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Opere prime: The White Stripes

Prima che Jack White diventasse uno dei punti di riferimento del rock del nuovo millennio, prima che “Seven Nation Army” diventasse un inno da stadio, prima degli infiniti side-projects, a Detroit, una delle città rock per eccellenza, nasceva un bizzarro duo destinato a lasciare un segno piuttosto incisivo nella storia del rock. Meg e Jack White, ora fratello e sorella, ora marito e moglie, pubblicano il loro primo album nel 1999, che come dirà lo stesso Jack White è il più grezzo e il più vicino alla tradizione musicale di Detroit.

L’album, registrato interamente nell’appartamento di Jack White, è un disco violento, diretto e senza fronzoli che prende in mano una manciata di riff blues grezzissimi, accompagnati dalla batteria quadrata e semi demenziale di Meg, con un Jack White che già offre un’ottima prova vocale, aiutato anche da un’aggressività che raramente riproporrà negli album successivi.

Questo disco – spesso non apprezzato dai fan della band, che infatti non capiscono nulla di musica – entra perfettamente all’interno di quella tradizione musicale degli ultimi quindici anni che ha visto la rinascita del garage e dell’approccio rudemente lo-fi al rock (che è l’unico approccio sensato se si prende la chitarra per suonare un blues, un boogie o qualsiasi cosa che è già stata suonata da chiunque in tutto il mondo globalizzato).

Per capirci meglio, il rock e il blues sono anziani, e si possono suonare in modo sensato solo se si recupera lo spirito grezzo e vagamente perverso delle sue origini, altrimenti hanno difficilmente senso di esistere. The White Stripes contiene diciassette pezzi per quarantacinque minuti di musica da sentire a volume spropositato, come si ascolterebbe un album degli Stooges o degli MC5, che vibra grazie alla sua straordinaria immediatezza,

Oggi probabilmente dire di essere fan dei White Stripes non è molto fico, o meglio è fico come dire di essere un fan di How I Met Your Mother, o comunque qualcosa di apprezzabile ma pur sempre clamorosamente mainstream.

In ogni caso potrete spacciare questo primo album come il devastante esordio di una fantastica band underground. In fondo ha tutto ciò che si cerca (o si dovrebbe cercare) in un disco rock: è semplice, rozzo, bluesy, minimale e fragoroso.

 

Roma Rocks #11: The Fucking Shalalalas

Chi vive a Roma e segue la musica che si muove nei locali della capitale in cerca di nuove sonorità fatte da band emergenti avrà senz’altro già sentito parlare dei Fucking Shalalalas.

Perfettamente iscritti all’interno della tradizione del duo pop lo-fi che vede al confronto un’anima maschile ed una femminile, rinato grazie alla riscoperta dei fantastici Moldy Peaches di Adam Green e Kimya Dawson, e che nell’ultimo decennio ha avuto a livello internazionale manifestazioni altalenanti, i Fucking Shalalalas sembrano essere una buona via di mezzo fra questi ultimi e i più pop She & Him, della splendida Zooey Deschanel e di M Ward.

L’omonimo EP dei Fucking Shalalalas, uscito ormai quasi un anno fa, offre una perfetta prova ‘di genere’ con sei piccoli bozzetti intorno ai due minuti, graziosi e cantabili, con arrangiamenti semplici, eleganti e mai fuori posto. La voce adorabile di Sara Cecchetto, in arte Sara Reed, è senz’altro ciò che porta gli Shalalalas a fare immediatamente breccia nel cuore degli ascoltatori più inclini a farsi conquistare dagli accattivanti e delicati ‘shalalala’ che la band riesce ad offrire in tutti i pezzi del loro debutto . Sara insieme ad Alessandro Lepre, Alex ‘Boss’ Hare, è in grado di coniugare lo spensierato strumming chitarristico con arrangiamenti morbidi e colorati. E’ evidente che questi quindici minuti di musica sono necessariamente rivolti a chi è pronto ad accogliere un progetto che fa della solare immediatezza un valore. Non è roba per gente profondamente triste, che non tollera il romanticismo e la ‘solarità’. In ogni caso la musica allegra esiste e per tutti quelli a cui un ritornello senza urla strazianti non causa problemi – credo la maggioranza dell’umanità – i Fucking Shalalalas sono consigliati.

Bisogna verificare se l’approccio finemente naif di questo esordio sarà riconfermato nel formato di un full-lenght, sicuramente più ostico per la formula che la band ha intrapreso per il momento. Intanto facciamo un in bocca al lupo alla band selezionata fra le quattordici band del Lazio a partecipare alle semifinali di Arezzo Wave Love Festival.