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Tag Archives: domnhall gleeson

Ex Machina di Alex Garland

Il genere della fantascienza è di solito uno dei più complicati da affrontare. Di film ad ambientazione “fantascientifica” ce ne sono molti, ma quello a cui mi riferisco sono quelle pellicole (o altre forme di fiction) che si sforzano di porre domande sulle conseguenze possibili o immaginate dell’evoluzione della scienza e della tecnologia sulle nostre vite.
Ex Machina sicuramente fa parte di questa categoria, e l’argomento a cui si interessa è uno dei più classici e ampiamente esplorati nell’ambito, ossia l’intelligenza artificiale. La trama del film ci racconta di un giovane programmatore invitato dal capo dell’azienda per cui lavora nel suo laboratorio top-secret in mezzo ad un imprecisato bosco, dove sta lavorando allo sviluppo di un androide senziente. La mansione affidata al ragazzo sembrerebbe essere quella di somministrare un test di Turing all’androide, ma ovviamente le intenzioni dell’imprenditore si riveleranno ben presto più opache e imprevedibili.

Il film è ambientato interamente all’interno della casa/laboratorio e cerca da subito di comunicare un senso di claustrofobia e discomfort allo spettatore con i classici mezzi a disposizione: musica atmosferica, fotografia che affianca i colori naturali del bosco che circonda l’edificio alle luci artificiali e metalliche dell’interno, dialoghi molto lenti e allusivi.
È un lavoro che non spicca per originalità, ma è quantomeno competente, e che sarebbe in grado di sorreggere una sceneggiatura un po’ più interessante. Dove Ex Machina fallisce è nel presentare una qualche riflessione sulla natura di un’intelligenza non biologica, e ben presto si ricade in una trattazione piuttosto banale di temi come la possibilità di una tale intelligenza di innamorarsi, o la legittimità di una sua eventuale terminazione.

Che il film sia indirizzato verso una svolta più o meno brusca nel finale è immediatamente chiaro a chi abbia mai visto mezzo film in vita sua, e il fatto che la soluzione della storia fallisca sia nel risultare imprevedibile, sia nell’avere un forte impatto emotivo è il sintomo più chiaro che posso mostrare del fatto che Ex Machina non merita il vostro tempo.

The Revenant di Alejandro Gonzalez Iñarritu

Dopo aver immeritatamente trionfato agli Academy Awards lo scorso anno, torna nei cinema Alejandro Iñarritu con un film piuttosto inusuale per i suoi canoni. Ambientato in un far west non meglio precisato, The Revenant è il primo film in costume del regista messicano, e racconta la storia del viaggio di sopravvivenza di un battipista determinato a vendicare l’assassinio del suo figlio mezzosangue.

A caratterizzare il film, che immerge i personaggi in una natura selvaggia ed ostile, è in maniera predominante la fotografia di Emmanuel Lubezki, probabilmente il più riconoscibile e celebrato direttore della fotografia in attività negli ultimi anni. Salito alla ribalta grazie alle sue collaborazioni coi fratelli Coen e con Terrence Malick, è proprio al look di film come The New World e The Tree of Life che Lubezki si rifà, in un esercizio di autoplagio che se da una parte non fa fatica a raggiungere i livelli di assoluta eccellenza artigianale cui siamo abituati, dall’altra ammanta tutto il film di un aria di già visto che non aiuta ad emanciparlo dalla sensazione di genericità e mancanza di mordente che lo affligge più in generale.

The Revenant è un film molto lungo e deliberato nel suo incedere, e pur non risultando noioso o trascinato, non riesce mai a trascendere il piano della competenza tecnico/narrativa che il suo regista è senz’altro in grado di infondergli. Questo basta a renderlo un passo avanti rispetto all’inutile accozzaglia che era Birdman, ma veniamo lasciati comunque con un lavoro che è molto lontano dal riuscire a lasciare il segno, nonostante la relativa regolarità con cui ci presenta scene a tinte forti. Queste scene suggeriscono l’impatto viscerale che il film vorrebbe avere sullo spettatore, lo lasciano immaginare diciamo, ma come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo l’ennesima piroetta ingiustificata della telecamera, l’ennesimo generico intermezzo onirico che nulla aggiunge, ed è proprio tra queste carinerie che The Revenant si perde.

Obbligatoria menzione per DiCaprio che tenta l’ennesimo assalto all’oscar con un ruolo classicamente statuettabile. Non faccio paragoni con gli altri candidati perché non mi ricordo nemmeno bene di chi si tratti, ma al di là della qualità dell’interpretazione (che è buona ma non straordinaria, messa in parte in ombra da due ottimi comprimari in Tom Hardy e Domhnall Gleeson) questo sembrerebbe essere l’anno buono per il Leo nazionale.