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La presenza cinese in Africa: aspetti positivi e perplessità

Sono rimasto piuttosto colpito quest’estate quando, attraversando Dakar, ho notato che le insegne informative di un cantiere fossero in cinese. Incuriosito, ho dunque iniziato a guardarmi attorno più attentamente. Chiedendo informazioni ad Adama, il nostro conducente, riguardo la presenza cinese a Dakar ho scoperto che il Grande Teatro Nazionale, struttura di grandi dimensioni e pregevole fattura, è stato finanziato e costruito dal governo cinese. Molte altre sono le infrastrutture figlie della cooperazione con la Cina.La Cina ha vastissimi interessi nel continente africano: sia attraverso progetti infrastrutturali sia in virtù di accordi energetici di lungo termine.Si stima che più di un milione di cinesi risieda al momento in Africa (nei primi anni 2000 erano circa 100.000), che più di 2000 siano le società cinesi operanti sul territorio e che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti come primo partner commerciale del continente africano.

La massiccia presenza cinese in Africa, dunque, è ormai un dato di fatto e rientra nella politica di espansione commerciale da parte del governo di Pechino nei paesi meno sviluppati del globo.I primi moderni investimenti cinesi nel continente risalgono a una cinquantina di anni fa, ma è negli ultimi anni che si è registrato un aumento drastico dell’influenza di Pechino in Africa. La Cina costruisce infrastrutture in quasi tutti i paesi africani in cambio di materie prime e sbocchi commerciali. Ma, con gli anni, gli investimenti cinesi si sono ampliati e diversificati  arrivando a interessare anche i settori del turismo e  dell’agricoltura. Inoltre, la Cina investe nel trasferimento di know-how finanziando borse di studio e organizzando corsi e laboratori per la formazione professionale di migliaia di giovani africani.I rapporti sino-africani soddisfano interessi di entrambe le parti: la Cina ha necessità di espandere le sue zone di influenza economico-commerciale per piazzare i prodotti a basso costo che produce e per approvvigionarsi di materie prime, mentre i paesi africani vedono di buon occhio la possibilità di svincolarsi dalle storiche influenze statunitensi ed europee dal momento che gli affari con il gigante asiatico sono molto più proficui.Tra l’altro, in virtù del principio di non-ingerenza nella politica interna adottato da Pechino, i governi africani non sono tenuti a render conto e a mettere in discussione le loro politiche in materia di diritti e libertà.

  Cina e Africa

La Cina ha guadagnato sempre maggiore terreno e potere nel continente africano a scapito di Stati Uniti ed Europa innescando ben presto uno scontro dialettico fra le parti. L’occidente accusa la potenza asiatica di perpetrare un progetto neo-coloniale e ne biasima i rapporti e gli affari fatti con i vari dittatori che governano diversi paesi africani. Da parte sua la Cina si difende sostenendo di non avere finalità politiche dietro i suoi affari e rispedisce al mittente le accuse. Lo stesso Xi Jinping, in occasione del viaggio ufficiale nel continente africano nel marzo 2013, ha dichiarato:  “La Cina continuerà ad offrire, come sempre, l’assistenza necessaria all’Africa senza nessuna finalità politica correlata”.L’economia africana intanto cresce, anche grazie ai rapporti con la Cina. Detto ciò, la capillare presenza cinese nasconde anche molte ombre; perplessità vengono espresse inoltre dagli osservatori occidentali mentre critiche iniziano a levarsi anche tra gli africani.Lì dove le condizioni economiche sono migliorate abbastanza da far nascere una classe imprenditoriale locale, la potente concorrenza delle aziende e dei prodotti cinesi crea disappunto. Spesso le aziende cinesi impiegano mano d’opera cinese, sfavorendo così l’occupazione dei lavoratori africani e intensificando i flussi migratori dall’Asia verso l’Africa. Infine, la scarsa qualità dei prodotti cinesi così come la poca trasparenza in merito al rispetto delle norme sul lavoro hanno scatenato una reazione da parte di imprenditori africani che chiedono nuovi accordi su nuove basi e condizioni.

In conclusione: il ruolo della Cina in tutto il mondo in via di sviluppo, ma soprattutto nel continente africano, sta diventando sempre più importante, favorendo di fatto  una crescita economica che difficilmente alcuni paesi potrebbero raggiungere autonomamente in tempi così rapidi. Ma allo stesso tempo i diretti beneficiari dovrebbero avere la capacità di tutelare i propri interessi in un’ottica di lungo periodo, evitando di sacrificare sull’altare della crescita economica diritti e risorse che rappresentano i veri elementi sui quali basare il proprio sviluppo futuro.

Franco Lo Piparo, “Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”

Amartya Sen ebbe il merito di introdurre nel dibattito non solo economico, ma anche filosofico, il problema dei rapporti che intercorsero fra Antonio Gramsci (politico, linguista e filosofo), Piero Sraffa (economista italiano dissidente a Cambridge) e Ludwig Wittgestein, il più geniale filosofo del linguaggio del novecento (il nostro collega G.V. Sansone ha parlato estensivamente di tale ipotesi qui). Cioè se Gramsci sia stato indirettamente l’ispiratore del secondo Wittgenstein, attraverso la mediazione di Sraffa o meno. La congettura dell’insigne pensatore indiano è sempre ritornata fra alti e bassi nel dibattito sulle origini della filosofia wittgesteiniana, rappresentando un “giallo” nella storia delle idee. Attualmente è stato posto nuovamente quest’anno, con grande risonanza, dal libro Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere, uscito a Maggio 2014 per Donzelli Editore €18,00.

L’opera del professor Franco Lo Piparo, docente di filosofia del linguaggio a Palermo, si distingue per la precisione storica, filologica e speculativa, oltre che per l’encomiabile capacità divulgativa e il linguaggio cristallino.

Il libro si configura di tre sezioni tematiche. La prima si caratterizza per delineare il rapporto interpersonale che correva fra le tre figure in esame, attraverso le lettere di quel periodo; in particolare Lo Piparo riesce a dimostrare come nello stesso periodo 1934-36 (in cui le Ricerche Filosofiche di Wittgestein furono all’inizio composte) e in cui Sraffa frequentava Cambridge, quest’ultimo era già a conoscenza del contenuto dei Quaderni del carcere dell’amico e compagno Gramsci: ciò attraverso la mediazione della propria cognata Tatiana Schucht. Il secondo nucleo entra invece nello specifico dell’analisi storico-filosofica: Lo Piparo analizza filologicamente parallelismi e similitudini fra i Quaderni di Gramsci e tutti gli scritti che caratterizzarono lo sviluppo concettuale del filosofo austriaco nel suo secondo soggiorno in Inghilterra; non solo Ricerche, ma anche altre testimonianze come Brown e Blue Book e Big Typescript sono prese in esame. È individuato successivamente il tratto fondamentale che accomuna il lavoro di entrambi: il ruolo imprescindibile che il linguaggio ha nella nostra pràxis quotidiana, anche non strettamente linguistica e come essa abbia immancabilmente ricadute negli aspetti politici dell’esperienza. In fine il terzo punto della trattazione di Lo Piparo risulta a nostro parere la più interessante: viene esplicato il filo rosso che intreccia le biografie dei due, che seppur lontane come forma mentis, luoghi e origini (il giovane Ludwig è un rampollo della ricca Vienna mentre Gramsci è figlio di una famiglia di umili mezzi in Sardegna), paiono condividere una medesima epopea umana e filosofica: vivono gli stessi problemi, la stessa urgenza morale di dimostrarsi eticamente all’altezza della propria umanità (Wittgenstein nella prima guerra mondiale e Antonio attraverso la militanza giornalistica e politica).

Dando un giudizio, il volumetto si distingue per l’originalità con cui è presentata la congettura di Sen (rendendo tra l’altro la questione accessibile al vasto pubblico). Lo Piparo la presenta con una notevole profondità storica, passione e rigore. Alcuni potrebbero obbiettare la mancanza di uno specifico approfondimento del Gramsci nel periodo del giornale “L’Ordine Nuovo”, dell’operaismo e strettamente marxista. Di come Marx abbia influenzato la sua concezione del linguaggio e della prassi politica. Ma è chiaro che tale trattazione è superflua rispetto allo scopo: è piuttosto il come quest’ultimo, che non riuscì più a inserirsi in una qualche corrente “sentimentale” (ovvero marxismo, liberalismo e fascismo) come scrisse in una bozza di una lettera del 30 Novembre 1931, influenzò il filosofo più importante del XX secolo, che si definì originale non nel seme bensì nel campo in cui lo avrebbe accolto (Pensieri Diversi, Biblioteca Adelphi, 1980, p.76).

Se dovessimo però trovare un punto critico, sarebbe intrinseco al progetto di ricerca stesso dell’autore: nei contenuti sono solo supposizioni. Per ora non abbiamo nessuna nota o testimonianza scritta in cui Sraffa o Wittgestein riportino i propri colloqui o le idee in essi espresse. La lettura dell’autore si regge praticamente su evidenze indirette: aldilà delle manifestazioni di stima e dell’affetto reciproco, non ci sono prove decisive a sostegno della sua tesi, se non somiglianze e coincidenze cronologiche (come fa notare anche Luigi Perissinotto sul Il Manifesto 6 Luglio 2014). Lo stesso ammette che la sua ricerca è puramente “filologico-poliziesca” (p.80).

Nonostante l’indubbia qualità del lavoro, finché non ci saranno prove concrete il poetico rapporto tra filosofia gramsciana e Wittgestein rimarrà solamente appunto una congettura. E fino a quel momento le influenze sul pensiero di un colosso della filosofia rimarranno Frege, Russell, Tolstoj, Dostoevskij, Il Tramonto dell’Occidente di Splengler e il Ramo d’Oro di Franzer.

Beyond gdp: la ricerca della felicità

Ormai da diversi anni si è sempre più diffusa tra economisti, statistici, ma anche politici, la convinzione che si debba trovare un’alternativa al Pil inteso come principale indice di riferimento per l’analisi dello sviluppo, del progresso o del benessere di una nazione e di una società.

Recentemente ho dovuto leggere un libro sull’argomento scritto dal giornalista Donato Speroni, dal titolo “I numeri della felicità”. Dal Pil alla misura del benessere” (Cooper, 2010). Speroni in maniera molto chiara analizza la questione e ricostruisce il percorso ed il dibattito che hanno portato verso una sempre più ampia coscienza del problema e del lavoro di ricerca in merito.

Si tratta ovviamente di una questione estremamente complessa, sia da un punto di vista ideologico, sia da quello tecnico. Gli stessi elaboratori del Pil (Kuznets e Keynes) ne avevano sottolineato i limiti, ma ciò non gli ha impedito di diventare nel corso della seconda metà del secolo passato l’indicatore principale per l’analisi della situazione di sviluppo, della crescita economica di un paese. Gradualmente si è arrivati a credere che fosse un dato onnicomprensivo della ricchezza di un paese, che quel numero potesse rappresentare anche il grado di benessere, felicità e soddisfazione dei cittadini, ossia quella che potremmo definire come la “ricchezza immateriale” di una paese. Gradualmente è apparso evidente come un approccio ed un’analisi di questo tipo fossero particolarmente limitati e fuorvianti, soprattutto se si considera il fatto che il Pil sia da tempo il parametro sul quale vengono calibrate le politiche dei governi.

Ma che cosa è il Pil? Che cosa ci dice e cosa nasconde? Il Pil ci dà il polso della produzione di ricchezza del sistema-paese attraverso il conto delle risorse e degli impieghi (lavoro). Misura il flusso monetario corrispondente allo scambio di beni e servizi tra gli individui e le imprese all’interno di un sistema economico. Si è cominciato a calcolarlo dopo la crisi del ’29, ma è stata la seconda guerra mondiale a dare grande impulso al suo sviluppo (perché dava la possibilità ai governi di calcolare le possibilità di conversione militare del proprio apparato industriale).

Ci sono però diversi elementi che il Pil non misura e che invece dovrebbero rientrare nel calcolo della ricchezza (anche strettamente economica) di un paese, inficiando dunque la sua possibilità di descrivere la reale situazione economica di un paese. Non vengono considerate determinati fattori quali il lavoro familiare, le cosiddette economie parallele (criminalità, prostituzione), il depauperamento delle risorse ambientali, la qualità della vita (nessuna distinzione qualitativa tra le diverse spese), non tiene conto del consumo dei capitali. Tuttavia, non è così facile “abolire il Pil” perché abbiamo comunque bisogno di una contabilità nazionale.

Il Pil, però,ci dà un’immagine limitata ed esclusivamente quantitativa dello sviluppo di un paese, ci illustra la produzione di ricchezza di un sistema, ma senza minimamente considerarne gli aspetti qualitativi.

I soldi non rendono necessariamente felici, insomma. La contabilità nazionale va quindi corredata da “conti satellite” che completino il quadro ed offrano ai governi le statistiche ed i dati necessari a formulare politiche migliori.

La questione è: che cosa bisogna contare, che cosa bisogna considerare per avere un quadro reale e veritiero dello stato di benessere di un paese e dei sui cittadini? Come lo si può fare? L’obiettivo è quello di identificare ed elaborare nuove misure di benessere e felicità. Tuttavia, bisogna individuare e accordarsi su quali siano le reali determinanti della felicità umana e sociale, soggettivamente ed oggettivamente. Certo, essendo la felicità e la sua ricerca un concetto, o meglio, uno stato individuale (per quanto comune a tutta l’umanità), diventa particolarmente complicato ridurla ad un dato, ad un numero. Anche il benessere oggettivo di una società non è facile da misurare perché le variabili che lo determinano possono differire di paese in paese, di cultura in cultura.

Se da una parte il progresso economico non esaurisce più gli obiettivi della politica e dall’altra la felicità individuale è un dato che va considerato, resta da sciogliere il nodo in merito alla sostenibilità futura delle nostre attività. Molti ravvisano la necessità, data la critica situazione legata a problematiche ambientali, di dover includere nelle statistiche ufficiali e tra gli indicatori di riferimento parametri che ci diano la misura dell’impatto ambientale e della sostenibilità delle politiche pubbliche e dei nostri comportamenti. Questo perché la felicità contingente di una persona e di una società non la garantiscono necessariamente alle generazioni future. Ci sarebbe dunque bisogno di considerare le variazioni di capitale economico, capitale ambientale e biodiversità, capitale umano (livelli di educazione e formazione), capitale sociale (reti di relazioni, adesione ai valori collettivi). Si tratta di capire se la produzione di oggi danneggi il domani. Tuttavia, nessuna misura elaborata finora è davvero soddisfacente, anche perché quasi tutte si concentrano sulla sostenibilità ambientale, ma nessuno ci fornisce un modello di sostenibilità sociale.

In sintesi, occorre ampliare la collezione di dati sulla produzione e distribuzione della ricchezza, completarla con altre informazioni relative al benessere (“felicità”) della gente, prevedere la sostenibilità delle nostre azioni attraverso la misura delle variazioni di capitale economico, ambientale, umano e sociale. La contabilità nazionale al momento non può essere abbandonata perché garantisce la confrontabilità internazionale dei dati ed è in continuo miglioramento. Sono ancora molti i punti da risolvere ed i nodi da sciogliere con riferimento sia al metodo che nel merito dell’individuazione-elaborazione di indicatori singoli o aggregati che ci illustrino il benessere nel mondo al di là dei valori monetizzabili.

La partita è più che mai politica. Negli ultimi anni la necessità di andare oltre il Pil ha ricevuto importanti avalli anche a livello politico, ma perché si possano raggiungere risultati concreti, si deve portare avanti un percorso più che mai condiviso a livello internazionale ampliando il più possibile il coinvolgimento degli stati e dei loro istituti di ricerca statistica. Bisogna inoltre combattere le resistenze di alcuni paesi, soprattutto quelli che stanno vivendo una maggiore crescita economica (Cina), che temono che la svalutazione del Pil come indicatore danneggi la loro posizione internazionale.

Ma, il processo è ormai avviato: il vecchio Pil non basta ma, più che sostituito, deve essere migliorato.

Matteo Mancini – AltriPoli

Indonesia: Chatib Basri, nuovo ministro dell’economia, e la crisi

Ancora una volta, al centro della discussione è la crisi economica. Una crisi dalla quale alcuni paesi sembrano, lentamente, riuscire a uscire, mentre altri vi sprofondano sempre di più. A destare interesse, oggi, il caso dell’Indonesia. Il governo e la banca centrale indonesiana si trovano a fronteggiare le conseguenze della caduta della moneta locale rispetto al dollaro, una crescente inflazione e un conseguente, preoccupante rallentamento nella crescita economica dell’Indonesia.

Tuttavia, come riportato dal Financial Times, Chatib Basri, ministro della finanza, è ottimista sulla ripresa. Basri, quarantasette anni, nominato ministro lo scorso maggio, vanta un curriculum di grande esperienza nella finanza: tra i suoi numerosi incarichi, è presidente dell’Investement Coordinating Board dal giugno 2012. L’economista è stato eletto con la speranza che, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, sia in grado di riportare l’Indonesia ai ritmi di prospera crescita economica che l’hanno caratterizzata fino allo scoppiare della crisi.

Skyline – Giacarta (Indonesia)

Basri, che ha partecipato al G20 della scorsa settimana, sostiene che la crisi possa rivelarsi una buona occasione per unire il Paese e per varare nuove riforme, che siano a favore degli investitori; il ministro si è detto inoltre intenzionato ad adottare nuove misure di protezionismo economico.

In contrasto con l’ottimismo del Ministro indonesiano, l’economista Prior-Wandesforde ha replicato che il problema dell’Indonesia risiede nell’attitudine sin troppo speranzosa delle autorità dell’Indonesia riguardo alla ripresa economica, che avrebbe impedito alla banca centrale di rendersi conto del crescente scetticismo degli investitori. Dello stesso parere sembra essere l’International Munetary Fund, che ha abbassato le previsioni sulla crescita interna dell’indonesia dal 6,3% al 5.25%.

Ma Basri non si scoraggia. Come parte del suo nuovo piano, il Ministro ha dichiarato la necessità di aprire nuovi settori dell’economia agli investitori stranieri e di eliminare alcune limitanti restrizioni sugli scambi commerciali. L’obiettivo immediato è quello di manifestare il serio impegno del governo a risollevare le sorti economiche del Paese. La ragione per la quale il progetto di Basri, pur essendo oggetto di critiche, merita di essere considerato con grande rispetto, è che propone un netto distacco dalla cultura sovietica, che da sempre dà priorità alla teoria piuttosto che alla pratica. Basri vuole, infatti, comunicare al Paese e agli investitori notizie di riforme e provvedimenti già in atto, invece che “chimere”, talvolta irrealizzabili.

Riuscirà il ministro a raggiungere il suo scopo? Tornerà l’Indonesia a essere un Paese dall’invidiabile, rapida crescita economica? Soltanto il tempo sarà in grado di darci una risposta. Nel frattempo, aspettiamo con ansia le elezioni presidenziali, che potrebbero nuovamente sconvolgere gli equilibri del Paese.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Mind the GAP.

Pensavo giusto pochi giorni fa che nella mia piccola rubrica sulle città non ho ancora parlato della Città per eccellenza. Non vi ho ancora reso partecipi del mio amore per questa megalopoli, centro del mondo e crocevia delle più interessanti “rotte culturali” dell’epoca moderna. Chi mi conosce un po’ avrà già capito che si tratta di Londra. Si lo so, forse è un po’ banale come argomento ma oggi cercherò di aggiungere qualcosa di nuovo alla tradizione.

Questa città rappresenta per il sottoscritto la definizione di metropoli. Mi spiego. Nei miei adorati schemi mentali ove troppo spesso indugio e nei quali cerco di rinchiudere la realtà che mi circonda, ho classificato le città in diverse tipologie. Partiamo dal basso. Per correttezza mi sembra opportuno citare solamente esempi che conosco: ci sono le hopeless, città nelle quali non è presente nessuno slancio vitale, nessun substrato culturale e la vita della comunità è misera e senza passione. I teatri vengono visti come un covo di esaltati in preda a nevrosi schizofreniche che li rendono talvolta effemminati, i cinema sono solo in periferia e proiettano solo ed esclusivamente colossal, commedie disimpegnate e action movies di grande popolarità. Il centro cittadino non esiste o si riduce a quattro squallide vie piene di negozi con abbaglianti e sconfortanti tubi al neon sulle vetrine e il magnetico bar con le auto parcheggiate quanto peggio si possa. Due esempi di queste città possono essere Latina e Foggia.

 Ad un livello leggermente più alto, ma forse dato semplicemente dalla maggiore dimensione che generalmente le caratterizza si collocano gli agglomerati. Questo è un termine, seppur orribile, che si usa comunemente per descrivere perlopiù centri di recente costruzione dotati di servizi base. In più io ci aggiungo: città dotate di dimensioni finanche estese, le quali hanno sottomesso tutto all’incuria e all’assenza di pianificazione. Un esempio lampante di queste può essere Reggio Calabria. Dopodiché vengono gli assembramenti urbani. Questa è forse la categoria più “dolorosa”, perché è in essa che colloco le grandi città, dotate di storia, vita culturale, seppur acerba, fermento economico e sprazzi di lucidità operativa, che però non possiedono un’anima, un’identità, un’appartenenza forte. Non hanno la capacità di esaltare le ricchezze di cui sono dotate e soprattutto, ciò che è assolutamente sconfortante, sono abitate, in massima parte, da cittadini che non sanno cogliere il valore della vita della comunità. Tra queste si trovano Roma, Napoli, Atene, Istanbul e diversi altri esempi. Sono città che a me piace definire dolorose, in quanto è palpabile il velo dell’incuria e della mancanza di attenzione: sono città estremamente sciatte. In sequenza diretta troviamo le grandi città. Il termine può sembrare banale in effetti, ma esprime con semplicità quello che di più caro c’è nel vivere urbano. In esse è presente lo slancio vitale, un fermento economico e, miracolosamente, una pianificazione delle attività, un’attenzione ai dettagli della mobilità, del decoro. Inoltre, cosa che più d’ogni altra a mio avviso rileva, sono abitate da una popolazione, almeno in larga parte, consapevole del rispetto dovuto loro. Tra queste si possono trovare Madrid, Milano, Barcellona, Monaco di Baviera, Berlino, Parigi, San Pietroburgo, Dublino e diverse altre. Tuttavia, però, ancora non basta. Esiste un’ultima categoria ed è quella delle cosiddette metropoli superiori. Queste sono le città simbiotiche. Consentitemi l’utilizzo di questo termine, forse improprio, per esprimere appieno il concetto di momentum. Questo, per gli inglesi non a caso, è il ritmo, la pulsazione, il fermento. Le città dotate di momentum vivono le loro giornate essendo protagoniste di quello che avviene nel mondo ed essendo presenti a se stesse. Non importa se alle volte agli angoli delle strade si può trovare della sporcizia, se alcune zone sono malfamate, se la metropolitana non è modernissima. Importa solo e soltanto la sensazione che si respira, la trepidazione di attraversarle, la cura posta nel funzionamento di ogni singolo particolare. Queste sono Londra e New York City.


Dopo questa lunga introduzione voglio dare solo qualche breve cenno su cosa io davvero intenda per metropoli superiore. Londra. Stazione di Liverpool Street. È una stazione piuttosto datata che funziona come il suo primo giorno. Non c’è un cartello fuori posto, tutti sanno esattamente quale sia il loro compito e ogni passeggero non trova la benché minima difficoltà a dirigersi verso la propria destinazione o ad orientarsi, qualora vi si trovi per la prima volta. Si esce dall’ampio ingresso vetrato e ci si trova nel cuore pulsante della city in cui ogni giorno viene movimentato un quinto del prodotto interno lordo di tutto il Regno Unito. Ed è proprio qui che cominciano i “più del mondo”. Sarà banale, infantile, gretto, ma sapere di essere parte di qualcosa che è la “più del mondo”, istantaneamente produce forti scariche di adrenalina. Ebbene è proprio per questo che Londra attira: Capitale di una Nazione dalla fulgida storia risulta una cattedrale nel deserto ed è riuscita, come un faro su un’isola oceanica, ad attirare a sé tutti i più grandi investimenti fatti nella storia dell’umanità. È una delle tre città leader dell’economia mondiale insieme a New York e Tokyo; il più grande e più competitivo centro finanziario del mondo secondo il “Global Financial Centres Index”.

Nel 2007 il Primo Ministro Gordon Brown ha definitivamente approvato la costruzione di un’opera titanica, inimmaginabile per la maggior parte delle città che tuttavia, per Londra, non appare più sconvolgente dell’ennesima estensione di una linea della tube: il “Crossrail”. Sarà deformazione professionale, ma sapere che passeggiando per un tratto di Oxford Street o prendendo la metropolitana alla stazione di Farringdon si cammina sopra ad un cantiere di dimensioni ciclopiche ha di che far gioire e, purtroppo, invidiare. Ebbene sì, il progetto “Crossrail” prevede di interrare lungo tutta la città un collegamento ferroviario in grado di snellire il traffico interurbano ed interregionale est-ovest. Il progetto, avviato e più o meno in linea con la tabella di marcia, prevede sette stazioni sotterranee nel cuore della città, e per cuore della città intendo stazioni che prenderanno il nome di Bond Street e Tottenham Court Road e un totale di 22 km di galleria. La parte che interessa Londra è solo una sezione di un progetto molto più ampio che serve a collegare l’est con l’ovest dell’Inghilterra meridionale. Ancora una volta: il cantiere più grande attualmente attivo in Europa.

Ulteriori prove dell’unicità di questa metropoli superiore è la sua capacità di attirare grandissime opere d’arte architettonica.

Differente da tutto ciò che lo circonda è lo Shard, il grattacielo, non a caso “più alto dell’Unione Europea”, progettato da Renzo Piano, che con i suoi 310 metri di altezza sovrasta l’intera città e lascia senza fiato, un po’ per la quota un po’ per lo spettacolo strepitoso che ci si trova davanti. È stato soprannominato The Shard, la scheggia, a causa della sua forma, essenziale e quanto mai rigorosa. Una contemporanea merlatura vitrea lo proietta verso il cielo e gli garantisce l’appellativo. È imponente, maestoso, e al contempo lascia trasparire un’apparente fragilità, quasi rassicurante per l’avventore che intende scalarlo. E intanto, dal settantaduesimo piano si ha la vita frenetica e appassionante della città sotto il proprio sguardo. Serpentelli biancastri che vagano per tutta la città, formiche rosse che operosamente svolgono il loro compito, microrganismi corvini che digeriscono la carcassa di un enorme leone per dare al mondo nuova vita, linfa vitale che sono gli abitanti. 


Questa è l’impressione che ho avuto stando lassù e guardando verso il basso, con la solita miscela di emozione, invidia, passione, e paura per poter godere di uno spettacolo simile, per non esserne parte, per conoscerne i meccanismi essenziali e per non sapere se un giorno accetterà anche me.



Federico Giubilei

Caso Cipro: una crisi economica ed etica che minaccia l’Europa

2013. Un anno iniziato con numerose incertezze, per l’Italia come per molti altri Paesi del mondo. La crisi economica continua a mietere vittime, talvolta innocenti e ignare. E’ il caso di Cipro, Paese sino ad ora marginale dell’Eurozona, che per fronteggiare l’ingente debito pubblico ha scelto di adottare alquanto drastiche misure. Al fine di ottenere il supporto economico dell’UE, il governo cipriota ha proposto d’imporre una tassa sui conti dei privati cittadini, con un’aliquota variante dal 6,75% al 9,9%. In cambio, ai risparmiatori danneggiati sarebbe assegnato un esiguo pacchetto azionario delle banche.

Nei giorni scorsi, la notizia ha gettato scompiglio nel panorama finanziario dell’Europa, creando notevoli ribassi nelle Borse. Un rilevante accento è stato posto sulla decisione di tassare anche i patrimoni inferiori ai centomila euro. I risparmiatori più poveri si troverebbero costretti a pagare un’aliquota (6,75%) proporzionalmente maggiore a quella erogata dei più ricchi (9,9%). Si aggiunga a tale fatto che il ceto medio-basso tende a conservare la maggior parte del proprio patrimonio all’interno della banca, mentre i più abbienti hanno la possibilità di investire altrove i propri risparmi: ergo, gli averi di questi ultimi verrebbero assai inferiormente danneggiati. Una spiegazione a questa scelta del governo di Nicosia potrebbe risiedere nel fatto che Cipro sia ben nota come paradiso fiscale dei magnati russi e non voglia intaccare questo suo stato attuale.

Gli analisti delle più importanti banche del mondo, come Morgan Stanley e Goldman Sachs, hanno espresso grandi perplessità sulle conseguenze che la tassa forzata imposta da Cipro potrebbe avere sul resto dell’Eurozona. La fede che gli europei ripongono nel sistema finanziario è già stata messa a dura prova negli scorsi anni di crisi e il caso di Cipro potrebbe creare un pericoloso precedente, minando i fondamentali diritti di proprietà, come riportato da Lars Seier Christensen, CEO di Saxo Bank. Inoltre, si rischia un “effetto-contagio”, che porterebbe in un futuro prossimo Paesi come la Spagna ad affrontare la medesima situazione.

Di parere differente sono gli esperti di Chevreaux e il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, che sostengono che la crisi di Cipro sia destinata a rimanere un caso isolato. Nielsen afferma che ciò sia dovuto all’unicità del sistema bancario di Cipro, in cui quasi la metà dei depositi appartiene a stranieri ed è giunta nell’isola grazie a deboli leggi anti-riciclaggio e scarse regole fiscali. In seguito a tali tumulti e alla reazione negativa dei mercati, ma soprattutto a causa dello scontento interno, il Parlamento di Nicosia ha bocciato il piano di salvataggio cipriota, il 19 Marzo.

Iniziano ora nuove negoziazioni tra Cipro e l’Eurogruppo, per sancire i termini di un nuovo piano di aiuto all’isola. La mancanza di struttura dei provvedimenti proposti per far fronte alla crisi di Cipro potrebbe causare sviluppi negativi per il resto dell’Eurozona. Non si parla più soltanto di sfiducia da parte dei cittadini, bensì dello scetticismo che i mercati internazionali potrebbero manifestare nei confronti dell’UE qualora si scateni un futuro crollo economico.

L’UE rischia dunque di essere afflitta da una crisi che si spinga oltre la sfera economica e finanziaria e che ponga in primo piano una leadership instabile. Il caso di Cipro è, infatti, emblema di una carenza di attenzione, organizzazione nel gestire uno stato di emergenza e solidarietà infra-statale e internazionale.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

La febbre dell’oro

Era il diciannovesimo secolo quando negli Stati Uniti d’America imperversava la “corsa all’oro”. Due secoli dopo e con una crisi economica e finanziaria che si è abbattuta su tutto l’occidente, quella frenesia ed isteria per il possesso e la ricerca dell’oro è ancora al centro del mercato globale. Immaginate di essere in stato febbrile: qualora la vostra temperatura corporea raggiungesse i trentanove gradi sicuramente ricorrereste alla tachipirina. L’oro è la tachipirina utilizzata dai mercati nei momenti di crisi. Vi è un duplice ricorso. Per alcuni, come le famiglie italiane, l’oro in tempi di crisi diviene l’oggetto di quell’usura, tollerata dalla legislazione e dagli Stati, dei cosiddetti “Compro oro cash”, che serve a far arrivare a fine mese il nucleo familiare o a garantire prestiti e mutui precedenti. Per altri l’oro è un mercato “sicuro”, utilizzato dagli investitori quando la fiducia nei mercati azionari, negli immobili e nelle Banche centrali è molto bassa. Tant’è che al V anno di crisi economica occidentale l’acquisto d’oro è schizzato a un livello mai raggiunto precedentemente.

Secondo il World Gold Council, ente internazionale che racchiude i le aziende minerarie aurifere e ne sviluppa dati e statistiche, la richiesta del metallo più prezioso nell’ultimo trimestre del 2012 è stata superiore alla media trimestrale registrata nell’ultimo lustro. A trainare questo trend vi è l’India, che, come nel caso del mercato energetico del carbone, ha apportato rispetto al 2011 una richiesta d’oro che ha fatto segnare un +12%. Oltre al gigante asiatico altro fattore determinante nella crescita della domanda d’oro sono le Banche Centrali di tutto il mondo. A possedere la maggior quantità di “riserve auree” sono gli Stati Uniti d’America, che però non le fanno certificare in maniera indipendente dai tempi della Presidenza Eisenhower. Segue il paese leader decisionale dell’Unione Europea, ovvero la Germania, che detiene oro per 3.395 tonnellate. L’Italia è al terzo posto della classifica mondiale sul possesso di riserve auree anche se nell’ultimo anno si è riscontrato un grande calo nella detenzione del metallo giallo, fenomeno che secondo molti ha contribuito a rendere il “Bel Paese” oggetto della speculazione finanziaria.

L’ente sopraccitato ovvero il World Gold Council ha recentemente diramato i dati sulla “top ten” dei paesi che, da gennaio a novembre 2012, hanno acquistato il maggior numero di lingotti. In questa classifica troviamo moltissime sorprese. Al primo posto vi è la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il paese islamico membro NATO in collisione da un biennio con Israele, che ha posto l’oro a garanzia delle riserve delle banche commerciali. Secondo maggior acquirente di lingotti d’oro è la Russia, che a seguito del suo nuovo ruolo centrale nella geopolitica sta vivendo una crescita economica e con gli ultimi acquisti ha aumentato le proprie riserve auree, facendole passare dalle 840 tonnellate di fine 2011 alle attuali 900. Vera sorpresa – forse non per gli analisti economici – sono le Filippine, che in un anno hanno acquistato 34,5 tonnellate d’oro. Questo avviene a conferma dell’ottimo periodo di crescita economica che nell’ultimo anno ha visto crescere il Prodotto Interno Lordo filippino di oltre il 6%. A seguire vi è il Brasile, che sta cercando di porre rimedi ad una crescita economica troppo dipendente dalle proprie materie prime e dalla Cina. Altre sorprese sono rappresentate dal quinto posto del paese dell’Oro Olimpico per il ciclismo Aleksandr Vinokurov, ovvero il Kazakhstan, e, soprattutto, dall’Iraq al sesto posto. A seguire vi sono il Messico (della cui crescita vi avevamo già parlato), la Corea del Sud, il Paraguay ed infine l’Ucraina. Restano fuori i leader dell’economia mondiale: Stati Uniti d’America e Cina. Pechino, che a dispetto di un’economia protagonista del XXI secolo possiede “solo” oro per 1054,5 tonnellate.

Ad ogni modo, i dati diffusi dal World Gold Council ci portano a riflettere sull’importanza che da secoli assume il metallo giallo. Ed. infine, non ci resta che constatare come investitori e Banche Centrali di Paesi emergenti – o “Brics” – abbiano deciso di continuare ad investire sulle riserve auree. Come a dire che la fine della crisi è molto lontana e la corsa all’oro può continuare.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

L’ascesa del carbone

Superata la nascita di Gesù di Nazareth, il pensiero dei bambini europei va alla festività religiosa dell’Epifania, ove, come tradizione vuole, essi riceveranno altri regali all’interno di una calza posta sopra i camini. Scure per i bambini nella calza dell’Epifania è il carbone. Un tempo realmente preso dai depositi per il riscaldamento delle abitazioni, con il passare degli anni è divenuto dolce e con esso anche l’educazione dei genitori verso i propri figli.

La presenza del carbone nelle calze dell’Epifania dei bambini meno buoni era dovuta al fatto che questo combustibile fossile fosse associato a sporcizia ed inquinamento. Nulla di eccepibile. Infatti, negli ultimi decenni, alla luce dei Trattati di Kyoto e del crescente utilizzo del petrolio, l’utilizzo del carbone è sembrato essere un amaro ricordo. Ma, come quello dei bambini, anche il carbone combustibile sta per diventare dolce per i mercati energetici globali. Se lo scorso anno l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) aveva annunciato al mondo l’inizio di una “Rivoluzione Blue”, che avrebbe visto il consumo di metano aumentare del 50% entro il 2035, quest’anno ha dovuto correggere il tiro. Difatti, sorprendentemente agli occhi dei ricercatori e meno a quelli degli analisti finanziari, la vera star del mercato nel prossimo lustro sarà il carbone.

Carbone, combustibile fossile conosciuto fin dall’antichità e divenuto simbolo energetico della I Rivoluzione Industriale nella Gran Bretagna del diciottesimo secolo, all’alba della Rivoluzione Industriale Asiatica appare tornare nuovamente in voga. Secondo l’AIE, nel Rapporto Medium Term Coal Market, il carbone entro la fine di questo decennio potrebbe superare il combustibile che da oltre un secolo è leader del mercato: il petrolio. Analizzando il Medium Term Coal Market Report si può constatare come la produzione di carbone nel 2017 eguaglierà con 4,3 miliardi di tonnellate quella del petrolio. I ritmi della crescita della domanda, che nel prossimo quinquennio raggiungeranno il 2,6%, sono impressionanti. Lo stupore per questa crescita è dovuto al fatto che secondo alcuni report finanziari e scientifici entro il 2017 si consumeranno 1,4 miliardi di tonnellate in più di carbone rispetto a oggi. Ovvero il carbone che attualmente consumano gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa.

Ora c’è da chiedersi da dove provenga quest’ascesa nel consumo del carbone in questo decennio. Bisogna considerare due fattori principali. La prima ragione di questa crescita risiede nell’avanzamento dello shale gas (gas metano ottenuto dalla decomposizione di materiale organico contenuto nell’argilla) negli Stati Uniti d’America. Ciò ha provocato un abbassamento dei prezzi del carbone nei mercati rendendolo appetibile come fonte energetica anche al mercato europeo. Gli Stati Uniti, in controtendenza con il resto del mondo, stanno apportando una modifica al proprio fabbisogno energetico favorendo le trivellazioni petrolifere e le estrazioni di gas. D’altronde la ricchezza di idrocarburi non convenzionali glielo permette. Secondo un rapporto degli analisti di Citigroup, convalidato dalla stessa AIE, gli Usa raddoppieranno da oggi al 2020 l’attuale produzione di petrolio e gas con il conseguente sorpasso sull’Arabia Saudita nello sfruttamento di suddette risorse energetiche.

Secondo elemento e fattore di ascesa del carbone come prima fonte energetica mondiale è la grande domanda proveniente dall’Asia. La Cina, importatrice netta di carbone dal 2009, in un solo biennio, ha scansato l’altro big asiatico dell’economia, il Giappone, da maggior acquirente e sfruttatore di questo combustibile. Nel Rapporto dell’AIE sopracitato si evidenzia come l’utilizzo a questi livelli del carbone potrebbe far innalzare entro il 2050 la temperatura di ben 6 °C in tutto il globo. Ciò dovrebbe portare a riflettere poiché nel 2017 ancora non saranno state sviluppate tecniche per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica.

La direttrice dell’AIE, Marie Van Der Hoeven, a margine della presentazione del Medium Term Coal Report, ha affermato che «In assenza di progressi nella cattura e sequestro del carbone e se non vi saranno Paesi in grado di replicare l’esperienza statunitense, il carbone rischia di provocare un grave contraccolpo alle politiche per il clima». Peccato che non tutti i paesi e continenti siano ricchi come gli Stati Uniti d’America di fonti per l’estrazione di shale gas e che al momento non si può, dopo tre secoli d’incessante industrializzazione del mondo occidentale, limitare con la morale di chi ha già tutto il progresso e la crescita dei paesi emergenti, o meglio, emersi.

Continua la Van Der Hoeven: «Il ricorso crescente alle energie rinnovabili, lo smantellamento delle centrali a carbone più vecchie e un riequilibrio con i prezzi del gas faranno diminuire il consumo di carbone quasi ovunque in Europa». Questo avverrà nella ricca Europa. La domanda resta su cosa avverrà nel resto del pianeta, dove, se le cose non cambieranno, l’unico conto da pagare, come per i bambini cattivi, sarà per le generazioni future che si ritroveranno un pianeta distrutto per via delle emissioni di CO2. Insomma, per molti decenni aspettatevi nella calza il carbone amaro.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Il Risiko! delle Banche Centrali

C’è un gioco di tattica e strategia che in molti aspetti ricalca l’economia, il Risiko!. Come spesso accade nel gioco inventato dal regista francese Albert Lamorisse i giocatori che stanno perdendo, come se vi fosse un tacito accordo, iniziano ad attaccare il concorrente che sembra più prossimo a vincere la partita. Lo stesso ragionamento lo stanno portando avanti le Banche Centrali occidentali.

Con una mossa tanto attesa quanto sperata il Governatore della Reserve Bank of Australia Glenn Stevens ha tagliato i tassi d’interesse di un quarto di punto, portandoli al 3%. Per spiegare l’importanza di questa decisione basta pensare che l’Australia non raggiungeva un livello del genere dal 1960, l’anno in cui la Commonwealth Bank venne accantonata dall’Australia per far spazio all’odierno istituto. Secondo alcuni analisti i tassi d’interesse australiani rimangono troppo alti, soprattutto se paragonati a quelli che ormai rasentano lo zero di Unione Europea, Stati Uniti d’America e Gran Bretagna. Ma, dal quartier generale della Reserve Bank of Australia (RBA) di Sidney non se ne preoccupano dato che nel solo terzo trimestre il Prodotto Interno Lordo è cresciuto del 3,1. Un risultato ottimo in tempi di congiuntura mondiale, ma minore rispetto le aspettative. Ad ogni modo i “dadi sono stati lanciati” e l’Australia la propria mossa, per ridare vigore alla propria economia, l’ha fatta.

Per tornare al “Risiko!” è come se il primo attacco fosse stato lanciato dall’Oceania in attesa delle mosse degli altri concorrenti intenzionati a contrastare il giocatore in vantaggio. Tra i concorrenti più intenzionati a invertire una partita, che al momento sembra basarsi sulla sola e mera sopravvivenza, ci sono l’Unione Europea e la Banca Centrale Europea. Come di consueto accade ogni primo giovedì del mese, l’istituto di Francoforte si riunirà per decidere quali strategie adottare per contrastare la crisi economica e finanziaria e allo stesso tempo cercare di favorire la crescita.

La mossa attesa ed al momento auspicata da molti nel “vecchio continente”, sembra voler ricalcare quella della RBA, ovvero un nuovo taglio ai tassi d’interesse. Calcolando che la stessa decisione molto probabilmente in queste ore verrà presa dalla Banca Centrale del Canada, il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi si troverà nelle prossime ore di fronte ad un bivio. O persegue in nuova LTRO o taglia i tassi d’interesse. Per LTRO s’intende il piano di rifinanziamento a lungo termine, inaugurato e progettato dal Governatore Mario Draghi, che consiste in un’asta di liquidità in cui la BCE concede un prestito alle banche richiedenti, della durata di 3 anni e con un tasso d’interesse agevolato dell’1% annuo. Il cosiddetto LTRO (long term refinancing operation) si è rivelato un piano inefficace e per molti aspetti è sembrato essere l’ennesimo “regalo” della Banca Centrale Europea ai banchieri.

Secondo gli esperti di Ig “Il pessimo quadro macro e il rallentamento dell’inflazione negli ultimi mesi” dovrebbero aprire la porta ad un taglio dei tassi di interesse al nuovo minimo storico dello 0,5%” che significherebbe una riduzione di 25 punti base. Questa al momento sembra l’unica strategia e mossa adottabile da Mario Draghi. Le strade sono due. La prima porta ancora al LTRO e a dare fiducia ai banchieri, la seconda con il taglio dei tassi d’interesse dovrebbe agevolare l’industria. Di fatto per gli analisti di Ig a partire da questo giovedì ed entro il prossimo febbraio la BCE dovrebbe effettuare un nuovo taglio dei tassi.

Così come nel Risiko! Anche nel mondo reale per effettuare un attacco o cambiamento realmente radicale bisogna aspettare la mossa del giocatore situato nel Nord America. Per chiarire il concetto, subito dopo la mossa della BCE, ci si aspetta che la Federal Reserve statunitense giochi la propria partita. Quel che è certo è che, nell’ultima riunione annuale della Federal Reserve, Ben Bernanke sarà chiamato ad aggiornare la politica monetaria statunitense.

Secondo Jeffrey Lacker, presidente della Federal Reserve of Richmond, la Federal Reserve sta perdendo credibilità. Noto per aver bocciato senza esitazione le sette proposte dell’istituto guidato da Ben Bernanke nel corso del 2012, compresa quella riguardante l’attuazione del Quantitative Easing 3, egli sostiene che i cosiddetti “QE3” servano a drogare il mercato. I quali se hanno il merito di una ripresa finanziaria a breve termine, potrebbero a mio parere esser scontati e ripagati successivamente dalla classe media e dai consumatori in generale dati gli alti tassi d’inflazione.

Per dirla breve BCE, Federal Reserve e Reserve Bank Australia stanno attaccando simultaneamente il nemico chiamato “crisi”. In modo da contrastare l’espansione economica e geopolitica della Cina e dell’immortale Russia. La sensazione è che stiano mandando troppo spesso le truppe allo sbaraglio. E quelle truppe non siamo altro che noi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Messico: tra boom economico e calcio

Le elezioni per la Presidenza degli Stati Uniti d’America del 2008 suggellarono l’importanza della comunità afroamericana all’interno del tessuto sociale stelle e strisce. Le elezioni presidenziali della scorsa settimana hanno dimostrato come da ora in poi, Democratici e Repubblicani, dovranno sempre di più tener conto della comunità ispanica. Questo non solo per la perennemente in bilico Florida.

Per dirla in parole povere da adesso in poi, oltre al Congresso, a guardare sotto una nuova luce i “Greaser” dovrà esser anche il mercato. Sì, perché la comunità ispanica maggiormente rappresentativa, sta per vivere il proprio boom. Il paese su cui verte questa analisi è il Messico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale la nazione devota a “Nostra Signora di Guadalupe” chiuderà il corrente anno con il Prodotto Interno Lordo che segnerà un rialzo attorno al 4%. Come per dire, che se fine ad un anno fa all’acronimo BRIC andava aggiunta la “s” del Sudafrica, adesso bisognerà trovare posto per la “m”. Il tutto accade nel mentre il paese è attraversato da una lunghissima ed apparentemente implacabile guerra tra i narcos per il controllo del mercato della droga. Mercato dei narcos che guarda, così come quello ufficiale, agli Stati Uniti d’America.

“Messico batte Brasile 4 – 2”. Ora a dispetto dell’avversione per il gioco più bello del mondo da parte del Premier italiano Mario Monti, la rivista gotha dell’economia mondiale ovvero The Economist, ha usato una metafora calcistica per indicare come il paese verde-bianco-rosso abbia recentemente superato la macropotenza brasiliana. Difatti, dopo l’inaspettata sconfitta della seleçao a Londra 2012, anche sul lato economico è arrivata la sorpresa messicana. Tant’è che il Brasile, dopo dieci anni d’incontrastata crescita economica al 6%, quest’anno vedrà un aumento del Prodotto Interno Lordo pari al solo 2% (il doppio della Germania ). Gli alti costi del credito, della manodopera ed il progressivo accrescimento del debito privato stanno rallentando la corsa del paese che ha segnato la crescita economica nello scorso decennio durante la Presidenza Lula. Un sorpasso, quello del Messico sul Brasile, che deve esser analizzato innanzitutto tenendo conto delle scelte macroeconomiche adottate dai due paesi latini.

Il dato ed elemento di differenziazione maggiore tra i due paesi risiede nei rispetti principali partner economici. Per il Messico gli Stati Uniti, per il Brasile la Cina. Da un lato Washington procede con in una lieve, ma costante ripresa. Dall’altro Pechino rallentando negli alti margini di crescita ha un minor bisogno delle materie prime brasiliane. E’ nella miopia di una classe politica la causa della frenata brasiliana, in quanto il paese sudamericano ha fatto dipendere la propria crescita dall’esportazione delle materie prime per dieci anni, senza affiancare ad esse, riforme strutturali per la produttività e le infrastrutture. Infrastrutture che vanno intese per l’intero tessuto produttivo brasiliano e non solo per la Coppa del Mondo del 2014 e Rio 2016.

Secondo Tony Volpon della Banca d’affari giapponese Nomura “Quando i salari reali aumentano del 4,5% annuo, senza incrementi della produttività, siamo di fronte ad una bolla”. Questo è quel che sta accadendo nel paese verde-oro. Il successo del Messico, nonostante i problemi legati al mercato della droga, risiede in prima istanza nelle politiche che hanno portato all’apertura dei mercati. Al consolidamento del trattato North American Free Trade Agreement che lo con gli Stati Uniti d’America ed il Canada. All’esser tornato centro di riferimento per tutta l’area latina. Il settore industriale, lo stesso che secondo Marchionne andrebbe estirpato dell’Italia, è rinato grazie ad un polo ad hoc. Importanza strategica hanno assunto le Maquilladoras (industrie di montaggio), che dal 1965 lavorano, soprattutto nei settori tessile e elettronico, per imprese del Nord America.

Negli ultimi de lustri si è imposto come uno dei cardini del settore industriale messicano anche il compartimento legato alla produzione di chimica e petrolchimica. Infine, nel Rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale si può constatare come in Messico vi sia una forte stabilità delle politiche fiscali e monetarie ed un livello di debito pubblico bassissimo. D’altronde i Messicani sono proprietari della loro moneta, mentre noi Europei no.

Questa però è un’altra storia che assomiglia sempre più al torneo calcistico di Londra 2012. Lì il Messico vinse, l’Europa nella sua totalità ottenne scarsi risultati e l’Italia nemmeno si qualificò. This is footbool, This is the economy.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli