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L’energia del vuoto da Empedocle a Li Chen

Sembra che pesantezza e leggerezza siano concetti entrati a far parte del lessico filosofico già a partire dalle teorie presocratiche di Empedocle di Agrigento,  il quale probabilmente non fu il primo a considerare la loro importanza e sicuramente non fu l’ultimo tra i suoi contemporanei.

La particolarità della sua lettura sta nell’aver individuato un primo metodo empirico con cui poter determinare l’esistenza dei fenomeni naturali attraverso la presenza o l’assenza di questi concetti, le qualità fondamentali della materia.

Luce e tenebre, caldo e freddo, opaco e trasparente, fluido e solido, pesante e leggero: l’esistenza del fenomeno naturale viene provata e definita dalle sue qualità fisiche le quali conferiscono lo stato di essere all’essere, a partire dalle quattro radici, rhizomata – aria, acqua, terra e fuoco, i punti cardinali del fenomeno naturale, come anche dell’essere vivente.

L’essere non può non essere, replica Empedocle al suo precursore Parmenide, l’essere può solo essere differente. La condizione dell’essere è il suo essere differente per natura, è l’essere la combinazione di diversi elementi, con contrastanti qualità: il contrasto è ciò che rende l’essere vivo.

Mentre nella filosofia antica il contrasto era riscontrabile in natura dall’interazione/combinazione di elementi diversi, nella filosofia moderna il contrasto si è solidificato nel processo dialettico tra tesi e antitesi. Il prodotto in entrambi i casi corrisponde alla sintesi, la creazione del nuovo a partire dall’incontro tra opposti, dove nel primo caso sarà prodotto naturale nel secondo prodotto “indotto”.

Il “non-essere” è dunque uno stato non esistente, dove anche ciò che non è appare come qualcos’altro, solamente che differente.

Tuttavia, paradossalmente, esiste uno stato “assente”, ovvero uno stato in cui l’essenza dell’essere viene meno, in quanto offuscata, “appesantita” da fattori esterni, privata del contrasto.

Quando non vi è contrasto, il quale può essere più sottilmente detto bilanciamento o equilibrio di forze, vi è meno autenticità: vi è pesantezza, o “appesantimento”.

Simone Weil definisce la pesantezza come movimento energetico opposto alla grazia, uno stato di incompletezza e di mancanza, di perdita momentanea dell’altra parte del contrasto. Tuttavia è un moto di energia sempre presente, così come quello della luce, inestirpabile dall’essere umano in quanto ne dipende, essendo la pesantezza uno dei due pòli che muovono l’agire.

“La pesantezza fa discendere, l’ala fa salire. Quale ala alla seconda potenza può fare discendere senza pesantezza?” scriveva la Weil ne La pesantezza e la grazia quasi quarant’anni prima che Milan Kundera dedicasse il suo romanzo L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere all’indomabilità umana di questo squilibrio nel campo dei sentimenti.

Se l’uomo non può domare l’affezione della pesantezza, cosa o chi è in grado di farlo? A questi interrogativi è spesso solo l’Estetica a poter suggerire una soluzione, o ancora più pragmaticamente il patto che l’artista stringe con le sue opere nel momento della creazione. L’uomo non può domare la pesantezza, l’arte sì: attraverso la sospensione della realtà, la rappresentazione statica dell’equilibrio e della grazia.

La grazia come equilibrio armonico tra diversità, come spontaneità che richiama alla natura, al principio, è stata rappresentata da Friedrich Schiller, uno dei più grandi esteti del ‘700, come anche da Raymond Bayer, un secolo dopo: «è il segno estetico di un’economia definita, un equilibrio tipico dell’opera fra dei sistemi e delle leggi».

Oggi disarmonia e disequilibrio, rivoluzione e contrasto estremo connotano l’arte contemporanea, lasciando poco spazio al contrasto armonico.

Ma in quel poco spazio di armonia rimasto si è distinto un’artista molto interessante -un grande talento- il taiwanese Li Chen (il quale espose alcune sue sculture nel 2007 alla Biennale d’Arte di Venezia all’interno della mostra “L’Energia del Vuoto”). Le sculture di Li Chen rappresentano dei Buddha, grandi, enormi Buddha, apparentemente pesanti e ingombranti, in realtà estremamente leggeri. Il fine di Li Chen, l’intento del patto che l’artista stringe con le sue opere è quello di svelare l’inganno che si nasconde dietro alle sue opere apparentemente “pesanti”, le quali non rappresentano altro che la leggerezza spirituale del Buddha. Il contrasto tra gli elementi, tra la pesantezza della loro figura tondeggiante e la leggerezza di spirito dei Buddha rappresentati, tra l’apparente pesantezza delle enormi sculture e la reale leggerezza dei materiali utilizzati, tra la pesantezza energetica/preziosità dei materiali e la leggerezza estetica del risultato: sono i mezzi attraverso i quali l’artista eleva il prodotto ad opera d’arte, a messaggio.

Le sculture di Li Chen, guardate bene, non sembrano mai pesanti, poiché esprimono il senso, l’equilibrio del Buddha, la filosofia buddista che si nasconde dietro la loro rappresentazione, nel passato dell’autore.

L’equilibrio armonico tra energia spirituale e materiale riempie di senso l’opera d’arte suscitando leggerezza nel fruitore.

Da un lato il contrasto tra ciò che appare e ciò che è, dall’altro il messaggio che si cela dietro: il vuoto, come il concetto di nullità, nella filosofia buddista rappresenta lo stadio più elevato dell’essenza in quanto, “liberatasi” dall’essere materiale, diventa leggerezza assoluta, l’energia assoluta.. l’energia del vuoto.

Li Chen sembra liberare la materia delle sue sculture dal suo peso, dando un senso filosofico prettamente orientale alla sua arte.

Tornando al principio, la liberazione dalla materia appare costante in tutta la filosofia, dove la liberazione del materiale lascia spazio allo spirituale, dove la liberazione della pesantezza lascia spazio all’armonia, quindi alla grazia.

Come la pesantezza avvertita da Simone Weil, quell’energia offuscante nell’essere vivente invisibile ma sempre presente, così il vuoto è energia che non si vede ma c’è; il vuoto non solamente “è”, ma è pieno energia, potenzialmente di essenza.

La storia del mantenimento dell’equilibrio e il contrasto tra pesantezza e leggerezza sembra seguire una linea che attraversa diagonalmente tutta la filosofia, da Oriente a Occidente.

Ma per mostrare l’essenza bisognerebbe fermarsi, contro la corrente, e cominciare a svuotare la strada dal superfluo.

Sia lecito ai poeti il suicidio?


“Sia lecito ai poeti il suicidio. Il poeta non vuole essere salvato e chi lo fa vivere è come lo uccidesse. Non deve invecchiare, contare i giorni, avere paura, soffrire malattia.”[1]

Mettiamola così. Ho un problema che non riesco a risolvere (non solo uno ma oggi mi occuperò di questo in particolare ..), mi chiedo da qualche tempo quanto sia importante per un professionista avere una condotta “eticamente” ineccepibile anche nella sua vita privata. 
E’ importante da subito specificare che non concederò delle licenze agli artisti, o ai cosiddetti pensatori, tanto meno agli architetti, insomma a tutta quella cerchia di intellettuali, pseudointellettuali, paraintellettuali ai quali troppo spesso garantiamo una certa immunità dal giudizio più comune ed immediato, come fossero dotati di una sorta di wild card che gli conceda di non attenersi ai sermones vulgares. Anzi, direi invece che proprio loro andrebbero collocati in prima linea poiché oggettivamente dotati di una eventuale sensibilità diversa, che li dovrebbe porre alla guida dello Spirito del Tempo.

Quindi recuperando il quesito d’apertura, quanto può prescindere nel giudizio di un professionista la sua condotta privata?

Un problema sul quale sicuramente ci scontreremo da subito, è quello di stabilire un codice etico di riferimento. E’ chiaro a noi tutti come ancora oggi non si sia giunti ad averne uno realmentecondiviso. Potremmo partire facendo riferimento al nostro contesto storico culturale più immediato, il quale spinse la stessa Oriana Fallaci, che di certo non era rinomata per i suoi trascorsi da chierichetto, ad ammettere di non potersi non definire cristiana:

«Ho amato così tanto la vita da non potermi non definire cristiana».

La Fallaci rievoca considerazioni di crociana memoria, dove l’azione del cristianesimo viene vista come  fondamentale e fondante per l’odierna coscienza morale collettiva. Quindi potremmo prendere i valori cristiani come valori di riferimento, ma non lo faremo. Non sarebbe giusto adottare una confessione piuttosto che un’altra. Potremmo invece fissare la nostra Costituzione come garante laico del dibattito, ma forse sarebbe una scelta troppo fatta in casa, non esportabile oltralpe. Insomma già il primo ostacolo sembrerebbe insormontabile, troppo relativismo intorno ai valori di cui necessariamente ci dovremo servire per stabilire quale sia una condotta virtuosa o meno.

Ma potremmo forse utilizzare una scorciatoia, un po’ come quando si sceglie [Iddio maledica questa prassi] per esclusione la facoltà dell’università una volta terminato il liceo: “ingegneria troppa matematica, giurisprudenza troppo sui libri, medicina troppo tempo per laurearsi” e via discorrendo. Insomma invece che individuare un’azione buona, sceglieremo un esempio di condotta poco virtuosa che indignerebbe chiunque.  Andremo in cerca della luce per sottrazione!

Per non essere prolisso prenderei come esempio l’abuso di potere. L’abuso di potere è un gesto deprecabile a 360°, non penso si debba mettere ai voti la questione che rappresenti senza ombra di dubbio una delle più meschine azioni che l’uomo possa compiere. Un professore che si avvicina ad una studentessa in modo ambiguo, compie un abuso di potere, un professionista che sottopaga un dipendente compie un abuso di potere, un ricercatore, un giornalista, uno scrittore che scrive il falso compie un abuso di potere. E’ interessante notare come in ogni disciplina dello scibile si possa occupare il ruolo di professore, professionista, scrittore pur rimanendo architetto, artista, filosofo o geologo. Ma probabilmente se ben ci pensate, non faremmo la morale alle suddette categorie in egual modo.

Adotteremmo una severità maggiore in modo direttamente proporzionale alla percezione che avremmo dell’influenza di quella determinata professione nella realtà di tutti i giorni. L’amministratore di condominio è un ladro, il politico è un corrotto, l’arbitro è un venduto, il medico è un avaro ed il prete è un pedofilo. Viceversa il filosofo è un filosofo, l’artista è un’artista, il critico d’arte è un critico d’arte. 

Questo perché è come se alcune categorie venissero considerate tutto sommato distanti dalla quotidianità. Ma il problema non è di secondaria importanza. Pensate infatti che affidiamo proprio a queste categorie il compito di iscriverci alla storia. Ci ricordiamo oggi di quanto è accaduto ieri proprio grazie a ciò che ci è stato tramandato da musicisti, pittori, registi, scrittori, filosofi, architetti, i quali racconteranno ai posteri la nostra vita, il nostro presente.

In definitiva non possiamo adottare due pesi e due misure, poiché saremo proprio noi un domani a pagarne le conseguenze passando alla storia per mano di un abuso taciuto perché pronunciato in latino.

“Se uomini, fiere, alberi, pesci vivranno puramente, diceva, diverranno veggenti, poeti, medici e capi sulla terra, e infine dèi immortali”.[2]

Jacopo Costanzo – PoliLinea


[1] Silvia Ronchey, Il guscio della tartaruga, narrativa nottetempo, Roma 2009, p.59

[2] Ivi, p.58