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Macron – Le Pen, una sfida per nulla scontata

All’indomani del dibattito televisivo tra i candidati alla guida dell’Eliseo Macron e Le Pen, gli esiti del ballottaggio sembrano essere sempre più un’incognita.  Se da una parte i sondaggisti danno per spacciata la Le Pen con una percentuale del 41% contro il 59% dell’avversario Macron, esiste una grande porzione del Paese che ancora non si è espressa a favore di nessuno dei due. Infatti seppure il candidato Repubblicano insieme a tutti gli altri candidati, abbia indicato al suo elettorato di votare Macron, il popolo francese non sembra essere così convinto.

Il dibattito televisivo ha visto inizialmente avvantaggiata la leader del Front National, che viene da una legislatura in opposizione, mentre Macron, attuale ex Ministro dell’Economia francese, ha dovuto subire gli attacchi al suo operato. Il duello tv non ha avuto un vero filo conduttore e le tematiche sono sembrate sostanzialmente confusionarie. La strategia di entrambi i candidati era quella di attaccare l’avversario. Macron è risultato un po’ pedante, ma ha retto bene a Marine Le Pen che lo ha definito il “candidato della globalizzazione selvaggia”, e “candidato dei poteri forti”. Macron appare freddo, meno appassionato, ma risponde bene agli attacchi sui temi economici dimostrandosi più preparato su cifre e numeri. Marine Le Pen è più vicina ai problemi reali dei francesi, più “politica”, meno “tecnica”.

 

Il dibattito integrale

I temi più importanti affrontati sono stati l’immigrazione, l’euro, l’occupazione e lotta al terrorismo. I due candidati si dimostrano profondamente diversi, e con posizioni completamente opposte in tutte le tematiche di crisi più importanti da affrontare. Di positivo per i francesi c’è che almeno per una volta non si trovano a dover scegliere tra due candidati identici, figli dello stesso sistema. I francesi hanno la possibilità di tentare il cambiamento, almeno per una volta. Difficilmente accadrà anche in Italia.

Le fratture di Rokkan rivisitate alla luce dell’elezioni francesi

Elezioni Francesi 2017 – Il politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset individuò quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui furono la causa della nascita dei partiti moderni. Nell’epoca della post- ideologia, non si può più accostare il partito alle fratture di Rokkan, ma un paragone con esse lo si può compiere attraverso il comportamento elettorale francese. Questa analisi vuol ricategorizzare le fratture alla luce dell’attualità. I cleavages per Rokkan e Lipset erano le fratture che mettevao in conflitto gruppi sociali. Possiamo ancora oggi catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione in cui sono implicati.

Ecco i quattro cleavages rivisitati su base francese e contemporanea:
Centro/Periferia (Asse territoriale e rivoluzione nazionale): questa frattura presenta un conflitto a livello territoriale in cui la periferia si oppone al tentativo del centro di omogeneizzare l’aspetto culturale, e rivendicano quindi la loro identità.

L’identità francese per secoli è stata rappresentata dall’unione nazionale e dalla Repubblica. Ma, morta la nazione con l’organizzazione pattizia sovranazionale dell’Unione Europea e assai ridotto il peso ideologico della Repubblica nel pensiero del mondo, lo scontro si è sposto tra coloro che hanno o rivendicano le loro identità (territoriali – confessionali – etniche) e chi ne professa il loro annientamento in favore di una non ancora declinata alternativa futura.

Stato/Confessioni (Asse funzionale e rivoluzione transnazionale): per quanto riguarda questa frattura, il conflitto è di natura funzionale perché vede un conflitto ideologico tra le ex elite del centro, poste in secondo piano dalla Globalizzazione. La Francia ha rivendicato negli ultimi decenni la forza dei principi della Rivoluzione del 1789 e del laicismo, ma nel far ciò, di fronte la Republique che ha difeso i principi laici con sentenze, in forma preponderante si è affacciato il voto confessionale, inimmaginabile solo quindici anni addietro. Ciò vede i cittadini di origine islamica votare in blocco i candidati della sinistra, pronti al secondo turno a sostenere Macron e il fronte cattolico sempre più vicino al FN. Le Pen che fedele al nazionalismo francese non pone alcun riconoscimento essenziale alla confessione cattolica.

L’ambito rivoluzionario risiede in questo caso nei blocchi religiosi, che dopo il secolo dei nazionalisti, hanno rilanciato le loro influenze in maniera globale, legandosi in battaglie transnazionali e in alcuni casi militari.

Città/Campagna(Asse territoriale e Globalizzazione): . Analizzando il voto francese del primo turno delle scorse presidenziali, si noterà immediatamente di come i voti per il candidato liberista Macron si siano concentrati in particolar modo nelle aree metropolitane, con la città globale Parigi protagonista. Da una parte quindi i grandi centri urbani e dall’altra i paesi e la campagna. Da una parte l’Ovest che guarda al Mediterraneo più ricco e dall’altra l’Est Mediterraneo e continentale impoverito dalla crisi. La mappa del voto al primo turno delle presidenziali francesi evidenzia con grande efficacia l’efficacia della frattura di Rokkan e Lipset.
Capitale/Lavoro(Asse funzionale e rivoluzione Finanziaria ): questa è una frattura senza patria, senza leggi e fluida. In altri termini possiamo dire che è stata presente nell’epoca post-industriale di tutti i paesi che hanno conosciuto la globalizzazione. La politicizzazione di suddetta frattura, nasce nel mondo contemporaneo con la globalizzazione, la fine di destra e sinistra e l’innalzamento a soggetti geopolitici di organizzazioni di natura finanziaria e di enti legislativi non legittimati elettoralmente. La loro genesi che parte con la fine di Bretton-Woods ha portato il mondo a concepire una nuova dialettica dove la finanza impera producendo una legittimità che fa leva sulla deregolamentazione dei mercati, la fine degli Stati nazione (a eccezione di Usa – Russia – Iran – Cina ) e una concentrazione della ricchezza mai così forte nel mondo. Da un lato la periferia della città globale a cui sono stati strappati tutti i diritti e dall’altra lo strapotere istituzionale, economico e mediatico della finanza. Così il popolo vota per partiti come il Front National mai così lontani ideologicamente, mentre la borghesia e la burocrazia sostengono un’ex banchiere che ha già promesso la fine del vecchio welfare in Francia.

Così le fratture assomigliano sempre più a voragini e quella del secondo turno sarà solamente una battaglia, poichè la guerra è ancora lunga e composta da schieramenti ancora incerti. Sintesi del Requiem per un continente. La fu Europa.

USA 2016. Tutti i dibattiti tra Clinton e Trump, l’analisi

A poche ore dall’ultimo dibattito tra i due candidati alla Casa Bianca, si può già stilare un bilancio di come siano andati gli incontri in tv tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Si tratta di una guerra tra poveri, questo è sempre stato chiaro, due tra i peggiori candidati di sempre alla presidenza degli Stati Uniti. Donald Trump è la versione peggiorata (e di molto anche) di Silvio Berlusconi, mentre Hillary Clinton rappresenta tutto quello che non è mai andato all’interno del sistema di potere statunitense, ma anche mondiale. Di seguito proponiamo l’analisi di tutti e tre i dibattiti sostenuti dai candidati.

Il primo dibattito si è tenuto davanti a circa 100 milioni di telespettatori nel mondo, e si tratta di una stima certamente riduttiva. Al centro del dibattito i temi caldi dell’economia e della sicurezza, tuttavia già dal primo incontro i due si sono attaccati andando sul personale e lasciando perdere il piano politico. La Clinton ha cominciato muovendo delle critiche sui metodi che Donald Trump ha utilizzato per costruire il suo impero milionario (cominciò come “palazzinaro” con i soldi di papà, ndr) e ha concluso il tycoon con lo scandalo delle email della Clinton, argomento senz’altro più vincente e politico.

 


Il secondo dibattito tra i due candidati ha avuto luogo a Saint Louis in Missouri ed è senz’altro il clima teso ad aver avuto il ruolo di protagonista. Trump e Clinton non si sono neanche salutati all’inizio e hanno cominciato a dirsene di tutti i colori. La Clinton ha dimostrato debolezza nel ritirare fuori argomenti vecchi di 30 anni: “I russi vogliono che il candidato repubblicano Donald Trump diventi presidente degli Stati Uniti. Non era mai successo prima che un avversario si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni. E credetemi, non stanno cercando di far eleggere me”.  In effetti sarebbe il caso di ricordare alla candidata democratica che il “nemico” in questo momento non è più la Russia, bensì l’Isis, avversario che sta combattendo anche Putin, in modo decisamente più risolutivo di quanto non abbia mai fatto Obama fino ad oggi.

Hillary ha poi continuato ad attaccare Trump sul tema del sessismo (il Washington Post qualche giorno prima aveva pubblicato un video del 2005 in cui il tycoon utilizzava termini decisamente volgari riferiti  delle donne), Trump ha replicato porgendo delle scuse e poi ha puntualizzato dicendo che si trattava di temi che distraevano dal dibattito politico. Infine lo scontro è tornato sul tema delle tasse e poi della Siria: Hillary Clinton si schiera con i curdi, “che stanno combattendo sul campo e hanno già ottenuto grandi risultati contro l’Isis”, mentre Trump è dell’avviso che la guerra contro lo stato islamico non possa prescindere da Putin e Assad: loro combattono l’Isis.


Il terzo e ultimo dibattito che ha avuto luogo questa notte ha visto crescere il clima teso creatosi durante il secondo incontro in tv, infatti i due candidati non si sono stretti la mano né all’inizio né alla fine della trasmissione.

“Sei il candidato più pericoloso nella storia delle elezioni americane” questa una delle frasi rivolte a Trump dalla Clinton che continua “c’è il governo russo dietro l’attacco degli hacker che sono entrati in possesso delle email private, passando poi le informazioni. Diciassette agenzie di intelligence, militari e civili, lo confermano. Putin vuole condizionare le nostre elezioni”.

Sul tema delle armi invece Trump si dimostra apertamente fiero di rivendicare il diritto dei cittadini a possedere un’arma e aggiunge “A Chicago, dove c’è una delle leggi più restrittive sulle armi, c’è il maggior numero di morti” conclude poi dicendo che gode del sostegno della lobby statunitense delle armi la NRA. Anche la Clinton non si dimostra sfavorevole dichiarando più sommessamente: “Capisco e rispetto le nostre tradizioni sul possesso di armi, fa parte della nostra storia, ma credo ci debba essere una regolamentazione”.

In tema di aborto, la Clinton si è dichiarata favorevole ad ogni tipo di interruzione di gravidanza e Trump ha ribattuto: “Sulla base di questo ragionamento il feto si può eliminare in qualsiasi momento, ma questo non va bene”.

Il candidato repubblicano dichiara che il voto è truccato e che forse potrebbe non accettare un esito negativo in quanto “Clinton non avrebbe potuto concorrere a causa dello scandalo delle email”, e ribadisce infine la volontà di voler innalzare un muro al confine con il Messico per contrastare il traffico di droga e l’ingresso dei clandestini.

Per concludere anche il tema delle tasse è stato soggetto di grande battaglia, Trump ha dichiarato che taglierà le tasse mentre Clinton le aumenterà e la candidata ha ribattuto dicendo che Trump le taglierà solo ai suoi amici imprenditori, alzandole alla classe media.

Nessun dei due candidati, mai come questa volta, sembra essere meglio dell’altro. L’unica certezza è che in tema di politica estera, Trump ha dimostrato di essere decisamente più isolazionista e di avere in serbo una strategia migliore di quella fortemente fallimentare di Obama. Si vota l’8 Novembre, ai posteri l’ardua sentenza.

USA 2016. La rivoluzione di Bernie Sanders

Nelle primaria americane, oltre Trump, c’è un dibattito tra i democratici fatto di idee e soprattutto di visioni del mondo. Se Hillary Clinton rappresenta la politica dei potentati familiari americani, che incidono con le loro fondazioni sulla struttura della più grande superpotenza globale da ormai trent’anni, è nel competitor che si rivelano gli aspetti contenutistici più interessanti.

 

Il rivale della Clinton e di conseguenza dell’establishment statunitense, porta il nome di Bernard Sanders. Bernard Sanders, detto Bernie  è nato a New York l’otto settembre 1941, nel pieno del secondo conflitto mondiale. Pur essendo nato nella grande mela, Bernie Sanders rappresenta lo Stato del Vermont. E’ un personaggio anticonformista e lontanissimo dalla banalità dei contenuti progressisti democratici.

 

Esponente indipendente affiliato al Partito Democratico si qualifica come un socialista democratico  dagli anni cinquanta, ovvero dal periodo della persecuzione anticomunista e antisocialista del maccartismo. Infatti, è stato l’unico membro del Congresso ad autodefinirsi espressamente «socialista» e non genericamente progressista o liberal, come la dottrina del “politicamente corretto” richiederebbe.

 

Se la Clinton è la luce dei leader del Pse, come Renzi e Hollande, Bernie Sanders rappresenta il faro per la generazione dei giovani nati dopo il muro. La sua peculiarità risiede nell’essere un vecchio che non vuol necessariamente apparire giovane, ma che vuol apportare delle rivoluzioni al sistema attraverso alcuni shock. Tra questi shock spicca la richiesta e promessa di un sistema sanitario nazionale, in contrasto con i miglioramenti della Obamacare, che pur essendo un atto dalla portata storica, resta troppo cara per ampie fette di ceti medi e bassi ossia laddove si concentrano i sostenitori del candidato indipendente.

 

Più volte nei suoi discorsi ha auspicato al ritorno al Glass-Steagall Act, ossia la la legge bancaria del 1933, che prese il nome dei suoi promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall. Fu una legge fondamentale per i cittadini la quale istituì la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti d’America e introdusse riforme bancarie, alcune delle quali sono state progettate per controllare la speculazione finanziaria.

Inoltre, in antitesi con la candidata dei potentati finanziari, Bernard Sanders vorrebbe promuovere la separazione tra banche e banche d’investimento, contro la difesa dell’attuale Dodd-Frank.

 

Se si pensa che il voto dei giovani sia una questione di semplice marketing, Sanders rappresenta il contrario. Poiché i giovani statunitensi sono maggiormente interessati ai programmi che li riguardano, più che ai bellissimi spot d’autore che impervarsano sulle reti di ogni Stato interessato dalle primarie. Per fare un parallelo, mentre la Commissione del Parlamento italiano si appresta a osteggiare ancor di più gli atenei pubblici attraverso la prossima riforma della “ buona università”, Sanders promuove l’idea di un’università pubblica gratuita pagata con una imposta sulla speculazione a Wall Street, contro modesti aiuti a ridurre i debiti della rivale. Ulteriore parallelo con l’Italia, dove manca ogni tipo di controllo normativo sul minimo salariale è l’idea del Senatore del Vermont portare il salario minimo a 15 dollari l’ora.

 

L’appeal sull’elettorato e le politiche di marketing son di rilevanza accademica durante le primarie per la corsa alla Casa Bianca. Eppure, anche in questo caso Sanders ha stravolto tutti i dettami della canonica iconografia statunitense e contemporanea. Si nota come nelle immagini prodotte nella sua campagna si noti un Bernie Sanders che marcia contro il Vietnam e poi contro ogni tipo di guerra, Iraq compreso. In ogni Stato dove si presenta lo si nota mentre parla nelle assemblee dei ceti più deboli dove si concentra di norma l’astensionismo. Mentre, illustra i suoi progetti dai palchi del comune di Burlington di cui è stato sindaco, e infine da candidato presidente.

 

La politica di Bernie è riassunta nella sua frase che rappresenta una sfida all’establishment “Non piaccio a Wall Street e ricambio la diffidenza” a 18 anni come a 30, 50, 70.

Martin Luther King Jr & Bernie Sanders durante la terza marcia da Selma a Montgomery - MARZO, 1965
Martin Luther King Jr & Bernie Sanders durante la terza marcia da Selma a Montgomery – MARZO, 1965

 

Gli Stati Uniti d’America anche dopo Obama stanno cambiando e vogliano continuare a farlo. E’ probabile che vinca il candidato dei potentati che da sempre segnano la politica stelle e strisce. Ma, il processo innescato dal socialismo democratico di Sanders e dalla distruzione del banale e nichilista “ politicamente corretto” da parte di Trump è ormai in atto. E non è arrestabile dagli scogli dell’attuale classe dirigente occidentale.

#GE2015: Le elezioni Inglesi spiegate con Twitter

L’approccio populista di Cameron, quello pragmatico di Miliband, la passione culinaria di Clegg e le compilation di Farage: ecco come i leader inglesi adottano Twitter per promuovere le proprie campagne. 

 

Meno di ventiquattr’ore separano gli Inglesi dallo scoprire chi sara’ il nuovo leader del Paese. Sara’ Cameron a essere riconfermato come Prime Minister? O perderà contro lo storico rivale Laburista Ed Miliband? Che ne sara’, invece, dell’estremista Nigel Farage, il cui fenomeno mediatico ha prepotentemente investito l’Inghilterra?

Mentre i cittadini britannici si recano alle urne, i leader dei vari partiti continuano a promuovere le proprie campagne elettorali sui social network.

Mai quanto in queste elezioni, i nuovi media sono stati protagonisti assoluti della politica britannica. Non soltanto i politici ne hanno fatto uso per attirare la fascia di elettori più giovani, ma anche le celebrità inglesi hanno manifestato le proprie preferenze politiche sui social media.

Twitter, in modo particolare, si e’ rivelato essere il social network tramite il quale la propaganda elettorale relativa alla General Election 2015 (#GE2015) ha ottenuto il seguito maggiore.

Nelle ore che ci separano dai risultati delle elezioni, rivisitiamo dunque i momenti più salienti delle campagne elettorali  “social” condotte dai vari leader britannici.

 

1. David Cameron

L’attuale Prime Minister inglese e’ di certo tra gli utenti più attivi di Twitter. Nell’arco della campagna elettorale, Cameron si e’ premurato d’informare i suoi sostenitori di ogni singola mossa da lui compiuta, aggiornando il suo profilo con costanti updates, spesso accompagnati da fotografie e video. Buona parte della strategia “social” del leader conservatore nel mese precedente alle elezioni si e’ basata sul mostrare le azioni che fanno di Cameron un uomo del popolo. Ecco dunque il Prime Minister circondato da folle entusiaste, da teneri infanti e gioiosi anziani.

La tattica di Cameron per simpatizzare con i suoi elettori sarebbe stata incompleta senza la presenza di foto in compagnia della fedele consorte Samantha, mostrata dal marito come una first lady attiva e impegnata nel sociale, sempre pronta a supportare le iniziative del Prime Minister. Nel Tweet che segue, Cameron mostra un’immagine di lui e Samantha dopo aver votato, sorridenti e fiduciosi.

Nonostante il leader conservatore si affidi a Twitter prevalentemente per enfatizzare il proprio lato populista, non mancano nel suo profilo Tweets dedicati alle politiche che il suo partito intende intraprendere in caso di vittoria. Focus principale di Cameron, negli ultimi giorni, sono stati i provvedimenti riguardo alle pensioni e l’accesso gratuito alla sanità:

Il Prime Minister, inoltre, ha voluto dimostrare il suo supporto per i giovani, spiegando loro le ragioni per cui il Conservative Party rappresenterebbe il partito ideale per gli Under-30.

Infine, non sono mancati gli attacchi ai partiti dell’opposizione, rivolti soprattutto al Labour Party di Ed Miliband. Eccone un esempio:

2. Ed Miliband

Seppur Miliband, come Cameron, abbia voluto mostrare ai suoi followers l’immagine di lui e sua moglie dopo aver votato e non sia stato esente dal criticare il suo principale rivale, l’approccio “social” del leader laburista e’ meno populista rispetto a quello adottato dal Prime Minister.

Miliband, infatti, dedica gran parte del suo profilo a promuovere dettagliatamente i piani del Labour Party.

Tra le politiche che più stanno a cuore al leader dell’opposizione, spiccano i provvedimenti sulla sanità, mirati a salvare economicamente NHS.

A questo riguardo, Miliband ha espresso su Twitter il proprio disappunto per le azioni compiute sinora da Cameron, che avrebbe tenuto nascosto per più di cinque mesi un report sulla situazione di NHS. Nel suo Tweet a riguardo, Miliband critica il Prime Minister per aver affidato il report a Lord Rose, ex chief executive della catena di supermercati Marks&Spencer.

Su Twitter, Miliband ha fatto luce anche sui suoi piani per ridurre le tasse universitarie, promettendo di dimettersi in caso non riesca a mantenere la propria parola, e sull’intenzione di ridurre il deficit ogni anno a favore delle famiglie inglesi:

Non mancano sul profilo di Miliband updates riguardo alla sua posizione di tolleranza verso l’immigrazione e la sua scelta di non coalizzarsi con SNP.

Infine, Miliband ha rinnovato su Twitter la sua prospettiva pro-Europa, dopo aver reso chiaro in vari dibattiti che il Labour Party non opterà per un referendum riguardo alla membership dell’Unione Europea.

 

3. Nick Clegg

L’approccio pragmatico di Miliband non e’ condiviso da Clegg, il quale usa Twitter prevalentemente per condividere con i suoi sostenitori le varie tappe della sua campagna, enfatizzandone anche gli aspetti non prettamente politici.

La ovvia passione culinaria di Clegg viene sfruttata su Twitter anche per mostrare come il leader dei Liberal-Dem svolga svariate attività con i giovani studenti inglesi.  Ecco un “retweet” postato da Clegg al proposito:

I vari aggiornamenti populisti di Clegg, simili a quelli di Cameron, sono intervallati da tweet riguardanti le politiche dei Liberal-Dem. Nei tweet che seguono, Clegg enfatizza il ruolo che il suo partito ha avuto nel percorso di ricrescita economica del Paese dopo la crisi e promette maggior stabilita’ per il futuro.

 

 

Come Miliband e Cameron, anche Clegg rivolge attacchi “social” ai suoi rivali. In modo particolare, Clegg invita gli Inglesi a diffidare dallo UKIP di Farage.

 

4. Nigel Farage

Anche Nigel Farage, il più grande fenomeno mediatico della politica inglese negli ultimi anni, fa un uso prevedibilmente populista di Twitter. Farage, paragonato da molti a Grillo (per la strategia reazionaria) o al Bossi dei tempi d’oro (per il pensiero politico), ha anche lanciato un proprio hashtag su Twitter: #TeamNigel.

Il leader di UKIP usa Twitter per condividere aspetti della propria quotidianità e per auto-promuoversi. Nel primo tra i Tweet che seguono, ad esempio, Farage ha condiviso con i suoi followers una compilation dei suoi migliori discorsi.

Oltre che per sponsorizzare se stesso, Farage usa Twitter per esporre i suoi piani agli elettori. Farage enfatizza soprattutto la volontà di controllare maggiormente l’immigrazione e tagliare gli aiuti economici ai Paesi esteri; promette supporto alle forze armate, l’eliminazione di tasse per coloro che ricevono il minimo salario e £3 bilioni extra da dedicare a NHS.

Anche nel caso di Farage, ovviamente, non mancano critiche ai grandi partiti rivali:

 

5. Natalie Bennett

Diretto e’ l’approccio Twitter della Leader del Green Party.

Sul suo profilo, Bennett pubblica prevalentemente updates riguardanti il partito e il suo manifesto.

Tra i provvedimenti più in evidenza, quello di garantire al popolo un accesso alla giustizia, con fondi equivalenti a £700 milioni all’anno.

La leader dei Greens promette inoltre £500 milioni di investimento per l’arte e ulteriori fondi destinati ai governi locali.

 

 

La battaglia elettorale dei vari leader su Twitter avra’ i suoi esiti domani mattina, quando i risultati delle elezioni saranno disponibili.

 

Elezioni Europee – Il successo del Pd (e di Renzi) e la rimonta degli euroscettici

Gli esiti delle appena concluse elezioni europee hanno certamente rappresentato una pietra miliare per la politica italiana. Il Partito Democratico, indiscusso vincitore con il 40,8% delle preferenze e un distacco che sfiora il 20% dal secondo partito più votato (Movimento 5 Stelle) è  l’unico partito ad aver superato il 40% dei voti alle elezioni dal 1958, quando Democrazia Cristiana ottenne il 42,3%. L’incredibile successo riscosso dal Pd riflette inevitabilmente la fiducia riposta dagli italiani in Matteo Renzi e la speranza che le ambiziose riforme economiche e costituzionali promesse dal suo governo siano attuate al più presto. Alla luce dei risultati elettorali, il Premier ha sottolineato che la schiacciante vittoria del Pd alle Europee è da interpretarsi come un voto di straordinaria speranza, piuttosto che come un referendum sul governo da lui guidato; il premier ha inoltre dichiarato che il successo del Pd alle elezioni dev’essere un ulteriore sprone per accelerare le riforme in Italia, senza prolungare futili festeggiamenti.

Decisamente meno soddisfatto è Beppe Grillo, leader del M5S, che ha più volte manifestato la certezza di poter vincere le Europee e il cui partito si è invece piazzato solamente al secondo posto, con il 21,16% delle preferenze. Nonostante le battaglie di Grillo contro la recessione, la corruzione dei politici e la disoccupazione siano condivise dalla maggior parte degli italiani, il risultato ottenuto dal M5S dimostra che il popolo italiano non ritiene opportuno fare affidamento su un partito che porta avanti le proprie idee con veemenza e rabbia, dando priorità allo spettacolo piuttosto che ai contenuti. E’ forse per la stessa ragione, l’inaffidabilità della “politica dello spettacolo”, che il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia, ha ottenuto soltanto il 16,82% delle preferenze. Il successo di Berlusconi, infatti, si è basato per anni sul consenso televisivo, ma le politiche portate avanti dal suo partito si sono rivelate inadeguate a promuovere lo sviluppo dell’Italia.

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Sorprendentemente alte, al contrario, le preferenze registrate da Lega Nord, al quarto posto con il 6,16% dei voti. La tendenza a votare partiti di estrema destra è ancor più evidente in Francia, dove il Front National si è affermato come prima forza politica del Paese, con il 25% delle preferenze, seguito dal conservatore e di destra UMP e dal Partito Socialista. Alla luce dei risultati, Le Pen ha dichiarato che il successo del suo partito è da considerarsi emblematico di un rifiuto nei confronti dell’Unione Europea, invitando tutti i leader euroscettici a unirsi a lei in un più ampio movimento politico. Grillo, tra i destinatari di tale invito, non sembra avere intenzione di unire le proprie forze a quelle del FN, affermando di non condividere con esso una visione comune. A “corteggiare” Grillo è anche Nigel Farage, leader dell’UKIP, che ha affermato di avere molto in comune con il fondatore del M5S. La vittoria dell’UKIP nel Regno Unito è un’ulteriore dimostrazione di quanto il sentimento euroscettico sia diffuso in Europa. La possibilità che il successo ottenuto dall’UKIP alle elezioni europee sia replicato nelle elezioni del 2015  è assai dibattuta. In caso l’UKIP confermasse la sua leadership, la discussa connotazione razzista del partito di Farage rischia di essere dannosa da un punto di vista di business per l’Inghilterra, in quanto potrebbe avere forti ripercussioni sul piano internazionale. Con pochi punti di distacco dall’UKIP, il Labour Party e il Conservative Party si sono rispettivamente classificati secondo e terzo partito del Regno Unito alle Europee, mentre i Liberal Democratici e i Greens non hanno raggiunto neppure il 10% dei voti.

In Germania, i conservatori si sono riconfermati quali forza politica principale. Tuttavia, il partito Euro-scettico (ma non Europa-scettico) AfD ha tolto ai conservatori molti voti, guadagnando il 7% delle preferenze e i Social Democratici hanno ottenuto un considerevole successo. L’AfD si oppone all’utilizzo di una moneta comune nell’UE e i suoi sostenitori non appoggiano le politiche di Angela Merkel che, al contrario, ha capito l’importanza di sostenere economicamente i Paesi più deboli, in quanto la Germania stessa può trarre beneficio da un’ Europa forte e di successo. I risultati meno soddisfacenti per gli euroscettici e per l’estrema destra si sono registrati in Austria, dove i piccoli partiti estremisti non hanno neppure ottenuto seggi nel Parlamento Europeo; il Freedom Party, il più grande partito dell’opposizione, ha tuttavia ottenuto il 19,5% dei voti. I Cristiano Democratici hanno ottenuto il primo posto con il 27,3% delle preferenze, mentre i Social Democratici si sono classificati secondi. Notevole crescita anche da parte del Green Party (15,1%). Al primo posto in Svezia i Social Democratici, seguiti dai Greens. Risultato deludente, invece, per il Moderate Party del Primo Ministro Reinfeldt, classificatosi al terzo posto con il 13,6% dei voti.

Le elezioni hanno visto l’entrata sulla scena europea di due nuovi partiti svedesi: la Feminist Initiative e gli Swedish Democrats, gruppo di estrema destra che vorrebbe unirsi all’euroscettico EFD, ma che potrebbe essere rifiutato dall’UKIP, poiché il partito di Farage non ha manifestato intenzione alcuna di accogliere il partito svedese di estrema destra.

In generale, la coalizione di centro destra EPP ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento, seguita da S&D (centro-sinistra) e dai liberali (ALDE).

Life, Liberty and pursuit of Happiness



A partire da oggi Polinice inizia il conto alla rovescia verso il 6 novembre, giorno delle elezioni presidenziali americane. Per una settimana, dunque, i nostri articoli saranno dedicati a tematiche legate alla cultura degli Stati Uniti.

Ci sembra infatti che, in un mondo globalizzato, non si possa semplicemente chiudere gli occhi davanti ad un evento del genere.
Nel caso della nostra rubrica, proveremo a capire qualcosa della cultura politica americana leggendo alcune parole della Dichiarazione d’Indipendenza redatta da Thomas Jefferson.
La Dichiarazione venne adottata il 4 luglio del 1776 dal Congresso Continentale, un’assemblea che riuniva i rappresentanti delle tredici colonie all’epoca in guerra contro la madrepatria britannica. Un passaggio particolare del documento recita:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini siano stati creati uguali, che abbiano ricevuto in dono dal loro creatore alcuni Diritti inalienabili e che tra questi vi siano il diritto alla Vita, alla Libertà, alla ricerca della Felicità»1.

Diamo un’occhiata a questa frase più da vicino.
Anzitutto, il soggetto. «Noi riteniamo». Noi chi? A parlare sono i coloni, i ribelli. Questi ribelli hanno qualcosa da dire a sua maestà re Giorgio III di Gran Bretagna. Ritengono infatti che ci siano alcune verità che, per la loro stessa natura, la ragione umana non possa non accettare. Il testo originale recita «self-evident»2. Ora, “evident” è un aggettivo derivato dal sostantivo “evidence”. Chi di voi è un fan di serie tv del tipo di C.S.I. sa che una “evidence” è una prova che può essere portata in tribunale. Nel nostro caso, dunque, i nostri coloni stanno presentando delle prove davanti al tribunale della Ragione umana, nella consapevolezza che tale giudice non potrà dargli torto, poiché queste prove sono “a prova di bomba”. Giorgio III è, in sostanza, chiamato a riconoscere la forza di queste argomentazioni.
Queste argomentazioni sono due.
La prima è che «tutti gli uomini siano stati creati uguali». Qui è chiaro il riferimento alla cultura dell’Illuminismo francese. In effetti l’autore, Jefferson, conosceva bene tale modello di pensiero. Non c’è da stupirsi dunque che sostenesse l’uguaglianza tra gli uomini. Soffermiamoci ora sul verbo utilizzato. In effetti tutti noi siamo imbevuti di cultura egualitarista, anche chi non ne riconosce la legittimità sa di cosa stiamo parlando. Il verbo che Jefferson utilizza è invece qualcosa che spesso viene tralasciato. È invece fondamentale. L’autore dice che gli uomini siano stati creati uguali. Fermi tutti. “Creare” è una parola grossa. È grossa perché “creare” vuol dire “produrre dal nulla”. C’è solo un individuo capace di tale gesto: il creatore, Dio.
In effetti, poco più avanti, ecco che il creatore si presenta. Nella seconda argomentazione, i ribelli dichiarano che tali uomini abbiano ricevuto in dono (endowed)3 dei Diritti (Rights)4. Il donatore è proprio il creatore. Immaginate la faccia di Giorgio III quando lesse che quattro coloni sediziosi si dichiaravano convinti che quello stesso Dio che aveva legittimato la sua ascesa al trono si fosse anche preso la briga di fare dei doni, dei regali a quei transfughi pezzenti.
Le cose sono due: o Dio s’è sbagliato, o il re ha preso una cantonata. In effetti i coloni propendono per la seconda, tanto che asseriscono di non aver ricevuto dei doni qualsiasi, ma dei diritti! Dei diritti in base ai quali costoro si ritengono indipendenti, non soggetti all’autorità di un sovrano da loro non riconosciuto.
I diritti sono tre: «Life, Liberty and pursuit of Happiness». Qui il riferimento è a John Locke5, teorico del diritto naturale inglese, il quale riteneva che la stessa natura umana garantisse all’individuo il diritto di vivereLife», appunto) riconoscendo l’autorità della sola Ragione e di Dio creatore. Di vivere, in un a parola, liberamente («Liberty»). Il terzo Diritto, poi, è molto suggestivo. I ribelli sono figli e nipoti di uomini giunti sulle coste americane in fuga dai dolori delle guerre di religione che avevano sconvolto l’Europa nei secoli XVI e XVII. Nel Nuovo Mondo cercavano dunque non altri dolori, ma felicità. È dunque legittimo che i figli si ritengano legittimati a continuare il percorso di ricerca iniziato dai padri.
In altre parole, gli estensori della Dichiarazione erano fermamente convinti di dover obbedire a Dio, alla loro testa e a nulla più. L’esercizio del governo va, in ultima analisi, attribuito solo a chi sia rispettoso di questo stato di cose. I ribelli ritenevano che re Giorgio III non fosse nel novero di costoro e si vedevano dunque giustificati a rifiutarne l’autorità, anche a costo di fargli guerra.
La forma di governo che emerse dalle dinamiche storiche che, oggi, in parte, abbiamo richiamato fu una democrazia liberale molto dinamica. L’esercizio del potere pubblico è, negli Stati Uniti, finalizzato a garantire al cittadino quegli stessi diritti che abbiamo visto sopra, ma non di più. Al contrario delle socialdemocrazie del Nord Europa, la presenza dello Stato nella vita dei cittadini è bassa. Martedì il popolo americano sceglierà se mantenere tale presenza al livello attuale o se abbassarlo. Nel primo caso la vittoria andrà a Barack Obama, nel secondo a Mitt Romney.

Giulio Valerio Sansone


1. Nell’originale: «We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness»
2. È un probabile riferimento al pensiero di Cartesio, sostenitore della presenza, nella mente umana, di idee innate chiare e distinte, oggetto di conoscenza evidente, appunto. Vedi, in tal senso, il celebre Discorso sul metodo
3. La parola “endowed” ha la stessa radice del termine “dowry”, in italiano “dote”. I coloni si ritengono figli che hanno ricevuto da un padre generoso e attento alle loro esigenze (Dio) delle dotazioni per vivere nel pieno possesso della loro maturità intellettuale. 
4. “Diritto” viene dal latino “directa (via)”. In inglese si traduce con “right”, lo stesso termine che indica la (mano) destra. Con una metafora un po’ libera, potremmo quasi dire che i diritti siano delle corrette interpretazioni della realtà umana, in base alle quali gli uomini possono con mano ferma (destra, appunto) tracciare la loro strada (via), il loro cammino di vita. Perdonate i giochi di parole, ma è il passatempo preferito di molti appassionati di filosofia. Il sottoscritto è uno di loro. 
5. Vedi i «Two Treatises of Government» e l’ «Essay Concerning Human Understanding».