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FILIPPINE. Yolanda, il XXIV tifone

Una delle origini etimologiche del termine “tifone” proviene dalla Cina; sia in cantonese che in mandarino significherebbe “grande vento”: per questo motivo gran parte dei “tifoni” intorno alla zona del Pacifico sono chiamati con nomi cinesi, sia dall’ Occidente che dagli altri paesi asiatici.
I tifoni, localizzabili nella zona settentrionale del Pacifico a ovest della linea di cambiamento di data, sono da distinguere sia dagli uragani, nella zona settentrionale dell’Atlantico e del Pacifico a est della linea di cambiamento di data, che dai cicloni dell’Oceano Indiano.
Da tempesta tropicale la depressione atmosferica si è trasformata rapidamente in tifone, colpendo circa 51 città e 41 regioni tra le isole delle Filippine, raggiungendo anche una parte a sud della Cina ma con un impatto minimo in confronto.
Anche a questo tifone è stato dato un nome cinese: Haiyan; ma in realtà i filippini lo chiamano Yolanda, nome a noi meno noto.
Mentre in cinese Haiyan è la traduzione di un’immagine, l’enorme uccello volante o “uccello delle tempeste” che si chiama procellaria, invece il nome filippino di ogni “bagyo” (trad: tifone) dev’essere sempre di genere femminile -come tra l’altro la tradizione delle “tempeste” in gran parte del globo- e deve seguire dei precisi schemi terminologici.

Il nome del primo ciclone dell’anno deve iniziare con la lettera A e così a seguire tutte quelle dell’alfabeto, ciclone per ciclone, anno dopo anno; al quinto anno si ripristina il conteggio dei nomi, ricominciando dalla lettera A; ciò che ne consegue da questo studio è che ogni anno oltre ai nomi previsti sta crescendo il numero di quelli “ausiliari”, ovvero quei nomi che “sgarano” dalle 25 lettere dell’alfabeto, subentrando dopo il venticinquesimo “bagyo” annuale, e che già vengono preventivamente considerati come utilizzabili.
Questo rispecchia la tragicità della situazione nelle isole Filippine, dove solo quest’anno si sono contate già 23 tempeste tropicali, dove le lettere dell’alfabeto non bastano più ad enumerare i tifoni.
Il 7 Novembre scorso nelle Filippine è passata Yolanda, il ventiquattresimo “bagyo”, corrispondente alla ventiquattresima lettera dell’alfabeto, con una violenza di circa 300 km l’ora.
Alla gravità dell’episodio di per sé, il quale ha provocato ad oggi 5560 vittime e 1757 dispersi, e che ha colpito in tutto circa 14 milioni di abitanti (ultime fonti: Xu Haoliang, direttore del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite), si somma la pericolosità del suo ripetersi ormai ad intervalli quasi costanti.
Il numero crescente di catastrofi naturali sta mutando irreversibilmente la struttura e la quotidianità non solo di questa nazione ma di tutte quelle che occupano aree più “delicate” della terra, più vicine al mare e ai centri sismici, dove il rischio è costante e non preventivamente contrastabile.
Nonostante le azioni umanitarie provengano da ogni angolo del globo, essendo le Filippine uno dei paesi più amati e pacifici dell’Asia, e malgrado le politiche di ricostruzione predisposte dal Programma di aiuti supervisionato da Xu Haoling, la causa delle catastrofi non può essere sradicata, poiché penisole e isole rimarranno nella stessa posizione, in mezzo al mare, in balia dei cambiamenti atmosferici.

Prima e Dopo

E la causa principale, anche in questo caso, è il riscaldamento globale. A riguardo, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc: comitato scientifico internazionale dell’ONU), ha dichiarato lo scorso Settembre che entro la fine del nostro secolo la terra potrebbe raggiungere fino ad un max di 5 gradi in più rispetto allo stato attuale; causa diretta le emissioni di anidride carbonica non più sopportabili dall’atmosfera, che la smisuratezza degli uomini non sembra in grado di controllare attraverso politiche adeguate.
Oggi, uno degli scopi più elevati della filosofia politica (a mio parere forse il primo) è proprio contribuire alla comprensione delle problematiche concrete: quali politiche adottare nell’attualità per prevenire i rischi che ci vengono ripetuti (non da tutte le autorità..) quotidianamente? Come agire nei momenti di crisi -e non soltanto economica? Come affrontare gli stati d’emergenza, sia locale (statale) che globale (nel nostro caso climatica)?
Yolanda non rientra solo nel contesto delle grandi catastrofi naturali, quelle più rare e distruttive, ma all’interno di una serie esponenzialmente in crescita di fenomeni atmosferici regionali localizzati in costante incremento, sotto forme diverse ma in ogni parte del globo.

Prendiamo un paese come il Giappone, dove i terremoti sono il fenomeno con cui il paese ha dovuto fronteggiarsi costantemente e sul quale mutamento l’intera struttura del paese si è plasmata, sia da un punto di vista ingegneristico-architettonico che per quanto riguarda lo stile di vita: ogni abitazione, albergo, luogo pubblico o privato, nelle zone cittadine e metropolitane in particolare, è munito di un’adeguata informazione preventiva, di ogni genere e in ogni luogo;  di una chiara pianificazione preventiva in caso di sisma; di luoghi di sperimentazione antisismica costante; ed infine di costruzioni antisismiche e di oggettistica salva-vita.
Il Giappone ha il migliore sistema preventivo del mondo, e ciò come conseguenza della sua lunga agonia.

Aiuti umanitari

Eppure, nonostante la prevenzione e l’informazione, durante quello che è stato il terremoto/maremoto più potente avvenuto in Giappone, il terremoto del Tohoku del 2011, sono morte 15.703 persone e ne sono state contate circa 10.000 tra feriti e dispersi.
Quindi, naturalmente né la prevenzione né l’informazione locale bastano a contrastare questo tipo di catastrofi, le quali sono lungi dal poter essere arginate, a differenza dell’ideale fiume del Principe di Machiavelli.
Eppure queste “conquiste” della civiltà, sviluppatesi in modo crescente negli ultimi decenni attraverso la globalizzazione e l’integrazione tra le diverse politiche culturali, avvicinano sempre di più le popolazioni alla comprensione dei pericoli, favorendo l’organizzazione di quei movimenti di sostegno di fronte all’emergenza, che investono allo stesso tempo sia le comunità vittime delle catastrofi che le comunità pronte a portare aiuto.

Così, come dopo il terremoto giapponese del 2011 per il quale sono giunti in aiuto della popolazione colpita almeno 45 stati (secondo i dati dell’ONU), oggi, ora dopo ora, ogni stato sta collaborando nel ricostruire la nazione delle Filippine, uno di quei paesi colpiti da sciagure alle quali ciascuna nazione -globalizzata- in parte passivamente partecipa, non riuscendo a ridurre il rilascio di gas a effetto serra, non diminuendo il numero deforestazioni, sottovalutando le continue emissioni di anidride carbonica.
Uno dei più grandi aiuti da offrire a questo paese colpito dal lutto, come anche a tutti quei paesi geograficamente a rischio sismico e non solo, non dovrebbe forse consistere nell’agire preventivamente attraverso nuove politiche ambientali affinché ciò non continui ad accadere all’infinito?

«Emergenza». Una proposta di filosofia della mente

Il dualismo emergente di William Hasker
Oggi i filosofi che vogliano esaminare il problema del rapporto tra mente e corpo alla luce delle recenti conoscenze neuro-fisiologiche, fisiche e chimiche non possono non trovarsi fra due radicali e diverse impostazioni del problema comunemente discusse: il materialismo (nelle sue forme riduttive e non) e il dualismo sostanziale. Secondo quest’ultimo la persona è una sostanza che nelle sue proprietà è completamente differente dal corpo. Tale sostanza sarebbe dunque immortale e relazionata al corpo in maniera non necessaria.

Entrambi gli approcci al problema riservano vizi di riduzione o falsificazione dell’esperienza mentale : nel primo caso, le interazioni descritte dalla fisica riconducono in termini di particelle o cromosomi tutto ciò che ci rende autenticamente umani come la la giustizia, la religiosità, la ricerca della verità, la distinzione tra bene e male e così via. Ci appare difficile dare giustificazione di tutto questo in termini meramente fisici.
D’altro canto il dualismo sostanziale non pare essere una risposta sufficientemente esaustiva alla problematica del rapporto mente-organismo materiale: in che modo una sostanza radicalmente diversa dalla materia può provocare e interagire con stati fisici nel sistema nervoso e dare spiegazione a un rapporto ciò nonostante così stretto fra le due parti?
Una risposta soddisfacente alle problematiche qui evidenziate è dato dal concetto di emergenza, alla base della filosofia della mente di William Hasker: «The core idea of emergence is that, when elements of certain sort are assembled in the right way, something new comes into being, something that was not there before».
Per chiarire prendiamo l’esempio di un’equazione matematica: sostituendo le variabili con certi valori all’interno di un sistema di coordinate, otterremmo l’immagine di un frattale. Non è aggiunto dall’esterno, ma è in realtà originato e qualitativamente distinto dagli elementi costituenti che l’hanno prodotto, quando viene raggiunta una certa configurazione sufficientemente complessa da permetterne l’emergere dal livello più basso, ciò è appunto definito «emergenza».
Possiamo parlare di emergenza anche in biologia, quando un insieme di materia combinandosi in un certo modo in una certa situazione da origine alle cellule, le quali collocandosi in una determinata struttura in numero sufficiente danno vita a fenomeni come la sensazione, la coscienza di sé e tutto quello che caratterizza un essere vivente evoluto. Se il caso di emergenza, riguardante il frattale e l’equazione, può essere accettato facilmente, diventa difficile dire lo stesso per il caso biologico. 
L’emergenza, nel caso biologico, non consiste nel prodursi di nuove proprietà o nuove funzioni, ma ha la capacità di dare vita a nuove entità individuali complesse, come la nostra mente: «If this where the case, we would have an emergent individual, an individual that comes into existence as result of a certain configuration of the brain and nervous system but that is not composed of matter which makes up that physical system».
In sostanza la nostra mente, o per meglio dire la nostra anima è frutto di una configurazione della materia del nostro sistema nervoso, che raggiunto un certo grado di complessità, fa emergere un livello superiore non riducibile, seppur sempre dipendente rispetto a quello inferiore: a thing in itself.
Non è nulla di magico o che appare all’improvviso: nasce dalla potenzialità della materia. È questo ciò che rende l’organismo umano una persona cosciente, piuttosto che i semplici eventi fisici che lo sorreggono.
Hasker lo spiega con una metafora molto efficace: la mente sta al sistema nervoso come il campo elettromagnetico sta alla calamita che lo produce. La mente è un’entità fenomenica dell’evento fisico alla base del cervello, seppur non riducibile nel suo funzionamento a quest’ultimo particolare. La mente è sostenuta dall’organismo e senza di esso chiaramente non è nella condizione di funzionare. A certi attributi che vengono definiti dall’attività non riduttiva dell’anima corrisponde l’attivazione di certe parti del cervello, evitando dunque di suddividere l’integrità della persona stessa come accade in certe forme dualismo e non entrando in conflitto con le attuali teorie scientifiche (tra cui la teoria evoluzionistica).
Non male no?
Per chi volesse leggere qualcosa di più: J. B. Green, In Search of the Soul. Four Views of the Mind Body problem, InterVarsity Press, Eugene Oregon, 2005-2010.

Alessio Persichetti