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Storia ed evoluzione economica del Draft NBA

Il Draft è senza dubbio uno degli eventi più attesi da parte di un fan NBA ma anche da parte dei giovani talenti che, in questa magica serata, diventano finalmente professionisti realizzando il proprio sogno di giocare nel campionato cestistico più bello e competitivo del mondo. Si sa, la NBA è a tutti gli effetti un’azienda e, come tale, deve generare profitto. Anche i giocatori sono a loro volta delle piccole aziende dal momento che possono produrre guadagni per loro stessi e per la franchigia a cui appartengono. Ecco perché il Draft NBA è, era e sempre sarà un evento in cui non solo si pongono le basi per il futuro del basket giocato ma anche per il movimento economico che ne deriva. Dal momento che il Draft nella sua storia ha cambiato spesso modalità dobbiamo fare un passo indietro per spiegare come anche il marketing dei rookies si è evoluto.

Il nostro viaggio comincia nel 1949, quando la BAA (Basketball Association of America) stava ufficialmente diventando quella che oggi conosciamo come NBA (il cambio di nome avverrà ufficialmente nel 1950) grazie all’assorbimento delle squadra della NBL (National Basketball League). Ai piani alti, già all’ora, c’era l’intenzione di rendere questa lega un fenomeno perlomeno nazionale. Ma come si poteva rendere ciò possibile? D’altronde molte franchigie erano appena nate o erano appena state trasferite in una nuova città all’interno dello sconfinato territorio americano, come poteva quindi una squadra non legata al territorio attirare più pubblico delle squadre collegiali che invece da molti anni vivevano in simbiosi con la loro zona di appartenenza? Semplice, legando giocatori “locali” alla rispettiva franchigia. E’ così che nacque la Territorial Pick, ovvero la possibilità per ogni squadra di rinunciare alla propria scelta al primo giro per scegliere, prima del Draft vero e proprio, un giocatore che avesse frequentato un college situato in un raggio di massimo 50 miglia dalla città della franchigia NBA in questione. Stiamo parlando di una mossa di marketing geniale: tantissimi tifosi infatti, appassionati più al singolo giocatore che alla squadra, avrebbero riempito i palazzetti della franchigia NBA locale per seguire da vicino l’atleta che negli anni precedenti li aveva fatti cestisticamente innamorare in ambito collegiale, facendo di conseguenza avvicinare i già citati tifosi alla franchigia e formando così nuove generazioni di fan o, se vogliamo vederli da un punto di vista economico, di consumatori.

Se proprio vogliamo essere polemici si può dire che la Territorial Pick fosse abbastanza ingiusta dal momento che perfino la squadra campione in carica poteva rinunciare alla scelta al primo giro (l’ultima, in questo caso) per “rubare” la prima scelta assoluta nel caso questa fosse cresciuta nelle sue vicinanze. Ciò nonostante non nacque mai alcuna polemica a riguardo, almeno fino a che non si presentò al Draft Wilt Chamberlain. Wilt era ovviamente il giocatore più ambito del Draft 1959 ma proveniva dal college di Kansas, il quale non si trovava all’interno di alcuna area legata a una franchigia NBA e per questo non avrebbe potuto essere scelto con la Territorial Pick, per la gioia dei Cincinnati Royals, che in quell’anno possedevano la prima scelta assoluta. I Philadelphia Warriors però chiesero alla NBA di esercitare comunque l’opzione della Territorial Pick in quanto Wilt Chamberlain era cresciuto proprio a Philadelphia, città in cui aveva giocato anche a livello liceale, precisamente a Overbrook High School. La proposta fu accettata dalla NBA, i Warriors scelsero Chamberlain con la Territorial Pick e si creò così un precedente che diede vita a una nuova norma: la possibilità di esercitare la Territorial Pick basandosi sul periodo pre-universitario quando il college di provenienza esulava dall’area di una qualsiasi franchigia NBA. I Cincinnati Royals dovettero così accontentarsi di Bob Boozer e non riuscirono a creare quello che sarebbe stato un asse piccolo-lungo da libri di storia: Oscar Robertson-Wilt Chamberlain. “The Big O” infatti sarà scelto al Draft dell’anno successivo proprio mediante la Territorial Pick. Per completezza va detto che la Wilt Chamberlain Rule fu utilizzata anche nel 1962 con Jerry Lucas, scelto dai Cincinnati Royals nonostante provenisse da Ohio State University dato che crebbe nei dintorni di Cincinnati frequentando Middletown High School.

Wilt Chamberlain a Overbrook High School
Wilt Chamberlain a Overbrook High School

Se pensate che da un punto di vista del marketing la Territorial Pick non abbia influito vi sbagliate di grosso. Su ventidue giocatori chiamati con questa modalità ben undici, ovvero la metà, sono poi entrati nella Hall of Fame e insieme hanno contribuito a un palmares che comprende quattro Rookie of the Year, cinque MVP stagionali e ben ventinove titoli NBA (avete letto bene, ventinove). Immaginate quanti tifosi abbiano formato questi ventidue giocatori e quanti incassi abbiano portato alle rispettive franchigie.

La Territorial Pick fu abolita nel 1966 a favore del sistema basato sul lancio della monetina. Secondo questa nuova norma, le squadre con i due record peggiori si sarebbero giocati la prima scelta assoluta con un banale testa o croce, un sistema rimasto in atto fino al 1985, anno della prima Lottery.
E’ così che arriviamo finalmente al sistema attuale, quello che anche oggi conosciamo e che rende il Draft così imprevedibile e unico. Ebbene, anche il singolo evento della Lottery fu una mossa di marketing geniale e studiata per la televisione. Quando la Lottery fu introdotta, la NBA era in un’era d’oro, rappresentata da stelle come Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan. Per questo motivo, anche l’evento in sé della Lottery, caratterizzato solamente dall’assegnazione dell’ordine di scelta al successivo Draft delle prime quattordici squadre (nel 1985 riguardava solo sette squadre), divenne un fenomeno mediatico impressionante. Trasmessa in tutto il mondo, la Lottery ha un ascolto medio di tre milioni di telespettatori, senza considerare quelli che al giorno d’oggi la vedono in streaming. In certi anni gli ascolti hanno addirittura superato quelli del Playoffs di NHL, la lega professionistica di hockey, garantendo alla NBA notevoli introiti dai diritti di trasmissione televisiva.

Gli anni passavano e la NBA diventava ogni giorno più conosciuta e ricca. Di conseguenza anche i salari dei giocatori crescevano e i piani alti della Lega decisero di regolamentare gli stipendi dei giocatori scelti al Draft. Fu così che nel 1995/96 venne introdotta la NBA Rookie Scale, ovvero l’uso di stipendi predefiniti in base alla posizione in cui un qualsiasi giocatore viene scelto al Draft.

Tabella 95-96

Al momento della sua introduzione questa norma era ancora piuttosto rudimentale. Come si vede dalla tabella soprastante la Rookie Scale dell’epoca comprendeva solo i primi tre anni di contratto del giocatore in questione, senza considerare l’opzione di rinnovo per ulteriori annate, come succede ora. Ma spieghiamo nel dettaglio. Dalla stagione 1998/99 la NBA ha cambiato la struttura della Rookie Scale in modo che non solo i salari dei rookies scelti al primo giro fossero predefiniti per quanto riguarda i primi tre anni (garantiti), ma venne anche imposto un limite alla percentuale di aumento salariale nel caso la squadra in possesso del giocatore avesse esercitato l’opzione per rinnovare il contratto del suddetto giocatore per un quarto anno. Nel nuovo sistema di Rookie Scale del 1998/99 venne regolamentata anche l’offerta massima possibile (in percentuale al rookie contract) in caso la squadra del giocatore in questione avesse voluto presentare la qualifying offer al suddetto, al termine del quarto anno di contratto, prima che questi possa testare la free agency. Anche in questo caso una tabella spiega meglio di mille parole.

Tabella 98-99

Tuttavia l’NBA non obbliga le squadre a seguire questa norma in maniera oltremodo rigorosa, infatti i rookies possono firmare per una cifra che può scendere o salire fino al 20% del salario indicato. Quindi, in parole povere, un giocatore può firmare per una cifra variabile da un minimo dell’80% a un massimo del 120% della cifra predefinita dalla NBA. Questa elasticità è stata ovviamente inserita per favorire le squadre a gestire in maniera migliore il proprio spazio salariale. Inutile dire che i giocatori più talentuosi (ad esempio gente come Jahlil Okafor e Karl-Anthony Towns, se ci riferiamo al Draft attuale) sono più propensi a guadagnare il 120% della cifra predefinita.
Ora è più facile capire perché, per alcuni giocatori, può essere una sconfitta essere scelti anche solo due o tre chiamate dopo rispetto alle previsioni. Economicamente infatti la perdita è notevole.

Consideriamo gli stipendi destinati ai rookies del Draft 2014, la scorsa stagione. Se un giocatore destinato alla prima chiamata assoluta venisse scelto come quarto, non perderebbe solo il prestigio della prima chiamata ma vedrebbe svanire in pochi minuti circa 3’968’400 dollari garantiti in tre anni. La prima scelta infatti guadagnerebbe circa 14’397’600 dollari in tre anni (con le possibili variazioni fino al 20% di cui abbiamo parlato), mentre la quarta scelta porterebbe a casa 10’429’200 nello stesso periodo di tempo. Differenza non da poco considerando che questi soldi vanno a finire nelle tasche di un ventenne che, fino a questo momento, non ha potuto per legge avere alcun introito (sempre che provenga dal basket collegiale americano e non dal professionismo europeo).

Questo è uno dei motivi per cui vediamo sempre più one-and-done (per chi non lo sapesse, questo termine indica i giocatori che passano dalla NCAA alla NBA dopo un solo anno di college) e, prima che fosse proibito, abbiamo visto crescere anche i giocatori liceali arrivare direttamente in NBA. In passato infatti si preferiva scegliere con le prime chiamate giocatori esperti e già formati, mentre successivamente si è preferito puntare sul potenziale, tanto che oggi vediamo sempre più freshman tra le prime chiamate della Lottery. Questi giovanissimi talenti sarebbero andati al Draft anche senza passare per il college se la NBA non lo avesse proibito nel 2006, ma come dar loro torto? Ogni anno infatti, i contratti garantiti destinati ai giocatori scelti al primo giro del Draft diventano sempre più remunerativi e, al giorno d’oggi, è quasi impossibile per un ragazzo, specie se proveniente da una situazione disagiata, rinunciare a certe cifre. Se guardate nella tabella sottostante come sono cambiati i contratti in termini economici dal 1995/96 all’anno scorso, fino ad arrivare a quelli del 2019/20, non ci vorrà molto per capire l’impatto economico dei rookies nella Lega, nonostante l’inflazione.

Tabella finale

Da questi discorsi capiamo come per un giocatore sia fondamentale la scelta dell’agente che lo rappresenta. Le abilità di quest’ultimo possono influenzare in primis lo stipendio (sulla base di quel 20% variabile di cui si parlava) e, cosa da non sottovalutare, anche la posizione in cui il giocatore verrà draftato. Se infatti un prospetto si lega con un agente che generalmente rappresenta molti All-Star, il suo prestigio aumenta di conseguenza.
Il lavoro dell’agente durante il Draft è però uno dei più rischiosi. Jared Kernes, agente di giocatori NBA, dichiarò a Forbes che solitamente è la compagnia per cui lavora l’agente a dover pagare ogni spesa da quando il giocatore firma il contratto di rappresentanza fino al Draft. Queste spese includono vitto, alloggio, allenamenti con preparatori privati, fisioterapisti e tutti i trasporti nel periodo dei provini pre-Draft. Molto spesso le compagnie non vengono rimborsate dai giocatori per queste spese, mentre altre volte, la minoranza, i soldi vengono restituiti con una percentuale sul primo contratto del giocatore rappresentato. Il rischio aumenta quando si decide di rappresentare un giocatore destinato a essere scelto nel secondo giro. I contratti dati ai giocatori pescati nel secondo round infatti non sono per forza garantiti ma vanno a discrezione della franchigia. Kernes ha anche spiegato come, il più delle volte, l’agente non riceva un guadagno diretto in percentuale dal primo contratto del giocatore. Ma allora perché rappresentare un rookie? Lo spiega ancora Kernes. Per prima cosa per “farsi un nome” e invogliare altri rookies delle annate successive a firmare con loro, ma anche e soprattutto per negoziare il secondo contratto del giocatore una volta esaurito il rookie contract. L’agente è solito percepire una cifra che si aggira attorno al 4% della cifra complessiva del nuovo contratto.

Come avete potuto vedere il Draft è una scienza difficile anche per gli addetti ai lavori, non solo per quello che riguarda le scelte prettamente tecnico-tattiche ma anche e soprattutto per il fattore economico e di marketing. Ora però non pensate che il Draft sia un mondo in cui il denaro è l’unico padrone. Resta sempre spazio per il fattore umano. Sapete infatti che chiunque può iscriversi al Draft anche senza aver mai giocato a basket? Precedentemente al Draft 2013 infatti un ragazzo (rimasto anonimo) ha mandato una mail alla NBA dicendo che lui, essendosi laureato al college di Miami e rientrando nei limiti di età, voleva iscriversi al Draft 2013. La NBA gli rispose dicendogli che, avendo lasciato l’università nel 2010, si sarebbe potuto dichiarare al Draft 2011 e non a quello 2013, così divenne un normale free agent. Ovviamente questo ragazzo non ha mai trovato una squadra in NBA ma è un buon esempio per spiegare come certi traguardi siano accessibili a tutti. Se anche voi volete ripercorrere le sue gesta però ricordate quanto abbiamo detto in precedenza e cercatevi un bravo agente.

Tratto da “My-Draft Magazine” di My-Basket.it

Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel. La recensione.

La copertina.

Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel (2014) è il successore di un’opera precedente del prof. Roberto Finelli, Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx del 2004. Docente di Storia della Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma Tre, egli si occupa di idealismo tedesco e marxismo, con un occhio di riguardo verso la psicanalisi classica. Come intuibile, Un parricidio compiuto è il tentativo di tirare le somme del libro di cui rappresenta un seguito. Precisamente la domanda è: possiamo andare oltre il postmordernismo e il pensiero debole sulla scia di Gianni Vattimo, riprendendo le categorie di Marx? Che cosa tenere e cosa rigettare del Marx maturo? Ma per dare risposta a tale questione, per Finelli è necessario indagare l’origine delle categorie che il padre del marxismo uso per criticare la modernità; ciò esaminando come Marx smembrò la filosofia hegeliana prendendone le parti di cui aveva bisogno e rigettandone il nocciolo metafisico (nodo continuamente problematico della sua filosofia). A sua volta Finelli propone fra le righe del volume come uccidere Marx stesso e smembrarlo a sua volta, prendendo le parti più attuali e incisive di tale pensatore.
L’introduzione non è né più né meno un breve excursus, attraverso la sua esperienza di studente durante le contestazioni degli anni ’60-‘70, delle rinnovate letture del Capitale da parte dei giovani universitari dell’epoca. E di come tali tentativi, nonostante le declinazioni piuttosto raffinate che si svilupparono all’epoca, fallirono nel dare ragione del post-fordismo e di tutta la successiva società dell’informazione.

Il secondo e il terzo capitolo riguarda il ben conosciuto materialismo storico, per Finelli una lettura storica del reale ormai da abbandonare: alla dinamica struttura-sovrastruttura egli propone di favorire le categorie di presupposto-posto dei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, applicandoli al principi de Il Capitale, l’opera più scientifica ed economica di Karl Marx. In tali sezioni, egli sottolinea l’obbligatorietà di tale operazione, dati i nuovi presupposti dell’accumulazione sfrenata di ricchezze da parte del nuovo capitalismo. Un capitalismo dove non viene più sfruttata la forza-lavoro del lavoratore, bensì le sue conoscenze e la sua forza mentale, in cui il minaccioso macchinario della fabbrica è stato sostituito dai computer. I quali si propongono come qualcosa di amichevole e desiderabile, che si affianca al lavoratore medesimo.

Nei capitoli seguenti, si continua analizzando le radici hegeliane del Capitale e confrontandolo non solo con la storia filosofica, ma anche con la storia del pensiero economico (riprendendo la problematica tramite gli economisti classici come Adam Smith). Mentre nelle ultime battute si rielaborano le categorie così ottenute e indagate allo scopo di trovare una qualche forma di emancipazione da queste forme di economia e sfruttamento contemporanee.

In sostanza, il Parricidio Compiuto di Finelli non è unicamente il tentativo di uno storico della filosofia di guardare a Marx e ai marxismi seguenti (con particolare attenzione ad Althusser) in modo obbiettivo e disincantato. Ma è al tempo stesso il tentativo di formulare una linea di ricerca per trovare nuovi strumenti di critica del presente; verso un Capitalismo dell’informazione e dei servizi, che non sottomette più il lavoratore, ma lo corteggia e si rende desiderabile attraverso la trasfigurazione dei valori e delle realtà in atto. Fino ad arrivare a plagiare l’inconscio comune.

C’è ancora spazio per il Marxismo?

 

 

C’è chi dice che sia morto, altri invece che sia più vivo che mai. In un caso o nell’altro si torna continuamente a parlare di Karl Marx e marxismo. Ma oggi nel 2014 questo tipo di dottrina, che il suo stesso autore definì “scientifica”, ha ancora spazio per dire qualcosa riguardo alle nostre costruzioni sociali? Il problema in effetti interessa oggi più gli economisti o gli analisti politici, piuttosto che i filosofi nell’accezione accademicamente stretta. Purtroppo il marxismo è stata una filosofia per certi versi genuina, ma purtroppo viziata da innumerevoli strumentalizzazioni politiche, letture (e riletture) più o meno lecite durante il Novecento.

Lo stesso successo postumo che Marx raccolse fu dato perlopiù dalle svariate interpretazioni che accentuarono maggiormente il lato “pragmatico” del suo pensiero, come mezzo per un cambiamento reale della società, anziché per un sincero interesse nella sua analisi del capitalismo. Ma a una presa di piede nel mondo intellettuale, non corrispose un riscontro immediato nella realtà: la società industriale cambiò radicalmente rispetto alla situazione in cui scrisse il Capitale. A questo punto si colloca la nostra domanda: c’è ancora spazio per il marxismo?

Due sono gli atteggiamenti che si possono avere, in generale: un primo è stato quello di destituire il marxismo in quanto teoria non scientifica, oppure al relegarla a analisi storicamente collocata, ormai obsoleta. Il secondo è invece un recupero della filosofia di Marx per comprendere meglio certe dinamiche tutt’oggi interne alle istituzioni e alle economie capitalistiche; soprattutto alla luce dell’attuale crisi economica, che dopotutto ha dimostrato che certe cose nonostante sia passato un secolo intero non sono cambiate poi così tanto.

Perché non vi sarebbe più spazio per Marx? In primo luogo, certe istanze dell’epistemologia ne ha criticato l’effettiva scientificità (mettendo in dubbio anche campi del sapere come la psicanalisi). Karl R. Popper, il filosofo della scienza, in particolare ne criticò fortemente due punti fondamentali: primo, il non essere falsificabile dai fatti e secondo l’accentuata concezione deterministica della storia. Infatti una teoria per essere considerata scientifica deve poter essere in qualche modo falsificabile da fatti empirici: se un dato della realtà entra in conflitto con la teoria, allora vuol dire che quest’ultima non era esatta, ed è stata in questo modo smentita. Con il marxismo ciò non funziona. Questo perché il marxista ortodosso reinterpreterà a mo’ di astrologo di volta in volta i dati del reale a proprio piacimento, giustificando ad hoc le anomalie; tale approccio non è di fatti scientifico, perché non ci sono fatti in grado di falsificare questo insieme di dottrine. Secondo, Marx credeva in un determinismo storico che a parere di Popper non sussiste. In La società aperta e i suoi nemici, egli sostenne che se la storia è costituita da azioni individuali non prevedibili, allora viene meno una base di partenza di Marx: se vi sono solo tendenze approssimative e non leggi determinate nella storia, allora la sua filosofia perde di potere esplicativo.

In fin dei conti Marx non si inventò nulla: descrisse e cercò di spiegare solamente la situazione della classe operaia in un preciso tempo, il secolo XIX, in un tessuto socio-economico preciso, l’Inghilterra. Può tale modello essere universale? No, poiché essendo una visione storicista, ha valore solo in quel dato contesto. Dai tempi di Marx la situazione è cambiata: il lavoro come lo intese Marx, ovvero quello manuale, riguarda oggi solo il 30% delle mansioni. Oltretutto viviamo oggi in una società non più fondata sulla proprietà nuda e cruda, quanto su un mercato della conoscenza: le classi attuali sono molto più mobili e meno definite grazie a un fenomeno a quel tempo poco prevedibile, l’istruzione di massa. È il tipo di sapere posseduto che determina il nostro prestigio e il nostro mestiere. Per tutte queste ragioni il marxismo tout court è considerato da molti ormai morto.

D’altra canto perché c’è ancora spazio per il marxismo? Aldilà del successo politico che continuamente riscuote in certi paesi, economisti e storici per spiegare il recente crollo finanziario hanno trovato una possibile spiegazione proprio in Marx. Un personaggio come il celebrato Thomas Piketty nel suo libro Il capitale nel XXIº secolo ha dimostrato, esaminando numerose raccolte statistiche, che Marx aveva ragione nel predire contraddizioni interne al capitalismo e maggiori disparità; ciò a causa della concentrazione del capitale nelle mani di pochi. Tale processo è stato ovattato solo grazie al già citato elemento dell’istruzione massificata, ma la teoria di fondo è essenzialmente corretta.

Oppure la critica marxista all’ideologia, intesa come sovrastruttura che controlla il modo di vedere e sentire di una società, ha dei risvolti più che mai contemporanei. Basterebbe vedere i tentativi di esponenti della cosiddetta della “Scuola di Francoforte” (Horkheimer, Adorno, Marcuse, ecc.), che applicando certi principi della scuola marxista riuscirono a comprendere meglio di altri i movimenti della condizione storica in cui si trovarono: la tecnica, il totalitarismo, i media e così via. O le analisi sulle mille sfaccettature dell’ideologia portate avanti dal pensatore sloveno Slavoj Zizek si inseriscono nel solco di quelle di Marx. Di conseguenza, nonostante il tempo ormai trascorso, un certo grado di attendibilità rispetto a innumerevoli interazioni in società di stampo capitalista sembra evidente.

Forse bisognerebbe utilizzare in maniera analoga un’espressione che Michel Focault usò per Freud, l’essere giusti. Non pretendere quello che Marx non ci può dare per ovvi motivi, come la stragrande maggioranza fece invece o che plagiò a proprio uso e consumo come i regimi comunisti. Bensì riconoscerne limiti e mezzi, come consigliò lo storico e accademico Eric J. Hobsbawm: magari gettare via le risposte, ma conservare le domande, che in un modo o nell’altro si rivelano di profonda attualità. Questo mettendo da parte letture e orientamenti precostituiti e prefabbricati che, diciamocelo, hanno fatto più danni che altro. Riportando dunque Marx e il marxismo da ideologia preconfezionata a strumento d’analisi che può davvero dirci qualcosa di serio sul reale.

A cosa servono i Big Data

Questa è la storia delle informazioni del XXI secolo, è la storia delle tracce che ogni giorno lasciamo come le briciole di Pollicino per le strade che percorriamo, con unica differenza, che qualcuno le raccoglie. Questa è la storia dei ” Big Data “. Tecnicamente, con ” Big Data ” s’intende descrivere una raccolta di dataset così amplia e complessa da richiedere strumenti differenti da quelli tradizionali, in tutte le fasi del processo: dall’acquisizione, alla curation, passando per condivisione, analisi e visualizzazione. La casa di questi dati è il web, ma non solo. Ogni giorno dalla corsa calcola dall’app dell’I-Pod, al codice Rfid sulla maglia appena acquistata dalla vostra ragazza da Zara, passando per la Oyster Card tutto finisce nel vortice dell’analisi dei Big Data. Ad oggi Hadoop è il framework che si sente nominare più spesso parlando di Big Data perchè il suo lavoro è quello di prendere centinaia di milioni di informazioni e spezzettarle su tanti server, fino a che questi non riescono a “riunirle” in qualcosa che assume magicamente un senso. Ovviamente non avviene tutto per magia, bisogna programmare esattamente cosa ricercare in centinaia di migliaia di dati. La scienza della raccolta, curation e sviluppo dell’analisi dei dati ha l’obiettivo di estrarre informazioni aggiuntive rispetto a quelle che si potrebbero ottenere analizzando piccole serie, con la stessa quantità totale di dati. Ad esempio, l’analisi per sondare gli “umori” dei mercati e del commercio, e quindi del trend complessivo della società e del fiume di informazioni che viaggiano e transitano attraverso Internet. Attualmente, prima di massicci acquisti di stock azionari sui mercati finanziari, le grandi banche d’investimento compiono una pre analisi dei Big Data allo scopo di sondare gli umori degli investitori e sulla base di modelli standard matematici scegliere il momento più propizio per attuare la propria strategia.

Big Data - Polince.org

Se c’è qualcosa di estremamente valoroso che mi hanno insegnato uomini che con la Filosofia e le tendenze artistiche nulla hanno a che fare, è che dietro a ciò che viene ” offerto gratuitamente ” si nasconde un doppio sacrificio. È questo il lato oscuro dei social network, dove in cambio di un’agorá virtuale ti si chiede la cessione della conoscenza dei tuoi gusti, movimenti e caratteristiche personali. A tal proposito consiglio a tutti di digitare dashboard.google.com e dopo aver digitato le proprie credenziali scoprire come Google conosca più cose della vostra persona, anche rispetto a voi stessi. Certo Google non è un social network, ma è grazie a Mountain View che coordinate in modo pratico ed intelligente tutte le vostre attività.

Il processo evolutivo di raccolta dataset è alla base delle prossime strategie aziendali nel prossimo decennio, con alcuni gruppi capaci di implementare e sviluppare a proprio uso e del cliente l’analisi di questi. Non è un caso per cui quando passate la vostra Fidelity Card o effettuate da qualsiasi dispositivo un login che magicamente vi appaiono prodotti o articoli da voi ritenuti interessanti. Eppure, il ritardo nell’utilizzo di questo fondamentale strumento d’analisi è impressionante.
Infatti, analizzando i dati raccolti da un’indagine condotta lo scorso anno dalla IDC, società di ricerche di mercato e consulenza in ambito IT, su 1.651 imprese dell’Unione Europea (Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito), più della metà delle aziende (il 53%) non ha adottato soluzioni per elaborare grandi quantità di Stando ai dati di un’indagine condotta nel 2013 da IDC, società di ricerche di mercato e consulenza in ambito IT, su 1.651 imprese dell’Unione europea (Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito), più della metà delle aziende (il 53%) non ha adottato soluzioni per elaborare grandi quantità di informazioni non strutturate.In base alla ricerca, presentata durante il convegno IDC Big Data & Analytics Conference 2014 a Milano, il 15% delle compagnie si dichiara addirittura non familiare con l’argomento.
Come la banda larga, lo sviluppo del nucleare di III generazione, il ritardo nell’utilizzo dei Big Data fin da quest’ultimo biennio sta creando molteplici problemi di crescita all’economia europea. Rendendola quasi totalmente incapace di essere competitiva con l’Asia e gli Stati Uniti.
Se si pone il riferimento alla sola Italia e a un campione più ristretto , dalla ricerca di IDC emerge che il 30% delle aziende ha puntato sui big data. Se il numero di compagnie prese in esame fosse stato simile a quello relativo allo studio sulle imprese continentali, il valore italiano sarebbe stato più alto rispetto agli altri Paesi Ue.
Se vi state domandando se i Big data sono legali, la risposta è affermativa. Meno per la libertà che si presume di avere nella sfera privata. Nel frattempo per comprendere la loro importanza sappiate che il Bayern München li utilizza da un anno. Ma, quello non è solo calcio, é Guardiola.

La presenza cinese in Africa: aspetti positivi e perplessità

Sono rimasto piuttosto colpito quest’estate quando, attraversando Dakar, ho notato che le insegne informative di un cantiere fossero in cinese. Incuriosito, ho dunque iniziato a guardarmi attorno più attentamente. Chiedendo informazioni ad Adama, il nostro conducente, riguardo la presenza cinese a Dakar ho scoperto che il Grande Teatro Nazionale, struttura di grandi dimensioni e pregevole fattura, è stato finanziato e costruito dal governo cinese. Molte altre sono le infrastrutture figlie della cooperazione con la Cina.La Cina ha vastissimi interessi nel continente africano: sia attraverso progetti infrastrutturali sia in virtù di accordi energetici di lungo termine.Si stima che più di un milione di cinesi risieda al momento in Africa (nei primi anni 2000 erano circa 100.000), che più di 2000 siano le società cinesi operanti sul territorio e che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti come primo partner commerciale del continente africano.

La massiccia presenza cinese in Africa, dunque, è ormai un dato di fatto e rientra nella politica di espansione commerciale da parte del governo di Pechino nei paesi meno sviluppati del globo.I primi moderni investimenti cinesi nel continente risalgono a una cinquantina di anni fa, ma è negli ultimi anni che si è registrato un aumento drastico dell’influenza di Pechino in Africa. La Cina costruisce infrastrutture in quasi tutti i paesi africani in cambio di materie prime e sbocchi commerciali. Ma, con gli anni, gli investimenti cinesi si sono ampliati e diversificati  arrivando a interessare anche i settori del turismo e  dell’agricoltura. Inoltre, la Cina investe nel trasferimento di know-how finanziando borse di studio e organizzando corsi e laboratori per la formazione professionale di migliaia di giovani africani.I rapporti sino-africani soddisfano interessi di entrambe le parti: la Cina ha necessità di espandere le sue zone di influenza economico-commerciale per piazzare i prodotti a basso costo che produce e per approvvigionarsi di materie prime, mentre i paesi africani vedono di buon occhio la possibilità di svincolarsi dalle storiche influenze statunitensi ed europee dal momento che gli affari con il gigante asiatico sono molto più proficui.Tra l’altro, in virtù del principio di non-ingerenza nella politica interna adottato da Pechino, i governi africani non sono tenuti a render conto e a mettere in discussione le loro politiche in materia di diritti e libertà.

  Cina e Africa

La Cina ha guadagnato sempre maggiore terreno e potere nel continente africano a scapito di Stati Uniti ed Europa innescando ben presto uno scontro dialettico fra le parti. L’occidente accusa la potenza asiatica di perpetrare un progetto neo-coloniale e ne biasima i rapporti e gli affari fatti con i vari dittatori che governano diversi paesi africani. Da parte sua la Cina si difende sostenendo di non avere finalità politiche dietro i suoi affari e rispedisce al mittente le accuse. Lo stesso Xi Jinping, in occasione del viaggio ufficiale nel continente africano nel marzo 2013, ha dichiarato:  “La Cina continuerà ad offrire, come sempre, l’assistenza necessaria all’Africa senza nessuna finalità politica correlata”.L’economia africana intanto cresce, anche grazie ai rapporti con la Cina. Detto ciò, la capillare presenza cinese nasconde anche molte ombre; perplessità vengono espresse inoltre dagli osservatori occidentali mentre critiche iniziano a levarsi anche tra gli africani.Lì dove le condizioni economiche sono migliorate abbastanza da far nascere una classe imprenditoriale locale, la potente concorrenza delle aziende e dei prodotti cinesi crea disappunto. Spesso le aziende cinesi impiegano mano d’opera cinese, sfavorendo così l’occupazione dei lavoratori africani e intensificando i flussi migratori dall’Asia verso l’Africa. Infine, la scarsa qualità dei prodotti cinesi così come la poca trasparenza in merito al rispetto delle norme sul lavoro hanno scatenato una reazione da parte di imprenditori africani che chiedono nuovi accordi su nuove basi e condizioni.

In conclusione: il ruolo della Cina in tutto il mondo in via di sviluppo, ma soprattutto nel continente africano, sta diventando sempre più importante, favorendo di fatto  una crescita economica che difficilmente alcuni paesi potrebbero raggiungere autonomamente in tempi così rapidi. Ma allo stesso tempo i diretti beneficiari dovrebbero avere la capacità di tutelare i propri interessi in un’ottica di lungo periodo, evitando di sacrificare sull’altare della crescita economica diritti e risorse che rappresentano i veri elementi sui quali basare il proprio sviluppo futuro.

Franco Lo Piparo, “Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”

Amartya Sen ebbe il merito di introdurre nel dibattito non solo economico, ma anche filosofico, il problema dei rapporti che intercorsero fra Antonio Gramsci (politico, linguista e filosofo), Piero Sraffa (economista italiano dissidente a Cambridge) e Ludwig Wittgestein, il più geniale filosofo del linguaggio del novecento (il nostro collega G.V. Sansone ha parlato estensivamente di tale ipotesi qui). Cioè se Gramsci sia stato indirettamente l’ispiratore del secondo Wittgenstein, attraverso la mediazione di Sraffa o meno. La congettura dell’insigne pensatore indiano è sempre ritornata fra alti e bassi nel dibattito sulle origini della filosofia wittgesteiniana, rappresentando un “giallo” nella storia delle idee. Attualmente è stato posto nuovamente quest’anno, con grande risonanza, dal libro Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere, uscito a Maggio 2014 per Donzelli Editore €18,00.

L’opera del professor Franco Lo Piparo, docente di filosofia del linguaggio a Palermo, si distingue per la precisione storica, filologica e speculativa, oltre che per l’encomiabile capacità divulgativa e il linguaggio cristallino.

Il libro si configura di tre sezioni tematiche. La prima si caratterizza per delineare il rapporto interpersonale che correva fra le tre figure in esame, attraverso le lettere di quel periodo; in particolare Lo Piparo riesce a dimostrare come nello stesso periodo 1934-36 (in cui le Ricerche Filosofiche di Wittgestein furono all’inizio composte) e in cui Sraffa frequentava Cambridge, quest’ultimo era già a conoscenza del contenuto dei Quaderni del carcere dell’amico e compagno Gramsci: ciò attraverso la mediazione della propria cognata Tatiana Schucht. Il secondo nucleo entra invece nello specifico dell’analisi storico-filosofica: Lo Piparo analizza filologicamente parallelismi e similitudini fra i Quaderni di Gramsci e tutti gli scritti che caratterizzarono lo sviluppo concettuale del filosofo austriaco nel suo secondo soggiorno in Inghilterra; non solo Ricerche, ma anche altre testimonianze come Brown e Blue Book e Big Typescript sono prese in esame. È individuato successivamente il tratto fondamentale che accomuna il lavoro di entrambi: il ruolo imprescindibile che il linguaggio ha nella nostra pràxis quotidiana, anche non strettamente linguistica e come essa abbia immancabilmente ricadute negli aspetti politici dell’esperienza. In fine il terzo punto della trattazione di Lo Piparo risulta a nostro parere la più interessante: viene esplicato il filo rosso che intreccia le biografie dei due, che seppur lontane come forma mentis, luoghi e origini (il giovane Ludwig è un rampollo della ricca Vienna mentre Gramsci è figlio di una famiglia di umili mezzi in Sardegna), paiono condividere una medesima epopea umana e filosofica: vivono gli stessi problemi, la stessa urgenza morale di dimostrarsi eticamente all’altezza della propria umanità (Wittgenstein nella prima guerra mondiale e Antonio attraverso la militanza giornalistica e politica).

Dando un giudizio, il volumetto si distingue per l’originalità con cui è presentata la congettura di Sen (rendendo tra l’altro la questione accessibile al vasto pubblico). Lo Piparo la presenta con una notevole profondità storica, passione e rigore. Alcuni potrebbero obbiettare la mancanza di uno specifico approfondimento del Gramsci nel periodo del giornale “L’Ordine Nuovo”, dell’operaismo e strettamente marxista. Di come Marx abbia influenzato la sua concezione del linguaggio e della prassi politica. Ma è chiaro che tale trattazione è superflua rispetto allo scopo: è piuttosto il come quest’ultimo, che non riuscì più a inserirsi in una qualche corrente “sentimentale” (ovvero marxismo, liberalismo e fascismo) come scrisse in una bozza di una lettera del 30 Novembre 1931, influenzò il filosofo più importante del XX secolo, che si definì originale non nel seme bensì nel campo in cui lo avrebbe accolto (Pensieri Diversi, Biblioteca Adelphi, 1980, p.76).

Se dovessimo però trovare un punto critico, sarebbe intrinseco al progetto di ricerca stesso dell’autore: nei contenuti sono solo supposizioni. Per ora non abbiamo nessuna nota o testimonianza scritta in cui Sraffa o Wittgestein riportino i propri colloqui o le idee in essi espresse. La lettura dell’autore si regge praticamente su evidenze indirette: aldilà delle manifestazioni di stima e dell’affetto reciproco, non ci sono prove decisive a sostegno della sua tesi, se non somiglianze e coincidenze cronologiche (come fa notare anche Luigi Perissinotto sul Il Manifesto 6 Luglio 2014). Lo stesso ammette che la sua ricerca è puramente “filologico-poliziesca” (p.80).

Nonostante l’indubbia qualità del lavoro, finché non ci saranno prove concrete il poetico rapporto tra filosofia gramsciana e Wittgestein rimarrà solamente appunto una congettura. E fino a quel momento le influenze sul pensiero di un colosso della filosofia rimarranno Frege, Russell, Tolstoj, Dostoevskij, Il Tramonto dell’Occidente di Splengler e il Ramo d’Oro di Franzer.

Beyond gdp: la ricerca della felicità

Ormai da diversi anni si è sempre più diffusa tra economisti, statistici, ma anche politici, la convinzione che si debba trovare un’alternativa al Pil inteso come principale indice di riferimento per l’analisi dello sviluppo, del progresso o del benessere di una nazione e di una società.

Recentemente ho dovuto leggere un libro sull’argomento scritto dal giornalista Donato Speroni, dal titolo “I numeri della felicità”. Dal Pil alla misura del benessere” (Cooper, 2010). Speroni in maniera molto chiara analizza la questione e ricostruisce il percorso ed il dibattito che hanno portato verso una sempre più ampia coscienza del problema e del lavoro di ricerca in merito.

Si tratta ovviamente di una questione estremamente complessa, sia da un punto di vista ideologico, sia da quello tecnico. Gli stessi elaboratori del Pil (Kuznets e Keynes) ne avevano sottolineato i limiti, ma ciò non gli ha impedito di diventare nel corso della seconda metà del secolo passato l’indicatore principale per l’analisi della situazione di sviluppo, della crescita economica di un paese. Gradualmente si è arrivati a credere che fosse un dato onnicomprensivo della ricchezza di un paese, che quel numero potesse rappresentare anche il grado di benessere, felicità e soddisfazione dei cittadini, ossia quella che potremmo definire come la “ricchezza immateriale” di una paese. Gradualmente è apparso evidente come un approccio ed un’analisi di questo tipo fossero particolarmente limitati e fuorvianti, soprattutto se si considera il fatto che il Pil sia da tempo il parametro sul quale vengono calibrate le politiche dei governi.

Ma che cosa è il Pil? Che cosa ci dice e cosa nasconde? Il Pil ci dà il polso della produzione di ricchezza del sistema-paese attraverso il conto delle risorse e degli impieghi (lavoro). Misura il flusso monetario corrispondente allo scambio di beni e servizi tra gli individui e le imprese all’interno di un sistema economico. Si è cominciato a calcolarlo dopo la crisi del ’29, ma è stata la seconda guerra mondiale a dare grande impulso al suo sviluppo (perché dava la possibilità ai governi di calcolare le possibilità di conversione militare del proprio apparato industriale).

Ci sono però diversi elementi che il Pil non misura e che invece dovrebbero rientrare nel calcolo della ricchezza (anche strettamente economica) di un paese, inficiando dunque la sua possibilità di descrivere la reale situazione economica di un paese. Non vengono considerate determinati fattori quali il lavoro familiare, le cosiddette economie parallele (criminalità, prostituzione), il depauperamento delle risorse ambientali, la qualità della vita (nessuna distinzione qualitativa tra le diverse spese), non tiene conto del consumo dei capitali. Tuttavia, non è così facile “abolire il Pil” perché abbiamo comunque bisogno di una contabilità nazionale.

Il Pil, però,ci dà un’immagine limitata ed esclusivamente quantitativa dello sviluppo di un paese, ci illustra la produzione di ricchezza di un sistema, ma senza minimamente considerarne gli aspetti qualitativi.

I soldi non rendono necessariamente felici, insomma. La contabilità nazionale va quindi corredata da “conti satellite” che completino il quadro ed offrano ai governi le statistiche ed i dati necessari a formulare politiche migliori.

La questione è: che cosa bisogna contare, che cosa bisogna considerare per avere un quadro reale e veritiero dello stato di benessere di un paese e dei sui cittadini? Come lo si può fare? L’obiettivo è quello di identificare ed elaborare nuove misure di benessere e felicità. Tuttavia, bisogna individuare e accordarsi su quali siano le reali determinanti della felicità umana e sociale, soggettivamente ed oggettivamente. Certo, essendo la felicità e la sua ricerca un concetto, o meglio, uno stato individuale (per quanto comune a tutta l’umanità), diventa particolarmente complicato ridurla ad un dato, ad un numero. Anche il benessere oggettivo di una società non è facile da misurare perché le variabili che lo determinano possono differire di paese in paese, di cultura in cultura.

Se da una parte il progresso economico non esaurisce più gli obiettivi della politica e dall’altra la felicità individuale è un dato che va considerato, resta da sciogliere il nodo in merito alla sostenibilità futura delle nostre attività. Molti ravvisano la necessità, data la critica situazione legata a problematiche ambientali, di dover includere nelle statistiche ufficiali e tra gli indicatori di riferimento parametri che ci diano la misura dell’impatto ambientale e della sostenibilità delle politiche pubbliche e dei nostri comportamenti. Questo perché la felicità contingente di una persona e di una società non la garantiscono necessariamente alle generazioni future. Ci sarebbe dunque bisogno di considerare le variazioni di capitale economico, capitale ambientale e biodiversità, capitale umano (livelli di educazione e formazione), capitale sociale (reti di relazioni, adesione ai valori collettivi). Si tratta di capire se la produzione di oggi danneggi il domani. Tuttavia, nessuna misura elaborata finora è davvero soddisfacente, anche perché quasi tutte si concentrano sulla sostenibilità ambientale, ma nessuno ci fornisce un modello di sostenibilità sociale.

In sintesi, occorre ampliare la collezione di dati sulla produzione e distribuzione della ricchezza, completarla con altre informazioni relative al benessere (“felicità”) della gente, prevedere la sostenibilità delle nostre azioni attraverso la misura delle variazioni di capitale economico, ambientale, umano e sociale. La contabilità nazionale al momento non può essere abbandonata perché garantisce la confrontabilità internazionale dei dati ed è in continuo miglioramento. Sono ancora molti i punti da risolvere ed i nodi da sciogliere con riferimento sia al metodo che nel merito dell’individuazione-elaborazione di indicatori singoli o aggregati che ci illustrino il benessere nel mondo al di là dei valori monetizzabili.

La partita è più che mai politica. Negli ultimi anni la necessità di andare oltre il Pil ha ricevuto importanti avalli anche a livello politico, ma perché si possano raggiungere risultati concreti, si deve portare avanti un percorso più che mai condiviso a livello internazionale ampliando il più possibile il coinvolgimento degli stati e dei loro istituti di ricerca statistica. Bisogna inoltre combattere le resistenze di alcuni paesi, soprattutto quelli che stanno vivendo una maggiore crescita economica (Cina), che temono che la svalutazione del Pil come indicatore danneggi la loro posizione internazionale.

Ma, il processo è ormai avviato: il vecchio Pil non basta ma, più che sostituito, deve essere migliorato.

Matteo Mancini – AltriPoli

Indonesia: Chatib Basri, nuovo ministro dell’economia, e la crisi

Ancora una volta, al centro della discussione è la crisi economica. Una crisi dalla quale alcuni paesi sembrano, lentamente, riuscire a uscire, mentre altri vi sprofondano sempre di più. A destare interesse, oggi, il caso dell’Indonesia. Il governo e la banca centrale indonesiana si trovano a fronteggiare le conseguenze della caduta della moneta locale rispetto al dollaro, una crescente inflazione e un conseguente, preoccupante rallentamento nella crescita economica dell’Indonesia.

Tuttavia, come riportato dal Financial Times, Chatib Basri, ministro della finanza, è ottimista sulla ripresa. Basri, quarantasette anni, nominato ministro lo scorso maggio, vanta un curriculum di grande esperienza nella finanza: tra i suoi numerosi incarichi, è presidente dell’Investement Coordinating Board dal giugno 2012. L’economista è stato eletto con la speranza che, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, sia in grado di riportare l’Indonesia ai ritmi di prospera crescita economica che l’hanno caratterizzata fino allo scoppiare della crisi.

Skyline – Giacarta (Indonesia)

Basri, che ha partecipato al G20 della scorsa settimana, sostiene che la crisi possa rivelarsi una buona occasione per unire il Paese e per varare nuove riforme, che siano a favore degli investitori; il ministro si è detto inoltre intenzionato ad adottare nuove misure di protezionismo economico.

In contrasto con l’ottimismo del Ministro indonesiano, l’economista Prior-Wandesforde ha replicato che il problema dell’Indonesia risiede nell’attitudine sin troppo speranzosa delle autorità dell’Indonesia riguardo alla ripresa economica, che avrebbe impedito alla banca centrale di rendersi conto del crescente scetticismo degli investitori. Dello stesso parere sembra essere l’International Munetary Fund, che ha abbassato le previsioni sulla crescita interna dell’indonesia dal 6,3% al 5.25%.

Ma Basri non si scoraggia. Come parte del suo nuovo piano, il Ministro ha dichiarato la necessità di aprire nuovi settori dell’economia agli investitori stranieri e di eliminare alcune limitanti restrizioni sugli scambi commerciali. L’obiettivo immediato è quello di manifestare il serio impegno del governo a risollevare le sorti economiche del Paese. La ragione per la quale il progetto di Basri, pur essendo oggetto di critiche, merita di essere considerato con grande rispetto, è che propone un netto distacco dalla cultura sovietica, che da sempre dà priorità alla teoria piuttosto che alla pratica. Basri vuole, infatti, comunicare al Paese e agli investitori notizie di riforme e provvedimenti già in atto, invece che “chimere”, talvolta irrealizzabili.

Riuscirà il ministro a raggiungere il suo scopo? Tornerà l’Indonesia a essere un Paese dall’invidiabile, rapida crescita economica? Soltanto il tempo sarà in grado di darci una risposta. Nel frattempo, aspettiamo con ansia le elezioni presidenziali, che potrebbero nuovamente sconvolgere gli equilibri del Paese.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Mind the GAP.

Pensavo giusto pochi giorni fa che nella mia piccola rubrica sulle città non ho ancora parlato della Città per eccellenza. Non vi ho ancora reso partecipi del mio amore per questa megalopoli, centro del mondo e crocevia delle più interessanti “rotte culturali” dell’epoca moderna. Chi mi conosce un po’ avrà già capito che si tratta di Londra. Si lo so, forse è un po’ banale come argomento ma oggi cercherò di aggiungere qualcosa di nuovo alla tradizione.

Questa città rappresenta per il sottoscritto la definizione di metropoli. Mi spiego. Nei miei adorati schemi mentali ove troppo spesso indugio e nei quali cerco di rinchiudere la realtà che mi circonda, ho classificato le città in diverse tipologie. Partiamo dal basso. Per correttezza mi sembra opportuno citare solamente esempi che conosco: ci sono le hopeless, città nelle quali non è presente nessuno slancio vitale, nessun substrato culturale e la vita della comunità è misera e senza passione. I teatri vengono visti come un covo di esaltati in preda a nevrosi schizofreniche che li rendono talvolta effemminati, i cinema sono solo in periferia e proiettano solo ed esclusivamente colossal, commedie disimpegnate e action movies di grande popolarità. Il centro cittadino non esiste o si riduce a quattro squallide vie piene di negozi con abbaglianti e sconfortanti tubi al neon sulle vetrine e il magnetico bar con le auto parcheggiate quanto peggio si possa. Due esempi di queste città possono essere Latina e Foggia.

 Ad un livello leggermente più alto, ma forse dato semplicemente dalla maggiore dimensione che generalmente le caratterizza si collocano gli agglomerati. Questo è un termine, seppur orribile, che si usa comunemente per descrivere perlopiù centri di recente costruzione dotati di servizi base. In più io ci aggiungo: città dotate di dimensioni finanche estese, le quali hanno sottomesso tutto all’incuria e all’assenza di pianificazione. Un esempio lampante di queste può essere Reggio Calabria. Dopodiché vengono gli assembramenti urbani. Questa è forse la categoria più “dolorosa”, perché è in essa che colloco le grandi città, dotate di storia, vita culturale, seppur acerba, fermento economico e sprazzi di lucidità operativa, che però non possiedono un’anima, un’identità, un’appartenenza forte. Non hanno la capacità di esaltare le ricchezze di cui sono dotate e soprattutto, ciò che è assolutamente sconfortante, sono abitate, in massima parte, da cittadini che non sanno cogliere il valore della vita della comunità. Tra queste si trovano Roma, Napoli, Atene, Istanbul e diversi altri esempi. Sono città che a me piace definire dolorose, in quanto è palpabile il velo dell’incuria e della mancanza di attenzione: sono città estremamente sciatte. In sequenza diretta troviamo le grandi città. Il termine può sembrare banale in effetti, ma esprime con semplicità quello che di più caro c’è nel vivere urbano. In esse è presente lo slancio vitale, un fermento economico e, miracolosamente, una pianificazione delle attività, un’attenzione ai dettagli della mobilità, del decoro. Inoltre, cosa che più d’ogni altra a mio avviso rileva, sono abitate da una popolazione, almeno in larga parte, consapevole del rispetto dovuto loro. Tra queste si possono trovare Madrid, Milano, Barcellona, Monaco di Baviera, Berlino, Parigi, San Pietroburgo, Dublino e diverse altre. Tuttavia, però, ancora non basta. Esiste un’ultima categoria ed è quella delle cosiddette metropoli superiori. Queste sono le città simbiotiche. Consentitemi l’utilizzo di questo termine, forse improprio, per esprimere appieno il concetto di momentum. Questo, per gli inglesi non a caso, è il ritmo, la pulsazione, il fermento. Le città dotate di momentum vivono le loro giornate essendo protagoniste di quello che avviene nel mondo ed essendo presenti a se stesse. Non importa se alle volte agli angoli delle strade si può trovare della sporcizia, se alcune zone sono malfamate, se la metropolitana non è modernissima. Importa solo e soltanto la sensazione che si respira, la trepidazione di attraversarle, la cura posta nel funzionamento di ogni singolo particolare. Queste sono Londra e New York City.


Dopo questa lunga introduzione voglio dare solo qualche breve cenno su cosa io davvero intenda per metropoli superiore. Londra. Stazione di Liverpool Street. È una stazione piuttosto datata che funziona come il suo primo giorno. Non c’è un cartello fuori posto, tutti sanno esattamente quale sia il loro compito e ogni passeggero non trova la benché minima difficoltà a dirigersi verso la propria destinazione o ad orientarsi, qualora vi si trovi per la prima volta. Si esce dall’ampio ingresso vetrato e ci si trova nel cuore pulsante della city in cui ogni giorno viene movimentato un quinto del prodotto interno lordo di tutto il Regno Unito. Ed è proprio qui che cominciano i “più del mondo”. Sarà banale, infantile, gretto, ma sapere di essere parte di qualcosa che è la “più del mondo”, istantaneamente produce forti scariche di adrenalina. Ebbene è proprio per questo che Londra attira: Capitale di una Nazione dalla fulgida storia risulta una cattedrale nel deserto ed è riuscita, come un faro su un’isola oceanica, ad attirare a sé tutti i più grandi investimenti fatti nella storia dell’umanità. È una delle tre città leader dell’economia mondiale insieme a New York e Tokyo; il più grande e più competitivo centro finanziario del mondo secondo il “Global Financial Centres Index”.

Nel 2007 il Primo Ministro Gordon Brown ha definitivamente approvato la costruzione di un’opera titanica, inimmaginabile per la maggior parte delle città che tuttavia, per Londra, non appare più sconvolgente dell’ennesima estensione di una linea della tube: il “Crossrail”. Sarà deformazione professionale, ma sapere che passeggiando per un tratto di Oxford Street o prendendo la metropolitana alla stazione di Farringdon si cammina sopra ad un cantiere di dimensioni ciclopiche ha di che far gioire e, purtroppo, invidiare. Ebbene sì, il progetto “Crossrail” prevede di interrare lungo tutta la città un collegamento ferroviario in grado di snellire il traffico interurbano ed interregionale est-ovest. Il progetto, avviato e più o meno in linea con la tabella di marcia, prevede sette stazioni sotterranee nel cuore della città, e per cuore della città intendo stazioni che prenderanno il nome di Bond Street e Tottenham Court Road e un totale di 22 km di galleria. La parte che interessa Londra è solo una sezione di un progetto molto più ampio che serve a collegare l’est con l’ovest dell’Inghilterra meridionale. Ancora una volta: il cantiere più grande attualmente attivo in Europa.

Ulteriori prove dell’unicità di questa metropoli superiore è la sua capacità di attirare grandissime opere d’arte architettonica.

Differente da tutto ciò che lo circonda è lo Shard, il grattacielo, non a caso “più alto dell’Unione Europea”, progettato da Renzo Piano, che con i suoi 310 metri di altezza sovrasta l’intera città e lascia senza fiato, un po’ per la quota un po’ per lo spettacolo strepitoso che ci si trova davanti. È stato soprannominato The Shard, la scheggia, a causa della sua forma, essenziale e quanto mai rigorosa. Una contemporanea merlatura vitrea lo proietta verso il cielo e gli garantisce l’appellativo. È imponente, maestoso, e al contempo lascia trasparire un’apparente fragilità, quasi rassicurante per l’avventore che intende scalarlo. E intanto, dal settantaduesimo piano si ha la vita frenetica e appassionante della città sotto il proprio sguardo. Serpentelli biancastri che vagano per tutta la città, formiche rosse che operosamente svolgono il loro compito, microrganismi corvini che digeriscono la carcassa di un enorme leone per dare al mondo nuova vita, linfa vitale che sono gli abitanti. 


Questa è l’impressione che ho avuto stando lassù e guardando verso il basso, con la solita miscela di emozione, invidia, passione, e paura per poter godere di uno spettacolo simile, per non esserne parte, per conoscerne i meccanismi essenziali e per non sapere se un giorno accetterà anche me.



Federico Giubilei

Caso Cipro: una crisi economica ed etica che minaccia l’Europa

2013. Un anno iniziato con numerose incertezze, per l’Italia come per molti altri Paesi del mondo. La crisi economica continua a mietere vittime, talvolta innocenti e ignare. E’ il caso di Cipro, Paese sino ad ora marginale dell’Eurozona, che per fronteggiare l’ingente debito pubblico ha scelto di adottare alquanto drastiche misure. Al fine di ottenere il supporto economico dell’UE, il governo cipriota ha proposto d’imporre una tassa sui conti dei privati cittadini, con un’aliquota variante dal 6,75% al 9,9%. In cambio, ai risparmiatori danneggiati sarebbe assegnato un esiguo pacchetto azionario delle banche.

Nei giorni scorsi, la notizia ha gettato scompiglio nel panorama finanziario dell’Europa, creando notevoli ribassi nelle Borse. Un rilevante accento è stato posto sulla decisione di tassare anche i patrimoni inferiori ai centomila euro. I risparmiatori più poveri si troverebbero costretti a pagare un’aliquota (6,75%) proporzionalmente maggiore a quella erogata dei più ricchi (9,9%). Si aggiunga a tale fatto che il ceto medio-basso tende a conservare la maggior parte del proprio patrimonio all’interno della banca, mentre i più abbienti hanno la possibilità di investire altrove i propri risparmi: ergo, gli averi di questi ultimi verrebbero assai inferiormente danneggiati. Una spiegazione a questa scelta del governo di Nicosia potrebbe risiedere nel fatto che Cipro sia ben nota come paradiso fiscale dei magnati russi e non voglia intaccare questo suo stato attuale.

Gli analisti delle più importanti banche del mondo, come Morgan Stanley e Goldman Sachs, hanno espresso grandi perplessità sulle conseguenze che la tassa forzata imposta da Cipro potrebbe avere sul resto dell’Eurozona. La fede che gli europei ripongono nel sistema finanziario è già stata messa a dura prova negli scorsi anni di crisi e il caso di Cipro potrebbe creare un pericoloso precedente, minando i fondamentali diritti di proprietà, come riportato da Lars Seier Christensen, CEO di Saxo Bank. Inoltre, si rischia un “effetto-contagio”, che porterebbe in un futuro prossimo Paesi come la Spagna ad affrontare la medesima situazione.

Di parere differente sono gli esperti di Chevreaux e il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, che sostengono che la crisi di Cipro sia destinata a rimanere un caso isolato. Nielsen afferma che ciò sia dovuto all’unicità del sistema bancario di Cipro, in cui quasi la metà dei depositi appartiene a stranieri ed è giunta nell’isola grazie a deboli leggi anti-riciclaggio e scarse regole fiscali. In seguito a tali tumulti e alla reazione negativa dei mercati, ma soprattutto a causa dello scontento interno, il Parlamento di Nicosia ha bocciato il piano di salvataggio cipriota, il 19 Marzo.

Iniziano ora nuove negoziazioni tra Cipro e l’Eurogruppo, per sancire i termini di un nuovo piano di aiuto all’isola. La mancanza di struttura dei provvedimenti proposti per far fronte alla crisi di Cipro potrebbe causare sviluppi negativi per il resto dell’Eurozona. Non si parla più soltanto di sfiducia da parte dei cittadini, bensì dello scetticismo che i mercati internazionali potrebbero manifestare nei confronti dell’UE qualora si scateni un futuro crollo economico.

L’UE rischia dunque di essere afflitta da una crisi che si spinga oltre la sfera economica e finanziaria e che ponga in primo piano una leadership instabile. Il caso di Cipro è, infatti, emblema di una carenza di attenzione, organizzazione nel gestire uno stato di emergenza e solidarietà infra-statale e internazionale.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli