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Undrafted: giocatori entrati in NBA dalla porta secondaria

Il Draft NBA è uno degli eventi più seguiti dagli appassionati di basket per un semplice motivo: è il momento in cui le squadre si assicurano le stelle del futuro. Ma non è sempre così. Ci sono giocatori che non sono stati in grado di attirare le attenzioni dei general manager durante gli anni del college nonostante le loro qualità. Non è facile riuscire a sfondare in NBA senza passare dal Draft, ma ci sono stati giocatori comunque capaci di lasciare il segno nella lega più famosa del mondo pur entrandoci dalla porta secondaria, magari con qualche anno di ritardo.

BEN WALLACE – L’esempio più lampante è Ben Wallace. Frequenta il Cuyahoga Community College per due anni, un junior college che gli consente di raggiungere gli standard accademici necessari per entrare in un college vero e proprio. Finisce a Virginia Union, università la cui squadra di basket gioca in Division II. Non è tecnicamente impossibile che un giocatore di Div. II o di Div. III venga scelto al Draft, ma è raro. Infatti, nel 1996, nessuno chiama Wallace. Washington pensa subito di dargli un’opportunità da free-agent e lo mette sotto contratto, ma dopo due stagioni lo cede ai Magic. La sua carriera non decolla fino al 2000, anno in cui gli Orlando Magic lo cedono ai Pistons con Chucky Atkins in cambio di Grant Hill. Ai Pistons si afferma come uno dei difensori più forti della storia del gioco, arrivando a catturare anche 15.4 rimbalzi a partita nella stagione 2002/2003 nonostante l’altezza ridotta (2.06m); nella stagione precedente aveva tenuto 3.5 stoppate di media. Il suo declino parte nel 2006, quando firma con i Bulls. Comunque, da undrafted, in carriera è stato quattro volte Defensive Player of the Year, quattro volte All-Star, cinque volte nel primo quintetto difensivo e tre volte nel secondo quintetto NBA. I Pistons, negli anni di Big Ben, hanno vinto un titolo NBA (2004) e hanno perso una finale (2005).

JOHN STARKS – Giocatore di gran talento, con un ruolo da protagonista nei duelli tra i suoi Knicks e i Bulls all’epoca di Sua Maestà Michael Jordan. Starks lo statuto di undrafted se l’è decisamente cercato. Quattro college in quattro anni prima di approdare in NBA. A Rogers State lo hanno espulso per aver rubato uno stereo, a Northern Oklahoma lo hanno beccato a fumare marijuana nel dormitorio; poi Starks è passato al Tulsa Junior College, prima di trasferirsi ad Oklahoma State. Golden State gli dà una possibilità nel 1988, ma Starks non sembra pronto. A questo punto interviene il destino: Starks, nell’estate del 1990, si allena con i Knicks. Durante un allenamento tenta di schiacciare in testa a Ewing, ma il centro dei Knicks lo respinge e Starks si fa male ad un ginocchio. La franchigia della Grande Mela non può rilasciare il giocatore finché non ha recuperato dall’infortunio. Al rientro, la guardia riesce a catturare le attenzioni di coach MacLeod ed entra nelle rotazioni dei Knicks. L’anno dopo, con Pat Riley, diventa la guardia titolare; la sua stagione migliore è la 1993/1994: 19 punti e 5.9 assist di media. Secondo quintetto difensivo nel 1993, All-Star nel ’94 e Sixth Man of the Year nella stagione 1996/1997.

BRAD MILLER – Brad Miller è un giocatore che, in una graduatoria di questo tipo, merita sicuramente il podio. Difficile capire perché nessuna squadra abbia puntato su di lui al Draft del 1998: Miller, nel suo anno da senior in un’università di rilievo come Purdue, aveva tenuto 17.2 punti e 8.9 rimbalzi di media. Miller ha raggiunto diversi traguardi durante la sua carriera al college: record scolastico per tiri liberi tentati e segnati una gara (15/21), primo centro nella storia della scuola a guidare la squadra per assist (2.9 di media nel suo anno da junior) e primo giocatore nella storia della scuola a raggiungere 1500 punti, 800 rimbalzi e 250 assist. La stagione 1998/1999 è quella del lockout: Brad Miller la inizia in Italia, a Livorno, prima di raggiungere gli Hornets, con cui ha firmato un contratto da free-agent. Al suo quarto anno, in cui si divide tra Bulls e Pacers, riesce ad andare in doppia cifra di media (13.6 punti a partita) per la prima volta in carriera. Gli anni di “gloria personale” sono quelli dei Kings, con i quali gioca anche una stagione da 14.1 punti, 10.3 rimbalzi e 4.3 assist per gara (2003/2004). È stato convocato per due volte all’All-Star Game.

BRUCE BOWEN – Cal State Fullerton è stato il college frequentato da uno dei giocatori più discussi del terzo millennio. Circa 15 punti e 7 rimbalzi di media negli ultimi due anni all’università non gli sono bastati per guadagnarsi una chiamata al Draft. Rispetto ai tre giocatori di cui abbiamo già parlato, Bowen non viene subito firmato da una squadra NBA. Passa tre stagioni tra Francia (Le Havre, Évreux e Besançon) e CBA (Rockford), una lega minore americana. Nel 1997 approda agli Heat: gioca una sola partita, collezionando una stoppata nell’unico minuto di gioco concessogli. Dopo gli Heat ci sono i Celtics e i Sixers. Miami lo riprende nel 2000 e lo schiera in quintetto. Il suo contratto scade un anno dopo e gli Spurs ne approfittano. Hanno appena aggiunto un tassello fondamentale per vincere tre titoli NBA in sei anni. Il quasi 30enne Bowen entra alla perfezione in un quintetto composto da Tony Parker, Stephen Jackson, Tim Duncan e David Robinson. Diventa uno dei difensori più temuti della lega, nonché uno specialista nel tiro dall’angolo. Al contempo, però, viene spesso criticato per le sue giocate al limite della regolarità. Nel 2009, dopo aver conquistato tre titoli con la maglia degli Spurs, Bowen viene ceduto a Milwaukee. È sostanzialmente la fine della sua carriera NBA: i Bucks lo tagliano immediatamente. Si ritira con tre anelli, cinque presenze nel primo quintetto difensivo e tre nel secondo.

ALTRI GIOCATORI – Anche Avery Johnson, playmaker del primo titolo degli Spurs nel 1999, non era stato scelto al Draft. Se Bowen ha vinto tre titoli NBA da undrafted, c’è un giocatore che nel 2013 ha pareggiato i conti. Udonis Haslem ha avuto un inizio di carriera simile a quello dell’ex ala degli Spurs: finito il college (quattro anni di buon livello a Florida), è passato dalla Francia (Chalon). Gli Heat lo hanno firmato nel 2003 e non lo hanno più lasciato andare. Haslem ha vinto il suo primo titolo nel 2006, il secondo nel 2012 e il terzo un anno più tardi. Oltre ad Haslem e Bowen, c’è un altro undrafted che, di recente, ha vinto un titolo NBA da protagonista: il portoricano José Juan Barea, firmato dai Mavs nel lontano 2006, ha segnato rispettivamente 17 e 15 punti nelle vittorie in gara 5 e gara 6 contro i Miami Heat nelle Finals 2011. Difficile citare tutti gli undrafted che hanno avuto una buona carriera in NBA. Tra gli altri, ci sono anche David Wesley (1993-2007),Raja Bell (2000-2012), Mike James (2001-2013), Reggie Evans (2002-2015), José Calderon (2005-in corso), Chuck Hayes (2005-2015), Wesley Matthews (2010-in corso) e, ultimo solo in ordine cronologico, Jeremy Lin (2010-in corso).

RECORD IN REGULAR SEASON PER GLI UNDRAFTED:
Maggior numero di partite disputate: 1088, Ben Wallace
Maggior numero di punti segnati: 11842, David Wesley
Maggior numero di canestri segnati: 3953, John Starks
Maggior numero di canestri da tre punti segnati: 1222, John Starks
Maggior numero di tiri liberi segnati: 3417, Neil Johnston
Maggior numero di rimbalzi complessivi: 10482, Ben Wallace
Maggior numero di assist complessivi: 5846, Avery Johnson
Maggior numero di palle rubate complessive: 1369, Ben Wallace
Maggior numero di stoppate complessive: 2137, Ben Wallace
Maggior numero di palle perse complessive: 1533, John Starks

RECORD NEI PLAYOFFS PER GLI UNDRAFTED:
Maggior numero di partite disputate: 135, Bruce Bowen
Maggior numero di punti segnati: 1363, John Starks
Maggior numero di canestri segnati: 450, John Starks
Maggior numero di canestri da tre punti segnati: 176, John Starks
Maggior numero di tiri liberi segnati: 287, John Starks
Maggior numero di rimbalzi complessivi: 1454, Ben Wallace
Maggior numero di assist complessivi: 562, Avery Johnson
Maggior numero di palle rubate complessive: 199, Ben Wallace
Maggior numero di stoppate complessive: 250, Ben Wallace
Maggior numero di palle perse complessive: 224, John Starks

Articolo tratto da my-basket.it

I segreti dello scouting NBA – Intervista a Pete Philo, direttore International Scouting degli Indiana Pacers

E’ iniziata la Summer League e i nuovi rookie si stanno mettendo in mostra, adattandosi alle nuove squadre e ai nuovi compagni. Il punto focale della scelta di un giocatore al Draft NBA è questo: il giocatore più adatto è meglio del giocatore più forte. Il duro compito di capire chi sia l’opzione migliore spetta agli scout.

Quali sono i compiti di uno scout NBA? In base a cosa le squadre NBA preferiscono scegliere al Draft un giocatore piuttosto che un altro? Abbiamo cercato di scoprirlo parlando con Pete Philo, attualmente direttore dell’International Scouting dei Pacers e con un passato nei Minnesota Timberwolves e nei Dallas Mavericks. Non potendo parlare di giocatori presenti, passati e futuri, secondo il regolamento NBA, Pete Philo ci ha parlato di cosa rende tale un grande scout.

Ciao Pete. Potresti cominciare presentandoti. Quali sono i tuoi incarichi e in cosa consistono?

Sono il direttore dell’International Scouting degli Indiana Pacers e il CEO di TPG Sports Group. Principalmente le mie mansioni consistono in ricerca di dati statistici, telefonate con colleghi e addetti ai lavori,organizzare il calendario e gli impegni dei miei collaboratori, raccogliere informazioni da allenatori, General Manager, agenti e da ogni tipo di ente mediatico. Il mio lavoro di scouting è ugualmente diviso: il mio tempo è occupato al 50% dall’osservazione di giocatori NCAA e il restante 50% dall’osservazione di prospetti internazionali. Generalmente, intorno alla metà della stagione NCAA, guardo anche molte partite NBA. Trovo che guardare partite NBA sia molto importante per uno scout che lavora in questo ambiente, così da restare aggiornati sullo sviluppo dei sistemi di gioco professionistici e trovare quindi prospetti che meglio si adattano a questi ultimi. Le attività che svolgo maggiormente sono quindi le telefonate e, soprattutto, l’osservazione di filmati.

Svolgi molti compiti ma so che la NBA ha anche regole molto rigide per gli scout. Quali sono le azioni che ti sono assolutamente proibite?

Esatto, si sono davvero tante limitazioni. Ti dico le principali, quelle che dobbiamo tenere sempre a mente, specialmente quando viaggiamo. Non possiamo avere alcun tipo di comunicazione diretta con i prospetti eleggibili al Draft prima che questi si dichiarino ufficialmente. Oltretutto non possiamo parlare dei prospetti o di giocatori NBA durante le interviste o, in generale, con chiunque non lavori nella franchigia di riferimento. Non possiamo nemmeno parlare con i giocatori NBA delle altre squadre. Come detto, ci sarebbero molte altre regole ma queste sono le principali, quelle su cui la NBA è più severa e attenta.

Solitamente quanto tempo ti ci vuole per osservare un prospetto prima di essere convinto del suo valore?

L’osservazione sui video non è mai abbastanza ma, personalmente, preferisco osservare un giocatore dal vivo come minimo per tre volte. Ovviamente le variabili sono tantissime ma la più delicata riguarda lo scouting dell’ambito prettamente tecnico e legato alla pallacanestro giocata, infatti non elimino mai un prospetto dalla mia lista senza averlo visto dal vivo almeno una volta. E’ molto importante infatti osservare un giocatore in diversi ambienti, situazioni e livelli di gioco, per vedere come riesce a reagire a ciascuno di essi. Una cosa altrettanto utile, se non di più, è osservare un giocatore in diversi sistemi di gioco. Se mi capita un occasione del genere durante lo scouting di un prospetto non me la faccio scappare.

Cosa cerchi di solito in un prospetto?

E’ difficile da dire. Ovviamente le qualità fisiche e tecniche sono fondamentali ma generalmente cerco di concentrarmi su ciò che più serve a un giocatore per fare bene in una determinata posizione. Ogni ruolo infatti ha un set di caratteristiche che può essere o meno trasportato anche nel gioco NBA. Più che una caratteristica è importante trovare quelle doti che meglio si adattano alla squadra NBA che lo sceglierà.

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NBA, NCAA e basket FIBA hanno diversi sistemi e regole. Come queste differenze influenzano il tuo modo di fare scouting?

E qui che sta il segreto per essere un bravo scout. Conoscere le regole e i sistemi di gioco dei vari campionati è fondamentale per fare un buon lavoro. Spesso infatti ciò che rende un prospetto ottimo per il basket NCAA lo può condannare nel basket europeo e viceversa. I talenti migliori sono sempre quelli in grado di fare la differenza in ogni campionato e in ogni sistema di gioco.

Considerando la tua esperienza, quale credi sia il campionato internazionale migliore per lo sviluppo di un prospetto? Quello in cui più facilmente si trovano giocatori NBA-ready.

Ovviamente il palcoscenico che preferisco è l’Eurolega, sempre spettacolare e di altissimo livello. Mi piace molto anche il campionato spagnolo, la ACB. Trovo che sia un campionato davvero di altissimo livello e ricco di ottimi allenatori. Recentemente infatti sono molti i giocatori della ACB che vengono scelti ai Draft NBA.

Quali sono gli eventi che un International Scout NBA segue con più interesse? A questo proposito, guardi anche partite di basket liceale?

Vado a molti eventi ma il principale restano sempre Final Four di Eurolega. Di solito ci sono sempre alcuni prospetti coinvolti ma, anche quando non ci sono talenti da osservare in vista del Draft, è un evento da non perdere per mantenere i propri contatti e per parlare con i migliori addetti ai lavori.
Per quanto riguarda il basket liceale invece la situazione è più complessa. Le regole NBA infatti ci proibiscono di seguire le partite di high school ma possiamo andare agli eventi (esterni ai loro campionati) in cui ci sono i prospetti.

E’ comune per le squadre NBA draftare giocatori che poi non vengono firmati immediatamente. Questi finiscono per giocare in giro per il mondo ma i loro diritti riguardanti la NBA restano nelle mani di chi li ha draftati. Come si comportano gli scout nei confronti di questi ragazzi?

Solitamente questi giocatori sono molto seguiti dagli scout della squadra che li ha scelti al Draft. Passiamo molto tempo con loro, la comunicazione costante è infatti essenziale per osservarne i miglioramenti ma soprattutto per farli sentire parte di un progetto a cui dovranno prendere parte in futuro. Spesso gli scout si recano nel paese in cui questi talenti giocano per vederli in campo ma anche per passare del tempo con loro e conoscerli meglio così da vedere come vivono quella che per molti è la prima esperienza da professionisti. Appena hanno del tempo libero cerchiamo di farli venire alla sede centrale della franchigia NBA che li ha scelti e li facciamo allenare nei nostri centri.

Immagino che tu, come ogni scout NBA, non ti occupi solo dell’aspetto tecnico di un prospetto, ma farai anche ricerche per capire che tipo di persona sia fuori dal campo. Specialmente al giorno d’oggi, visto che grazie ai social network questi giovani talenti sono ancora più esposti ai media e all’opinione pubblica.

Esatto. Facciamo ricerche molto approfondite su ciascun giocatore che valutiamo, nessuno escluso. Cerchiamo tra le informazioni più generali fino ad addentrarci nei rapporti che ha con la famiglia, con gli amici, con la scuola. con gli allenatori e chi più ne ha, più ne metta. Cerchiamo di sapere tutto ciò che un prospetto fa fuori dal campo, nel bene e nel male. E’ un lavoro lungo, anche perché non possiamo parlare direttamente con i giocatori in questione, ma estremamente completo e dettagliato.

Pete, fai questo lavoro da più di dieci anni e al giorno d’oggi, grazie a internet e alle nuove tecnologie, è possibile avere il materiale video in maniera più sostanziosa e rapida rispetto al passato. Quanto ciò ha influenzato il tuo modo di procedere allo scouting? Ad esempio, al giorno d’oggi viaggi tanto quanto dieci anni fa?

Certamente le nuove tecnologie ci hanno dato una grande mano e ci hanno permesso di essere ancora più produttivi. Da quando possiamo avere così tanti video e statistiche avanzate i report degli scout sono diventati incredibilmente dettagliati. Ciò nonostante non viaggio meno rispetto al passato. Preferisco sempre seguire i giocatori dal e credo che sia importante vedere le partite in loco per valutare al meglio un giocatore.

A questo proposito, in che proporzione usi video e visite live? Da cosa preferisci iniziare per seguire un talento?

Preferisco sempre l’osservazione dal vivo e di solito parto da quella. Dopo aver seguito in loco almeno una partita del prospetto che devo osservare mi dedico ai filmati, sia di partite complete che di singole situazioni. Guardo davvero tantissimi video ma mi piace alternare con altre partite dal vivo. Come detto all’inizio, voglio guardare dagli spalti almeno tre partite del giocatore sotto osservazione.

Hai lavorato con tante franchigie NBA come i Mavericks, i Timberwolves e ora i Pacers. Puoi spiegare i diversi rapporti delle dirigenze con gli scout?

Ogni squadra ha il suo modo di lavorare. E’ essenziale che ci sia una continua comunicazione con i piani alti, così come grande leadership nel front office. Ai Pacers mi trovo benissimo perché l’organizzazione è estremamente professionale e tiene molto allo scouting. Io e gli altri scout parliamo spesso con la dirigenza e i coach. In alcuni periodi le comunicazioni sono settimanali, in altri invece sono addirittura giornaliere. Danno grande rilievo al nostro lavoro.

Dal momento che ti occupi dello scouting internazionale vieni spesso anche in Italia. Cosa ne pensi del campionato italiano e della pallacanestro espressa nel nostro paese?

Amo sinceramente il campionato italiano ma devo ammettere che il livello è calato rispetto agli ultimi anni. Spero che ritorni in fretta ai livelli del passato perché l’Italia è un paese fantastico e con una grande cultura cestistica, molto radicata al territorio. Ciò nonostante ritengo sia ancora tra i migliori campionati europei, con ottimi allenatori e dirigenze capaci, infatti mi capita spesso di venire in Italia a osservare giocatori. Ti assicuro che gli scout NBA adorano venire in Italia, il paese infatti è stupendo e il cibo è fantastico.

Per l’ultima domanda cambio leggermente argomento. Tu personalmente sei tra i responsabili sviluppatori della Pro Scouting School, il principale evento di formazione per scout in America. Ci parleresti di questa iniziativa?

Si tratta di un progetto molto importante e speciale per me. Io e gli altri organizzatori ci abbiamo lavorato per molti anni e abbiamo finalmente lanciato il progetto nel 2014. E’ un evento che offre corsi e strategie per sviluppare l’educazione e le relazioni degli, e tra gli, scout. In questa conferenza è possibile incontrare i principali addetti ai lavori nel mondo della pallacanestro, ascoltare le loro presentazioni così da imparare nuove tecniche e, ovviamente, accrescere la propria agenda di contatti. Ci occupiamo di ogni aspetto dello scouting: dal mondo universitario a quello professionistico, americano e internazionale, prendendo in considerazione ogni aspetto, dai sistemi di gioco a quelli di allenamento, fino all’uso delle analytics e delle nuove tecnologie. Penso sinceramente che sia il livello più alto a cui una conferenza relativa al basket possa ambire, e per questo dobbiamo ringraziare tutti i nostri contatti e le persone abili e capaci che decidono di prenderne parte. Quest’anno pensiamo di aggiungere anche diverse sale dedicate all’analisi video per avere un ambiente più organizzato e dedicato al puro scouting. E’ davvero un grande progetto.

Articolo tratto da MY-Draft Magazine, di MY-Basket.it