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Il cigno nero

Come stabilire se una teoria scientifica dice il vero? Una risposta intuitiva è «verificandola!». Ma cosa vuol dire “verificare?”. Procediamo con ordine.

L’austriaco Moritz Schlick, esponente di spicco del Circolo di Vienna, riteneva che un enunciato scientifico dicesse il vero nella misura in cui rispettava un criterio di verificazione. Tale criterio era «l’esser presente o il non esser presente di certi dati1». In altri termini, una teoria scientifica è vera se ci sono fatti empirici che ne supportino la verità, che rendano-vera (verum-facere) la teoria.

Banalmente, per poter affermare che l’enunciato «tutti i cigni sono bianchi» sia vero, sarà sufficiente definire il nostro criterio di verità: se saremo in grado di osservare empiricamente che un certo numero di soggetti (cigni) posseggono la proprietà in questione (essere bianchi), allora potremo dire che “soggetti simili a quelli osservati, sono veri in casi non osservati”. Insomma, applichiamo il cosiddetto principio di induzione: dato che i cigni osservati finora sono bianchi, allora tutti i cigni del mondo sono bianchi. Punto.

Un simile approccio epistemologico risulta essere perfettamente coerente con la visione del reale propria di tutti gli esponenti del Circolo di Vienna, secondo i quali gli unici oggetti esistenti sono fatti empirici e principi logico-matematici (no, gli unicorni non sono inclusi2). In effetti, la verificazione del nostro enunciato scientifico non necessita di nulla più: abbiamo i cigni empiricamente osservabili e il principio logico d’induzione con cui rielaborare le nostre osservazioni. Meglio di così direbbe qualcuno3

Eppure questa lineare e cristallina proposta presenta delle falle. Quali? In attesa di rivederci la prossima settimana vi lascio un indizio.



Giulio Valerio Sansone



1 M.Schlick, Allgemeine Erkenntislehre, trad. it. di E.Palombi, Milano 1986, pagina 188.

Vedi il mio “Sulla non-esistenza di Gatto Silvestro” del 28 Marzo scorso.
Chiamo qui in causa Còrar Radlov.

Un cervello in una vasca


A quanti di voi è mai capitato di trovarsi nell’incapacità di capire se foste addormentati, nel bel mezzo di un sogno o svegli, bloccati nel torpore del dormiveglia? Riformulo: quanti di voi, magari dopo aver bevuto una birra di troppo, hanno passato una di quelle orrende nottate in cui la distinzione tra sonno e veglia si fa assai poco nitida?
Di solito è il sole che filtra da una persiana chiusa male o l’irruzione di un genitore poco comprensivo a porre fine al problema.
Ora provate a immaginare che la vostra vita, nella sua interezza, sia un sogno, un’illusione. Ancora una volta, riformulo: immaginate che un dio malvagio si stia prendendo gioco di voi, o meglio ancora, che il vostro cervello sia in realtà contenuto non nella vostra bella testolina, ma in una vasca. Sì, in una vasca piena di un liquidino verdognolo che nutre il vostro cervello. Continuando con la nostra fantasiosa ipotesi, potremmo, a questo punto, immaginare che le terminazioni nervose dell’encefalo in questione siano collegate a un super computer. Con grande facilità quel super computer potrebbe illudervi di qualsiasi cosa. Un tramonto, un gelato, la fatica di un giornata di lavoro sarebbero mere illusioni.
Adesso qualcuno di voi potrebbe obiettare circa la sanità mentale di chi vi scrive (e, forse, non sarebbe da biasimare). Eppure l’esperimento mentale che vi ho proposto ha una sua serietà: venne formulato da una delle più grandi menti della seconda metà del ‘900, Hilary Putnam, ed ha ispirato la nota trilogia cinematografica di The Matrix.
Ora, una prospettiva simile, quella di non essere in grado di rendere ragione della realtà delle nostre esperienze, quella di essere costretti a vivere nel più radicale dei dubbi, è di certo una prospettiva angosciante.
Non è un caso se tanto il dubbio, quanto l’angoscia siano stati sentimenti che hanno dato il via alla riflessione di due dei più celebri filosofi di sempre: rispettivamente Cartesio e Heidegger.
Uscire dall’imbarazzo del dubbio, emanciparsi da un senso di opprimente angoscia sono condizioni basilari per garantire la libertà del nostro pensiero, per non lasciarci schiavi di un grigio, quanto banale scetticismo. Chi tra voi si diletta di filosofia, capirà subito quanto importante sia chiarire fin da subito che il nostro non è un cervello in una vasca.
Ma come fare?
La risposta di Putnam è illuminante: se il nostro cervello fosse davvero attaccato a un calcolatore, esso sarebbe prigioniero di un’illusione. Conseguentemente, il super computer sarebbe invece un oggetto che fa parte della realtà. Ma se il cervello si illude e il computer è reale, come potrebbe il cervello-illuso conoscere la realtà della sua illusione? Semplicemente non potrebbe! In altri termini, se il nostro cervello fosse collegato a una macchina, esso non potrebbe nemmeno immaginare l’ipotesi fantascientifica di Putnam.
Morale della favola? Non c’è una morale (odio le morali, o non hanno senso o ne hanno fin troppo, tanto da risultare scontate). Semmai una constatazione: la nostra libertà di pensiero è più reale che mai. Al contrario dei dogmi omologanti che non valgono un centesimo.
Giulio Valerio Sansone