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Obama a Cuba fa la storia

Il 21 Marzo 2016 è iniziata la primavera e, come la stagione dei ciliegi in fiore da inizio al periodo del disgelo, così la visita di Obama a Cuba ha avviato la distensione dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’isla mas linda. Un tale evento ha destato molta attenzione, curiosità ed aspettative tra gli studiosi di politica internazionale.
Nuove relazioni con Cuba possono significare nuove relazioni tra gli USA e l’intero continente, in quanto, l’embargo tutt’ora in vigore, ha senza dubbio influenzato il rapporto tra le due Americhe.
Dopo un periodo in cui la Cina ha potuto dispiegare tutti i suoi mezzi economici in quello che una volta veniva ritenuto “il cortile di casa” degli Stati Uniti, oggi, forse, i rapporti tra USA e Cuba potrebbero diventare profittevoli per entrambi, con il conseguente incremento di un mutuo sostegno. Ciò, ovviamente, solo se il prossimo presidente vorrà continuare a perseguire questa linea politica cogliendo, in tal modo, un’ottima opportunità.
La diplomazia di Obama lascerà dunque la possibilità di una scelta al prossimo presidente degli Stati Uniti. Girare le spalle all’America Latina e tornare a dare adito ai propri risentimenti oppure aprirsi al continente sudamericano, una regione di democrazie sempre più prospere, e perciò abbastanza mature da essere coinvolte in legami politici ed economici con gli USA. Nell’immediata vigilia dell’arrivo di Obama a Cuba, Raul Castro ha ricevuto la visita a sorpresa del presidente venezuelano Nicolas Maduro, il quale si è precipitato a L’Avana per poter dialogare con Castro, prima che arrivasse il Presidente degli Stati Uniti. Maduro ha affermato che questi in cui le due Nazioni si trovano oggigiorno sono tempi di rinnovamento e di fratellanza. Inoltre ha tenuto a ricordare, congiuntamente con il Ministro degli Esteri cubano Rodriguez, le tante differenze tra l’isola e Washington. Una fra tutte, la ferma e piena solidarietà da parte di Cuba con la Repubblica Bolivariana del Venezuela.
È opportuno porre in evidenza che molte delle amministrazioni latinoamericane, in questi anni, hanno lamentato la poca incisività della politica estera degli USA in Sud America. A partire dal dicembre 2014, quando è stata enunciata la forte volontà di normalizzazione dei rapporti tra gli USA e Cuba e poi nell’aprile 2015, quando è stata riaperta l’ambasciata statunitense a L’Avana, le opinioni al riguardo sono state discordanti. Il Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, ha da sempre sostenuto che questo sarebbe stato un nuovo fondamentale capitolo della storia dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Come lei, così la pensa anche il successore di Chávez, che pure rappresenta la meno filoamericana tra le realtà del continente dell’America Latina.
Di particolare rilievo si mostra, per gli Stati Uniti, la questione dei diritti umani. C’è una ferma volontà degli USA di volerli tutelare e dunque che Cuba si apra al mondo intero. Sono inoltre care agli USA le tematiche relative alla tutela delle libertà personali, e le libertà in generale. Già una simile interruzione al forte isolamento, rappresenta per molti analisti un terreno su cui sarà possibile espandere sempre di più la democrazia. Durante la sua visita, Barack Obama, si è appellato a maggiori libertà per il popolo cubano ed ha inoltre invocato una serie di riforme, a carattere economico e politico, oltre che libere elezioni e maggiore tutela dei diritti umani. Un grande applauso è seguito alle parole di Obama, quando si è espresso a favore della rimozione dell’embargo, in vigore da 54 anni. È opportuno qui ricordare che però solo il Congresso potrà decidere se cancellarlo o meno.
La centralità di Cuba nello scenario attuale delle relazioni internazionali è stata inoltre messa in evidenza dalla decisione dei due massimi rappresentanti della cristianità, occidentale e orientale, di incontrarsi nella cornice dell’isla mas linda. Lo scorso febbraio, infatti, a L’Avana è stata firmata la «dichiarazione di Cuba», ovvero il documento comune sottoscritto da Papa Francesco e dal Patriarca di Mosca, Kirill. Le due massime autorità cristiane ritengono, difatti, che nei prossimi secoli i destini del cristianesimo troveranno maggior spazio nella cornice meridionale del mondo (Sud America ed Africa).

È di ciò significativo il fatto che le due principali autorità europee non abbiano deciso di incontrarsi, per suggellare un simile accordo, nel Vecchio Continente. Già nel 2014, di fronte al Parlamento europeo, Bergoglio affermava che il mondo era sempre meno eurocentrico. Durante l’incontro con il capo della Chiesa ortodossa russa, ha inoltre ribadito che Cuba (dunque non l’Europa, ndr) “se continua così, sarà la capitale dell’unità tra le due Chiese”.
Erano 88 anni che un presidente americano non metteva piede sull’isola di Castro. La TV di Stato cubana ha interrotto i suoi programmi per far seguire al suo popolo l’arrivo di Obama a Cuba.
Anche se la distanza tra gli Usa e Cuba è poca, la distanza politica tra i due Stati è sempre stata molto grande. Sono trascorsi quasi 60 anni dall’inizio della separazione. Una separazione che per Cuba è stata molto dura, perche migliaia di cubani hanno dovuto vivere, a causa di una questione politica, un problema personale come la distanza dai famigliari.
Oggi la visita di Obama significa per i cubani un grande riavvicinamento sentimentale tra i due paesi e anche tra molti cubani ed i propri famigliari. I cubani di oggi sono stati segnati tutti dalla stessa vita: una vita famigliare divisa per quasi sessant’anni.
Negli anni Settanta, a Cuba, agli adolescenti veniva insegnato ad usare le pistole, dicendo loro che i nemici americani sarebbero arrivati ad usurpare la loro terra. Oggi quegli stessi adolescenti hanno ricevuto con fiori e con tanto affetto Obama, un presidente molto amato nell’isola. Un presidente amato perfino come uomo, un afroamericano che ha anche un po’ del loro sangue afrocubano. Pertanto questa è stata un’accoglienza speciale, perché ha avuto luogo in un periodo storico nel quale i cubani non si sentono più distanti dai propri vicini. Il popolo cubano, durante quei giorni, è stato in festa. Si è percepita un’aria di gioia. Cuba si stava rendendo conto che un tale avvenimento avrebbe significato un grosso passo in avanti verso la fine delle lunghe tensioni tra i due popoli.
Come pocanzi affermato, l’embargo è purtroppo ancora in vigore. Ad esempio, i cittadini americani non possono andare a Cuba senza un valido motivo. Una simile limitazione non solo non permette ai cittadini americani di recarsi sull’isola come turisti, ma vieta anche alle aziende americane di fare affari con L’Avana. Secondo alcuni funzionari della Casa Bianca, il Presidente potrà ridurre alcune restrizioni approfittando del suo potere esecutivo, tuttavia solo il Congresso ha il potere di abolirlo totalmente. Per il momento, per ciò che concerne i rapporti degli USA con l’isola, sono solo state riavviate le comunicazioni postali, e sono stati riallacciati i voli commerciali. Da inizio aprile è altresì possibile prenotare un alloggio su Airbnb, la piattaforma online famosa in tutto il mondo per chi cerca appartamenti in affitto. Modesto ma significativo segno dei tempi che cambiano realmente.
La visita di Obama è avvenuta a suggello dei 15 mesi di un disgelo, lento ma costante, che dovrebbe in futuro portare ad una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. Ciò a patto che il prossimo presidente degli Stati Uniti voglia tenere fede a tutte le scelte e gli impegni presi fin’ora. Questa distensione con Cuba, per quanto riguarda la presidenza Obama, ha radici lontane. È opportuno ricordare che dopo pochi mesi dal suo insediamento alla Washington, nell’aprile del 2009, Obama partecipò al Vertice delle Americhe, tenutosi a Trinidad, e, in quell’occasione, pronunciò un discorso davanti a tutti i leader latino e centroamericani affermando che avrebbe voluto invertire la rotta dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Avrebbe voluto interrompere una simile relazione, così come si era configurata da più di un secolo, a partire dalla dottrina Monroe (1823), con momenti di forte ingerenza, al fine di istituirne una nuova in cui sarebbe valsa la c.d. equal partnership, basata sul reciproco rispetto e su valori condivisi ed interessi comuni. Eravamo nell’aprile del 2009. Poi le la realtà dei fatti, com’è noto, ha subito un leggero rallentamento. Nondimeno, oggi hanno subito una considerevole spinta in avanti.

Dunque, questa visita non ha un valore soltanto simbolico ma è forse un passo in avanti verso la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Obama conta inoltre di riuscire a far ritirare l’embargo dal Congresso prima della scadenza del suo mandato.
Il prossimo presidente avrà pertanto la possibilità di una scelta. Potrà scegliere di volgere di nuovo le spalle a quel “cortile di casa” e lasciare per esempio che la Cina ne possa disporre liberamente, oppure decidere di tornare ad occuparsi di quella piccola porzione di terra e svolgere il ruolo di interlocutore privilegiato. Secondo molti analisti, agli Stati Uniti gioverebbe avere un rapporto fluido, di interlocutore paritario e non dominante, con l’America Latina ed i paesi del centro America.
Gli investimenti cinesi in America Latina gravano considerevolmente sugli equilibri mondiali, in quanto questa è una regione dalle molteplici potenzialità. Certamente, questa idea dell’amministrazione Obama, di un rafforzamento progressivo dei rapporti con Cuba, potrebbe modificare le interdipendenze tra i paesi dell’intero globo.

Geopolitica delle vacanze

Con l’arrivo della primavera e dei primi soli nelle menti dei cittadini occidentali inizieranno ad accumularsi pensieri e progetti di vacanze estive.

Fino a qualche decennio fa, tale fenomeno era per lo più concentrato nel proprio paese d’origine, ma benessere e tecnologie hanno rinnovato il concetto vacanziero.

Alle possibilità legate al porter raggiungere ogni luogo del pianeta, con il tempo si sono uniti i rischi legati all’instabilità internazionale e al terrorismo. Così, l’elemento geopolitico è divenuto un’imprescindibile fattore per la determinazione della metà. Un tempo la massima preoccupazione del turista era sapere se un paese fosse all’interno o meno della cortina di ferro, ora è la conoscenza dei gruppi legati al radicalismo islamico in loco oppure lo stato delle trattative tra i leader dell’esotica meta e la coalizione internazionale.

Gli attatati di Parigi dello scorso novembre sono un esempio di questa forte presenza geopolitica nelle scelte che si apprestano di continuo a compiere tour operator e turisti.

Infatti, nei mesi successivi gli attenti si è assistito a una forte concentrazione di disdette dei viaggi prenotati nella capitale francese e a una flessione delle partenze durante il periodo natalizio, il che ha decisamente favorito le mete puramente invernali. Così gli operatori del settore creano a “misura di geopolitica” nuove rotte. Perché, nonostante le crisi politiche – secondo i dati dell’UNWTO, l’organizzazione turistica mondiale che ha sede a Madrid – i turisti sono cresciuti del 4,4% nel 2015 per arrivare alla cifra di 1 miliardo e 184 milioni di persone.Secondo il World Tourism Organization, secondo le quali nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità (+60% sul 2000), sostenendo una spesa di oltre 1.159 miliardi di dollari.

Se nella mia infanzia in ogni bar sentivo parlare del Mar Rosso allo stesso modo di cui si discuteva di Silvi Marina nella Marsica; ora tale metà e il Magreb sono in forte difficoltà. Infatti, le “Primavere Arabe” e la forte presenza di gruppi radicali che si sono islamizzati, concezione che segue la definizione data a tale fenomeno da Limes nel suo ultimo numero, hanno colpito fortemente il settore turistico nord-Africano.

Questo per far spazio a nuove mete, la cui bellezza non è mai stata messa in discussione, ma a quanto pare i turisti apprezzano i rapporti biliterali. Essenzialmente le nuove ambitissime mete sono due: Cuba e la Repubblica Islamica d’Iran. Cuba, l’isola che fu di Ernesto Guevara e che ha puntato contro gli Stati Uniti d’America i missili sovietici – grazie ai buoni uffici di Papa Francesco – e con Obama ansioso di lasciare un segno nella storia, compirà nei prossimi giorni una storica visita, sarà tra le mete più gettonate dei prossimi anni. Nel 2015 l’isola ha superato i record di arrivi internazionali con oltre tre milioni e mezzo di turisti e un incremento del 17,4% secondo la Oficina Nacional de Estadìsticas e Información. Dopo gli accordi bilaterali tra Usa e l’isola caraibica, il flusso turistico aumenterà notevolmente anche quest’anno. Da segnalare è invece la persistenza di accordi e la non revoca dell’embargo da parte dell’Unione Europea. La quale, non soddisfatta degli uffici prima di Giovanni Paolo II e poi di Francesco, sembra ancora non essere soddisfatta dei passi in avanti fatti con gli oppositori politici, nonostante il placet di Washington. Il tutto mentre in Turchia vengono chiuse testate giornalistiche da parte delle autorità governative.

Più complesso è il discorso circa la Repubblica Islamica d’Iran. Innanzitutto, sarà per la propagnada della stampa o per la filmografia, ma per anni la popolazione occidentale ha considerato l’Iran


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Economia Brasiliana – La festa è finita

Il duemilasedici è l’anno delle Olimpiadi Estive a Rio de Janeiro. Nelle prospettive dello scorso decennio sarebbe dovuto divenire l’anno della definitiva consacrazione del Brasile a potenza regionale dal respiro globale. Eppure, dopo la ubris progressista di Lula qualcosa è andato male. Si, perché la debolezza dei governi nel creare un valido impianto infrastrutturale e industriale ha rallentato il profilo di affidabilità del Paese più grande del Sud America. Inoltre, la debolezza nel contrasto ad alcune multinazionali, che si portano capitali, ma senza il rispetto di regole e soprattutto senza la costruzione di durature politiche industriali ed economiche non hanno reso una solida realtà il Paese verde oro. Ma, fattore determinante nella fine del sogno brasiliano e aver affidato il proprio futuro alla complementarietà alla Cina. Sì perché non appena il Dragone Cinese ha leggermente rallentato il proprio cammino, che resta vigoroso, il Brasile ha perso terreno poiché molta della sua fortuna è dipesa dalla dea cinese.

Così l’agenzia Stamdard & poor’s ha tagliato il rating sul Brasile a BB da BB+ con outlook negativo, riflesso del fatto che per l’agenzia di rating c’è oltre una probalità su tre di una ulteriore bocciatura. L’idea è che “le sfide economiche e politiche che il Brasile sta affrontando restano notevoli” tanto che S&P si aspetta “un processo di aggiustamento più prolungato, una correzione più lenta della sua politica fiscale così come un altro anno di forte contrazione economica”. L’agenzia stima che nel 2015 l’economia brasiliana si sia contratta del 3,6% e che nel 2016 subisca un altro -3% per poi vedere una ripresa della crescita in territorio positivo nel 2017.

“L’eredità delle decisioni prese nella prima amministrazione di Dilma Rousseff ha danneggiato l’umore imprenditoriale e le prospettive di investimento. Le incertezze e gli effetti contagio associati alle indagini sulla corruzione e al taglio degli investimenti nel colosso petrolifero nazionale Petrobras e nei suoi fornitori hanno spinto in negativo la crescita”, si legge nel rapporto. L’aggiornamento delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riportate dal World Economic Outlook, sono davvero una stangata per il Brasile, che è atteso ora in recessione del 3,5% quest’anno, dopo che la sua economia si sarebbe contratta del 3,8% lo scorso anno, mentre il pil non tornerebbe a salire nemmeno l’anno prossimo, restando stagnante. Rispetto alle precedenti previsioni di soli 3 mesi fa, si tratta di un notevole peggioramento, essendo stato allora stimato un calo del pil dell’1% per quest’anno e una crescita del 2,3% nel 2017.

L’aggiornamento delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riportate dal World Economic Outlook, sono davvero una stangata per il Brasile, che è atteso ora in recessione del 3,5% quest’anno, dopo che la sua economia si sarebbe contratta del 3,8% lo scorso anno, mentre il pil non tornerebbe a salire nemmeno l’anno prossimo, restando stagnante. Rispetto alle precedenti previsioni di soli 3 mesi fa, si tratta di un notevole peggioramento, essendo stato allora stimato un calo del pil dell’1% per quest’anno e una crescita del 2,3% nel 2017. Una bocciatura forte e netta per Dilma Roussef che da prima donna a guida del paese sta affrontando la doppia crisi globale. Molti dei problemi brasiliani restano ancora nella frammentazione e nell’incapacità di porsi.come in un’autonomia propendente a una piccola autarchia industriale e finanziaria senza contrarsi.

Il Brasile come l’intera economia mondiale è a un bivio dove o recupera coscienza di sé e cambia obiettivi riponendo le sue prospettive in una crescita sostenibile e a base umana oppure a breve il taglio non lo farà un’agenzia di rating, ma la storia.

Una nuova crisi è alle porte?

Siamo alle porte di una nuova crisi?

Non è facile affermarlo, ma molti degli elementi base sussistono. La locuzione crisi economica è usata comunemente in diversi contesti: come sinonimo di recessione, di deflazione o come caduta dei mercati finanziari. La mia intenzione è quella di non apparire come oracolo di una nuova stagione di pianti, ma i segnali che parlano dell’incombere di una nuova crisi globale sono numerosi. Durante l’ultimo ventennio i cicli economici si sono accorciati a causa di diversi fattori, quali la deregulation, la finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione degli scambi, e l’accelerazione del ciclo dell’industrie.

Le numerose correzioni al ribasso alle previsioni di crescita da parte delle principali organizzazioni internazionali per il 2016, rendono quest’ipotesi sempre meno concreta. Il principale driver della crescita globale è costituito da uno slancio del Prodotto interno lordo, specialmente negli Stati Uniti; ad oggi sembra rallentare. Inoltre, la mancanza di chiare risposte nel coordinamento da parte degli Istituti preposti al controllo e alla direzione della politica monetaria internazionale, ossia le Banche Centrali, rendono sterili qualsiasi tentativo delle singole di far ripartire i cicli di crescita in maniera sostenuta.

“Bisogna far presto, si deve riunire in tempi rapidissimi un tavolo internazionale su temi economici e politici. I drammi non sono i ribassi della borsa ma l’inquietudine generale di tutto il sistema economico”. Romano Prodi, una una conversazione con l’Agi, lancia l’allarme sull’economia. “Siamo in emergenza: rallenta la crescita, siamo di fronte alla crisi drammatica di alcuni grandi paesi e si prospettano svalutazioni competitive. Quando tutto è in subbuglio se non si arriva a una riunione di emergenza i rischi sono altissimi”. Un monito che come nel 2008 sta andando perso tra mille temi etici o di solidarietà che tolgono l’attenzione dal collante di sussistenza principale per famiglie e aziende ossia l’economia.

Il 2016 è iniziato nel peggiore dei modi per i mercati finanziari globali. Un esempio è dato dal prezzo degli idrocarburi il quale è sceso sotto i 28 dollari al barile per la prima volta dal 2003. Il Dragone Cinese dall’inizio dell’anno ha visto l’indice della borsa di Shanghai crollare del 15 per cento. In tal mondo, anche i mercati americani ed europei, resi nervosi dal prezzo del petrolio e dal crollo dei listini cinesi, hanno seguito la scia negativa, iniziando l’anno con performance preoccupanti.

I primi avvertimenti sono comparsi già alla fine dello scorso anno. In un articolo uscito il 27 dicembre sul Guardian, Larry Elliott, caporedattore economico del quotidiano britannico, aveva avvertito che il 2016 sarebbe stato un anno “vissuto pericolosamente.” Secondo il giornalista, anche se non ci sarà una nuova crisi globale nei prossimi 12 mesi, il 2016 sarà l’anno in cui si “nasconderanno le crepe e si cercherà di guadagnare tempo prima che riemergano di nuovo tutti i vecchi problemi.”

Se per il premier italiano e la stampa che gli fa seguito i temi sui quali discutere sono altri, per la mia persona “l’Italia potrebbe essere l’epicentro di una nuova crisi economica europea”. Infatti,il mercato finanziario italiano sembra soffrire di un ulteriore malattia che investe, in particolare, il settore bancario.

Di certo, però, non sono le sofferenze dei bilanci delle banche italiane, pari ad oltre 200 miliardi di euro, ma interamente coperte da accantonamenti per oltre 110 miliardi e dai valori a garanzia delle sofferenze, che possono spiegare la caduta delle quotazioni dei titoli bancari sul mercato di Milano; neanche la crisi dell’immobiliare, con una svalutazione intorno al 7%, non giustifica quello che sta accadendo. Bensì, tutto risiede nella governance di molti istituti di credito del centro Italia e nel non giustificabile adeguamento dei criteri di regolamentazione bancaria a quanto previsto da anni in sede europea ripetto al bail in ossia il salvataggio interno della banche. A ciò si aggiunge la mancata spensing review, una crescita sovrastimata che puntualmente delude le aspettative e un tasso di povertà e disoccupazione altissimi.

Per concludere gli elementi e non le variabili sono tutte pronte a far scoppiare la prossima crisi. E anche questa volta a pagare saranno gli ultimi. Ossia voi. Voi che siete troppo impegnati in dibattiti su temi etici e poco attenti alla vita quotidiana e alla sua sussistenza. Che i poveri piangano ancora per la loro mancanza di ribellione. D’altronde mercanti e sindacati sul banchetto trattano assieme.

Google – Padrone del mondo?

“E giunse il giorno” potrebbe facilmente affermare chi da anni, come noi su questo magazine, anticipava quel che è accaduto recentemente. Infatti, se icona degli anni zero del duemila è stata Apple, la società di Cupertino, guidata sapientemente dal fondatore Steve Jobs, negli anni dieci si è assistito al sorpasso di Big G. Infatti, grazie ai suoi servizi (Gmail, Blogger, GoDaddy, Android, YouTube) la generazione che è cresciuta ed entrata nel mondo lavorativo negli anni dieci ha come stella polare nel mondo dei servizi web Google.

L’1 febbraio Alphabet, il nome con cui ora viene chiamato il gruppo aziendale di Google, è diventata la società per azioni più grande del mondo.

Alphabet ha annunciato di aver registrato 4,9 miliardi di dollari in profitti nell’ultimo trimestre: la notizia ha fatto crescere il valore dei titoli di circa il 6 per cento e il totale del capitale azionario è arrivato a 568 miliardi di dollari. Finora la società per azioni più grande del mondo era Apple, che attualmente vale 535 miliardi di dollari.

Apple difendeva il suo primato da ormai quasi quattro anni, ma il sorpasso ha coronato un incremento del 43% nel valore del titolo sotto il simbolo “Google”: negli ultimi dodici mesi la società guidata da Tim Cook ha invece ceduto a Wall Street il 18 per cento. Pensate che il solo titolo Apple vale quanto tutto il complesso dei titoli azionari quotati presso Piazza Affari.

Il gruppo di Mountain View ha riportato anzitutto una crescita nelle attività “core” su Internet, vale a dire il motore di ricerca, YouTube e il sistema operativo Android: un guadagno del 13,5% ha fatto lievitare le entrate nell’intero 2015 a 74,54 miliardi e gli utili sono saliti del 23% a 23,4 miliardi. Grazie alla nuova struttura corporate, posta sotto l’ombrello di Alphabet, l’azienda ha separato i risultati delle cosiddette altre attività, le scommesse sul futuro compiute in settori quali le biotecnologie, i sistemi per i collegamenti Internet ad altissima velocità, le automobili senza guidatore. Queste segmento, denominato “Other Bets”, altre scommesse, ha registrato entrate in aumento del 37% .

Vi sono due elementi da analizzare. Il primo risiede nell’imminente passaggio a una sorta di leadership del ” terziario dell’informatica”, ossia dell’attenzione posta da investitori e consumatori più sui software e servizi del mondo informatico a scapito dei singoli prodotti materiale. In seconda istanza bisogna sottolineare come le ardite scommesse, del gruppo Google che spadroneggia a cervello mondiale, stiano attraendo grandi capitali. Ed è in questo contesto che si rivela il ” dilemma Google “. Poiché a una ricerca e crescita dei campi scientifici e tecnologici corrisponde una supremazia di Google che secondo alcune proiezioni la pongono a divenire società di un’importanza maggiore nei suoi vertici a quella di Stati o Enti Sovranazionali come l’OMS o le autorità Antitrust. Perché oltre a essere il motore di ricerca più utilizzato al mondo, tramite  la sincronizzazione offerta ai suoi utenti, Google conosce ogni aspetto della vostra vita. Che sia il vostro IBAN o gusto nel mangiare, naturalmente tracciando ogni singolo vostro movimento.

Quel che permane da questo storico passaggio è la visione di un nuovo mondo ove il mezzo fisico tende a scomparire e con esso la correlata produzione e a cui si aggiunge la supremazia dell’intelligenza artificiale. Artificiale. Forse, troppo poco umana.

Economia- Il successo di Barack Obama

Tracciare bilanci è quanto mai difficoltoso. Ancor di più lo è nella prossimità di una scadenza di mandato del Presidente della più importante nazione al mondo. Nel tracciare il bilancio degli otto anni dell’amministrazione Obama in economia mi rifarò a dati oggettivi e analitici, lasciando alla speculazione politica filosofica gli altri aspetti. Ciò, per il semplice motivo per il quale nel 2008 non trovai nulla di affascinante nell’essere un afroamericano in Obama, anzi, come la sua più grande sconfitta è rappresentata dall’ineguaglianza nell’organizzazione sociale americano, specie degli afroamericani. Certo non mancano ambiti negativi, come del resto negarli, sarebbe affermare il falso, ma di certo assieme a Putin è stato l’unico leader capace di riformare il suo Paese e portarlo fuori dal pantano del nuovo millennio.

L’economia è il capolavoro di Barack Obama. Egli, ha preso le redini della superpotenza economica per eccellenza proprio nel momento in cui dalla stessa, un anno prima, si era scatenata la crisi dei titoli sub prime che avrebbe, nel giro di pochi mesi, fatto crollare l’intera economia mondiale.

Se da un lato Obama è stato troppo morbido con le banche e altre istituzioni finanziarie poiché come affermato dal premio Nobel Krugman «nessuna figura importante è andata in prigione; banche come Citigroup e Goldman si sono comprate una via d’uscita piuttosto pulita», allo stesso tempo e modo Barack Obama ha attuato due riforme tombali. La prima grande riforma è stata la legge finanziaria Dodd-Frank del 2010 che ha avuto un effetto molto più positivo di quanto ci si potesse aspettare: le legge in questione ha previsto l’istituzione di un registro di systemically important financial institutions (abbreviate in SIFI: cioè aziende che in caso di fallimento produrrebbero effetti su tutto il sistema) che prevedesse, per le aziende che ne facessero parte, alcuni vincoli federali per potere avere accesso ad aiuti economici da parte del governo. Un cambiamento storico, che paragonato all’Unione Europea si pone in maniera diametralmente opposta.

Seconda riforma dal valore imprescindibile è stata l’istituzione del “Consumer Financial Protection Bureau”, un’agenzia creata nel 2011, progetto ideato dalla senatrice democratica Elizabeth Warren. Tale agenzia è riuscita a tutelare con efficacia cittadini che hanno contratto dei prestiti a condizioni irregolari o eccessivamente svantaggiose. Un modo di combattere le clausole vessatorie e i tranelli posti in essere da molteplici attori economici i quali grazie a questa istituzione hanno trovato un forte ostacolo federale sulla loro strada. La mente per gli Italiani va facilmente a quanto accaduto recentemente con le Banche toscane.

A sei anni dall’inizio della «cura Obama » il presidente degli Stati Uniti ha potuto annunciare l’uscita dal paese dalla fase di recessione, la diminuzione del tasso di disoccupazione dal 10% (15 milioni di persone) al 5, 6 (8 milioni di disoccupati), una percentuale di crescita costante del Pil tra il 3,5 % e il 4,5 % e l’assunzione di 2,6 milioni di persone nell’anno 2014, con la prospettiva di una nuova direzione dell’economia nazionale.

Dal febbraio 2009, una serie di misure economiche assunte dal governo che incontrano in una prima fase serie difficoltà, possono essere definite NeoKeynesiane. Ciò significa che queste sono state attuate in piena avversione e controtendenza con i dogmi propagati dalla Commissione Europea e dal passato board della Banca Centrale Europea, per capirsi quello precedente alla Presidenza di Mario Draghi, che ha fatto dell’austerità in Europa quello che per i Cattolici è rappresentato dalla ” Trinità” Primo importante provvedimento è stato il Recovery act, una legge di stimolo economico da 787 miliardi di dollari in esenzioni fiscali a imprese e lavoratori, spese per le infrastrutture. Se in un primo tempo tale Atto ha riscontrato sterili risultati e molte difficoltà, ma fin dopo il terzo trimestre successivo alla sua promulgazione ha rappresentato uno dei volani per la crescita dell’economia reale e del Pil statunitense.

L’iniezione di liquidità immessa nell’economia anche attraverso il quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli di stato pubblici e privati, o di pacchetti di azione, sul mercato delle borse finanziarie in cambio di denaro contante da parte della Fed , la Banca federale, ha come in Europa, dove la sua approvazione è stata dovuta solo a Draghi, ridato slancio al credito e agli investimenti. I progetti previsti e proposti dall’amministrazione Obama di lavori pubblici infrastrutturali «di rapido intervento e attivazione» sul modello del New Deal di Roosvelt per dare rapidamente lavoro ai disoccupati, non vengono accolti dai parlamentari dei differenti Stati federali che lanciano controproposte di progetti a lungo termine nei propri Stati, con pochi effetti immediati sull’economia. In quel torno di tempo, tra il 2009 e il 2010, sembra valere il vecchio detto keynesiano che la politica monetaria del quantitative easing «nel suo splendido isolamento» non è in grado da sola di fare da stimolo alla ripresa economica.

Per far fronte a questo isolamento la politica dell’Amministrazione Obama è stata di guida degli investimenti privati rimettendo in piedi il mercato automobilistico, MG e Chrysler, sostenendo l’attività chimica e di ricerca farmaceutica, con forti e seri progetti strutturali sul territorio federale.

Per dar maggior convinzione alla mia esposizione basta pensare che l’economia Usa è cresciuta del 3,9% nel secondo trimestre del 2015, quando attese degli economisti erano per una crescita del 3,7%, ben diverso dal 0,2 Italiano.

Ora con buona pace degli ultras dell’austerity, dell’intellighenzia italiana e degli europeisti privi di patria, posso facilmente affermare con convinzione che l’economia è stato il ” Capolavoro dell’Amministrazione Obama”. Un Presidente che ha dato speranza a una parte di mondo, illuso forse i più deboli e che a sua volta è stato forse impotente di fronte chi ha provocato la crisi, ma che di sicuro ha lasciato una buona traccia.

Un lascito economico sul quale ripartire o affondare, se le prossime elezioni dovessero presentare cattive sorprese, come amici dell’austerità europea o capitalisti dogmatici. 

Banche, bail-in e caviale

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Il giorno della Ferrari e la tempesta Marchionne

Il grande giorno di Sergio Marchionne è arrivato in autunno. Arrivato dall’Abruzzo da figlio di emigranti in Canada, una volta tornato in patria nell’azienda principe, ha rivoluzionato il concetto di amministrazione in Italia. Ciò ha portato a evidenti rotture del tessuto sociale ed anche a un relativo avanzamento del settore industriale italiano. La sua dirigenza è stata, nel bene o nel male, un uragano nel panorama italiano. Quel che poi ha portato un ulteriore tempesta nel panorama economico globale è stata l’alleanza con Chrysler e la successiva fusione del gruppo piemontese con quello statunitense.

 

Da quella fusione è nata successivamente l’idea e l’ingresso del più pregiato dei brand italiani nel mercato azionario più importante al mondo, ossia quello di Wall Street. Nella prima giornata si è registrato l’acquisto di ulteriori 1,7 milioni di azioni.

 

L’amministratore delegato di Fiat Chrysler e presidente di Ferrari Sergio Marchionne, che ha partecipato alla cerimonia della campanella con John Elkann, presidente di Exor e Fca, Amedeo Felisa, ad di Ferrari, e Piero Ferrari, vicepresidente delle Rosse, ha detto che “entro gennaio 2016″ la società verrà quotata anche alla Borsa di Milano.

Nel frattempo si prospetta una nuova rivoluzione a Maranello. Infatti, dall’inizio del 2016 il Cavallino sarà scorporato da Fca  per l’80% di azioni, il quale verrà assegnato pro quota ai soci del Lingotto. Maranello passerà così sotto il controllo di Exor: la holding della famiglia Agnelli avrà il 24% del capitale ma, grazie al meccanismo del voto multiplo, peserà molto di più e faciliterà il controllo insieme a Piero Ferrari. Come a dire che la gemma del gruppo automobilistico sarà nelle mani salde della famiglia regina d’Italia.

Come ogni buona tempesta vuole, se a New York si festeggiava, dall’altra parte dell’Atlantico si udivano forti tuoni sulla celebrazione. Infatti, il titolo Fca ha registrato, chiudendo la seduta a -5,27%, la performance peggiore del listino. La Commissione europea non ha in alcun modo sottoscritto e dato il suo consenso sugli accordi fiscali sottoscritti con il Lussemburgo. Bruxelles ha dichiarato illegale il tax ruling firmato dalla controllata di Fca Fiat Finance and trade con il Granducato, che dovrà di conseguenza chiedere a Fiat Chrysler di versare tra i 20 e i 30 milioni di tasse non pagate.

 

Tasse che dovrebbero finire in Italia. E, non per un motivo puramente fiscale. Ma, per il semplice fatto che la casa madre di Ferrari e FCA, ossia FIAT, deve tantissimo a ogni singolo italiano.

Greekment: l’accordo che porterà alla morte di un paese

 

La bella favola che sembrava stesse vivendo la Grecia in questi giorni è da ieri giunta al suo termine.

Niente scarpette di cristallo o principi azzurri,solo debiti e un accordo kamikaze che sarà impossibile da rispettare.

La Grecia con la vittoria dell’Oxi si era dipinta nell’immaginario comune come l’alternativa all’Europa dell’austerity , “l’Europa delle banche” che tanto è cara ad Angela Merkel , ma che in pochi anni è diventato il cavallo di battaglia contro cui si scagliano nuovi movimenti e partiti, sia a destra che a sinistra.

Il responso del referendum aveva dato vita ad un’euforia generale, un pathos che univa magistrali intellettuali di tutto il mondo fino al più modesto popolo del web , dove impazzava virale una grecità diventata in poche ore mainstream, che ha avuto quasi più proseliti delle immaginette colorate di facebook dopo l’approvazione dei matrimoni gay in tutti gli U.S.A.

Insomma Tsipras aveva un forte appoggio popolare , nonostante le immagini toccanti di anziani che cercavano inutilmente di ritirare la propria pensione e si accasciavano mesti addosso lo sportello, o dichiarazioni incerte di chi non aveva ancora commisurato la propria scelta, dopo il responso era emersa un Grecia in piena crisi economica pronta al collasso, ma che difendeva ancora con orgoglio il proprio paese.

Gli accordi a cui si è giunti a Bruxelles, fra i leader politici dell’Eurozona, non farà che affondare la barca greca ,già da tempo imbarcante acqua.

Il “ ricatto” a cui si è giunti consiste nell’erogazione di 86 miliardi di euro a condizioni folli e durissime; prime fra le quali l’approvazione lampo di nuove riforme richieste da mamma Europa: un’altra garanzia sarà data dalla supervisione dei creditori su un fondo di beni pubblici di 50 miliardi di euro.

Quasi irriverente il commento ad accordo raggiunto del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, che ha affermato: “Abbiamo raggiunto un Greekment, lo abbiamo fatto a condizioni molto severe, ma la decisione dà alla Grecia la possibilità di rimettersi in carreggiata ed evita le conseguenze economiche negative che un fallimento dei negoziati avrebbe comportato. Un accordo che consente di ripristinare la fiducia tra Atene i partner dell’Eurozona”.

Come se fosse la sua fiducia a rimpinguare le tasche dei cittadini greci,come se fosse la sua fiducia ad evitare di svendere una casa al centro di Atene a 9000 euro.

Dopo il “Greekment” nuovamente la massa virtuale si è scatenata a suon di ashtag: il più diffuso “ThisisaCoup” ( “questo è un colpo di stato”) , riferito alla spietatezza delle condizioni imposte dai creditori e accettate dalla Grecia, è stato adottato anche da autorevoli voci in campo politico ed economico.

Fra questi, ad esprimere un forte e indignato dissenso il Nobel per l’Economia,Paul Krugman che sottolinea come l’accettazione di questo compromesso porti alla completa erosione della sovranità nazionale, e alla servile sottomissione alle richieste feroci dei creditori ma soprattutto alla consumazione personale della vendetta Merkeliana.

Nel frattempo Syriza si spacca e il leader perde ogni secondo che passa fiducia,da parte dei compagni di partito ma in particolare da parte di quel popolo che aveva riposto nella sua figura tutta la speranza che li sosteneva per andare avanti.

Il quadro Europeo non è mai stato così limpido e cristallino: la Germania traina l’Eurogruppo e chi si oppone al suo cammino verrà calpestato, l’Europa tace o ha la voce flebile di Michel Sapin (ministro francese), e la Grecia si consuma, tra il fuoco appiccato dai creditori e quello stesso che stanno per scatenare gli anarchici e i neo-nazisti di Alba Dorata che Tsipras pensava di poter controllare.

Arianna Pepponi

La Grecia di Tsipras dice “NO”. Vincono la democrazia e il coraggio.

Con il 61,3% dei voti, il “NO” ha trionfato al referendum in Grecia.

Se il Paese avra’ un futuro all’interno dell’Unione Europea, e quale esso sara’, e’ ancora da stabilirsi. Ma Alexis Tsipras, Primo Ministro ellenico, ha certamente dimostrato all’Europa che la Grecia e’ forte e unita, dando al Paese una nuova forza per intraprendere nuove negoziazioni.

Il Primo Ministro ha espresso la gioia per i risultati del referendum su Twitter. “Oggi celebriamo la vittoria della democrazia. Domani, continueremo i nostri sforzi per raggiungere un accordo,” ha scritto sul social network Tsipras che, in un tweet successivo, ha aggiunto: “Procederemo con il supporto dei cittadini greci e con la democrazia e la giustizia dalla nostra parte.”

Nonostante la forte opposizione del Presidente del Parlamento Martin Schulz e della Cancelliera tedesca Angela Merkel, Tsipras ha ricevuto il supporto di illustri economisti e politici.

Che la vittoria del “NO” non sia la vittoria personale di Alexis Tsipras, ma la vittoria della democrazia, e’ infatti stato riconosciuto non soltanto da vari movimenti politici della sinistra europea, come L’altra Europa per Tsipras, ma anche da leader d’oltreoceano del calibro di Fidel Castro.

Il Líder máximo ha indirizzato una lettera al Primo Ministro Greco per esprimere supporto e ammirazione. “Il suo Paese, soprattutto il suo coraggio in questo frangente, suscita ammirazione tra i popoli dell’America Latina e dei Caraibi di questo emisfero nel vedere come la Grecia, contro le aggressioni esterne, difende la propria identità e cultura,” ha scritto Castro.

Il coraggio con cui Tsipras si e’ opposto all’austerita’ che ha devastato le sorti della Grecia e di molti altri Paesi europei per cinque anni dimostra, come scrive Marco Travaglio “la serieta’ e la dignita’ dei nuovi politici di Atene.”

 

A opporsi all’auterita’ in fovore della Grec ia e’, tra gli altri, il noto economista americano Paul Krugman, che accusa le politiche di austerita’ dell’UE di essere responsabili per la crisi dell’economia greca. “Le misure di austerita’ hanno dimostrato di essere fallimentari e continueranno a esserlo,” scrive Krugman sul The New York Times, definendo la creazione dell’euro come errore principale.

Oltre a Krugman, anche l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz e il Professor Piketty si sono schierati a favore della Grecia. Insieme ad altri esperti e politici, tra i quali Massimo D’Alema, i due hanno usato il Financial Times per rivolgere un appello ai leader europei. “We call on European leaders to avoid creating bad history!,” ha esordito il gruppo nella lettera di appello, criticando in seguito le misure di austerita’ imposte alla Grecia ed evidenziando la volonta’ dei politici di Atene di attuare riforme.

Per Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea, il vero problema giace nella mancanza di una vera autorita’ europea. Intervistato da La Repubblica, Prodi ha asserito che l’assenza di una forte autorita’ federale abbia permesso alla Grecia di entrare nell’Euro pur non avendo i requisiti per farlo.

 

Il fulcro della questione, nel caso della Grecia, non e’ economico. Anche nell’ipotesi di un’improbabile Grexit, l’UE non risentirebbe economicamente dei danni, ma la sua credibilita’ politica fallirebbe. Gli ideali d’integrazione e solidarieta’ sui quali l’UE si dovrebbe basare sarebbero irrimediabilmente minati. Mentre la Grecia, nonostante il falliento economico a breve termine, ne uscirebbe vincitrice, come il primo Stato in grado di sfidare apertamente l’austerity di Angela Merkel. Il primo Stato della moderna Europa in cui coraggio politico e democrazia sono prevalsi.