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L’impero del sapere: Khan Academy e la conoscenza online

Durante l’ultimo semestre di liceo classico, a causa di un probabile rigetto per i cinque anni di cultura umanistica, fui preso da una passeggera smania di migliorare in matematica. L’obiettivo era però reso ambizioso da un dettaglio: fino a quel momento avevo sempre fatto di tutto per non studiarla. Mi venne per caso in aiuto un articolo di Wired, in cui si parlava di un illuminato statunitense e del suo progetto di sollevare dall’ignoranza scientifica migliaia di capre mie pari. Il suo nome è Salman Khan e la sua creatura è Khan Academy: scopriamo di che si tratta (giuro che non vi sto vendendo un’iscrizione al CEPU).

L’idea di Salman Khan, ingegnere pluri-laureato presso scuolette come MIT e Harvard, nasce quando i parenti lo incastrano nella più classica delle trappole: dare ripetizioni di matematica alla cuginetta. Il nostro comincia a darle una mano via internet, illustrandole i concetti tramite Yahoo Doodle. La crescente richiesta di lezioni personalizzate da parte di altri parenti lo spinge poi a preparare una serie di video e caricarli su YouTube. Qui avviene la folgorazione: perchè limitarsi a far strappare una sufficienza ai piccoli di casa, quando ci si potrebbe dedicare all’educazione dell’intera popolazione umana (Salman deve senz’altro essere un tipo modesto)? Khan comincia così a registrare, avvalendosi di un’elegante lavagna virtuale, una serie di video-lezioni che procede poi a caricare sul tubo e a catalogare sul suo sito, garantendo a chiunque sia interessato l’accesso gratuito alla totalità del materiale. Fin qui, starete pensando, nulla di strabiliante: un appassionato come tanti, con molto tempo libero, che carica pseudo-tutorial sulla rete; il mondo ne è pieno. A differenziare i video della Khan Academy da quelli del canale ukuleleXtutti_88 contribuiscono però una serie di fattori non trascurabili. Innanzitutto, la quantità di materiale: fin dagli albori del sito, infatti, l’offerta formativa è stata caratterizzata da una varietà impressionante. Da subito il suo creatore ha intuito la necessità di non cristallizzarsi su un solo ambito del sapere, optando per una diversificazione dei contenuti che, ad oggi, può essere riassunta dal seguente indice:

indexKhan

Ora immaginate che ognuno dei link mostrati sopra consente l’accesso ad una sotto-lista di argomenti, e che ogni sotto-lista contiene decine di video, e comincerete ad avere un’idea della mole di sapere offerta. Certo, potrete obbiettare, come in tutti i settori più importanti non è tanto la dimensione dello strumento a contare, quanto la qualità di chi lo usi. Beh, anche in questo caso Khan Academy primeggia per preparazione e metodo dei suoi docenti: il sito prevede infatti la partecipazione di centinaia di volontari dalla formazione prevalentemente accademica, il cui lavoro è poi filtrato dalle competenze di ogni esperto o appassionato che decida di rilasciare feedback al sito. Tale strategia è un esempio di sfruttamento dell’intelligenza collettiva per garantire agli utenti lezioni dai contenuti costantemente aggiornati e imparziali. Dal punto di vista metodologico, i video della Khan Academy prediligono uno stile di insegnamento lineare e dritto al sodo, tipicamente anglosassone. Di fronte a simili modalità noi italiani siamo spesso portati a storcere il naso, ma ritengo che, sopratutto nell’ambito dell’educazione virtuale, un approccio semplice ma non semplicistico, e che anteponga fatti a opinioni e divagazioni sia di gran lunga il migliore.

A riprova della lungimiranza e delle ambizioni del team dietro l’accademia di Khan, c’è la costante evoluzione stilistica e contenutistica a cui il sito è costantemente sottoposto. Quello che inizialmente non era molto più che una cornice carina in cui raccogliere link ai video, si è presto trasformato in una vera e propria scuola virtuale in cui, oltre a potersi spostare tra le varie classi, ci si può sottoporre a verifica delle competenze acquisite tramite la risoluzione di problemi e quiz. Il tutto è ulteriormente arricchito da una suite di strumenti per esercitarsi nelle materie più tecniche senza abbandonare il sito e da un sistema di achievements, immagino ideato per motivare maggiormente i più nerd piccoli.

interfKhan

L’efficacia ed il successo di Khan Academy sono testimoniati dall’impatto e dalla risonanza che sta guadagnando anno dopo anno. Tralasciando le donazioni ricevute da innumerevoli fondi per la cultura o colossi come Google, penso valga la pena concentrarsi su due esempi più esplicativi: innanzitutto, Khan Academy è oggetto di traduzioni in lingue africane come il Kiswahili, per trasformarlo in strumento di educazione nei villaggi rurali di Kenya e Tanzania. L’obiettivo è quello di fornire una preparazione tecnico-matematica agli abitanti di zone in cui anche solo raggiungere una scuola sia un’impresa, ma che di fatto rappresentano bacini di forza lavoro dalle dimensioni immani. Il secondo esempio che vi porto è quello della recente partnership tra il sito e la Pixar, per creare un corso estensivo che, allo stesso tempo, fornisca agli studenti le basi dell’animazione computerizzata, mostri come la matematica possa rivelarsi indispensabile in settori innovativi e stimolanti, e illustri il funzionamento della filiera creativa all’interno del colosso che sembra puntare sempre più al ruolo di fabbrica dei sogni.

Resta il mistero su quale possa essere il motivo del successo di Khan Academy: in fin dei conti si tratta comunque di assistere a lezioni frontali, e se l’apprendimento in sè fosse così divertente, ci ricorderemmo le aule scolastiche come i luoghi migliori della nostra vita, mentre così non è. Quindi, come si chiedevano i poeti, “como se spiega?”. Credo che la spiegazione vada ricercata nella teoria di Robert Pirsig sull’inutilità dei voti scolastici: nel suo celebre “lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, lo scrittore e filosofo americano parlava di un ciclo naturale che si sarebbe verificato nella sua ideale università priva di voti. Lo studente, libero dalla paura della bocciatura, avrebbe lentamente seguito la sua natura di cazzone cominciando a saltare le lezioni e rimandando lo studio fino a data da destinarsi, finchè la consapevolezza di star sprecando il proprio tempo non lo avrebbe spinto ad abbandonare gli studi e a cercarsi un lavoro per campare. A questo punto però, la mancanza di preparazione teorica si sarebbe palesata, causando in lui la nascita di una fame di conoscenza mai provata prima. Armato di motivazioni interne e personali, questi avrebbe allora deciso di tornare in università, e la nuova spinta lo avrebbe condotto a compiere sforzi intellettivi prima impensabili. Con le dovute proporzioni, questa è la dinamica che leggo nel successo della creazione di Salman Khan: il sapere è affascinante quando non è imposto, quando sappiamo che al termine di quei venti minuti sulla nascita dell’universo non ci attende la possibilità di un insufficienza o di una bocciatura, ma solo quella di saperne di più o di meno, di essere gli stessi di prima o di sentirci un po’ più arricchiti. Il principio che Khan Academy sembra abbracciare è insomma quello secondo cui l’apprendimento è un istinto naturale dal quale, crescendo, veniamo distolti dall’imposizione di contenuti e verifiche.

Io quindi un giro tra le mura dell’università di Khan ve lo consiglio, fosse anche solo per farvi una risata la prossima volta che una testata generalista pubblicherà l’ennesimo “Tutto sul Bosone di Higgs (spiegato bene)”.

 

ATTRAZIONE-SEN : Il premio Nobel per l’Economia a Lucca per il dialogo: “Citizenship and Higher Education: an Alliance for Social Progress”

(È risaputo il fatto che quando la nostra attenzione si concentra costantemente ed emotivamente su di un oggetto, ogni tanto questo possa manifestarsi a noi in qualche strana forma, coscientemente o inconsciamente. A volte l’oggetto si manifesta durante il sonno, nascosto e confuso nella successione di immagini; ogni tanto appare anche durante la veglia, sfumato in un dé jà vu o collegato dalla fantasia a qualche segno nel contesto circostante. Una volta, addirittura mi è capitato di materializzare un oggetto vero e proprio: cercando un’idea per l’inaugurazione di una galleria d’arte provavo a convincere gli altri a riempirla di palline di polistirolo colorate; mezz’ora dopo un mio amico trovò che nella cantina della galleria c’erano dieci sacchi alti due metri pieni di palline di polistirolo che servivano per le spedizioni dei cesti pasquali per una campagna elettorale romana. Forse follia, eppure accade anche questo. Poi, molto raramente, può succedere che si manifesti anche una persona in carne ed ossa: è molto difficile, eppure ogni tanto si riesce anche in questo.
La mia ossessione degli ultimi anni (sulla quale ora sto ossessionandomi ogni giorno di più causa tesi di laurea) si chiama Amartya Sen, è un omino di ottant’anni originario del Bengala Occidentale, dotato dell’ingegno di un lupo e della forza vitale di un drago; è stato premio Nobel per l’Economia nel 1998, ha insegnato a Oxford, a Cambridge, alla London School of Economics e insegna tutt’oggi a Harvard. Ed è a tutti gli effetti uno degli economisti-filosofi più influenti del nostro tempo. (Poche settimane fa una sua foto in bianco e nero introduceva l’articolo “Valori Asiatici”).

Una volta, poco più di un anno fa, avevo già sperimentato un tentativo di concentrazione/attrazione su Sen, il quale aveva per un pelo tristemente fallito: arrivata a Santiniketan, suo villaggio natale a pochi chilometri da Calcutta, mi dissero di averlo visto poco prima girare in bicicletta tra i vicoli dell’Università (quella fondata dal poeta Tagore); ma, il tempo di metabolizzare la notizia e salire su una vespetta scassata per andare a cercarlo che già era nuovamente in volo per New York. Questa volta, ieri, stava arrivando a Lucca. Ieri ho preso il treno e sono venuta da lui.)

21/5/2013
 Amartya Sen e il filosofo politico ed epistemologo Salvatore Veca, si sono confrontati durante la conferenza “Citizenship and Higher Education: an Alliance for Social Progress”, organizzata dalla Fondazione Campus (Università di management e turismo tra le colline lucchesi) e dal Comune di Lucca nel Conservatorio di msusica Boccherini. Apparentemente formale, l’incontro si è trasformato in un dialogo informale, durante il quale, con l’interazione di giornalisti e pubblico, si sono discusse urgenze e priorità sia degli Stati dell’Unione Europea che di quelli in forte crescita, come la stessa India di Sen. Da un lato trovando nell’educazione scolastica e nell’alta formazione universitaria una soluzione per migliorare gli esiti delle specializzazioni lavorative, dall’altro mostrando la necessità sempre più impellente di impegnarsi affinché un’educazione “globale” aiuti ogni individuo ad avvicinarsi al “senso politico”, ovvero a percepire di essere un cittadino munito di diritti umani e civili da pretendere e preservare, in qualunque parte del mondo esso sia.

Amartya Sen

Sen, come dimostrerà più avanti, sostiene di non credere a chi ritenga che le democrazie siano effettivamente svuotate o danneggiate dalla mancanza di educazione o di alfabetizzazione; crede invece che esse      siano state private, per questa mancanza, di un’enorme libertà, che potrebbe invece essere la molla per migliorare i paradigmi mondiali della globalizzazione.

Sen ha sottolineato anche la necessità di concepire la cittadinanza come “connessione” tra individui di tutto il mondo, scavalcando i confini territoriali ed etnici imposti dalla politica statale, facendo forza costantemente sulla tradizione di pensiero europea legata alle teorie filosofiche ed economiche di D. Hume, A. Smith e del Marchese di Condorcet.
Il rischio di non riuscire a risolvere i problemi legati all’ineguaglianza anche in paesi ufficialmente democratici ed il rischio di trasformarci di conseguenza in una comunità illusoria, hanno vie di uscita? “Sono le politiche di austerità la soluzione ai nostri problemi?” ha domandato Salvatore Veca a Sen, il quale ha fortemente criticato l’efficacia delle politiche d’austerità adottate dalle nazioni europee, giudicando quello dell’Austherityun metodo fortemente limitante per l’agire politico nazionale, ed individuando invece l’urgenza di riforme istituzionali ad hoc che si ricolleghino agli esperimenti “ben riusciti” del passato di paesi come l’Italia stessa.
 Per la cittadinanza come per l’educazione l’essenziale è un’azione comunitaria e trans-statale che superi i confini geografici e che cooperi per colmare i vuoti dell’analfabetismo, dell’ignoranza e della disinformazione, i punti deboli dello sviluppo dei paesi emergenti e degli stati in lotta con la Crisi e con il PIL.

   La realizzazione dei principi di apertura della Cittadinanzafarebbe inoltre crescere il potenziale d’azione dell’educazione su basi internazionali, rendendo l’insegnamento non solo “una porta aperta da cui poter evadere” ma anche “a way for minorities to get stronger, also around social issues”.

  A questo proposito il fulcro del discorso si snoda nella stretta connessione tra il concetto di Cittadinanza e quello di educazione, riguardo ai quali Sen delinea “Otto punti” (che ho allegato in video a fine pagina) con l’invito “di comprenderne almeno tre, perché basterebbe la comprensione di questi per apportare veri miglioramenti nel metodo educativo”.

   “The way to learn what to do is to kiss the microphone, but not actually kiss it…so this is the difficult job that I have to do!” Così ha introdotto scherzando il suo discorso, di fronte ad un pubblico di managers incravattati e dirigenti d’azienda, giornalisti, professori e qualche studente, tutti accumunati da una profonda stima per il personaggio e dalla sorpresa di poter ascoltare di persona un suo dialogo, perché, va ricordato, Amartya Sen, oltre ad essere uno dei 100 intellettuali più influenti del mondo (secondo i dati del Financial Times) è l’incarnazione del dialogo per eccellenza: nei suoi libri e durante conferenze e lezioni ha sempre voluto sottolineare prima di ogni altra cosa la fondamentale necessità di costruire un dialogo ricco di prospettive, multiculturale e democratico, ricordando il peso e l’effetto delle parole sulla società, nei suoi diversi aspetti, e sulla politica globale e locale.

Salvatore Veca e Giorgio Napolitano (giovani!)
L’importanza della discussione pubblica ha il fine di rafforzare l’alleanza “a sostegno di un certo modello di progresso sociale differente da quello attuale”, la quale è indirizzata verso il raggiungimento di libertà sociali alle quali la forza comunitaria dell’educazione può portare.

La democrazia ha bisogno di umanità e di libertà nel mondo globalizzato, e perché ciò possa attuarsi l’educazione veste un ruolo decisivo: l’educazione e la Cittadinanza sono necessarie l’un l’altra per formare cittadini globali non solo umani ma anche educati alla responsabilità.

Università di Santiniketan


“GLI OTTO PUNTI”/ Intervento di Amartya Sen: http://www.youtube.com/watch?v=VtEgExGVs-s

Costanza Fino