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Yourban2030 ha realizzato a Roma il murales green più grande d’Europa

Dalla scorsa settimana Roma custodisce il murales Green più grande d’Europa. Proprio in una delle settimane più critiche della recente storia romana, l’arte e un futuro Green possono renderci fieri di vivere a Roma.

Il progetto “Hunting Pollution” è merito di Yourban2030 – un’associazione no profit, la quale si è affidata alla mano di Iena Cruz (aka Federico Massa). La tecnologia utilizzata da Iena Cruz è stata Airlite, una particolare pittura che permette di ridurre l’inquinamento atmosferico. Airlite è nata da un’idea innovativa, che mira a contrastare proprio questa realtà: migliorare l’ambiente e la vita delle persone purificando l’aria. Si tratta di una vernice in polvere a cui, aggiungendo dell’acqua che contiene biossido di titanio in grado di attivarsi a contatto con la luce (sia naturale che artificiale), trasforma agenti inquinanti come ossidi di azoto e zolfo, benzene, formaldeide e monossido di carbonio in molecole di sale. Una vernice in grado di “mangiare” lo sporco che c’è nell’aria, all’aperto o all’interno di un edificio, depurandola dall’88,8% dell’inquinamento presente, e che usata all’interno degli edifici in cui viviamo contribuisce a renderli più igienici e salutari.

Yourban 2030 attraverso le sue attività ha l’obiettivo quello di lanciare un messaggio sui temi caldi dell’ambiente usando il linguaggio artistico come strumento del suo racconto declinato nelle sue molteplici forme espressive: arte figurative, plastiche e scultoree, cinema, moda, musica, video-installazioni, street art.

L’artista Iena Cruz, artista milanese trasferitosi a Brooklyn, NY, sette anni fa, si è affermato sulla scena internazionale con murales dislocati tra New York, Miami, Barcellona e Città del Messico. Negli ultimi anni i suoi lavori si sono focalizzati sul tema del cambiamento climatico, sui rischi derivanti l’inquinamento, e sul dramma delle specie animali a rischio di estinzione. L’arte diventa, nelle sue opere, lo strumento per condividere il racconto sulle azioni degli esseri umani e sulle loro ripercussioni sulla natura e il regno animale.

Hunting Pollution, il titolo dell’opera scelto dall’artista, rappresenterà un airone tricolore, specie in estinzione, in lotta per la sopravvivenza e avrà una doppia chiave di lettura: da una parte l’animale inconsapevole cattura la sua preda in un mare fortemente inquinato, dall’altra sarà lui stesso a cacciare l’inquinamento in uno degli incroci più trafficati e inquinati della capitale grazie all’utilizzo delle eco-pitture.

Il murales racconta anche dei mari e oceani depredati. Quasi un’analogia con l’opera di Massimo Catalani presentata in tandem con lo chef stellato Tim Butler al WeGil per Culinaria. Una riflessione che questa volta, grazie al magistrale lavoro di Iena Cruz, tende a coniugare bellezza – dell’opera, ambiente – grazie alla tecnologia e società – propagando di arte e riflessione lo spazio urbano. 

Un progetto e un’opera di cui Roma deve esser fiera e che sicuramente traccerà un modo di far arte e intendere lo spazio sociale e urbano con la consapevolezza di chi non rilega l’arte a performance di alunni della St Martin annoiati, ma intende dedicare il proprio impegno alla storia. 

Plogging: i runner in corsa per la cura dell’ambiente

Cosa è il Plogging, una modalità ecologica di fare sport di origine scandinava che sarà a breve importata in Italia.

Si dice che facendo sport si curi non solo l’aspetto fisico ma si affini anche l’anima. E se fosse possibile declinare tale attività lungo una terza direttrice, indirizzata a migliorare non solo noi stessi ma anche l’ambiente circostante? è probabilmente da queste premesse che è stato ideato il “Plogging”, che, in lingua scandinava indica proprio la crasi tra la corsa e l’attività di raccolta (plocka upp).

Uno “sport ecologico”, nato non a caso in Svezia, in uno dei paesi al mondo più attenti verso la cura e la preservazione dell’ambiente, che mira a combinare lo sport all’area aperta con la necessità di preservare l’ambiente, sempre più a rischio a causa del degrado e della lascività che pervade molte realtà, terreno fertile per il vandalismo incontrollato ed impunito con la correlata indifferenza della cittadinanza, restia a considerare l’ambiente un bene comuni, proprio di tutti e che pertanto da tutti deve esser tutelato e valorizzato.

Vengono così creati dei veri e propri “itinerari ecologici”, durante i quali i vari sportivi (o meglio sportivi-volontari) si uniscono in una marcia per l’ambiente, raccogliendo lungo il sentiero delineato l’immondizia e i rifiuti lasciati lì chissà da quanto tempo.

Si genera quindi una sorta di circolo virtuoso, in cui il miglioramento della propria salute passa per un’attività svolta in un’area aperta, resa a sua volta migliore dagli stessi sportivi che potranno così progressivamente migliorare la propria fruizione dell’ambiente circostante.

Esperienze dapprima lontane dal nostro Paese ma che, dalla prossima settimana, giungeranno in Italia grazie a Retake, associazione di cui abbiamo già parlato ampiamente riportando anche le varie manifestazioni che la vedono in prima linea: il primo “itinerario ecologico” italico è stato organizzato a Grottaglie, dove il prossimo 25 aprile gli sportivi-volontari realizzeranno per 2 chilometri il primo plogging in Italia; 3 giorni dopo sarà invece la capitale d’Italia ad ospitare il plogging: il 28 aprile il parco degli acquedotti sarà infatti lo scenario del primo plogging romano, organizzato anch’esso da Retake.

Una marcia comune verso la sensibilizzazione per la cura dei beni comuni, verso la consapevolezza della possibilità di poter contribuire al miglioramento dell’ambiente circostante, anche coniugando un’attività sportiva con l’interesse per la salubrità del territorio teatro della propria vita quotidiana.

Biosinergie: John Allen e la Biosphere 2.0

“Il problema è di impiegare le energie naturali, non di opporvisi e tale atteggiamento porta alla possibilità di una esistenza compiuta dell’uomo sulla terra”.[1]

Iniziamo con il chiarire un grande equivoco: ecologia non sta per ambientalismo. Tecnicamente l’ecologia è la scienza che studia l’interazione tra gli organismi ed il loro ambiente. Certo si può dare una valenza più generale al termine “ecologico”, intendendo con esso un atteggiamento che studi non più il singolo artefatto o concetto, ma il suo ruolo all’interno di un sistema e le interazioni che all’interno dello stesso sistema sono generalmente intessute. È chiaro dunque che il metodo ecologico sia un metodo sistemico e relazionale che non ha niente a che vedere, almeno non nei processi, con un metodo prestazionale come quello legato all’ambientalismo tout court. In altre parole: un edificio può essere parzialmente avanzato sotto il profilo del rispetto dell’ambiente (impiegando tecnologie performanti dal punto di vista climatico o energetico) ma non essere affatto ecologico nella sua definizione spaziale e relazionale.

Il distinguo è più che mai necessario non per una mera riaffermazione di dignità e complessità della disciplina, ma perché ha un carattere operativo. Non è un caso, ad esempio, che negli studi di biomimetica ci si riferisca a prodotti ecologici più spesso che sostenibili, con ciò intendendo un prodotto che abbia un basso costo ambientale di produzione, che lavori per cicli chiusi (che non produca dunque rifiuti), che lavori in cooperazione con gli altri sistemi. In effetti la biomimetica è una disciplina ecologica, nel senso che è interdisciplinare e coinvolge studi di biologia evolutiva, genetica ed etologia. Per questi motivi tra i tre livelli di analisi biomimetica (formale, processuale ed ecosistemico) è l’ultimo quello che ha la maggiore rilevanza nel processo di progettazione: l’ambiente influenza in modo decisivo lo sviluppo di un organismo e il processo di formazione di quest’ultimo non costituisce mai un danno per il primo; se crei un prodotto efficiente che riproduca forme naturali ma crei una tonnellata di rifiuti nel processo, beh allora hai perso di vista l’obbiettivo.

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Ritornando dunque al tema dell’ecologia nel suo significato più ampio, arricchendolo di un aspetto che non è stato sinora affrontato: quello della sinergia. Perché la sinergia è tanto importante quando si lavora nell’ambito dell’ecologia? Perché è solo tramite un processo sinergico, quindi sistemico e relazionale, che si crea una reazione di due o più agenti che, agendo insieme, creano un risultato non ottenibile singolarmente da nessuno dei due. È un processo molto chiaro nella chimica e nella biologia, ma che ha molti validi esempi anche nel campo dell’architettura e del pensiero spaziale in generale.

Uno di questi è certamente il caso Biosphere 2.0 e del suo ideatore, John Allen[2]. Alla base del lavoro di Allen esiste una profonda sinergia tra due personaggi che prima di allora nessuno aveva pensato di connettere: Buckminster Fuller e Vladimir Vernadskij. Quest’ultimo, certamente meno noto del primo, è conosciuto all’interno della comunità scientifica per la pubblicazione, nel 1926, di un libro intitolato “La Biosfera”, in cui analizzava ed approfondiva il concetto di biosfera, precedentemente ipotizzato da Eduard Suess. Il suo pensiero era così intrinsecamente sinergico che inventò diverse discipline che si basavano proprio sul concetto di sinergia: la geochimica, la biogeochimica e la radiogeologia. Anche Buckminster Fuller aveva una “concezione sinergica ed ecologica del mondo, nel quale l’individuo è parte di un contesto generale con cui entra in relazione”[3]. L’idea di Allen fu dunque quella di implementare il concetto di biosfera di Vernadskij attraverso la visione e la tecnica di Fuller. Nacque così Biosphere 2.0: nel 1991 in Arizona Allen, insieme all’architetto Augustine e all’ingegnere Dempster ed altri collaboratori, progetta un insieme di sette biomi autosufficienti, progettati sulla base del sistema della biosfera, e che serviranno a studiare i fenomeni sistemici. All’interno del complesso sono inseriti anche spazi per la vita quotidiana, abitazioni e spazi di comunione, perché parte integrante dell’esperimento era che otto scienziati avrebbero dovuto vivere all’interno del sistema per due anni, per dimostrarne la vivibilità effettiva e la sostenibilità. Il progetto era chiaramente concepito in termini ecologici e costituiva dunque in sistema in lavorazione a cicli chiusi, ovvero minimizzando la quantità di rifiuti prodotti, massimizzando la rigenerazione delle risorse naturali e quasi annullando il consumo energetico. Il progetto, oltre a dimostrare la vivibilità dell’habitat e a fornire dunque un modello per l’abitazione di spazi che normalmente non considereremmo adatti, produsse anche un gran numero di brevetti per il riciclo dell’acqua, dei resti animali e il consumo di energia.

5642424772_58bb252e49_zIl progetto di Allen ha in qualche modo aperto la strada ad un nuovo modo di intendere l’ecologia applicata ai sistemi abitativi, tanto che, solo dieci anni più tardi dell’apertura di Biosphere 2.0, nel sud-ovest dell’Inghilterra viene inaugurato il progetto di Nicholas Grimshaw l’Eden Project: la riproduzione di due biomi (quello mediterraneo e quello tropicale) sempre all’interno di strutture geodetiche di EFTE e acciaio. Mentre il carattere di Biosphere 2.0 era più sperimentale e scientifico, quello dell’Eden Project è più turistico-educativo.

HERO-Eden_by_Tamsyn_William_0 Altre sperimentazioni che si basano sempre su un approccio sinergico ed ecologico sono quelle di Zbigniew Oksiuta, che realizza dei veri e propri habitat biologici[4]. Queste sfere biologiche, composte di gelatina naturale e agar-agar, possono essere abitabili in qualunque tipo di ecosistema grazie alla loro natura particolarmente modificabile e, essendo biologiche, reversibile.

zbigniew-oksiuta-foto-2È chiaro che la strada aperta da Allen è feconda e sarà certamente arricchita da nuove sperimentazione, che involveranno probabilmente nanotecnologie, responsive materials, e tutti i portati dei nuovi processi di generazione.

[1] B. Fuller, intervista, Architectural Design m.° 12, 1972

[2] A. Saggio, GreenBodies – Give me an Ampoule and I will Live, Rethinking the Human in Technology Driven Architecture, Transactions on Architectural Education No 55, 2012

[3] L. Prestinenza Puglisi, Storia dell’architettura 1905-2008

[4] L. Sforza, Gli habitat biologici di Oksiuta, ON/OFF Magazine, n.° 9, Bio

La necessità di rendere sostenibile la nostra presenza sulla Terra

Negli ultimi decenni si sono fatti passi da gigante nella comprensione del funzionamento del pianeta e nell’analisi dell’impatto che l’azione dell’uomo ha sull’ecosistema. Proprio alla luce di questi risultati è rapidamente cresciuta la consapevolezza che l’umanità stia percorrendo una traiettoria pericolosa. È ormai universalmente accettato il fatto che l’imperante modello di sviluppo non sia conforme e bilanciato alle possibilità che la Terra ha di alimentarlo e sopportarlo, avendo una capacità limitata di fornirci risorse e accogliere rifiuti.

È così che nasce il concetto di sostenibilità, un concetto che parte dall’analisi e lo studio delle interrelazioni tra sistemi naturali e sistemi sociali ma che può essere declinato in diversi modi.

Sappiamo come le risorse naturali alla base dei nostri bisogni fondamentali, ovvero acqua, suolo ed energia, non siano infinite, anche se possono rigenerarsi. Bisogna però dargliene tempo e modo. Nel 2013, secondo il Global Footprint Network (un’organizzazione che, per semplificare in maniera brutale, calcola quanta natura usiamo rispetto a quella che abbiamo a disposizione), l’umanità al 20 di agosto aveva già consumato ciò che il pianeta può fornire e rigenerare in un anno, con un anticipo dunque di 121 giorni sulla fine dello stesso. È un trend questo che dura da diverso tempo e che svela chiaramente come stiamo vivendo oltre le nostre possibilità.

Ci sono insomma dei limiti ecologici che vanno rispettati, superati i quali si innescano una serie di dinamiche (surriscaldamento globale, cambiamenti climatici, desertificazione e via così) che mettono a rischio l’equilibrio sul quale si basa la nostra stessa vita. Riconoscere e rispettare questi limiti per tenere conto dei diritti di chi verrà dopo di noi dovrebbe essere uno dei principali fini che il nostro modello di sviluppo dovrebbe perseguire. Il concetto di sostenibilità, infatti, racchiude un importante elemento di responsabilità. Non abbiamo il diritto di ricercare la soddisfazione di quelli che abbiamo eletto a nostri bisogni nella misura in cui, facendo ciò, compromettiamo la possibilità che le generazioni future possano fare altrettanto. Abbiamo, invece, il dovere di trovare il giusto equilibrio fra bisogni e risorse disponibili.

I nostri atteggiamenti, i nostri comportamenti, ci stanno portando alla deriva. Sempre secondo il GFN, stando agli attuali livelli di produzione e consumo di beni e servizi avremmo già necessità di un pianeta e mezzo per soddisfare i nostri bisogni. Tutto ciò non può che peggiorare considerando il fatto che intorno al 2050 l’umanità dovrebbe raggiungere i 9 miliardi di abitanti.

Ma, come detto, l’ambito dello sviluppo sostenibile non si esaurisce nella salvaguardia del pianeta nella sua dimensione ambientale. La sostenibilità è necessariamente un campo interdisciplinare. I tre pilastri sui quali si basa sono la protezione dell’ambiente, il progresso sociale e lo sviluppo economico. Bisogna, dunque, far convergere il lavoro di ecologisti, economisti e sociologi in modo da riuscire ad avere il quadro esatto della situazione in tutte le sue dimensioni. Per migliorare la comprensione e l’azione nel campo dello sviluppo sostenibile bisogna raggiungere una maggiore integrazione fra scienze naturali e socio-economiche.

Parlare di sostenibilità nella sua accezione più ampia, infatti, significa credere nella necessità di distribuire risorse e ricchezza in maniera più giusta, distinguere tra paesi industrializzati e in via di sviluppo, garantire diritti e assumersi responsabilità e doveri. Per sostenibilità si intende un atteggiamento mentale e pratico, un’attitudine volta a trasformare la nostra azione per renderla più rispettosa, più equa, più giusta nei confronti del pianeta, di noi stessi e delle generazioni future.

È per questo che si preferisce parlare di sviluppo, ossia aumento qualitativo del benessere umano, piuttosto che di crescita, che invece si riferisce all’aumento quantitativo di produzione e consumi. Con le conoscenze scientifiche e tecnologiche a nostra disposizione potremmo migliorare le nostre condizioni di vita riducendo i rischi di compromettere l’ambiente nel quale viviamo. Si tratta di una sfida fondamentale che necessariamente acquista una dimensione politica.

Ma dove bisogna intervenire per cambiare le cose? Gli ambiti sono: efficienza delle risorse, distribuzione di ricchezza e benessere, tutela e ripristino degli ecosistemi, responsabilità sociale delle aziende, sviluppo di strumenti di misurazione e valutazione. Gli strumenti politici che le istituzioni hanno a disposizione per agire vengono convenzionalmente raggruppati in quattro categorie: di controllo (porre standard, limiti ecc.), economici (tasse, sussidi, sanzioni ecc.), volontari (convenzioni, trattati ecc.) e di valutazione ambientale (protocolli di verifica dell’impatto ambientale di progetti e programmi).

Qui vengono messi fortemente in discussione sistemi economici e modelli di sviluppo che governano il mondo. La consapevolezza del fatto che ci sia urgenza di agire è senza dubbio aumentata negli ultimi anni, anche a livello politico. Ma viviamo ancora in un’epoca dove gli interessi nazionali continuano ad avere la meglio sulla necessaria ricerca di soluzioni comuni a questioni e problemi che travalicano i confini nazionali e ci riguardano come individui cittadini del mondo piuttosto che di uno stato. Molto resta ancora da fare per correggere la traiettoria.

Matteo Mancini – AltriPoli

Entropia portami via

“In principio era il vuoto: e dal vuoto,
per una debole fluttuazione quantistica,
é emerso con il lacerante scoppio del big bang
l’universo, la materia, il tempo, lo spazio”
(Albert Einstein)  

        Se pensiamo che ogni circa 40 anni la popolazione si raddoppia, come possiamo non pensare a quello che accadrà alle nostre abitudini di vita una volta che arriveremo a consumare più di ciò di cui disponiamo? Che materiali potremo usare, cos’altro gli scienziati potranno inventare? Pensare a quello che accadrà nei prossimi 40 anni non sembra essere rassicurante, così come non lo è pensare di dover capovolgere da un giorno all’altro il nostro stato di apparente benessere. Eppure molti “illuminati” ci pensano già con largo anticipo: i risparmiatori, gli ecologisti, i ciclisti, le neo-aziende di risorse rinnovabili, quelli che vestono solo di cotone o che hanno abbandonato un certo Junk Food, (ormai OGM) affidandosi ai prodotti locali del contadino. Non sono tutti pazzi, e in realtà neanche illuminati, o come spesso vengono definiti “alternativi”, ma gente comune, nella maggior parte dei casi benestante, che ha deciso di sacrificare un po’ di quel benessere da “tempi moderni” in vista di un problema che sta diventando sempre più nitido.

Penso che a questo punto andrebbero abbandonati quei luoghi comuni che vedono queste iniziative come semplici fenomeni condizionati dalle mode del momento: questi stessi discorsi stereotipati un giorno passeranno di moda.


La situazione è ben diversa e sempre più chiara, e ce lo dimostrano recenti studi sociologici e di filosofia della scienza, nonché le statistiche e i fatti di cronaca che quotidianamente riportano mutamenti nella natura e nel clima.

 Anche durante la Biennale di Architettura, l’anno scorso, il rispetto dell’ambiente e delle risorse è stato uno degli assi portanti: molti padiglioni erano accumunati da piani di ecosostenibilità e da iniziative per sensibilizzare i cittadini alle problematiche globali -in modo sorprendente quello statunitense, da un punto di vista urbanistico, e quello della Danimarca per le grandi iniziative di recupero globale.

L’urgenza emerge sempre in diverse forme, e se la moda, o le forme d’arte, o lo stesso processo di globalizzazione per una volta possono collaborare ad espandere una buona causa, ben venga: non è la necessità a servizio della moda, questa volta, ma è la moda a servizio della necessità.


La necessità di cui stiamo parlando è stata spiegata in modo molto filosofico da un autore molto scientifico: Jeremy Rifkin. (Sebbene qualche volta Poli-Nietszche non parli strettamente di filosofia, e si perda in questo caos di argomenti, è con l’intento di aiutare, con filosofia, a mettere un po’ d’ordine nel caos!).


Rifkin vede nella storia un susseguirsi di “spartiacque critici”, ovvero di mutamenti dovuti ad una situazione critica dovuta alla perdita di una determinata risorsa: spostamenti e nuovi assestamenti di “ambienti energetici” differenti, quanto differenti sono le materie che segnano la storia delle società civilizzate.


Paradossalmente i grandi cambiamenti della storia non avvengono in periodi di abbondanza e di benessere, ma in momenti di crisi e di carenza di materie predominanti, in seguito alla dissipazione delle risorse esistenti: questo perché le nostre società si muovono e progrediscono seguendo un moto di accelerazione costante, un processo detto “entropico”, che si muove costantemente verso un “massimo”.


Così come si moltiplica la popolazione, esponenzialmente si moltiplicano anche i mezzi, gli strumenti e le forme, e silenziosamente si perde l’idea di sostanza, di quella sostanza che sola è in grado di dare l’anima alla forma. Materialmente parlando, quando finiranno le materie prime ci ritroveremo con tanti mezzi vuoti, svuotati dalla nostre stesse mani: questa è una certa visione, estrema, rivolta contro il modello Occidentale, il quale si sarebbe creato con le sue stesse armi le basi dell’attuale crisi ed avrebbe anche la “colpa” di mostrarsi ai paesi in forte crescita come un modello troppo materialistico da emulare. Scavalcando le critiche all’Occidente, invece, sembra che si raggiungerà “la tragedia” quando le materie prime termineranno e non rimarrà nulla se non un vuoto, una serie interminabili di spettri di esistenza, di copie delle copie.

L’energia non è sinonimo di benessere, anzi più si accelera il flusso energetico, più si consumano le risorse e più si accorcia il periodo tra uno spartiacque ed un altro.


“Qualsiasi ambiente successivo si basa su una forma energetica meno disponibile di quella dell’ambiente precedente”. Come per i vestiti: finito il cuoio, con il quale si coprivano i primitivi, si è usata la lana; finita la lana il cotone, coltivato nelle colonie europee per essere reimportato in grandi quantità; ed infine, oggi, si producono i materiali sintetici: una metafora dell’allontanamento dalla natura verso la riproducibilità artificiale, il cui lavoro chimico richiede un altissimo consumo energetico. E dove trovare tutta questa energia? La tecnologia non può produrre energia ma può solo sfruttare quella esistente trasformandola -secondo le leggi della termodinamica: la quantità di energia e di materia è sempre costante ed il problema attuale è proprio il bisogno incontrollabile di sfruttare sempre più energia. E quando finiranno le scorte? Basterà il soccorso delle sole energie rinnovabili? Durante il Medioevo il legno era la risorsa predominante, ma intorno alla metà del XIV secolo gran parte delle città europee si ritrovarono ad esaurire le scorte ed i prezzi salirono alle stelle: quello fu uno “spartiacque energetico”, ovvero un passaggio da un periodo energetico ad un altro, dall’utilizzo abituale di una materia all’urgenza trovarne una nuova: l’accelerazione dell’attività commerciale avendo comportato un dispendio sempre maggiore di energia entrò in “crisi” e dovette ricostruire le sue basi sociali con uno scopo nuovo, e su una materia nuova: il carbone.

Ma lo “spartiacque entropico” che caratterizza l’attualità sembra non avere ancora una sua direzione e nel frattempo vive in stato di costante accelerazione ancora senza meta. Per questo motivo si parla di “Entropia”, un termine coniato da Rudolf Julius Clausius, tra i fondatori della teoria della termodinamica, in riferimento all’irreversibilità di un processo: se in un processo, all’interno di un sistema chiuso, si perde l’organizzazione interna e l’ordine energetico, si giungerà di perdita in perdita ad una situazione di disordine costante, al caos. L’uomo tuttavia ha il potere di violare questa legge poiché è in grado di procurarsi forme di energia dall’esterno è di “trasformarle” in energia propria e di creare un processo costruttivo, opposto a quello entropico (che Clausius chiama “Neghentropia”).

Secondo Rifkin l’uomo sarebbe in grado di ristabilire l’ordine contrastando il processo entropico di dispersione di energie, solo riassestando i livelli di energia utilizzata, tornando a delimitare l’eccesso di produzione, decidendo di sacrificare un po’ di benessere superfluo dei “tempi moderni” in cambio di equilibrio: semplificando, in modo da poter scorgere l’origine dei problemi, sommersa dal caos entopico.


“L’energia totale dell’universo è costante e l’entropia totale è in continuo aumento… fino a raggiungere un equilibrio.”



Poli-Nietzsche, Costanzanza Fino