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Una visita guidata nella National Gallery di Frederick Wiseman

Lo scorso undici Marzo ci sono state al cinema Farnese un paio di proiezioni di National Gallery, il film che avevo promesso di recuperare alla fine di questo post. Rapace come una poiana mi sono tuffato sull’opportunità di gustarmi questo ultimo lavoro di Frederick Wiseman su grande schermo ed è giunta dunque l’ora di rendere conto dell’esperienza ai miei fedeli lettori (ciao mamma).

Parlo di esperienza perchè oltre che quelli del film vorrei raccontare anche alcuni dettagli extracinematografici di quel pomeriggio, dettagli che hanno contribuito a dare forma alle riflessioni che seguiranno. Dovete infatti sapere che nonostante si trattasse di una proiezione pomeridiana di un documentario lungo tre ore, in inglese e senza l’ombra di qualsiasi caratteristica che convenzionalmente possiamo immaginare essere attrattiva per il grande pubblico, mi sono trovato davanti a una delle sale più gremite in cui mi sia mai capitato di sedere a guardare un film. C’era gente in piedi appoggiata ai muri e qualcuno era riuscito a rimediare dai gestori delle sedie da piazzare a lato delle normali poltroncine. A guardare quella sala strabordante si sarebbe potuto immaginare che il film in programmazione fosse l’ultimo blockbuster della Marvel, o magari un cinepanettone un po’ tardivo, e l’unico dettaglio che avrebbe potuto far sorgere dei dubbi a riguardo era l’età media dell’uditorio, che a occhio e croce si aggirava intorno agli 86 anni.
Non so chi abbia avuto la brillante idea di scarrettare un centro anziani al cinema quel pomeriggio, ma il chiacchiericcio costante e la fiumana di gente che ha cominciato a lasciare la sala a partire dalla metà circa della proiezione lasciava pochi dubbi sul fatto che la maggior parte delle persone non fossero propriamente parte dello zoccolo duro degli ammiratori di Wiseman.

La fastidiosa circostanza ha tuttavia fatto da specchio ad alcuni spunti del film, che, nella sua maniera necessariamente obliqua, spesso si diffonde in discorsi riguardanti il punto d’equilibrio che un’istituzione come la National Gallery deve cercare di raggiungere tra il mantenimento di una tradizione e di un legame con una specifica comunità di appassionati ed addetti ai lavori, e la più grande apertura possibile al pubblico generalista, dal cui sostegno dipende la sua sopravvivenza in tempi di spending review.
Il discorso per il cinema d’autore non è del resto troppo diverso, e se da una parte vedere la propria nicchia invasa non è mai un’esperienza piacevole, è nell’interesse di tutti che un film come National Gallery, anche se solo per un pomeriggio, possa raggiungere un pubblico più vasto di quello che normalmente ci si potrebbe aspettare, e idealmente lo scopo di un post come quello che state leggendo dovrebbe proprio essere quello di contribuire ad aumentare la consapevolezza di opere di questo tipo presso un pubblico “casual”. Torniamo però al film.

Il modus operandi di Wiseman è ormai cristallizzato. L’aspirazione del regista è quella di infiltrarsi nelle situazioni che vuole raccontare facendo in modo che la sua presenza influenzi il meno possibile gli oggetti del suo scrutare, e la lunga durata di National Gallery è necessaria a che le varie scene, che prese ciascuna per conto suo avrebbero valenza poco più che aneddotica, coagulino in un tutto organico. In questo senso i suoi film, più che una visita guidata attraverso le sale e i corridoi (in questo caso anche letterali, ma innanzitutto metaforici) delle istituzioni che il cineasta vuole esaminare, sono avvicinabili a dei calchi. Lo sguardo del regista è una colata di gesso che inonda l’oggetto delle indagini, e il processo di montaggio del materiale cerca di far riemergere le sembianze dell’originale dal blocco informe che deve essere il risultato delle riprese.
Il processo con cui si cerca di restituire allo spettatore un’idea dei meccanismi della National Gallery è però anche la maniera che Wiseman ha di inserire la sua prospettiva tra le righe di quanto viene detto e fatto sullo schermo. Quando parlo di prospettiva non intendo dire che il regista tenga particolarmente a far trapelare le sue opinioni sulle questioni attorno alle quali costruisce la sua indagine. La scelta delle sequenze, l’ordine e il ritmo con cui esse si susseguono: non sono elementi che possono essere sfruttati per rendere il film un mezzo di argomentazione, eppure l’approccio neutralmente descrittivo che a prima vista il film sembrerebbe voler far proprio non si materializza davvero. Lo spettatore non viene indottrinato, ma nemmeno abbandonato a se stesso, e il grande successo di Wiseman è proprio quello di riuscire ad indicare ed esporre gli oggetti del suo interesse senza ricorrere a sovrimpressioni che ostacolino la contemplazione dello spettatore.

Il risultato finale è un film ovviamente non snello nè visivamente brillante, ma in grado di rendere lo spettatore compartecipe di un educato voyeurismo culturale che rappresenta un benvenuto cambio di tono rispetto alle serrate esposizioni e alle ben formate opinioni con cui la maggior parte dei documentari cerca di attirare la nostra attenzione.

Lectio magistralis

Un film di una lunghezza che salta all’occhio (diciamo oltre le due ore e mezza) ha una serie di ostacoli da superare per imporsi all’attenzione dello spettatore. Da una parte per la maggior parte delle persone è logisticamente complicato trovare tre o quattro ore consecutive da dedicare ad un film, e se pure le si trovassero bisogna noi stessi trovarci in un momento in cui la concentrazione sia a un livello tale da rendere fruttuosa l’imbarcata. A queste considerazioni si deve aggiungere il fatto che un film mediocre di un’ora e mezza si può tollerare molto più facilmente di un film mediocre di tre ore e mezza, e che quindi nel momento stesso in cui ci sediamo a vedere un film di una certa magnitudo temporale stiamo elevando le nostre aspettative ad un livello più alto di quello consueto. La disponibilità a spendere quell’intero pomeriggio viene solitamente concessa solo se si pensa che la qualità dell’esperienza sarà quantomeno proporzionata alla sua durata. Per qualcuno come me che si consideri un cinefilo un po’ più dedicato dello spettatore medio il discorso è in parte diverso in quanto, se da un lato siamo tutti umani e dopo una giornata di studio non necessariamente si riesce a mettere insieme la buona volontà necessaria a sostenere la visione a lungo rimandata di quel lunghissimo film sulla vita dei pescatori kirghizi (non ho controllato, ma penso che non ci sia il mare in Kirghizistan, per cui diciamo pescatori d’acqua dolce), dall’altro la nostra curiosità e il nostro orgoglio nerd ci portano naturalmente a gravitare verso le più estreme tra le esperienze cinematografiche disponibili.

É con questo misto di terrore di stare per autocastigarmi e speranza di essermi imbattuto nel Sacro Graal che mi sono avvicinato alla visione di At Berkley, un lungo (quattro ore e spicci) documentario sull’università della California, situata perlappunto nella ridente cittadina di Berkeley. Il film è uno degli ultimi lavori di Frederick Wiseman, un cineasta noto per i suoi documentari dall’approccio privo di filtri, approccio che è pienamente conservato in questa pellicola che lancia il suo sguardo su quella che è in larga misura considerata la più prestigiosa università pubblica americana.

Il primo filtro solitamente presente in molti documentari è quello di una voce narrante che guidi lo spettatore attraverso i dati o la narrazione presentati dal film, e la mancanza di questo Virgilio è ovviamente il tratto più cospicuo che rende così immediata l’associazione di At Berkley (e, per quanto mi è dato di capire, dell’intera opera di Wiseman) a quel filone spesso chiamato del cinema diretto, un filone documentaristico che si propone di osservare la realtà nella maniera più imparziale e meno intrusiva possibile. Tutto il film consiste infatti di due tipologie di sezioni: alcune, ambientate nelle classi, nei laboratori e negli uffici dell’università, in cui ci viene dato modo di origliare le conversazioni, le lezioni e le riunioni di studenti, professori e lavoratori dello staff, e altre composte da semplici inquadrature di tutta una serie di luoghi più o meno caratteristici del campus, che fungono da intervalli o cuscinetti tra le sequenze di cui sopra.

É evidente come questa conformazione non possa puntare a fornire allo spettatore un gran numero di informazioni riguardo l’università, e che il suo scopo sia piuttosto quello di catturare un’istantanea della situazione attuale di un’antica istituzione alle prese con i fisiologici cambiamenti dettati dalle mutevoli condizioni socio-economiche intorno ad essa ma anche al suo interno. Troviamo fin da subito infatti i dirigenti impegnati in quella che potremmo chiamare una spending review, il cui obiettivo sarebbe di limare 75 milioni di dollari dalle uscite dell’università in maniera da minimizzare le conseguenze dei tagli ai finanziamenti provenienti dallo stato della California, tagli contro i quali si muovono nel frattempo le associazioni studentesche tramite cortei, sit-in e il solito armamentario di proteste. Guardando un film del genere è ovviamente molto difficile individuare come la personalità, le opinioni e in generale la visione del regista informino il materiale. Lo scopo dichiarato sarebbe quello di minimizzare il più possibile l’impatto di questi fattori in nome della presentazione di una realtà il meno possibile filtrata, ma ovviamente anche solo la scelta di quali conversazioni e riunioni presentare, oltre che il loro ordine e la loro progressione sono scelte che vanno a influenzare l’esperienza dello spettatore, senza contare che la sola presenza di una cinepresa in una stanza necessariamente condiziona il comportamento delle persone inquadrate in maniere che Wiseman ben conoscerà dopo cinquant’anni di esperienza al riguardo.

Quello che si instaura tra spettatore e “protagonisti” della pellicola è quindi un curioso gioco di reciproca manipolazione, in cui ciascuno pensa di sapere cosa gli altri stanno pensando e vogliono sentirsi dire, e cerca di manipolare il discorso (nel caso dei personaggi che sentiamo parlare) o di leggere tra le righe (nel caso di noi spettatori), in entrambi i casi presupponendo una posizione di vantaggio che in realtà spetta solo al terzo incomodo nella sfida, che funge anche un po’ da arbitro, ossia il cineasta. A causa della scarsità dei contatti che questo maestro delle cerimonie instaura con i suoi ospiti sui due lati dello schermo, la sua posizione sulle questioni discusse dalle persone nel film resta poco chiara. Il margine d’errore è tutt’altro che irrilevante, ma si può tendere a pensare che una persona interessata a discutere del costo dell’educazione, della nuova “povertà” della classe media americana e dei rapporti razziali all’interno del luogo di studio sia probabilmente di inclinazioni progressiste, eppure il dubbio che le manifestazioni studentesche e l’affacendato discutere dei luminari a capo dell’istituzione vengano mostrate in luce ironica non può essere dissipato, e ai miei occhi maliziosi la possibilità che l’intero film fosse una sottile presa in giro del benpensare liberal è rimasta presente per l’intera durata della pellicola. In questo senso la mancanza di una visione dei fatti univoca apre allo spettatore la possibilità di riflettere su cosa il regista pensi del materiale che ci sta mostrando, cosa pensi che le immagini suscitino nello spettatore, che idea di sè, del proprio lavoro o delle proprie convinzioni le persone ritratte pensano di dare a chi le sta riprendendo e a chi vedrà il film, lasciando probabilmente in sottofondo la discussione vera e propria sulle questioni di cui sopra, il cui dibattito è largamente polarizzato su posizioni aprioristiche che sono difficilissime da smuovere, a maggior ragione se l’esposizione è così scarna e anedottica. Questo gioco in cui lo spettatore viene incoraggiato a cercare di smascherare bluff, individuare sottotrame e dettagli rivelatori, e più in generale a posizionare sè stesso rispetto agli altri due giocatori nello spazio assegnato alla partita è il meccanismo che rende le quattro ore molto più coinvolgenti e scorrevoli di quanto ci si possa attendere da un mattone del genere ed è quello che distanzia At Berkeley da tanti documentari il cui obiettivo primario è semplicemente quello di sciorinare la verità per come appare agli occhi dei filmmakers sperando che gli spettatori concordino.

Il catalogo arretrato di Wiseman è decisamente massiccio ma cercherò di rendere conto se non altro del film del 2014 (un quasi altrettanto lungo viaggio tra i corridoi della National Gallery di Londra) non appena riuscirò a metterci sopra gli occhi.