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Una nuova crisi è alle porte?

Siamo alle porte di una nuova crisi?

Non è facile affermarlo, ma molti degli elementi base sussistono. La locuzione crisi economica è usata comunemente in diversi contesti: come sinonimo di recessione, di deflazione o come caduta dei mercati finanziari. La mia intenzione è quella di non apparire come oracolo di una nuova stagione di pianti, ma i segnali che parlano dell’incombere di una nuova crisi globale sono numerosi. Durante l’ultimo ventennio i cicli economici si sono accorciati a causa di diversi fattori, quali la deregulation, la finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione degli scambi, e l’accelerazione del ciclo dell’industrie.

Le numerose correzioni al ribasso alle previsioni di crescita da parte delle principali organizzazioni internazionali per il 2016, rendono quest’ipotesi sempre meno concreta. Il principale driver della crescita globale è costituito da uno slancio del Prodotto interno lordo, specialmente negli Stati Uniti; ad oggi sembra rallentare. Inoltre, la mancanza di chiare risposte nel coordinamento da parte degli Istituti preposti al controllo e alla direzione della politica monetaria internazionale, ossia le Banche Centrali, rendono sterili qualsiasi tentativo delle singole di far ripartire i cicli di crescita in maniera sostenuta.

“Bisogna far presto, si deve riunire in tempi rapidissimi un tavolo internazionale su temi economici e politici. I drammi non sono i ribassi della borsa ma l’inquietudine generale di tutto il sistema economico”. Romano Prodi, una una conversazione con l’Agi, lancia l’allarme sull’economia. “Siamo in emergenza: rallenta la crescita, siamo di fronte alla crisi drammatica di alcuni grandi paesi e si prospettano svalutazioni competitive. Quando tutto è in subbuglio se non si arriva a una riunione di emergenza i rischi sono altissimi”. Un monito che come nel 2008 sta andando perso tra mille temi etici o di solidarietà che tolgono l’attenzione dal collante di sussistenza principale per famiglie e aziende ossia l’economia.

Il 2016 è iniziato nel peggiore dei modi per i mercati finanziari globali. Un esempio è dato dal prezzo degli idrocarburi il quale è sceso sotto i 28 dollari al barile per la prima volta dal 2003. Il Dragone Cinese dall’inizio dell’anno ha visto l’indice della borsa di Shanghai crollare del 15 per cento. In tal mondo, anche i mercati americani ed europei, resi nervosi dal prezzo del petrolio e dal crollo dei listini cinesi, hanno seguito la scia negativa, iniziando l’anno con performance preoccupanti.

I primi avvertimenti sono comparsi già alla fine dello scorso anno. In un articolo uscito il 27 dicembre sul Guardian, Larry Elliott, caporedattore economico del quotidiano britannico, aveva avvertito che il 2016 sarebbe stato un anno “vissuto pericolosamente.” Secondo il giornalista, anche se non ci sarà una nuova crisi globale nei prossimi 12 mesi, il 2016 sarà l’anno in cui si “nasconderanno le crepe e si cercherà di guadagnare tempo prima che riemergano di nuovo tutti i vecchi problemi.”

Se per il premier italiano e la stampa che gli fa seguito i temi sui quali discutere sono altri, per la mia persona “l’Italia potrebbe essere l’epicentro di una nuova crisi economica europea”. Infatti,il mercato finanziario italiano sembra soffrire di un ulteriore malattia che investe, in particolare, il settore bancario.

Di certo, però, non sono le sofferenze dei bilanci delle banche italiane, pari ad oltre 200 miliardi di euro, ma interamente coperte da accantonamenti per oltre 110 miliardi e dai valori a garanzia delle sofferenze, che possono spiegare la caduta delle quotazioni dei titoli bancari sul mercato di Milano; neanche la crisi dell’immobiliare, con una svalutazione intorno al 7%, non giustifica quello che sta accadendo. Bensì, tutto risiede nella governance di molti istituti di credito del centro Italia e nel non giustificabile adeguamento dei criteri di regolamentazione bancaria a quanto previsto da anni in sede europea ripetto al bail in ossia il salvataggio interno della banche. A ciò si aggiunge la mancata spensing review, una crescita sovrastimata che puntualmente delude le aspettative e un tasso di povertà e disoccupazione altissimi.

Per concludere gli elementi e non le variabili sono tutte pronte a far scoppiare la prossima crisi. E anche questa volta a pagare saranno gli ultimi. Ossia voi. Voi che siete troppo impegnati in dibattiti su temi etici e poco attenti alla vita quotidiana e alla sua sussistenza. Che i poveri piangano ancora per la loro mancanza di ribellione. D’altronde mercanti e sindacati sul banchetto trattano assieme.

Grecia: la troika continua a imporre austerità e arretrano le condizioni sociali nel paese

Sono passati ormai diversi anni dall’inizio della grave crisi economica che ha colpito il paese, ma la Grecia è ancora profondamente immersa nel pantano della recessione e si trova a dover fare i conti con le ennesime misure di revisione della spesa pubblica imposte dalla troika (credo sia ormai superfluo ribadire di chi si tratti).

Prosegue negli ultimi giorni la messa in mobilità richiesta dai creditori internazionali di 12.500 dipendenti pubblici, i quali per 7 mesi riceveranno l’80% del loro stipendio non andando in ufficio. Se entro questo periodo non saranno stati riassorbiti in qualche servizio pubblico scatterà automaticamente il loro licenziamento.

Allo stesso tempo si procede allo smantellamento del sistema di difesa nazionale e dell’industria militare. Il programma di ristrutturazione presentato dal governo non è stato praticamente considerato dai rappresentanti della troika. Così, le tre maggiori agenzie statali che gestivano la difesa del paese saranno chiuse e i loro dipendenti licenziati. A tal proposito bisogna ricordare come, nonostante la crisi, il settore della difesa sia stato negli ultimi anni tra quelli per il quale si è speso di più, dal momento che lo stato greco si era impegnato a comprare materiale bellico da Germania e Francia, guarda caso i suoi maggiori creditori europei. Raccapricciante, infine, il provvedimento governativo che da inizio settembre permette la vendita nei supermercati di prodotti alimentari scaduti a prezzi ridotti. Sostanzialmente si tratta di una misura volta ad evitare che la gente vada a cercare cibo nella spazzatura, un fenomeno in netta crescita dato l’aumento di coloro che non hanno più neanche i mezzi per garantirsi un bisogno essenziale (nonchè un diritto fondamentale in un paese che voglia definirsi civile) come quello di una corretta alimentazione.

Questo giusto per elencare alcune delle misure elaborate negli ultimi mesi per far fronte alle richieste sempre più stringenti dei creditori internazionali e aver accesso alle nuove rate dei prestiti pattuiti. I dati relativi alle condizioni sociali nelle quali il popolo greco si ritrova a vivere sono sempre più allarmanti e non lasciano intravedere possibilità di ripresa nell’immediato futuro. Il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 30% (in Italia siamo intorno al 12%) ed è destinato ad aumentare dal momento che, come detto, sono in cantiere nuovi tagli al personale pubblico. Complessivamente, i provvedimenti degli ultimi anni hanno tagliato salari e pensioni per più di un quarto del loro valore iniziale, mentre le tasse dirette ed indirette sono aumentate in maniera esponenziale (e continueranno a crescere). Nel settore privato i salari sono arrivati a 350 euro mensili (no, nessun errore di battitura).

Si assiste ad un sensibile peggioramento delle condizioni materiali di vita, soprattutto per le fasce sociali più deboli. Lo stato greco non riesce più a soddisfare i bisogni quotidiani ed essenziali dei suoi cittadini e la situazione sta degenerando. Le statistiche parlano di un drammatico aumento dell’uso di droghe e di suicidi, nonché di una crescita della criminalità e della violenza. La depressione e l’abbrutimento di un popolo sono conseguenze naturali di una qualsiasi crisi economica e la storia ci insegna come possano avere risvolti politici molto pericolosi (vedi la preoccupante crescita di consensi per un partito esplicitamente filonazista ed antieuropeo come quello di Alba Dorata).

In Grecia si sta perpetrando un rapido smembramento del patrimonio nazionale che viene svenduto al miglior offerente (ormai sempre straniero) per liquidare il prima possibile i creditori che bussano alla porta. Ma la cosa più grave di tutto questo processo è l’erosione della sovranità nazionale che le condizioni imposte dalla troika hanno generato, privando il governo del paese ed i greci stessi dell’autonomo controllo sulla propria vita.

Sia chiaro, con ciò non sto difendendo l’operato dei governi che hanno guidato il paese negli ultimi decenni e che sicuramente sono i primi responsabili di questa situazione. Del resto ritengo che gli stessi greci abbiano diverse colpe e debbano farsi un profondo esame di coscienza (e dico ciò in qualità di mezzo-greco) per aver avallato la diffusa mala politica e aver fatto orecchie da mercante davanti alla corruzione ed il clientelismo dilaganti in tutti i settori.

Il punto è che ormai la “frittata è stata fatta” (e non proprio ieri). L’obiettivo di un’Unione europea che sia veramente tale dovrebbe essere la difesa della dignità dei suoi popoli. Se l’idea è quella di vivere come in una famiglia, valori come solidarietà e aiuto reciproco non dovrebbero essere semplicemente affermazioni di principio, ma elementi alla base di qualsiasi decisione presa per far fronte ad una crisi che ormai riguarda tutti. Con la scusa della tutela della stabilità dell’euro, le politiche imposte dai vertici comunitari ai governi nazionali stanno minando il rispetto dei diritti sociali dei cittadini europei e questo è inaccettabile.

Il circolo vizioso di prestiti che non garantiscono sviluppo che la troika ha innescato (eppure lo stesso FMI ha da tempo ammesso di aver analizzato ed affrontato male la crisi greca) non porterà a nulla di buono. Anche se il paese prima o poi dovesse uscire dalla recessione ne uscirà distrutto materialmente e moralmente e si sarà trattato del maggiore fallimento del processo di integrazione europea partito con tutt’altre aspettative e obiettivi una sessantina di anni fa.

Matteo Mancini – AltriPoli