto consigliere agli affari esteri nell’Amministrazione Kennedy, sembra essere piuttosto scettico sulla colpevolezza di Assad ed evidenzia in un lungo articolo pubblicato su Atlantic Magazine quanto il rapporto sia perlomeno incompleto e poco approfondito.

Tutto qui? Niente affatto. Qualche giorno dopo esce un altro rapporto, questa volta dell’ISTEAMS, International Support Team for Mussalaha in Syria (Mussalaha in arabo vuol dire “riconciliazione” ndr) che mette in dubbio la veridicità di molti dei video e delle foto utilizzati per dimostrare l’impiego di armi chimiche a Ghouta. L’unico a parlarne in Italia (tra i principali quotidiani) è ancora una volta Il Foglio con un piccolissimo riferimento. Clamoroso (a pag.20 del rapporto) è il caso di una foto utilizzata dall’opposizione siriana che mostrerebbe le vittime causate dall’attacco chimico. La stessa identica foto era stata scattata due anni fa in Egitto. Inoltre il rapporto si chiede perché vengano ripresi nei video quasi solo dei bambini e perché nelle immagini che dovrebbero raffigurare i villaggi dei civili si vedano solo uomini, mentre le donne sembrano essere del tutto scomparse.

Se in Italia il rapporto viene quasi del tutto ignorato, nel resto del mondo fa molto rumore, al punto che cattura l’attenzione anche di alcuni “giganti” del mondo dell’informazione. La BBC gli dedica un articolo mettendo in primo piano la presidente dell’ISTEAMS, la suora libanese Madre Agnès de la Croix, superiora del Monastero di San Giacomo Mutilato a Raqqa che si trova a 60 chilometri da Homs. Nel servizio sulla Madre Superiora (molto discusso, al punto che lo stesso sito del canale inglese, come riporta a fondo pagina, dovrà modificare il titolo originale “Mother Agnes: Syria’s detective nun who denies gas attack”) viene interpellato Peter Bouckaert, direttore delle indagini di Human Rights Watch, che risponde punto per punto ai risultati del rapporto, smentendoli, e ricorda come la suora non sia un esperto in tecniche militari. Sentito a margine dell’incontro tenutosi all’università di Roma Tre “Siria, regime e opposizione oltre la confusione dei media”, Lorenzo Biondi, redattore esteri di europaquodiano.it e tra i relatori del dibattito, invece, è più cauto:«Il rapporto dell’ISTEAMS in alcuni punti mi convince. Certo, è molto difficile essere completamente sicuri di ciò che sta avvenendo in Siria e quindi bisogna sempre essere estremamente cauti su ciò che si legge. È credibile – come sostiene il documento – che alcuni dei video dei corpi dei bambini non siano autentici. Ma quanti di questi dettagli ci vogliono per ricostruire la storia nella sua interezza? È giusto analizzare ogni singolo video, ma da qui a trarre conclusioni “sicure al 100 per cento” il passo è lungo».

Madre Agnès è una figura molto controversa. È accusata, tra le altre cose, di essere al servizio del regime anche se, interpellata sull’argomento, lei stessa risponde: «Il regime di Bachar è un regime totalitario socialista e stalinista. Non è per amore del Regime ma per amore del popolo siriano e per la Chiesa che perderebbe di autorevolezza se si astenesse dall’affermare la verità dei fatti, occultata per considerazioni politiche. Credo che la società siriana non debba essere studiata attraverso il filtro di uno schema binario: Pro regime – Anti regime. L’assoluta maggioranza del popolo siriano non è politicizzata. Esiste un’immensa maggioranza silenziosa che rifiuta di essere strumentalizzata, di essere destabilizzata e di veder affondare lo Stato (che non va confuso col Regime).»

POSIZIONI DIFFERENTI – Sulla situazione in Siria dopo pochi mesi si sono sviluppate molte scuole di pensiero: da chi pensa che sia in atto un vero e proprio complotto ai danni della Siria a chi invece ricorda come sia davvero improponibile difendere il presidente siriano. Naman Tarcha, giornalista siriano di Aleppo e redattore del programma Babzine su Babel Tv, riconosce che la Siria non si poteva definire un paese democratico (seppur migliore in termini di diritti civili e politici rispetto a tanti altri paesi della zona) ma questo non giustifica ciò che sta avvenendo.

«In Siria vi erano tanti problemi e il sistema politico aveva tante falle, questo è innegabile. Il problema è che le tanto sbandierate proteste pacifiche erano non pacifiche sin dall’inizio e non per colpa di Assad. Basta farsi un giro su Youtube per trovare tanti video aggiustati, ad esempio finti manifestanti che si cospargono di sangue finto. Non esiste più un esercito siriano ma solo milizie fedeli ad Assad? Questo non è assolutamente vero: in Siria vi è il servizio di leva, l’esercito siriano esiste eccome, è composto da ragazzi siriani di tutte le confessioni religiose (a differenza dei ribelli, che non si sa da dove vengono) e funziona anche bene. La quantità di balle e invenzioni che sono state dette e scritte sulla Siria è enorme».

Questo vuol dire che Assad è una vittima e che non ha alcuna responsabilità? O che tutti gli oppositori del regime sono solamente composte delle squadracce di terroristi al soldo delle monarchie del Golfo? In occasione di un incontro tenutosi a Roma in luglio scorso, il segretario generale del Partito Comunista Siriano (che ora sostiene Assad), Ammar Bagdash, ammette: «Tra gli oppositori ce ne sono alcuni che hanno trascorso molti anni nelle carceri siriane e di cui abbiamo chiesto e ci siamo battuti per la loro liberazione. Questi oppositori ad Assad sono però contrari ad ogni ingerenza o intervento esterno. Alcuni vivono a Damasco e lavoriamo insieme per il dialogo nazionale. Anche Haytham Menaa del Coordinamento democratico condanna l’uso della violenza da parte dell’opposizione armata e le ingerenze esterne. Altri come Michel Kilo hanno una storia di sinistra ma l’hanno rinnegata e comunque non possono modificare la sostanza reazionaria della ribellione».

La già citata deputata cristiana Maria Saadeh invece pensa: «Una cosa è costruire un sistema democratico, altra è abbattere lo Stato. Lo Stato va difeso come principio assoluto, bisogna lavorare dall’interno per costruire regole democratiche, partecipazione e libertà. Non possiamo sprecare questa occasione. […] Il partito Baath per anni ha pervaso il tessuto sociale Siriano, si è sostituito allo Stato, ha creduto di poter fare le veci delle istituzioni, ha coltivato dentro di sé fenomeni di corruzione pesante, questo è tutto vero, ma per cambiare dobbiamo accettare la logica del pluripartitismo, proporre riforme interne, superare la supremazia del partito unico. Non possiamo accettare che questo accada con un intervento esterno, io difenderò fino alla fine il mio Paese, ed allo stesso tempo combatterò per ottenere le riforme».

La questione è quindi molto, molto complessa, senza considerare che in questi due anni le forze in campo si sono moltiplicate. Lorenzo Trombetta, collaboratore per l’ANSA da Beirut e autore di Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre. (Mondadori, 2013), in occasione della presentazione del suo libro al festival di Internazionale, avverte che è fuorviante dare notizie che riguardino solo ed esclusivamente l’attualità e che il parere politico che il lettore si fa è diverso se gli viene fatto conoscere tutto il contesto (affermazione del tutto condivisibile, al parer di chi scrive).

Quello che però si è verificato in Italia, sia in tv, che sulla carta stampata è stato l’esatto contrario. Vi è stata un’aprioristica ed entusiastica accoglienza delle “primavere arabe” (altra definizione sulla quale si potrebbe dibattere) accomunando paesi completamente diversi tra loro per storia e società: non si può parlare di Tunisia, Egitto, Libia e Siria in egual misura. Vi è stata inoltre una cattiva informazione su alcuni importanti avvenimenti (il pressoché totale silenzio sulla vicenda della negazione del visto alla delegazione siriana è piuttosto emblematico), ma anche un sostanziale disinteresse per molte questioni precedenti allo scoppio della crisi. Solo tre anni fa (sembra passata un’eternità) Giorgio Napolitano conferiva ad Assad l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce e non risparmiava elogi al ruolo della Siria per “la stabilizzazione del Medio Oriente”, senza provocare, a memoria, nessuna levata di scudi da chicchessia. E nel 2010 erano passati già 10 anni da quando Assad era al potere.

Con l’inizio della crisi la stampa italiana si è invece “ricordata” che la Siria non era una vera democrazia. Le innegabili colpe di Assad sono state giustificate per tacere moltissime notizie, commettendo inaccettabili errori di trasparenza e correttezza nei confronti dei lettori. Nel caso siriano non solo non si sono tenuti separati i fatti dalle opinioni (intento questo, abbastanza utopico, soprattutto nel giornalismo italiano) ma è avvenuto qualcosa di ben più grave: si sono nascosti o modificati alcuni fatti per difendere un’opinione. Anzi, una versione. Quella “ufficiale”.

Andrea Cartolano – AltriPoli