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Tag Archives: distribuzione digitale

Vizi digitali e cure temporanee

Sono un consumatore viziato. Voglio tutto, lo voglio subito, lo voglio come dico io. Sono come quegli idioti che vanno a cena da Gordon Ramsey, chiedono una carbonara, si lamentano quando gli viene detto di no e postano una critica feroce su TripAdvisor. Zero stelle su cinque, non lo consiglierei ad amici e parenti. Per cui, come tutti gli idioti viziati, preferisco le cose gratis e senza complicazioni. E consumo intrattenimento costantemente: film, serie tv, musica, fumetti, libri, riviste, videogiochi. Ognuna di queste categorie ha avuto una diffusione online illegale più semplice, rapida e funzionale dei canali ufficiali. Come si vince la guerra contro gli idioti?

Detesto citare il boss di Valve Gabe Newell, ma “il modo più facile per fermare la pirateria non è con una barriera tecnologica: è con un servizio migliore di quello che gli utenti ricevono dai pirati”. Newell è passato da capo di una software house di successo (Valve ha realizzato titoli come Half-Life, Counterstrike, Portal, Team Fortress, DOTA 2) a quasi-monopolista della vendita digitale di videogiochi con la piattaforma Steam. Ha di fatto ucciso la pirateria e rivitalizzato il mercato dei videogiochi per pc, che non aveva speranze di sopravvivere nella competizione tra negozi e pirati.

I videogiochi stavano perdendo contro internet. E così la televisione, appesantita negli Stati Uniti da un mercato satellitare contorto e da una pubblicità invasiva. Netflix e Hulu rispondono offrendo cataloghi online di film e serie tv, a prezzi senza paragoni. Ancora prima, Amazon ha rivoluzionato il mondo dell’editoria. iTunes ha dato il primo strappo al mercato tradizionale della musica e della radio, e Spotify il secondo. Ma siamo in un mondo in cui ogni settimana posso scaricare una selezione curata di riviste in pdf, o la lista completa delle uscite nel mondo dei fumetti tra Marvel, DC Comics e Image, o la top 40 dei singoli più venduti nel Regno Unito e negli Stati Uniti. In questo mondo, ascolto musica in file non compressi che posso portare ovunque, senza essere legato ad uno standard di formato. Guardo serie tv e film in Ultra HD, con i sottotitoli se necessario.

Però Netflix, con la sua interfaccia, il suo algoritmo di suggerimenti e il suo contenuto esclusivo, mi spinge lontano dal download. E, in un certo senso, anche Spotify. Ora, Spotify ha avuto successo grazie alla possibilità di ascoltare e organizzare la propria musica gratis. Gli utenti che pagano sono una minoranza. Persino io, che ascolto qualche ora di musica al giorno, ho un piano free. Per ogni utente free Spotify perde soldi. Il 91% delle revenues della compagnia derivano dagli abbonamenti, ma meno di un quarto degli utenti è abbonato. Il modello è malfunzionante, ma impedisce a chiunque offra solo piani a pagamento di emergere. Io adoro Google Play Music, ma non abbastanza da pagare 120 euro all’anno invece di zero. E suppongo ci sia anche qualcuno a cui piace Apple Music, il mondo è vario.

Il discorso è che Spotify, di fatto, non offre nulla che io non possa trovare altrove, e non è necessariamente più conveniente dell’alternativa illegale. Ad oggi scegliere Spotify invece di The Pirate Bay è una scelta etica individuale. E su The Pirate Bay trovo i Beatles, Taylor Swift, Thom Yorke, i Tool, i King Crimson, Garth Brooks, Bob Seger – giusto per citare grossi nomi che per motivi personali o burocratici non sono disponibili sui mercati digitali ufficiali. Dov’è il valore aggiunto dello streaming? Nel risparmio dello spazio nell’hard disk, quando con meno di 100 euro posso comprare un drive da 2 terabyte? Se avete più di 100 gigabyte di musica, fra parentesi, curatevi: passate un’estate a cestinare, non ve ne pentirete – lo consigliano anche i migliori dj, che pure campano sul repertorio che si portano dietro.

spotify

Spotify ha conquistato l’utente medio, che però non paga. E non ha necessariamente conquistato l’audiofilo, il fan all’ultimo stadio. Offrire buona parte della musica esistente non basta per battere l’alternativa: se è vero che Spotify è il quarto database legale più fornito al mondo (dietro MySpace, Gracenote e l’imbattibile e caoticissimo Discogs), un qualsiasi motore di ricerca specializzato in torrent vincerà sempre il gioco dei numeri. Serve per prima cosa monetizzare quei tre quarti di utenti (parliamo di oltre 50 milioni di persone) che non pagano e che ad oggi contribuiscono al 9% degli introiti di Spotify. Perché è sciocco essere convinti che “prima o poi pagheranno perché amano il servizio”. Torniamo all’esempio delle riviste: al di là del fatto che qui non arrivano con tempi decenti i magazine americani, non spenderei per comprarli. Non sono un cliente e non lo sarò mai. Però quando sfoglio i pdf guardo le pubblicità. Da schifoso parassita divento un valore aggiunto. Non solo: se quando parlo con qualcuno cito articoli da quelle riviste, sono un ambasciatore del brand. Sto rubando? Certamente. Ma dietro al mio furto c’è un’opportunità commerciale che non viene sfruttata. E nel mio abbonamento free a Spotify c’è un’economia che non genera profitti.

La seconda parte del lavoro di Spotify dovrà essere offrire qualcosa che nessun altro ha, in un modo unicamente conveniente. Nel caso di Netflix non sono tanto gli originals (vogliamo fare il conto dei download illegali di serie tv come Narcos o Jessica Jones?), ma quei contenuti di nicchia per cui non c’è una distribuzione online di massa. Documentari e comicità: il vero valore aggiunto. Se Spotify non trova un’alternativa, un contenuto diverso dall’album e talmente irreperibile che la gente sia disposta a pagare per averlo, lo streaming di musica avrà vita breve.