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Economia- Il successo di Barack Obama

Tracciare bilanci è quanto mai difficoltoso. Ancor di più lo è nella prossimità di una scadenza di mandato del Presidente della più importante nazione al mondo. Nel tracciare il bilancio degli otto anni dell’amministrazione Obama in economia mi rifarò a dati oggettivi e analitici, lasciando alla speculazione politica filosofica gli altri aspetti. Ciò, per il semplice motivo per il quale nel 2008 non trovai nulla di affascinante nell’essere un afroamericano in Obama, anzi, come la sua più grande sconfitta è rappresentata dall’ineguaglianza nell’organizzazione sociale americano, specie degli afroamericani. Certo non mancano ambiti negativi, come del resto negarli, sarebbe affermare il falso, ma di certo assieme a Putin è stato l’unico leader capace di riformare il suo Paese e portarlo fuori dal pantano del nuovo millennio.

L’economia è il capolavoro di Barack Obama. Egli, ha preso le redini della superpotenza economica per eccellenza proprio nel momento in cui dalla stessa, un anno prima, si era scatenata la crisi dei titoli sub prime che avrebbe, nel giro di pochi mesi, fatto crollare l’intera economia mondiale.

Se da un lato Obama è stato troppo morbido con le banche e altre istituzioni finanziarie poiché come affermato dal premio Nobel Krugman «nessuna figura importante è andata in prigione; banche come Citigroup e Goldman si sono comprate una via d’uscita piuttosto pulita», allo stesso tempo e modo Barack Obama ha attuato due riforme tombali. La prima grande riforma è stata la legge finanziaria Dodd-Frank del 2010 che ha avuto un effetto molto più positivo di quanto ci si potesse aspettare: le legge in questione ha previsto l’istituzione di un registro di systemically important financial institutions (abbreviate in SIFI: cioè aziende che in caso di fallimento produrrebbero effetti su tutto il sistema) che prevedesse, per le aziende che ne facessero parte, alcuni vincoli federali per potere avere accesso ad aiuti economici da parte del governo. Un cambiamento storico, che paragonato all’Unione Europea si pone in maniera diametralmente opposta.

Seconda riforma dal valore imprescindibile è stata l’istituzione del “Consumer Financial Protection Bureau”, un’agenzia creata nel 2011, progetto ideato dalla senatrice democratica Elizabeth Warren. Tale agenzia è riuscita a tutelare con efficacia cittadini che hanno contratto dei prestiti a condizioni irregolari o eccessivamente svantaggiose. Un modo di combattere le clausole vessatorie e i tranelli posti in essere da molteplici attori economici i quali grazie a questa istituzione hanno trovato un forte ostacolo federale sulla loro strada. La mente per gli Italiani va facilmente a quanto accaduto recentemente con le Banche toscane.

A sei anni dall’inizio della «cura Obama » il presidente degli Stati Uniti ha potuto annunciare l’uscita dal paese dalla fase di recessione, la diminuzione del tasso di disoccupazione dal 10% (15 milioni di persone) al 5, 6 (8 milioni di disoccupati), una percentuale di crescita costante del Pil tra il 3,5 % e il 4,5 % e l’assunzione di 2,6 milioni di persone nell’anno 2014, con la prospettiva di una nuova direzione dell’economia nazionale.

Dal febbraio 2009, una serie di misure economiche assunte dal governo che incontrano in una prima fase serie difficoltà, possono essere definite NeoKeynesiane. Ciò significa che queste sono state attuate in piena avversione e controtendenza con i dogmi propagati dalla Commissione Europea e dal passato board della Banca Centrale Europea, per capirsi quello precedente alla Presidenza di Mario Draghi, che ha fatto dell’austerità in Europa quello che per i Cattolici è rappresentato dalla ” Trinità” Primo importante provvedimento è stato il Recovery act, una legge di stimolo economico da 787 miliardi di dollari in esenzioni fiscali a imprese e lavoratori, spese per le infrastrutture. Se in un primo tempo tale Atto ha riscontrato sterili risultati e molte difficoltà, ma fin dopo il terzo trimestre successivo alla sua promulgazione ha rappresentato uno dei volani per la crescita dell’economia reale e del Pil statunitense.

L’iniezione di liquidità immessa nell’economia anche attraverso il quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli di stato pubblici e privati, o di pacchetti di azione, sul mercato delle borse finanziarie in cambio di denaro contante da parte della Fed , la Banca federale, ha come in Europa, dove la sua approvazione è stata dovuta solo a Draghi, ridato slancio al credito e agli investimenti. I progetti previsti e proposti dall’amministrazione Obama di lavori pubblici infrastrutturali «di rapido intervento e attivazione» sul modello del New Deal di Roosvelt per dare rapidamente lavoro ai disoccupati, non vengono accolti dai parlamentari dei differenti Stati federali che lanciano controproposte di progetti a lungo termine nei propri Stati, con pochi effetti immediati sull’economia. In quel torno di tempo, tra il 2009 e il 2010, sembra valere il vecchio detto keynesiano che la politica monetaria del quantitative easing «nel suo splendido isolamento» non è in grado da sola di fare da stimolo alla ripresa economica.

Per far fronte a questo isolamento la politica dell’Amministrazione Obama è stata di guida degli investimenti privati rimettendo in piedi il mercato automobilistico, MG e Chrysler, sostenendo l’attività chimica e di ricerca farmaceutica, con forti e seri progetti strutturali sul territorio federale.

Per dar maggior convinzione alla mia esposizione basta pensare che l’economia Usa è cresciuta del 3,9% nel secondo trimestre del 2015, quando attese degli economisti erano per una crescita del 3,7%, ben diverso dal 0,2 Italiano.

Ora con buona pace degli ultras dell’austerity, dell’intellighenzia italiana e degli europeisti privi di patria, posso facilmente affermare con convinzione che l’economia è stato il ” Capolavoro dell’Amministrazione Obama”. Un Presidente che ha dato speranza a una parte di mondo, illuso forse i più deboli e che a sua volta è stato forse impotente di fronte chi ha provocato la crisi, ma che di sicuro ha lasciato una buona traccia.

Un lascito economico sul quale ripartire o affondare, se le prossime elezioni dovessero presentare cattive sorprese, come amici dell’austerità europea o capitalisti dogmatici. 

Banche, bail-in e caviale

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Il giorno della Ferrari e la tempesta Marchionne

Il grande giorno di Sergio Marchionne è arrivato in autunno. Arrivato dall’Abruzzo da figlio di emigranti in Canada, una volta tornato in patria nell’azienda principe, ha rivoluzionato il concetto di amministrazione in Italia. Ciò ha portato a evidenti rotture del tessuto sociale ed anche a un relativo avanzamento del settore industriale italiano. La sua dirigenza è stata, nel bene o nel male, un uragano nel panorama italiano. Quel che poi ha portato un ulteriore tempesta nel panorama economico globale è stata l’alleanza con Chrysler e la successiva fusione del gruppo piemontese con quello statunitense.

 

Da quella fusione è nata successivamente l’idea e l’ingresso del più pregiato dei brand italiani nel mercato azionario più importante al mondo, ossia quello di Wall Street. Nella prima giornata si è registrato l’acquisto di ulteriori 1,7 milioni di azioni.

 

L’amministratore delegato di Fiat Chrysler e presidente di Ferrari Sergio Marchionne, che ha partecipato alla cerimonia della campanella con John Elkann, presidente di Exor e Fca, Amedeo Felisa, ad di Ferrari, e Piero Ferrari, vicepresidente delle Rosse, ha detto che “entro gennaio 2016″ la società verrà quotata anche alla Borsa di Milano.

Nel frattempo si prospetta una nuova rivoluzione a Maranello. Infatti, dall’inizio del 2016 il Cavallino sarà scorporato da Fca  per l’80% di azioni, il quale verrà assegnato pro quota ai soci del Lingotto. Maranello passerà così sotto il controllo di Exor: la holding della famiglia Agnelli avrà il 24% del capitale ma, grazie al meccanismo del voto multiplo, peserà molto di più e faciliterà il controllo insieme a Piero Ferrari. Come a dire che la gemma del gruppo automobilistico sarà nelle mani salde della famiglia regina d’Italia.

Come ogni buona tempesta vuole, se a New York si festeggiava, dall’altra parte dell’Atlantico si udivano forti tuoni sulla celebrazione. Infatti, il titolo Fca ha registrato, chiudendo la seduta a -5,27%, la performance peggiore del listino. La Commissione europea non ha in alcun modo sottoscritto e dato il suo consenso sugli accordi fiscali sottoscritti con il Lussemburgo. Bruxelles ha dichiarato illegale il tax ruling firmato dalla controllata di Fca Fiat Finance and trade con il Granducato, che dovrà di conseguenza chiedere a Fiat Chrysler di versare tra i 20 e i 30 milioni di tasse non pagate.

 

Tasse che dovrebbero finire in Italia. E, non per un motivo puramente fiscale. Ma, per il semplice fatto che la casa madre di Ferrari e FCA, ossia FIAT, deve tantissimo a ogni singolo italiano.

Greekment: l’accordo che porterà alla morte di un paese

 

La bella favola che sembrava stesse vivendo la Grecia in questi giorni è da ieri giunta al suo termine.

Niente scarpette di cristallo o principi azzurri,solo debiti e un accordo kamikaze che sarà impossibile da rispettare.

La Grecia con la vittoria dell’Oxi si era dipinta nell’immaginario comune come l’alternativa all’Europa dell’austerity , “l’Europa delle banche” che tanto è cara ad Angela Merkel , ma che in pochi anni è diventato il cavallo di battaglia contro cui si scagliano nuovi movimenti e partiti, sia a destra che a sinistra.

Il responso del referendum aveva dato vita ad un’euforia generale, un pathos che univa magistrali intellettuali di tutto il mondo fino al più modesto popolo del web , dove impazzava virale una grecità diventata in poche ore mainstream, che ha avuto quasi più proseliti delle immaginette colorate di facebook dopo l’approvazione dei matrimoni gay in tutti gli U.S.A.

Insomma Tsipras aveva un forte appoggio popolare , nonostante le immagini toccanti di anziani che cercavano inutilmente di ritirare la propria pensione e si accasciavano mesti addosso lo sportello, o dichiarazioni incerte di chi non aveva ancora commisurato la propria scelta, dopo il responso era emersa un Grecia in piena crisi economica pronta al collasso, ma che difendeva ancora con orgoglio il proprio paese.

Gli accordi a cui si è giunti a Bruxelles, fra i leader politici dell’Eurozona, non farà che affondare la barca greca ,già da tempo imbarcante acqua.

Il “ ricatto” a cui si è giunti consiste nell’erogazione di 86 miliardi di euro a condizioni folli e durissime; prime fra le quali l’approvazione lampo di nuove riforme richieste da mamma Europa: un’altra garanzia sarà data dalla supervisione dei creditori su un fondo di beni pubblici di 50 miliardi di euro.

Quasi irriverente il commento ad accordo raggiunto del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, che ha affermato: “Abbiamo raggiunto un Greekment, lo abbiamo fatto a condizioni molto severe, ma la decisione dà alla Grecia la possibilità di rimettersi in carreggiata ed evita le conseguenze economiche negative che un fallimento dei negoziati avrebbe comportato. Un accordo che consente di ripristinare la fiducia tra Atene i partner dell’Eurozona”.

Come se fosse la sua fiducia a rimpinguare le tasche dei cittadini greci,come se fosse la sua fiducia ad evitare di svendere una casa al centro di Atene a 9000 euro.

Dopo il “Greekment” nuovamente la massa virtuale si è scatenata a suon di ashtag: il più diffuso “ThisisaCoup” ( “questo è un colpo di stato”) , riferito alla spietatezza delle condizioni imposte dai creditori e accettate dalla Grecia, è stato adottato anche da autorevoli voci in campo politico ed economico.

Fra questi, ad esprimere un forte e indignato dissenso il Nobel per l’Economia,Paul Krugman che sottolinea come l’accettazione di questo compromesso porti alla completa erosione della sovranità nazionale, e alla servile sottomissione alle richieste feroci dei creditori ma soprattutto alla consumazione personale della vendetta Merkeliana.

Nel frattempo Syriza si spacca e il leader perde ogni secondo che passa fiducia,da parte dei compagni di partito ma in particolare da parte di quel popolo che aveva riposto nella sua figura tutta la speranza che li sosteneva per andare avanti.

Il quadro Europeo non è mai stato così limpido e cristallino: la Germania traina l’Eurogruppo e chi si oppone al suo cammino verrà calpestato, l’Europa tace o ha la voce flebile di Michel Sapin (ministro francese), e la Grecia si consuma, tra il fuoco appiccato dai creditori e quello stesso che stanno per scatenare gli anarchici e i neo-nazisti di Alba Dorata che Tsipras pensava di poter controllare.

Arianna Pepponi

La Grecia di Tsipras dice “NO”. Vincono la democrazia e il coraggio.

Con il 61,3% dei voti, il “NO” ha trionfato al referendum in Grecia.

Se il Paese avra’ un futuro all’interno dell’Unione Europea, e quale esso sara’, e’ ancora da stabilirsi. Ma Alexis Tsipras, Primo Ministro ellenico, ha certamente dimostrato all’Europa che la Grecia e’ forte e unita, dando al Paese una nuova forza per intraprendere nuove negoziazioni.

Il Primo Ministro ha espresso la gioia per i risultati del referendum su Twitter. “Oggi celebriamo la vittoria della democrazia. Domani, continueremo i nostri sforzi per raggiungere un accordo,” ha scritto sul social network Tsipras che, in un tweet successivo, ha aggiunto: “Procederemo con il supporto dei cittadini greci e con la democrazia e la giustizia dalla nostra parte.”

Nonostante la forte opposizione del Presidente del Parlamento Martin Schulz e della Cancelliera tedesca Angela Merkel, Tsipras ha ricevuto il supporto di illustri economisti e politici.

Che la vittoria del “NO” non sia la vittoria personale di Alexis Tsipras, ma la vittoria della democrazia, e’ infatti stato riconosciuto non soltanto da vari movimenti politici della sinistra europea, come L’altra Europa per Tsipras, ma anche da leader d’oltreoceano del calibro di Fidel Castro.

Il Líder máximo ha indirizzato una lettera al Primo Ministro Greco per esprimere supporto e ammirazione. “Il suo Paese, soprattutto il suo coraggio in questo frangente, suscita ammirazione tra i popoli dell’America Latina e dei Caraibi di questo emisfero nel vedere come la Grecia, contro le aggressioni esterne, difende la propria identità e cultura,” ha scritto Castro.

Il coraggio con cui Tsipras si e’ opposto all’austerita’ che ha devastato le sorti della Grecia e di molti altri Paesi europei per cinque anni dimostra, come scrive Marco Travaglio “la serieta’ e la dignita’ dei nuovi politici di Atene.”

 

A opporsi all’auterita’ in fovore della Grec ia e’, tra gli altri, il noto economista americano Paul Krugman, che accusa le politiche di austerita’ dell’UE di essere responsabili per la crisi dell’economia greca. “Le misure di austerita’ hanno dimostrato di essere fallimentari e continueranno a esserlo,” scrive Krugman sul The New York Times, definendo la creazione dell’euro come errore principale.

Oltre a Krugman, anche l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz e il Professor Piketty si sono schierati a favore della Grecia. Insieme ad altri esperti e politici, tra i quali Massimo D’Alema, i due hanno usato il Financial Times per rivolgere un appello ai leader europei. “We call on European leaders to avoid creating bad history!,” ha esordito il gruppo nella lettera di appello, criticando in seguito le misure di austerita’ imposte alla Grecia ed evidenziando la volonta’ dei politici di Atene di attuare riforme.

Per Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea, il vero problema giace nella mancanza di una vera autorita’ europea. Intervistato da La Repubblica, Prodi ha asserito che l’assenza di una forte autorita’ federale abbia permesso alla Grecia di entrare nell’Euro pur non avendo i requisiti per farlo.

 

Il fulcro della questione, nel caso della Grecia, non e’ economico. Anche nell’ipotesi di un’improbabile Grexit, l’UE non risentirebbe economicamente dei danni, ma la sua credibilita’ politica fallirebbe. Gli ideali d’integrazione e solidarieta’ sui quali l’UE si dovrebbe basare sarebbero irrimediabilmente minati. Mentre la Grecia, nonostante il falliento economico a breve termine, ne uscirebbe vincitrice, come il primo Stato in grado di sfidare apertamente l’austerity di Angela Merkel. Il primo Stato della moderna Europa in cui coraggio politico e democrazia sono prevalsi.

 

 

 

Storia ed evoluzione economica del Draft NBA

Il Draft è senza dubbio uno degli eventi più attesi da parte di un fan NBA ma anche da parte dei giovani talenti che, in questa magica serata, diventano finalmente professionisti realizzando il proprio sogno di giocare nel campionato cestistico più bello e competitivo del mondo. Si sa, la NBA è a tutti gli effetti un’azienda e, come tale, deve generare profitto. Anche i giocatori sono a loro volta delle piccole aziende dal momento che possono produrre guadagni per loro stessi e per la franchigia a cui appartengono. Ecco perché il Draft NBA è, era e sempre sarà un evento in cui non solo si pongono le basi per il futuro del basket giocato ma anche per il movimento economico che ne deriva. Dal momento che il Draft nella sua storia ha cambiato spesso modalità dobbiamo fare un passo indietro per spiegare come anche il marketing dei rookies si è evoluto.

Il nostro viaggio comincia nel 1949, quando la BAA (Basketball Association of America) stava ufficialmente diventando quella che oggi conosciamo come NBA (il cambio di nome avverrà ufficialmente nel 1950) grazie all’assorbimento delle squadra della NBL (National Basketball League). Ai piani alti, già all’ora, c’era l’intenzione di rendere questa lega un fenomeno perlomeno nazionale. Ma come si poteva rendere ciò possibile? D’altronde molte franchigie erano appena nate o erano appena state trasferite in una nuova città all’interno dello sconfinato territorio americano, come poteva quindi una squadra non legata al territorio attirare più pubblico delle squadre collegiali che invece da molti anni vivevano in simbiosi con la loro zona di appartenenza? Semplice, legando giocatori “locali” alla rispettiva franchigia. E’ così che nacque la Territorial Pick, ovvero la possibilità per ogni squadra di rinunciare alla propria scelta al primo giro per scegliere, prima del Draft vero e proprio, un giocatore che avesse frequentato un college situato in un raggio di massimo 50 miglia dalla città della franchigia NBA in questione. Stiamo parlando di una mossa di marketing geniale: tantissimi tifosi infatti, appassionati più al singolo giocatore che alla squadra, avrebbero riempito i palazzetti della franchigia NBA locale per seguire da vicino l’atleta che negli anni precedenti li aveva fatti cestisticamente innamorare in ambito collegiale, facendo di conseguenza avvicinare i già citati tifosi alla franchigia e formando così nuove generazioni di fan o, se vogliamo vederli da un punto di vista economico, di consumatori.

Se proprio vogliamo essere polemici si può dire che la Territorial Pick fosse abbastanza ingiusta dal momento che perfino la squadra campione in carica poteva rinunciare alla scelta al primo giro (l’ultima, in questo caso) per “rubare” la prima scelta assoluta nel caso questa fosse cresciuta nelle sue vicinanze. Ciò nonostante non nacque mai alcuna polemica a riguardo, almeno fino a che non si presentò al Draft Wilt Chamberlain. Wilt era ovviamente il giocatore più ambito del Draft 1959 ma proveniva dal college di Kansas, il quale non si trovava all’interno di alcuna area legata a una franchigia NBA e per questo non avrebbe potuto essere scelto con la Territorial Pick, per la gioia dei Cincinnati Royals, che in quell’anno possedevano la prima scelta assoluta. I Philadelphia Warriors però chiesero alla NBA di esercitare comunque l’opzione della Territorial Pick in quanto Wilt Chamberlain era cresciuto proprio a Philadelphia, città in cui aveva giocato anche a livello liceale, precisamente a Overbrook High School. La proposta fu accettata dalla NBA, i Warriors scelsero Chamberlain con la Territorial Pick e si creò così un precedente che diede vita a una nuova norma: la possibilità di esercitare la Territorial Pick basandosi sul periodo pre-universitario quando il college di provenienza esulava dall’area di una qualsiasi franchigia NBA. I Cincinnati Royals dovettero così accontentarsi di Bob Boozer e non riuscirono a creare quello che sarebbe stato un asse piccolo-lungo da libri di storia: Oscar Robertson-Wilt Chamberlain. “The Big O” infatti sarà scelto al Draft dell’anno successivo proprio mediante la Territorial Pick. Per completezza va detto che la Wilt Chamberlain Rule fu utilizzata anche nel 1962 con Jerry Lucas, scelto dai Cincinnati Royals nonostante provenisse da Ohio State University dato che crebbe nei dintorni di Cincinnati frequentando Middletown High School.

Wilt Chamberlain a Overbrook High School
Wilt Chamberlain a Overbrook High School

Se pensate che da un punto di vista del marketing la Territorial Pick non abbia influito vi sbagliate di grosso. Su ventidue giocatori chiamati con questa modalità ben undici, ovvero la metà, sono poi entrati nella Hall of Fame e insieme hanno contribuito a un palmares che comprende quattro Rookie of the Year, cinque MVP stagionali e ben ventinove titoli NBA (avete letto bene, ventinove). Immaginate quanti tifosi abbiano formato questi ventidue giocatori e quanti incassi abbiano portato alle rispettive franchigie.

La Territorial Pick fu abolita nel 1966 a favore del sistema basato sul lancio della monetina. Secondo questa nuova norma, le squadre con i due record peggiori si sarebbero giocati la prima scelta assoluta con un banale testa o croce, un sistema rimasto in atto fino al 1985, anno della prima Lottery.
E’ così che arriviamo finalmente al sistema attuale, quello che anche oggi conosciamo e che rende il Draft così imprevedibile e unico. Ebbene, anche il singolo evento della Lottery fu una mossa di marketing geniale e studiata per la televisione. Quando la Lottery fu introdotta, la NBA era in un’era d’oro, rappresentata da stelle come Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan. Per questo motivo, anche l’evento in sé della Lottery, caratterizzato solamente dall’assegnazione dell’ordine di scelta al successivo Draft delle prime quattordici squadre (nel 1985 riguardava solo sette squadre), divenne un fenomeno mediatico impressionante. Trasmessa in tutto il mondo, la Lottery ha un ascolto medio di tre milioni di telespettatori, senza considerare quelli che al giorno d’oggi la vedono in streaming. In certi anni gli ascolti hanno addirittura superato quelli del Playoffs di NHL, la lega professionistica di hockey, garantendo alla NBA notevoli introiti dai diritti di trasmissione televisiva.

Gli anni passavano e la NBA diventava ogni giorno più conosciuta e ricca. Di conseguenza anche i salari dei giocatori crescevano e i piani alti della Lega decisero di regolamentare gli stipendi dei giocatori scelti al Draft. Fu così che nel 1995/96 venne introdotta la NBA Rookie Scale, ovvero l’uso di stipendi predefiniti in base alla posizione in cui un qualsiasi giocatore viene scelto al Draft.

Tabella 95-96

Al momento della sua introduzione questa norma era ancora piuttosto rudimentale. Come si vede dalla tabella soprastante la Rookie Scale dell’epoca comprendeva solo i primi tre anni di contratto del giocatore in questione, senza considerare l’opzione di rinnovo per ulteriori annate, come succede ora. Ma spieghiamo nel dettaglio. Dalla stagione 1998/99 la NBA ha cambiato la struttura della Rookie Scale in modo che non solo i salari dei rookies scelti al primo giro fossero predefiniti per quanto riguarda i primi tre anni (garantiti), ma venne anche imposto un limite alla percentuale di aumento salariale nel caso la squadra in possesso del giocatore avesse esercitato l’opzione per rinnovare il contratto del suddetto giocatore per un quarto anno. Nel nuovo sistema di Rookie Scale del 1998/99 venne regolamentata anche l’offerta massima possibile (in percentuale al rookie contract) in caso la squadra del giocatore in questione avesse voluto presentare la qualifying offer al suddetto, al termine del quarto anno di contratto, prima che questi possa testare la free agency. Anche in questo caso una tabella spiega meglio di mille parole.

Tabella 98-99

Tuttavia l’NBA non obbliga le squadre a seguire questa norma in maniera oltremodo rigorosa, infatti i rookies possono firmare per una cifra che può scendere o salire fino al 20% del salario indicato. Quindi, in parole povere, un giocatore può firmare per una cifra variabile da un minimo dell’80% a un massimo del 120% della cifra predefinita dalla NBA. Questa elasticità è stata ovviamente inserita per favorire le squadre a gestire in maniera migliore il proprio spazio salariale. Inutile dire che i giocatori più talentuosi (ad esempio gente come Jahlil Okafor e Karl-Anthony Towns, se ci riferiamo al Draft attuale) sono più propensi a guadagnare il 120% della cifra predefinita.
Ora è più facile capire perché, per alcuni giocatori, può essere una sconfitta essere scelti anche solo due o tre chiamate dopo rispetto alle previsioni. Economicamente infatti la perdita è notevole.

Consideriamo gli stipendi destinati ai rookies del Draft 2014, la scorsa stagione. Se un giocatore destinato alla prima chiamata assoluta venisse scelto come quarto, non perderebbe solo il prestigio della prima chiamata ma vedrebbe svanire in pochi minuti circa 3’968’400 dollari garantiti in tre anni. La prima scelta infatti guadagnerebbe circa 14’397’600 dollari in tre anni (con le possibili variazioni fino al 20% di cui abbiamo parlato), mentre la quarta scelta porterebbe a casa 10’429’200 nello stesso periodo di tempo. Differenza non da poco considerando che questi soldi vanno a finire nelle tasche di un ventenne che, fino a questo momento, non ha potuto per legge avere alcun introito (sempre che provenga dal basket collegiale americano e non dal professionismo europeo).

Questo è uno dei motivi per cui vediamo sempre più one-and-done (per chi non lo sapesse, questo termine indica i giocatori che passano dalla NCAA alla NBA dopo un solo anno di college) e, prima che fosse proibito, abbiamo visto crescere anche i giocatori liceali arrivare direttamente in NBA. In passato infatti si preferiva scegliere con le prime chiamate giocatori esperti e già formati, mentre successivamente si è preferito puntare sul potenziale, tanto che oggi vediamo sempre più freshman tra le prime chiamate della Lottery. Questi giovanissimi talenti sarebbero andati al Draft anche senza passare per il college se la NBA non lo avesse proibito nel 2006, ma come dar loro torto? Ogni anno infatti, i contratti garantiti destinati ai giocatori scelti al primo giro del Draft diventano sempre più remunerativi e, al giorno d’oggi, è quasi impossibile per un ragazzo, specie se proveniente da una situazione disagiata, rinunciare a certe cifre. Se guardate nella tabella sottostante come sono cambiati i contratti in termini economici dal 1995/96 all’anno scorso, fino ad arrivare a quelli del 2019/20, non ci vorrà molto per capire l’impatto economico dei rookies nella Lega, nonostante l’inflazione.

Tabella finale

Da questi discorsi capiamo come per un giocatore sia fondamentale la scelta dell’agente che lo rappresenta. Le abilità di quest’ultimo possono influenzare in primis lo stipendio (sulla base di quel 20% variabile di cui si parlava) e, cosa da non sottovalutare, anche la posizione in cui il giocatore verrà draftato. Se infatti un prospetto si lega con un agente che generalmente rappresenta molti All-Star, il suo prestigio aumenta di conseguenza.
Il lavoro dell’agente durante il Draft è però uno dei più rischiosi. Jared Kernes, agente di giocatori NBA, dichiarò a Forbes che solitamente è la compagnia per cui lavora l’agente a dover pagare ogni spesa da quando il giocatore firma il contratto di rappresentanza fino al Draft. Queste spese includono vitto, alloggio, allenamenti con preparatori privati, fisioterapisti e tutti i trasporti nel periodo dei provini pre-Draft. Molto spesso le compagnie non vengono rimborsate dai giocatori per queste spese, mentre altre volte, la minoranza, i soldi vengono restituiti con una percentuale sul primo contratto del giocatore rappresentato. Il rischio aumenta quando si decide di rappresentare un giocatore destinato a essere scelto nel secondo giro. I contratti dati ai giocatori pescati nel secondo round infatti non sono per forza garantiti ma vanno a discrezione della franchigia. Kernes ha anche spiegato come, il più delle volte, l’agente non riceva un guadagno diretto in percentuale dal primo contratto del giocatore. Ma allora perché rappresentare un rookie? Lo spiega ancora Kernes. Per prima cosa per “farsi un nome” e invogliare altri rookies delle annate successive a firmare con loro, ma anche e soprattutto per negoziare il secondo contratto del giocatore una volta esaurito il rookie contract. L’agente è solito percepire una cifra che si aggira attorno al 4% della cifra complessiva del nuovo contratto.

Come avete potuto vedere il Draft è una scienza difficile anche per gli addetti ai lavori, non solo per quello che riguarda le scelte prettamente tecnico-tattiche ma anche e soprattutto per il fattore economico e di marketing. Ora però non pensate che il Draft sia un mondo in cui il denaro è l’unico padrone. Resta sempre spazio per il fattore umano. Sapete infatti che chiunque può iscriversi al Draft anche senza aver mai giocato a basket? Precedentemente al Draft 2013 infatti un ragazzo (rimasto anonimo) ha mandato una mail alla NBA dicendo che lui, essendosi laureato al college di Miami e rientrando nei limiti di età, voleva iscriversi al Draft 2013. La NBA gli rispose dicendogli che, avendo lasciato l’università nel 2010, si sarebbe potuto dichiarare al Draft 2011 e non a quello 2013, così divenne un normale free agent. Ovviamente questo ragazzo non ha mai trovato una squadra in NBA ma è un buon esempio per spiegare come certi traguardi siano accessibili a tutti. Se anche voi volete ripercorrere le sue gesta però ricordate quanto abbiamo detto in precedenza e cercatevi un bravo agente.

Tratto da “My-Draft Magazine” di My-Basket.it

Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel. La recensione.

La copertina.

Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel (2014) è il successore di un’opera precedente del prof. Roberto Finelli, Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx del 2004. Docente di Storia della Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma Tre, egli si occupa di idealismo tedesco e marxismo, con un occhio di riguardo verso la psicanalisi classica. Come intuibile, Un parricidio compiuto è il tentativo di tirare le somme del libro di cui rappresenta un seguito. Precisamente la domanda è: possiamo andare oltre il postmordernismo e il pensiero debole sulla scia di Gianni Vattimo, riprendendo le categorie di Marx? Che cosa tenere e cosa rigettare del Marx maturo? Ma per dare risposta a tale questione, per Finelli è necessario indagare l’origine delle categorie che il padre del marxismo uso per criticare la modernità; ciò esaminando come Marx smembrò la filosofia hegeliana prendendone le parti di cui aveva bisogno e rigettandone il nocciolo metafisico (nodo continuamente problematico della sua filosofia). A sua volta Finelli propone fra le righe del volume come uccidere Marx stesso e smembrarlo a sua volta, prendendo le parti più attuali e incisive di tale pensatore.
L’introduzione non è né più né meno un breve excursus, attraverso la sua esperienza di studente durante le contestazioni degli anni ’60-‘70, delle rinnovate letture del Capitale da parte dei giovani universitari dell’epoca. E di come tali tentativi, nonostante le declinazioni piuttosto raffinate che si svilupparono all’epoca, fallirono nel dare ragione del post-fordismo e di tutta la successiva società dell’informazione.

Il secondo e il terzo capitolo riguarda il ben conosciuto materialismo storico, per Finelli una lettura storica del reale ormai da abbandonare: alla dinamica struttura-sovrastruttura egli propone di favorire le categorie di presupposto-posto dei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, applicandoli al principi de Il Capitale, l’opera più scientifica ed economica di Karl Marx. In tali sezioni, egli sottolinea l’obbligatorietà di tale operazione, dati i nuovi presupposti dell’accumulazione sfrenata di ricchezze da parte del nuovo capitalismo. Un capitalismo dove non viene più sfruttata la forza-lavoro del lavoratore, bensì le sue conoscenze e la sua forza mentale, in cui il minaccioso macchinario della fabbrica è stato sostituito dai computer. I quali si propongono come qualcosa di amichevole e desiderabile, che si affianca al lavoratore medesimo.

Nei capitoli seguenti, si continua analizzando le radici hegeliane del Capitale e confrontandolo non solo con la storia filosofica, ma anche con la storia del pensiero economico (riprendendo la problematica tramite gli economisti classici come Adam Smith). Mentre nelle ultime battute si rielaborano le categorie così ottenute e indagate allo scopo di trovare una qualche forma di emancipazione da queste forme di economia e sfruttamento contemporanee.

In sostanza, il Parricidio Compiuto di Finelli non è unicamente il tentativo di uno storico della filosofia di guardare a Marx e ai marxismi seguenti (con particolare attenzione ad Althusser) in modo obbiettivo e disincantato. Ma è al tempo stesso il tentativo di formulare una linea di ricerca per trovare nuovi strumenti di critica del presente; verso un Capitalismo dell’informazione e dei servizi, che non sottomette più il lavoratore, ma lo corteggia e si rende desiderabile attraverso la trasfigurazione dei valori e delle realtà in atto. Fino ad arrivare a plagiare l’inconscio comune.

C’è ancora spazio per il Marxismo?

 

 

C’è chi dice che sia morto, altri invece che sia più vivo che mai. In un caso o nell’altro si torna continuamente a parlare di Karl Marx e marxismo. Ma oggi nel 2014 questo tipo di dottrina, che il suo stesso autore definì “scientifica”, ha ancora spazio per dire qualcosa riguardo alle nostre costruzioni sociali? Il problema in effetti interessa oggi più gli economisti o gli analisti politici, piuttosto che i filosofi nell’accezione accademicamente stretta. Purtroppo il marxismo è stata una filosofia per certi versi genuina, ma purtroppo viziata da innumerevoli strumentalizzazioni politiche, letture (e riletture) più o meno lecite durante il Novecento.

Lo stesso successo postumo che Marx raccolse fu dato perlopiù dalle svariate interpretazioni che accentuarono maggiormente il lato “pragmatico” del suo pensiero, come mezzo per un cambiamento reale della società, anziché per un sincero interesse nella sua analisi del capitalismo. Ma a una presa di piede nel mondo intellettuale, non corrispose un riscontro immediato nella realtà: la società industriale cambiò radicalmente rispetto alla situazione in cui scrisse il Capitale. A questo punto si colloca la nostra domanda: c’è ancora spazio per il marxismo?

Due sono gli atteggiamenti che si possono avere, in generale: un primo è stato quello di destituire il marxismo in quanto teoria non scientifica, oppure al relegarla a analisi storicamente collocata, ormai obsoleta. Il secondo è invece un recupero della filosofia di Marx per comprendere meglio certe dinamiche tutt’oggi interne alle istituzioni e alle economie capitalistiche; soprattutto alla luce dell’attuale crisi economica, che dopotutto ha dimostrato che certe cose nonostante sia passato un secolo intero non sono cambiate poi così tanto.

Perché non vi sarebbe più spazio per Marx? In primo luogo, certe istanze dell’epistemologia ne ha criticato l’effettiva scientificità (mettendo in dubbio anche campi del sapere come la psicanalisi). Karl R. Popper, il filosofo della scienza, in particolare ne criticò fortemente due punti fondamentali: primo, il non essere falsificabile dai fatti e secondo l’accentuata concezione deterministica della storia. Infatti una teoria per essere considerata scientifica deve poter essere in qualche modo falsificabile da fatti empirici: se un dato della realtà entra in conflitto con la teoria, allora vuol dire che quest’ultima non era esatta, ed è stata in questo modo smentita. Con il marxismo ciò non funziona. Questo perché il marxista ortodosso reinterpreterà a mo’ di astrologo di volta in volta i dati del reale a proprio piacimento, giustificando ad hoc le anomalie; tale approccio non è di fatti scientifico, perché non ci sono fatti in grado di falsificare questo insieme di dottrine. Secondo, Marx credeva in un determinismo storico che a parere di Popper non sussiste. In La società aperta e i suoi nemici, egli sostenne che se la storia è costituita da azioni individuali non prevedibili, allora viene meno una base di partenza di Marx: se vi sono solo tendenze approssimative e non leggi determinate nella storia, allora la sua filosofia perde di potere esplicativo.

In fin dei conti Marx non si inventò nulla: descrisse e cercò di spiegare solamente la situazione della classe operaia in un preciso tempo, il secolo XIX, in un tessuto socio-economico preciso, l’Inghilterra. Può tale modello essere universale? No, poiché essendo una visione storicista, ha valore solo in quel dato contesto. Dai tempi di Marx la situazione è cambiata: il lavoro come lo intese Marx, ovvero quello manuale, riguarda oggi solo il 30% delle mansioni. Oltretutto viviamo oggi in una società non più fondata sulla proprietà nuda e cruda, quanto su un mercato della conoscenza: le classi attuali sono molto più mobili e meno definite grazie a un fenomeno a quel tempo poco prevedibile, l’istruzione di massa. È il tipo di sapere posseduto che determina il nostro prestigio e il nostro mestiere. Per tutte queste ragioni il marxismo tout court è considerato da molti ormai morto.

D’altra canto perché c’è ancora spazio per il marxismo? Aldilà del successo politico che continuamente riscuote in certi paesi, economisti e storici per spiegare il recente crollo finanziario hanno trovato una possibile spiegazione proprio in Marx. Un personaggio come il celebrato Thomas Piketty nel suo libro Il capitale nel XXIº secolo ha dimostrato, esaminando numerose raccolte statistiche, che Marx aveva ragione nel predire contraddizioni interne al capitalismo e maggiori disparità; ciò a causa della concentrazione del capitale nelle mani di pochi. Tale processo è stato ovattato solo grazie al già citato elemento dell’istruzione massificata, ma la teoria di fondo è essenzialmente corretta.

Oppure la critica marxista all’ideologia, intesa come sovrastruttura che controlla il modo di vedere e sentire di una società, ha dei risvolti più che mai contemporanei. Basterebbe vedere i tentativi di esponenti della cosiddetta della “Scuola di Francoforte” (Horkheimer, Adorno, Marcuse, ecc.), che applicando certi principi della scuola marxista riuscirono a comprendere meglio di altri i movimenti della condizione storica in cui si trovarono: la tecnica, il totalitarismo, i media e così via. O le analisi sulle mille sfaccettature dell’ideologia portate avanti dal pensatore sloveno Slavoj Zizek si inseriscono nel solco di quelle di Marx. Di conseguenza, nonostante il tempo ormai trascorso, un certo grado di attendibilità rispetto a innumerevoli interazioni in società di stampo capitalista sembra evidente.

Forse bisognerebbe utilizzare in maniera analoga un’espressione che Michel Focault usò per Freud, l’essere giusti. Non pretendere quello che Marx non ci può dare per ovvi motivi, come la stragrande maggioranza fece invece o che plagiò a proprio uso e consumo come i regimi comunisti. Bensì riconoscerne limiti e mezzi, come consigliò lo storico e accademico Eric J. Hobsbawm: magari gettare via le risposte, ma conservare le domande, che in un modo o nell’altro si rivelano di profonda attualità. Questo mettendo da parte letture e orientamenti precostituiti e prefabbricati che, diciamocelo, hanno fatto più danni che altro. Riportando dunque Marx e il marxismo da ideologia preconfezionata a strumento d’analisi che può davvero dirci qualcosa di serio sul reale.

A cosa servono i Big Data

Questa è la storia delle informazioni del XXI secolo, è la storia delle tracce che ogni giorno lasciamo come le briciole di Pollicino per le strade che percorriamo, con unica differenza, che qualcuno le raccoglie. Questa è la storia dei ” Big Data “. Tecnicamente, con ” Big Data ” s’intende descrivere una raccolta di dataset così amplia e complessa da richiedere strumenti differenti da quelli tradizionali, in tutte le fasi del processo: dall’acquisizione, alla curation, passando per condivisione, analisi e visualizzazione. La casa di questi dati è il web, ma non solo. Ogni giorno dalla corsa calcola dall’app dell’I-Pod, al codice Rfid sulla maglia appena acquistata dalla vostra ragazza da Zara, passando per la Oyster Card tutto finisce nel vortice dell’analisi dei Big Data. Ad oggi Hadoop è il framework che si sente nominare più spesso parlando di Big Data perchè il suo lavoro è quello di prendere centinaia di milioni di informazioni e spezzettarle su tanti server, fino a che questi non riescono a “riunirle” in qualcosa che assume magicamente un senso. Ovviamente non avviene tutto per magia, bisogna programmare esattamente cosa ricercare in centinaia di migliaia di dati. La scienza della raccolta, curation e sviluppo dell’analisi dei dati ha l’obiettivo di estrarre informazioni aggiuntive rispetto a quelle che si potrebbero ottenere analizzando piccole serie, con la stessa quantità totale di dati. Ad esempio, l’analisi per sondare gli “umori” dei mercati e del commercio, e quindi del trend complessivo della società e del fiume di informazioni che viaggiano e transitano attraverso Internet. Attualmente, prima di massicci acquisti di stock azionari sui mercati finanziari, le grandi banche d’investimento compiono una pre analisi dei Big Data allo scopo di sondare gli umori degli investitori e sulla base di modelli standard matematici scegliere il momento più propizio per attuare la propria strategia.

Big Data - Polince.org

Se c’è qualcosa di estremamente valoroso che mi hanno insegnato uomini che con la Filosofia e le tendenze artistiche nulla hanno a che fare, è che dietro a ciò che viene ” offerto gratuitamente ” si nasconde un doppio sacrificio. È questo il lato oscuro dei social network, dove in cambio di un’agorá virtuale ti si chiede la cessione della conoscenza dei tuoi gusti, movimenti e caratteristiche personali. A tal proposito consiglio a tutti di digitare dashboard.google.com e dopo aver digitato le proprie credenziali scoprire come Google conosca più cose della vostra persona, anche rispetto a voi stessi. Certo Google non è un social network, ma è grazie a Mountain View che coordinate in modo pratico ed intelligente tutte le vostre attività.

Il processo evolutivo di raccolta dataset è alla base delle prossime strategie aziendali nel prossimo decennio, con alcuni gruppi capaci di implementare e sviluppare a proprio uso e del cliente l’analisi di questi. Non è un caso per cui quando passate la vostra Fidelity Card o effettuate da qualsiasi dispositivo un login che magicamente vi appaiono prodotti o articoli da voi ritenuti interessanti. Eppure, il ritardo nell’utilizzo di questo fondamentale strumento d’analisi è impressionante.
Infatti, analizzando i dati raccolti da un’indagine condotta lo scorso anno dalla IDC, società di ricerche di mercato e consulenza in ambito IT, su 1.651 imprese dell’Unione Europea (Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito), più della metà delle aziende (il 53%) non ha adottato soluzioni per elaborare grandi quantità di Stando ai dati di un’indagine condotta nel 2013 da IDC, società di ricerche di mercato e consulenza in ambito IT, su 1.651 imprese dell’Unione europea (Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito), più della metà delle aziende (il 53%) non ha adottato soluzioni per elaborare grandi quantità di informazioni non strutturate.In base alla ricerca, presentata durante il convegno IDC Big Data & Analytics Conference 2014 a Milano, il 15% delle compagnie si dichiara addirittura non familiare con l’argomento.
Come la banda larga, lo sviluppo del nucleare di III generazione, il ritardo nell’utilizzo dei Big Data fin da quest’ultimo biennio sta creando molteplici problemi di crescita all’economia europea. Rendendola quasi totalmente incapace di essere competitiva con l’Asia e gli Stati Uniti.
Se si pone il riferimento alla sola Italia e a un campione più ristretto , dalla ricerca di IDC emerge che il 30% delle aziende ha puntato sui big data. Se il numero di compagnie prese in esame fosse stato simile a quello relativo allo studio sulle imprese continentali, il valore italiano sarebbe stato più alto rispetto agli altri Paesi Ue.
Se vi state domandando se i Big data sono legali, la risposta è affermativa. Meno per la libertà che si presume di avere nella sfera privata. Nel frattempo per comprendere la loro importanza sappiate che il Bayern München li utilizza da un anno. Ma, quello non è solo calcio, é Guardiola.

La presenza cinese in Africa: aspetti positivi e perplessità

Sono rimasto piuttosto colpito quest’estate quando, attraversando Dakar, ho notato che le insegne informative di un cantiere fossero in cinese. Incuriosito, ho dunque iniziato a guardarmi attorno più attentamente. Chiedendo informazioni ad Adama, il nostro conducente, riguardo la presenza cinese a Dakar ho scoperto che il Grande Teatro Nazionale, struttura di grandi dimensioni e pregevole fattura, è stato finanziato e costruito dal governo cinese. Molte altre sono le infrastrutture figlie della cooperazione con la Cina.La Cina ha vastissimi interessi nel continente africano: sia attraverso progetti infrastrutturali sia in virtù di accordi energetici di lungo termine.Si stima che più di un milione di cinesi risieda al momento in Africa (nei primi anni 2000 erano circa 100.000), che più di 2000 siano le società cinesi operanti sul territorio e che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti come primo partner commerciale del continente africano.

La massiccia presenza cinese in Africa, dunque, è ormai un dato di fatto e rientra nella politica di espansione commerciale da parte del governo di Pechino nei paesi meno sviluppati del globo.I primi moderni investimenti cinesi nel continente risalgono a una cinquantina di anni fa, ma è negli ultimi anni che si è registrato un aumento drastico dell’influenza di Pechino in Africa. La Cina costruisce infrastrutture in quasi tutti i paesi africani in cambio di materie prime e sbocchi commerciali. Ma, con gli anni, gli investimenti cinesi si sono ampliati e diversificati  arrivando a interessare anche i settori del turismo e  dell’agricoltura. Inoltre, la Cina investe nel trasferimento di know-how finanziando borse di studio e organizzando corsi e laboratori per la formazione professionale di migliaia di giovani africani.I rapporti sino-africani soddisfano interessi di entrambe le parti: la Cina ha necessità di espandere le sue zone di influenza economico-commerciale per piazzare i prodotti a basso costo che produce e per approvvigionarsi di materie prime, mentre i paesi africani vedono di buon occhio la possibilità di svincolarsi dalle storiche influenze statunitensi ed europee dal momento che gli affari con il gigante asiatico sono molto più proficui.Tra l’altro, in virtù del principio di non-ingerenza nella politica interna adottato da Pechino, i governi africani non sono tenuti a render conto e a mettere in discussione le loro politiche in materia di diritti e libertà.

  Cina e Africa

La Cina ha guadagnato sempre maggiore terreno e potere nel continente africano a scapito di Stati Uniti ed Europa innescando ben presto uno scontro dialettico fra le parti. L’occidente accusa la potenza asiatica di perpetrare un progetto neo-coloniale e ne biasima i rapporti e gli affari fatti con i vari dittatori che governano diversi paesi africani. Da parte sua la Cina si difende sostenendo di non avere finalità politiche dietro i suoi affari e rispedisce al mittente le accuse. Lo stesso Xi Jinping, in occasione del viaggio ufficiale nel continente africano nel marzo 2013, ha dichiarato:  “La Cina continuerà ad offrire, come sempre, l’assistenza necessaria all’Africa senza nessuna finalità politica correlata”.L’economia africana intanto cresce, anche grazie ai rapporti con la Cina. Detto ciò, la capillare presenza cinese nasconde anche molte ombre; perplessità vengono espresse inoltre dagli osservatori occidentali mentre critiche iniziano a levarsi anche tra gli africani.Lì dove le condizioni economiche sono migliorate abbastanza da far nascere una classe imprenditoriale locale, la potente concorrenza delle aziende e dei prodotti cinesi crea disappunto. Spesso le aziende cinesi impiegano mano d’opera cinese, sfavorendo così l’occupazione dei lavoratori africani e intensificando i flussi migratori dall’Asia verso l’Africa. Infine, la scarsa qualità dei prodotti cinesi così come la poca trasparenza in merito al rispetto delle norme sul lavoro hanno scatenato una reazione da parte di imprenditori africani che chiedono nuovi accordi su nuove basi e condizioni.

In conclusione: il ruolo della Cina in tutto il mondo in via di sviluppo, ma soprattutto nel continente africano, sta diventando sempre più importante, favorendo di fatto  una crescita economica che difficilmente alcuni paesi potrebbero raggiungere autonomamente in tempi così rapidi. Ma allo stesso tempo i diretti beneficiari dovrebbero avere la capacità di tutelare i propri interessi in un’ottica di lungo periodo, evitando di sacrificare sull’altare della crescita economica diritti e risorse che rappresentano i veri elementi sui quali basare il proprio sviluppo futuro.