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Come fare a sentirsi europei se non ci sentiamo ancora italiani?

La famosa frase «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani» è stata spesso attribuita al politico e scrittore Massimo D’Azeglio. In realtà nei Miei Ricordi pubblicati nel 1867 (un anno dopo la sua scomparsa) D’Azeglio aveva espresso un sentimento ben più pessimista: «Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani». Il senso di questa frase dovrebbe far riflettere molto anche oggi. Non solo perché in più di 150 anni di unità non siamo riusciti, in quanto italiani, a costruire un sentimento di coscienza civile e di identità nazionale. Ai tempi dell’Unità, non si riuscì a creare una vera nazione italiana ma solo uno stato italiano. Uno stato che in molte zone (non solo del meridione) ha ripetutamente abdicato a quelle che dovevano essere le proprie responsabilità.

La questione del Mezzogiorno ha avuto indubbiamente il suo peso. L’unità “forzata” del sud Italia è stato un processo violento e drammatico che molti grattacapi creò sin da subito, come dimostrano gli appunti di Luigi Carlo Farini, il luogotenente generale delle province napoletane che dopo essere arrivato a Napoli scrisse a Cavour:

«Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e la Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa: i beduini a riscontro di questi caffoni, son fior di virtù civile».

I piemontesi poco o nulla sapevano di quelle che erano le condizioni di vita nel Regno delle Due Sicilie e solo quando si trattò di unificare un paese da secoli diviso dalle occupazioni straniere ci si rese realmente conto di quelle che sarebbero state le difficoltà. Problemi come quelli del brigantaggio e dell’elevatissimo tasso di analfabetismo (per la verità, non solo confinato al sud) costituirono da subito difficoltà enormi al processo di unificazione del popolo, tanto per cominciare dal punto di vista linguistico. Secondo Emanuele Felice, autore di Perché il sud è rimasto indietro (Il Mulino, 2013), l’Unità d’Italia «non ha migliorato le cose ma per certi versi le ha peggiorate» e da subito fu commesso l’errore – tra gli altri –  di aver deciso che «il finanziamento della scuola pubblica dovesse darsi su base locale, così durò fino al 1911 e rallentò la diffusione dell’istruzione al Sud» oltre al fatto «di non aver voluto sconfiggere le mafie, perché parte integrante di un compromesso di potere fa le classi dirigenti del Sud e quelle nazionali; l’avere inquinato, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, l’azione della Cassa per il Mezzogiorno con il clientelismo politico».

Partendo dalla questione meridionale, il problema di fondo sembra essere il seguente: nel 2014 l’Italia può considerarsi un paese davvero unito? Ci sentiamo italiani tutti i giorni oppure solo davanti alle partite della Nazionale? La domanda, provocatoria sino a un certo punto, vuole essere uno spunto di riflessione su alcune questioni.

La prima: il fatto che, a prescindere dalle opinioni politiche personali, in Italia si sia formato alla fine degli anni ‘80 un partito – la Lega – che puntava (e punta) alla scissione del Nord dal resto d’Italia. Un partito che è riuscito ad avere percentuali di consenso elevate e che più di una volta si è dimostrato decisivo per la vittoria elettorale della propria coalizione. Da non dimenticare, inoltre, che poco più di due mesi fa si è tenuto un referendum sull’indipendenza del Veneto che, seppur sbeffeggiato da più parti e con risultati non ufficiali (l’89% avrebbe detto sì all’indipendenza, ma i risultati non sono verificabili), non deve essere sottovalutato. Come ha scritto Ilvo Diamanti «Bisogna, dunque, prendere sul serio il segnale che proviene dal referendum. Al di là delle misure — ipotetiche — della partecipazione e del consenso dichiarate dagli organizzatori, la rivendicazione autonomista appare fondata e largamente maggioritaria». Insomma, limitarsi a ridere davanti ai servizi del pur divertente Enrico Lucci rischia di essere la ricetta sbagliata, se si vuole comprendere sino in fondo i sentimenti di chi – legittimamente o meno – non vuole più sentirsi rappresentato dallo stato italiano.

La seconda: il sempre crescente malcontento della popolazione verso le istituzioni e la classe politica. Un sentimento di rigetto che certamente non è circoscritto solo all’Italia ma che ha qui radici molto solide, anche perché certamente favorito da un bassissimo tasso di etica e moralità all’interno della nostra classe politica. Se si pensa al sempre crescente astensionismo/menefreghismo di oggi, fa impressione pensare che l’Italia sia lo stesso paese che qualche decennio fa si distingueva per l’enorme partecipazione degli italiani alla vita politica. Così come fa impressione pensare che a poco più di 20 anni da Tangentopoli – una stagione dalla quale non abbiamo tratto alcun insegnamento, anzi – il fenomeno delle mazzette sia radicato anche più di prima nella nostra società. Scrive giustamente Gian Antonio Stella:« L’Expo 2015, i restauri a Pompei, il G8 alla Maddalena e poi all’Aquila, i primi interventi e poi la ricostruzione in Abruzzo, i Mondiali di nuoto, il Mose… Non c’è Grande Evento, da anni, che non sia infettato dalla corruzione. E dopo ogni arresto, lagne su lagne. E tutti a chiedersi come sia possibile, come mai non cambi mai niente, perché proprio qui e bla bla bla… Poi, passata la tempesta di sabbia, appena si posa la polvere, le leggi che parevano ur-gen-tis-si-me vengono rinviate dal lunedì al martedì, poi alla settimana dopo, poi al mese seguente, poi all’autunno e da lì all’estate successiva…[…]  E tutti soldi pubblici. Sia chiaro. Tutti soldi privatamente gestiti come in una combriccola di società private ma tirati fuori dalle tasche degli italiani.» Come a dire: scandali su scandali da un po’ tutte le parti ma alla fine non cambia mai niente. E a spese nostre, oltretutto. La politica non è solo questa e – al parer di chi scrive –  i politici non sono tutti ladri e corrotti. Ma andarlo a spiegare ad una popolazione sempre più provata dalle ricette (ricette?) dell’austerity, strangolata da una tassazione tra le più alte d’Europa e una disoccupazione sempre crescente è oggettivamente problematico. In questo scenario è sin troppo facile capire perché gli italiani si riconoscono sempre meno nelle istituzioni e sempre più attorno al singolo leader che si spera ci tiri fuori dalla palude.

Le-Pen-FarageLa terza: l’Europa. Un’Europa che esce profondamente cambiata dalle elezioni appena svoltesi. Le affermazioni (peraltro annunciate) del Front National in Francia e dell’UKIP in Regno Unito, unite ad un’ondata euroscettica che ha pervaso molti altri stati europei, mette in seria discussione l’assetto che sino ad ora l’UE si era data per far fronte alla crisi. Anche qui, limitarsi a criticare e a bollare come “la vittoria dei populismi” l’affermazione di queste formazioni sarebbe come voler nascondere la testa sotto la sabbia. Perché di segnali ce ne erano stati sin troppi e trincerarsi dietro le definizioni non risolve i problemi.  In Italia l’exploit del PD apparentemente sembrerebbe dire che la maggioranza del paese (o almeno di chi ancora vota) sia a favore di una linea europeista, maggiormente progressista, ma pur sempre europeista. Il punto però sembra un altro. Quanto ci sentiamo davvero europei – non europeisti, proprio europei – in Europa? E in Italia? Sembra difficile credere che un paese che è tuttora pervaso da spinte autonomiste che mirano al disconoscimento dell’identità nazionale sia invece pronto ad accogliere con favore la cittadinanza europea. Anche perché, a prescindere dalle posizioni filo o anti europeiste che si possono avere, una cosa è certa: in Italia l’Europa e le istituzioni europee sono spesso raccontate male da molti dei nostri organi di informazione. Come pretendere poi che i cittadini inizino a sentirsi “fortemente europei” se le istituzioni europee non sono (in molti casi) diretta espressione del voto degli stessi cittadini? Certo, la crisi e – ancor più – i rimedi (rimedi?) adottati contro quest’ultima hanno fatto il resto e hanno scalfito quella che all’inizio sembrava un’”eurofilia acritica”, ossia un entusiasmo sin troppo accondiscendente verso tutto ciò che “mamma Europa” decideva. Ora siamo arrivati al punto inverso, ossia tutto ciò che “l’Europa ci chiede” è visto come favori alle banche, malaffare, restrizioni della sovranità nazionale. Certo, la politica economica e gli effetti di essa sono difficilmente non contestabili. Ma forse con un po’ più di onestà intellettuale dovremmo riconoscere che sono stati i nostri parlamentari – non quelli di Bruxelles e Strasburgo – ad inserire in tutta fretta il pareggio di bilancio in costituzione, salvo poi lamentarsene in seguito.

altan_noi_italianiTornando al problema dell’identità, è chiaro che i passi da compiere verso una   europea sono ancora tanti e il discorso non riguarda solamente il nostro paese. Ma in Italia, al parer di chi scrive, questi passi sono ancor più difficili proprio perché non si è riusciti a edificare e a rinsaldare nel tempo una reale identità nazionale e di comunanza civile. E qui veniamo alla quarta ed ultima questione: l’identità dei giovani. Un giovane di oggi si sente un italiano integrato nell’Unione Europea? E se sì, è davvero orgoglioso di esserlo? Nella maggior parte dei casi c’è da dubitarne fortemente e non a torto. Non ci voleva l’ultimo rapporto annuale dell’ISTAT per rendersene conto, ma le prospettive future per un giovane italiano sono quantomeno allarmanti: “Il mercato del lavoro dell’Unione europea è stato fortemente colpito dalla crisi economica. Dal 2008 al 2013 il numero degli occupati si è, infatti, ridotto di poco meno di 5,9 milioni (-2,6 per cento) giungendo a circa 217 milioni nella Ue28”. E ancora: “Le difficoltà incontrate sul mercato del lavoro spingono gli individui a cercare nuove opportunità anche al di là dei confini nazionali: […] negli ultimi cinque anni, si è trattato di 94 mila giovani. Il dato è di particolare rilevanza anche tenendo conto che non tutti i giovani che si trasferiscono all’estero formalizzano la loro uscita dal Paese.”

Ora, lungi dal voler condannare chi è andato all’estero per studiare, lavorare e costruirsi una vita, andare a cercar fortuna in un altro paese dovrebbe essere una scelta dettata dalla voglia di migliorare le proprie condizioni ma anche un’opportunità di arricchimento personale. Invece, il più delle volte, andare all’estero è una scelta obbligata perché di alternative non ce sono proprio. Chi ora non ha lavoro e lo vorrebbe cercare in Italia perché (malgrado tutto) si sente attaccato al proprio paese deve fare i conti con la dura realtà della disoccupazione giovanile, arrivata all’impressionante tasso del 46%. Certo, non si può rimanere a casa dei genitori a vita e se non si trova nulla nel proprio paese è doveroso guardarsi attorno e partire se vi sono maggiori possibilità. Ma come ci si fa a sentire “convintamente italiani ed europei” se l’opportunità della mobilità internazionale (un grande privilegio rispetto a qualche decennio fa, non vi è dubbio) non è una scelta ma una condizione di fatto imposta? La possibilità di spostarsi liberamente all’interno dell’UE – anch’essa malata di disoccupazione – sta sempre più diventando il dovere di farlo. Come ci dobbiamo sentire noi giovani? Italiani, europei o apolidi?

Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono…” cantava Gaber. Se si volesse ritoccare il ritornello del Signor G (i cui estimatori spero non si offendano) si potrebbe dire che di questi tempi resta ancora da capire se sentirsi europei è una fortuna. E allora prima di professarsi pro o anti Europa, prima di chiederci se le responsabilità della nostra situazione siano ascrivibili all’Euro e alla sua gestione  – come sostiene il direttore del dipartimento di economia dell’Eurispes, Bruno Amoroso (min 27:30) – e se un eventuale ritorno alla lira risolverebbe parte dei nostri problemi forse dovremmo fermarci, riflettere e interrogarci su chi davvero siamo e vogliamo essere. Perché senza lavoro, senza soldi e con poche prospettive di sicuro si campa male. Ma senza un minimo di coscienza e una propria identità si vive anche peggio.

 

Marine Le Pen, nuova regina di Francia

I sondaggi lo avevano anticipato da più di un anno, ma, in Italia, nessuno ci aveva creduto, o perlomeno, nessuno si era immaginato un risultato di questo tipo, fino a quando, domenica sera arriva la notizia che il Front National, il partito del più famoso Jean-Marie Le Pen, ormai da qualche anno guidato dalla figlia Marine, diventa il primo partito di Francia con il 24,9% dei voti ottenendo 24 seggi al Parlamento Europeo. “Il popolo sovrano ha deciso di voler riprendere le redini del proprio destino”, queste sono le prime parole che Marine Le Pen ha pronunciato pochi minuti dopo l’annuncio del clamoroso risultato ottenuto dal partito nazionalista francese. Il partito della politica “de les français, pour les français, avec les français” che tra i punti principali del suo programma propone l’uscita dall’ Euro, una moneta che, secondo il FN ha creato solo debito, disoccupazione, esplosione dei prezzi e delocalizzazione, e di tornare al Franco, trasformando l’Euro in una moneta comune, che dovrà coesistere con le monete nazionali. E ancora il “patriottismo economico” contro la delocalizzazione delle imprese, per il rilancio dell’agricoltura e dell’industria nazionale, la liberazione dai mercati finanziari e dalla schiavitù degli interessi sul debito “de-privatizzando” il denaro, misure durissime contro l’immigrazione clandestina e criteri di preferenza nazionale per i francesi rispetto al lavoro, agli alloggi e agli aiuti statali. Infine la rinegoziazione dei trattati europei per recuperare la sovranità nazionale. E su questo punto del programma la Le Pen, guardando alle Presidenziali del 2017, ha subito dichiarato, ieri, che, una volta al potere in Francia (una previsione non troppo campata in aria vista la straordinaria crescita del partito), uno dei primi provvedimenti del FN sarà proprio l’indizione di un referendum per chiedere ai francesi di pronunciarsi su un’eventuale uscita dall’Unione Europea. Delle dichiarazioni che stanno facendo preoccupare un po’ tutti gli europeisti, considerando il consenso di cui il partito gode fra i francesi: uno su quattro ha votato il Front National e si tratta perlopiù di giovani e categorie svantaggiate.

Il quotidiano francese Le Figaro, citando l’ istituto Ispos-Steria, riporta alcune percentuali che spiegano la composizione del consenso ottenuto dal partito nazionalista: il 30% dei giovani sotto i 35 anni hanno votato il FN, e hanno fatto lo stesso il 37% dei disoccupati e il 38% degli impiegati. La percentuale raggiunge addirittura il 43% fra gli operai. Categorie con redditi inferiori ai 20.000 euro l’anno, che qualche anno fa avrebbero probabilmente votato a sinistra e che oggi invece hanno scelto di affidarsi ad un partito nazionalista, che, sebbene sia cambiato sotto la direzione di Marine, è stato sempre bollato come di estrema destra: tutti ricordano le manifestazioni di protesta contro il “fascista” le Pen, quando nel 2002 il Front National raggiunse il 16% alle Presidenziali, andando al ballottaggio con il Presidente uscente Jacques Chirac.

Ma oggi le cose sono cambiate. L’ideologia non conta più nulla ed a contare sono invece le proposte. E quelle del FN piacciono ai francesi: semplici ma non banali, incisive ma non radicali, popolari ma non populiste. La ricetta del FN infatti è quella che, con le varianti del caso, è stata premiata in tutta Europa in questa tornata elettorale: in Ungheria il partito nazionalista Jobbik, guidato da Gabor Vona, nonostante la campagna di odio e screditamento subita nell’ultimo anno, cresce inarrestabilmente garantendosi un risultato strepitoso a queste europee, che lo hanno consacrato il secondo partito del paese con il 15% dei voti. E poi c’ è Alba Dorata, un po’ in calo, ma che si conferma il terzo partito in Grecia con il 10% dei consensi, che gli permettono di guadagnare dei seggi al Parlamento Europeo, uno dei quali sarà occupato dal padre di Yorgos Fundulis, uno dei due giovani militanti uccisi a colpi di arma da fuoco, lo scorso anno, di fronte alla sede del movimento ad Atene. L’NPD, il partito nazional-popolare tedesco ottiene un seggio, e l’onda di affermazione dei partiti nazionalisti in Europa non si ferma qui: dal partito belga Vlaams Belang, al Partito del Popolo Danese, all’Fpo in Austria, fino allo UKIP in Inghilterra, passando per la Finlandia e l’Olanda, i consensi sono fortissimi ovunque. Solo in Italia questa tendenza è stata edulcorata probabilmente dal forte astensionismo, ma anche qui è un dato il buon risultato della Lega di Matteo Salvini, sicuramente sopra le aspettative.

Front National

Eppure esiste una differenza tra i partiti nazionalpopolari come per esempio Jobbik e Alba Dorata e quelli euroscettici tout-court come il Movimento 5 Stelle e lo UKIP. La differenza sta nelle idee fondanti, che nel primo caso sono chiare e precise e nel secondo sono più confuse e adatte a raccogliere la rabbia popolare, che però rischia di restare intrappolata in un limbo perpetuo e di non concretizzarsi in alcun risultato, come ha dimostrato il caso italiano. E il Front National potrebbe avere un ruolo di sintesi tra queste due differenti espressioni di un comune sentimento popolare. Ma l’illusione forse è durata troppo poco perché il fronte sembra già spaccarsi: dal nocciolo duro del suo gruppo anti-euro e anti-immigrazione infatti la Le Pen ha già escluso Alba Dorata, Jobbik ed NPD, con cui, secondo la leader “ci sono divergenze maggiori”. Ok invece per la Lega, Fpo e Vlaams Belang, che, ormai è certo, affiancheranno i 24 parlamentari del Front National nel gruppo europeo che va costituendosi.

 

Alessandra Benignetti

Elezioni Europee e Sinistra radicale: una nuova rinascita, dopo la crisi?

Secondo le statistiche di Pollwatch 2014, le ormai prossime elezioni europee vedranno una sfida all’ultimo seggio tra Popolari e Socialisti, rispettivamente accreditati di 213 e 208 seggi. Vi è meno certezza, invece, su quale gruppo rappresenterà la terza coalizione più grande nel Parlamento Europeo. Nonostante la destra euroscettica abbia assunto un considerevole rilievo in vari Paesi Europei nei mesi precedenti alle elezioni, le possibilità del gruppo Europe of Freedom and Democracy (Efd, del quale fanno parte Front National e Lega Nord) di aggiudicarsi il terzo posto in Parlamento appaiono ormai assai remote. Infatti, spaccature interne continuano a dilaniare il fronte euroscettico e molti partiti, tra i quali il Movimento 5 Stelle non hanno ancora finalizzato la propria adesione al gruppo Efd. A competere per il podio, dunque, saranno principalmente tre gruppi: Alliance of European Conservatives and Reformists (AECR), i liberali e la sinistra radicale.

Per quanto concerne la sinistra radicale, che ha ottenuto risultati soddisfacenti in Germania, dove è molto forte nella parte orientale del Paese, e in Spagna, la performance più eclatante del gruppo ha avuto luogo in Grecia. In Grecia, infatti, Alexis Tsipras e la sua formazione neocomunista sono in testa ai sondaggi con il 25,5% dei voti, seguiti dalla coalizione di centrodestra New Democracy (23,3%) e, sorprendentemente, dal gruppo neonazista Golden Dawn, che ha ottenuto il 10,3% delle preferenze. Il boom della sinistra di Tsipras è interessante per due ragioni. Innanzitutto, con la Lista Tsipras, la sinistra radicale è tornata a imporsi sul panorama europeo e a coinvolgere le masse; inoltre, questo cambiamento è rappresentato da una figura giovane ed emergente come Tsipras, abile dunque nel conquistare le preferenze dei giovani.

Il successo a livello internazionale di Tsipras è dimostrato dal fatto che la sua formazione sia presente anche in Italia, con la lista L’Altra Europa con Tsipras, alla quale ha aderito Sinistra e Libertà. Poiché la sinistra radicale sta ottenendo consensi anche in Repubblica Ceca, Portogallo e Cipro, è possibile notare che, a eccezione del caso della Germania, sembra esistere una correlazione tra i Paesi più propensi a votare la sinistra e quelli fortemente colpiti dalla crisi economica. Infatti, come dimostra il boom di Tsipras in Grecia, i cittadini europei sembrano associare la sinistra con l’idea di nuove opportunità, in contrasto con l’austerity del centrodestra.Ecco perché, a essere favorito insieme a Tsipras per la Presidenza della Commissione Europea è soprattutto Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo, che propone una politica di crescita e integrazione tra i Membri dell’UE, al fine di superare l’austerity degli ultimi anni.

Tuttavia, vi sono Stati in cui la presenza della sinistra radicale non e’ forte quanto in Grecia o in Germania, come la Francia, dove a dominare le statistiche sono Front National (23,5%), Union for a Popular Movement (22,5%) e il partito socialista di Hollande (18,5%); la sinistra più radicale, al contrario, si colloca solamente al sesto posto, con 8% dei voti.Nell’ultimo decennio, la sinistra radicale europea ha affrontato un periodo di crisi; ciononostante, sembra che queste elezioni potrebbero dare una nuova centralità alle formazioni di sinistra, soprattutto in seguito al moderno intervento di Tsipras.In attesa delle elezioni, è possibile seguire regolarmente le ultime notizie e i sondaggi su Pollwatch2014 (available at: http://www.electio2014.eu/pollsandscenarios/polls).

UK Independence Party: la rimonta dell’estremismo in Inghilterra

Londra. Una meta agognata da molti stranieri, in cerca di opportunità di studio, di lavoro, o semplicemente vogliosi d’immergersi nella città dei Beatles e dei Rolling Stones, di Lady Diana e Sherlock Holmes. Un luogo internazionale, cuore della finanza europea e del divertimento notturno, colmo d’arte e cultura. Londra, il più eclatante esempio di città cosmopolita in Europa.

E’ in parte grazie all’immigrazione di studenti e giovani lavoratori che Londra ha la costante possibilità di rinnovarsi e, fattore ancor più importante, incrementare le proprie finanze; le elites arabe, pakistane, russe e indiane che si recano a Londra hanno il merito di muovere sostanzialmente l’economia inglese, acquistando case, pagando affitti e rette universitarie, assumendo lavoratori inglesi.

Eppure, l’Inghilterra non è soltanto questo. E’ una realtà composta anche da città minori, per dimensioni e importanza, in cui l’immigrazione è ancora percepita come un fenomeno negativo, da combattere, e in cui l’Unione Europea è additata come responsabile di tale fenomeno.

Non è dunque un’assoluta sorpresa che il UK Independence Party (UKIP), il partito di estrema destra guidato da Nigel Farage, facilmente paragonabile alla Lega Nord di Salvini o al Front National di Le Pen, stia acquisendo consensi sempre maggiori, in un’era fortemente segnata dalla crisi economica, in cui l’estremismo nazionalista sembra essere l’unica ancora di salvezza per un’ampia fascia della popolazione.

In queste settimane che precedono le elezioni Europee del ventidue maggio, i sondaggi suggeriscono che l’UKIP supererà persino il partito di Cameron, piazzandosi secondo soltanto al Labour Party. Tuttavia, la campagne elettorale dell’UKIP sta assumendo toni fortemente razzisti: sotto accusa, in particolar modo, sono due poster del partito, il primo dei quali dichiarante che ventisei milioni di Europei siano in cerca di lavoro e lo vogliano “rubare” agli inglesi e il secondo, ancor più estremo, con in mostra un operaio inglese che chiede l’elemosina e spiega che i lavoratori britannici sono stati danneggiati dalle policies sul lavoro adottate dall’UE. Nonostante Mr. Farage abbia replicato alle accuse di razzismo affermando di non biasimare gli Europei che migrano in Inghilterra, ma di accusare il governo per non mettere i cittadini britannici al primo posto, la campagna di UKIP ha suscitato non poco scalpore.

La rimonta di un partito nazionalista di estrema destra, specialmente in un Paese come l’Inghilterra, in più occasioni rivelatosi Euroscettico, ma pur sempre estremamente evoluto, invita a una più profonda riflessione sulla natura della popolazione inglese.

La fede riposta in Farage e il conseguente astio maturato nei confronti degli stranieri dimostrano non soltanto che il popolo britannico si considera ancora un élite, superiore al resto dell’Europa, ma che non è in grado di riconoscere e sfruttare i benefici apportati dall’immigrazione. In Inghilterra, infatti, l’immigrazione ha nella maggior parte dei casi scopi scolastici o lavorativi e la percentuale di disoccupazione e delinquenza degli stranieri nel Regno Unito è considerevolmente più bassa rispetto ad altri Paesi dell’UE, inclusa l’Italia.

Inoltre, gli inglesi coltivano sentimenti razzisti nei confronti degli Europei dell’Est, in particolar modo provenienti da Bulgaria e Romania, in maniera indiscriminata, senza considerare due importanti elementi. In primo luogo, i rumeni, additati da Farage come la più dannosa fonte di delinquenza per l’Inghilterra, tendono a emigrare in quantità assai più considerevoli in Paesi come l’Italia, la Francia e la Spagna, ai quali sono legati da più profonde similitudini culturali; inoltre, i giovani provenienti dall’Europa dell’Est, quando si recano in Inghilterra, sono animati da un forte moto di rivalsa e orgoglio e danno il meglio di se’ per dimostrare le proprie capacità e smentire il luogo comune riguardante l’inferiorità dei loro popoli. Non a caso, le università inglese pullulano di studenti bulgari, slovacchi e rumeni con medie scolastiche che farebbero impallidire anche i migliori studenti di Oxford.

La fiducia che gli inglesi ripongono in Farage non evidenzia solamente il lato nazionalista e razzista degli inglesi, ma anche la loro debolezza: scegliendo di votare per un partito estremista, infatti, i cittadini britannici dimostrano di aver bisogno di un leader populista, al pari degli italiani che tanto hanno criticato nel ventennio passato, per riscoprire la passione politica.

Data la propensione degli inglesi a supportare l’UKIP, non è da escludersi che, in un futuro referendum, essi optino per uscire dall’Unione. Tuttavia, in un’epoca marcata da principi di globalizzazione e integrazione, tale scelta si rivelerebbe più dannosa per l’Inghilterra che per il resto dell’Europa, nonostante l’indiscussa forza della sterlina rispetto all’Euro.

La mentalità chiusa e nazionalista degli inglesi, guidati dai motti di Farage, rischia di portare il Regno Unito a una grande crisi politica e sociale, impedendo all’Inghilterra di evolversi grazie al contributo di talenti stranieri. Come la storia ha in più occasioni dimostrato, nessun estremismo porta al bene di un Paese. A oggi, l’Inghilterra dell’UKIP non sembra avere i presupposti per rappresentare un’eccezione alla regola.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

La sfida per la Commissione: volti, partiti e programmi delle prossime elezioni europee

Le elezioni per il rinnovamento del Parlamento europeo che si terranno dal 22 al 25 maggio nei 28 paesi dell’Unione Europea presentano molti elementi di interesse rispetto alle ultime avvenute nel 2009. Quelle di maggio saranno infatti le prime elezioni in cui verrà applicato integralmente il paragrafo 7 dell’articolo 17 del Trattato di Lisbona: i capi di Stato e di governo della UE, riuniti nel Consiglio Europeo, dovranno proporre al Parlamento Europeo un candidato per la presidenza della Commissione ‘tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo’.

Per la prima volta i partiti politici europei, nati a Maastricht come indispensabile spazio di condivisione politica oltre i confini nazionali, hanno avuto la possibilità di proporre un candidato affiliato alla propria lista, che difenda il proprio programma davanti agli elettori europei e che in caso di vittoria si prenda la responsabilità di dirigere la Commissione, ovvero l’organo esecutivo dell’Unione Europea. La carica innovativa di questa norma è prorompente: mai prima d’ora si era presentata la possibilità di costruire un vero dibattito comune europeo durante la campagna elettorale, spesso tirannizzata dai partiti nazionali interessati alle elezioni europee come ad una mera verifica del consenso alla politica interna. Inoltre, l’instaurazione di un legame diretto tra elettori e Commissione permetterebbe di ridurre il deficit democratico spesso rinfacciato alle istituzioni di Bruxelles, rendendo queste elezioni veramente europee, come mai era avvenuto dal 1979.

A questa apertura dal sapore cosmopolitico si oppongono naturalmente i governanti, a difesa del classico carattere intergovernativo delle istituzioni europee: in questo senso vanno lette le dichiarazioni Angela Merkel (‘non vedo nessuna automaticità tra i candidati più votati e la scelta del Presidente’) e di Herman Van Rompuy, secondo il quale senza un aumento dei poteri della Commissione, l’elezione diretta del presidente sarebbe una pericolosa fantasia, poiché ‘politicizzare le elezioni serve solo a preparare in anticipo la delusione’. Si potrebbe obiettare che mai come durante in questi anni la Commissione ha avuto poteri così ampi e delicati, tali da limitare fortemente la sovranità nazionale di alcuni stati in collaborazione con la BCE ed il Fondo Monetario Internazionale nella temuta ‘troika’. Ed è difficile dare torto a Thomas Klau, membro dello European Council on Foreign Relations, quando sostiene che la fiducia nelle istituzioni europee è messa a rischio in primo luogo dai leader nazionali, che da una parte permettono al sistema di influenzare la politica nazionale, dall’altra rifiutano di dare al sistema la leadership politica necessaria per esercitare questo potere in maniera responsabile. Ad ogni modo, sembra chiaro che l’esito di queste elezioni europee sarà fondamentale per capire che direzione prenderanno le istituzioni europee nei prossimi anni. Risulta quindi indispensabile comprendere chi sono i candidati alla Commissione e quale visione dell’Europa propongono.

Difficilmente ripeterà la grande vittoria del 2009, che gli permise di confermare Barroso presidente della Commissione e di nominare Van Rompuy presidente del Consiglio, il Partito Popolare Europeo, il più grande e più influente partito all’interno della UE, che annovera tra le sue fila 73 partiti nazionali, tra cui la CDU-CSU tedesca capeggiata da Angela Merkel e Forza Italia, UDC e Nuovo Centrodestra per l’Italia. Al congresso del 7 marzo è stato scelto come candidato per la Commissione Jean-Claude Juncker, eterno presidente del Lussemburgo e presidente dell’Eurogruppo dal 2005 al 2013, il quale ha provato già nel suo discorso d’investitura a prendere le distanze dalle impopolari politiche di austerità difese dal suo partito in questi anni, promettendo una sterzata dell’Unione dalle politiche finanziarie alla sfera sociale per combattere la disoccupazione giovanile e la divisione tra Nord e Sud del continente. La vittoria di misura raggiunta da Juncker sul secondo arrivato, Michel Barnier, grazie all’appoggio decisivo della Merkel ha però fatto alzare più di un sopracciglio a molti partecipanti al congresso di Dublino. I più maliziosi vedono addirittura una candidatura così debole come parte di un disegno politico: Juncker sarebbe infatti messo facilmente da parte per far spazio all’attuale direttrice del FMI, Christine Lagarde, indicata da molti come candidato ideale per un compromesso tra Consiglio e Parlamento Europeo, in caso si arrivasse ad un pareggio elettorale tra i due principali partiti, il PPE e PSE.

Guai però a sottovalutare proprio il candidato designato dal Partito Socialista Europeo, Martin Schulz, presidente uscente del Parlamento Europeo, noto in Italia soprattutto per l’epiteto di ‘kapò’ con cui lo ingiuriò Silvio Berlusconi, in una delle sue rare visite al Parlamento Europeo, non a caso coincidente con una delle pagine più vergognose della storia italiana in Europa. Il socialdemocratico tedesco ha infatti parecchie frecce al proprio arco: un programma completo che punta a rilanciare la crescita, a rafforzare l’uguaglianza di genere in Europa e a sviluppare un’efficace politica comune sull’immigrazione, una massiccia campagna di propaganda condotta da volontari socialisti porta a porta (efficacemente nominata ‘Knock the vote’) e una stima bipartisan guadagnata in anni di lavoro nelle istituzioni europee. Non ultimo, Schulz è certo che, con un buon risultato del PSE alle elezioni, la sua candidatura sarebbe difesa da avvocati preziosi all’interno del Consiglio Europeo: non sarebbe certo il sostegno degli alleati nel PSE Renzi e Hollande, ma probabilmente anche l’endorsement pesante della stessa Angela Merkel. La Cancelliera infatti vede in Schulz un valido alleato per il futuro rilancio dell’Unione Europea e la revisione del Trattato di Lisbona, e gli ottimi rapporti personali tra i due sono persino migliorati a livello politico grazie alla cooperazione tra SPD e democristiani nella nuova “Grosse Koalition”. Eppure la vicinanza alla Merkel potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per il candidato socialista: questa strana alleanza infatti gli rende quasi impossibile criticare le politiche di austerità imposte dalla Cancelliera in questi anni, e rischia di far inabissare il programma socialista nel motto merkeliano ‘soldi in cambio di riforme’, che in questi anni ha portato al commissariamento diretto o indiretto di molti paesi europei. La vera sfida per Schulz, ovvero quella di presentarsi come candidato di un’Europa diversa da quella del rigore, sembra quindi quantomeno problematica, e l’appartenenza nazionale non lo aiuta: difficile infatti far scomparire dalla mente di molti cittadini europei l’immagine negativa della Germania diffusa dai media in questi anni di crisi economica.

La nazionalità gioca un ruolo evocativo anche per un’altra delle candidature alla Commissione, ma in chiave opposta: Alexis Tsipras, leader del partito Syriza, che alle elezioni greche del giugno 2012 raggiunse ben il 27% dei consensi, è stato scelto dalla Sinistra Unitaria Europea come candidato a sostegno di un cambiamento radicale nelle politiche economiche europee, che proprio in Grecia hanno mostrato tutti i loro limiti: l’attenzione rivolta solo alla stabilità finanziaria, che alcuni commentatori economici dichiarano ormai raggiunta, ha impedito di valutare l’impatto sociale disastroso delle politiche di austerità, poi riconosciuto dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Il programma di Tsipras non si limita però al rifiuto dell’austerità e all’abolizione del Fiscal compact, ma tocca anche temi dell’ambiente, con un’attenzione particolare allo sviluppo sostenibile e alle fonti rinnovabili, e dell’immigrazione, con il rifiuto della concezione dell’Europa come fortezza e la condanna di tutte le forme di discriminazione. L’obiettivo ambizioso è quello di imporsi come ago della bilancia delle politiche europee, in modo da scongiurare una grande coalizione PPE-PSE, ma gli ostacoli non sembrano pochi. Specialmente in Italia, è in dubbio la stessa presenza alle elezioni della lista civica ‘L’altra Europa con Tsipras’, sostenuta da Barbara Spinelli e da Stefano Rodotà, a causa della normativa bizantina che impone alla lista, non sostenuta da alcun parlamentare europeo o italiano, la raccolta di 150.000 firme entro il 15 aprile, di cui almeno 3000 per ogni regione, senza alcuna distinzione tra l’enorme Lombardia e la minuscola Valle d’Aosta. La partecipazione di numerosi volontari alla raccolta firme in questi giorni sembra scongiurare il rischio di esclusione, ma non si può non sottolineare, come nota lo stesso Aldo Giannuli, la disparità di trattamento tra partiti istituzionali e movimenti nati dalla società civile nell’ordinamento italiano.

Grande attenzione ai temi dell’austerità, dell’immigrazione e ovviamente dell’ambiente viene dedicata anche dai Verdi, che propongono la candidatura unita di Ska Keller, giovane parlamentare tedesca, e di José Bové, ex sindacalista francese che incarna l’anima anti-liberista del partito. I due rappresentanti, selezionati tramite votazioni online, non si fanno illusioni su un’improbabile vittoria: il loro scopo è piuttosto quello influenzare la scelta del prossimo presidente della Commissione e di stilare un’agenda comune all’interno del nuovo Parlamento seguendo il motto ’la via giusta  e verde fuori dalla crisi’.

Anche la Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE), principalmente composta dai libdem inglesi e dai liberali tedeschi, presenterà un candidato per la Commissione: si tratta dell’ex primo ministro del Belgio, il fiammingo Guy Verhofstadt, scelto a seguito del passo indietro del Commissario per gli Affari Economici e Monetari Olli Rehn. La candidatura del belga sembra improntata prevalentemente in ottica anti-populista, con un programma federalista che punta ad un’Unione ancora più integrata, simboleggiato anche dalla presenza di Verhofstadt lo scorso 20 febbraio in piazza Maidan a Kiev, a sostegno di un?Ucraina democratica e integrata in Europa. La sua candidatura è stata però ferocemente criticata dall’ex commissario Frits Bolkenstein, peraltro alleato del belga nell’ALDE, il quale ha dichiarato che i federalisti europei sostengono un progetto federale irrealizzabile e al momento ‘sono un pericolo maggiore per l’UE degli euroscettici’.

L’affermazione dell’olandese potrebbe però suonare ottimistica, se osserviamo la prepotente ascesa dei movimenti euroscettici e nazionalisti, che probabilmente raccoglieranno successi rilevanti alle elezioni di maggio e che ovviamente non presentano nessun candidato comune: la loro politica è chiaramente contraria a qualsiasi forma di integrazione troppo avanzata, come la creazione di  un partito politico comune. Tutt’al più questi partiti sono disposti a raggrupparsi in formazioni variegate, come l’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei, che comprende Tories britannici ed euro-scettici cechi. Sembra in via di definizione anche un rassemblement anti-europeista accentrato attorno al Front National di Marine Le Pen, che comprenderebbe anche il ‘Vlaams Belang’ (‘Interesse Fiammingo’), il Partito della Libertà di Geert Wilders, l’Alleanza per il futuro dell’Austria (‘BZO’) e altri partiti di destra anti-immigrazione, come la Lega Nord. Da notare  la vistosa assenza di Alba Dorata, del Partito Indipendentista del Regno Unito, dello ‘Jobbik’ ungherese: coerentemente con la riuscita ‘sdemonizzazione’ in politica interna, la figlia di Jean-Marie Le Pen è fermamente intenzionata a rompere ogni associazione con gruppi estremisti di ispirazione fascista e apertamente razzista. Ricordare la fallimentare storia di simili gruppi di nazionalisti esplosi a causa di contrasti interni sarebbe una magra consolazione, poiché mai come a queste elezioni i nazionalisti europei si presentano uniti da una causa comune:  cancellare il Trattato di Schengen, capro espiatorio di tutti i mali europei, e con esso l’Unione Europa, ormai indebolita dagli squilibri economici interni, dai contrasti politici fra stati membri e dai passi falsi in politica estera, simboleggiati dall’impotenza davanti all’annessione russa della Crimea.

Non c’è dubbio che uno spettro si aggiri per l’Europa: lo spettro del fallimento del progetto comunitario e del ritorno all’angustia dei confini nazionali. Ma a queste elezioni ci è data la possibilità di scegliere il nostro futuro e il futuro dell’Europa, un continente che, con i suoi difetti e le sue divisioni, in cinquant’anni ha abbattuto più muri culturali e politici di qualsiasi altra comunità umana nella storia moderna e contemporanea. Domenica 25 maggio, e in tutti i giorni che seguiranno, dovremo provare ad essere degni di questa eredità.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Un rinnovato Parlamento europeo per una nuova UE

Mancano ormai poche settimane alle nuove elezioni per il Parlamento Europeo e in generale, in Italia e in tutto il continente, inizia ad avvertirsi un certo fermento. Questo anche perché queste elezioni presentano alcune novità che ne aumentano il valore e il significato. Quelle di maggio saranno le prime elezioni per le quali verrà integralmente applicato il Trattato di Lisbona del 2009 che modifica il potere ed il ruolo del Parlamento Europeo, l’unico organo direttamente rappresentativo dei cittadini europei nel quadro delle istituzioni dell’Unione.

Ogni 5 anni i cittadini degli stati membri sono chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti che siederanno nell’assemblea per tutelare e promuovere i loro interessi. Ogni stato membro ha il diritto ad eleggere un determinato numero di rappresentanti e il nuovo Parlamento sarà composto da 751 parlamentari (l’Italia ne eleggerà 73). La principale novità nell’ambito dei nuovi poteri del Parlamento riguarda il ruolo di primo piano nell’elezione del Presidente della Commissione Europea (alla quale spetta il potere esecutivo). Per la prima volta gli elettori avranno voce in capitolo.

La critica maggiore che, soprattutto negli ultimi anni di crisi economica, è stata rivolta all’UE è stata quella di non essere sufficientemente democratica nei metodi e di non garantire una corretta e sufficiente rappresentanza dei suoi cittadini. L’UE ormai viene percepita principalmente come qualcosa di calato dall’alto, autoritario ed usurpatore della sovranità nazionale degli stati membri e lontana dall’esprimere le istanze dei cittadini.

Così, con il Trattato di Lisbona si è deciso che i partiti politici europei (sorta di coalizioni transnazionali nelle quali dovrebbero confluire partiti nazionali affini tra di loro per ideali e valori) debbano indicare il nome di un candidato alla presidenza della Commissione per far sì che i cittadini possano esercitare una scelta più consapevole e chiara. A loro volta, i partiti politici nazionali sono invitati a esprimere la loro adesione ad un formazione politica europea.

Votando alle elezioni europee, dunque, i cittadini determinano composizione e peso dei gruppi nel Parlamento e indirettamente la Presidenza della Commissione. Ci si aspetta che questa democratizzazione dei metodi e della rappresentanza all’interno del quadro istituzionale continentale possa rafforzare i poteri e la legittimità dell’Unione. Dopo le elezioni, dunque, il Consiglio Europeo (l’organo composto dai capi di stato e di governo degli stati membri) sarà tenuto a considerare i risultati usciti dalle urne nell’elaborare una proposta per il candidato alla Presidenza. Il Parlamento voterà poi il candidato proposto, che per essere approvato avrà bisogno della maggioranza dei parlamentari (almeno 376 su 751).

Anche i candidati per i ruoli di Commissari saranno indirettamente e parzialmente espressione dei risultai delle elezioni di Maggio e anche loro dovranno superare la verifica parlamentare prima di poter assumere la carica. Il Consiglio, d’accordo con il Presidente eletto, stilerà la lista dei candidati. Questi, in prima battuta, dovranno presentarsi in udienza pubblica di fronte alle Commissioni parlamentari nei rispettivi settori di competenza per presentare i loro programmi. Il Presidente, poi, presenterà il Collegio dei Commissari e il suo programma in seduta parlamentare. Presidente, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza e gli altri membri della Commissione saranno soggetti, collettivamente, a un voto di approvazione da parte del Parlamento. Una volta approvati, potranno essere ufficialmente nominati dal Consiglio, che dovrà deliberare a maggioranza qualificata.

Penso che non votare sia legittimo e a volte persino giusto, ma credo anche che votare non sia mai sbagliato. In particolar modo in questa occasione ritengo che sia necessario andare a votare. Alla luce di ciò che è avvenuto negli ultimi anni, è ormai chiaro a tutti che l’UE abbia un peso e un’ influenza sulla vita quotidiana dei cittadini europei superiore a quanto si potesse pensare. Ciò ha creato diversi malumori, perché spesso dinamiche e scelte delle istituzioni comunitarie sono parse (o sono state presentate) come troppo invadenti. La disaffezione nei confronti di un’entità che in pochi avvertono come promotrice di reali valori comunitari e solidali è cresciuta come non mai.

Queste elezioni sono, secondo me, un’interessante e importante banco di prova tanto per l’UE come istituzione, quanto per i cittadini che ne fanno parte. L’UE dovrà dare prova di sapersi rinnovare, di essere in grado di colmare quel deficit, quel reale gap di rappresentanza democratica del quale viene accusata per riuscire ad arrivare ad esprimere le istanze dei cittadini che la animano. I cittadini, invece, dovranno dimostrare di saper riconoscere il valore e l’opportunità che un’unione di stati basata su valori e interessi (in questo ordine) comuni può ricoprire nell’affrontare le sfide e le difficoltà che il mondo contemporaneo pone.

Matteo Mancini – AltriPoli