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Il popolo della pace di ieri e il “Non mi avete fatto niente” di oggi

«Non mi avete fatto niente è una canzone che ci obbliga a riflettere, sul presente e inevitabilmente sul passato. Ci porta indietro a quando tutto questo sangue poteva evitarsi, a quando, quel 15 febbraio del 2003 milioni di persone, il popolo della pace, scesero in tutte le piazze del mondo per gridare il loro NO alla guerra. Sono passati 15 anni da quella manifestazione globale ed oggi più che mai è forte il bisogno pace.»

E questo corpo enorme che noi chiamiamo Terra ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra cantano così Ermal Meta e Fabrizio Moro nella loro canzone Non mi avete fatto niente, che ha vinto l’ultima edizione di Sanremo. A vincere non è stata solo una canzone ma un vero e proprio messaggio di pace. Il brano non è altro che una fotografia del periodo storico che viviamo da quasi vent’anni, dominato a livello globale dal terrorismo che noi chiamiamo “moderno”, quello impersonale, a struttura triangolare, aggira il vero oggetto della sua ostilità, colpita indirettamente; parsimonioso, rispetto agli strumenti e ai modi della guerra ordinaria, la minaccia e l’uso del terrore rappresentano infatti una soluzione “economica”, casuale, indiscriminato e universalmente disponibile. In questi anni tutto quello che ci è familiare, vicino, normale è diventato pericoloso. Andare ad un concerto, visitare un museo, fare un viaggio o prendere la metro. Ad inaugurare questa stagione gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle e al Pentagono, il prima attacco subito dagli USA nel loro territorio, non da parte di uno Stato, si trattava di una entità diversa, non individuabile.

ArtWork by Giorgio Ferdinandi

Ad essere colpito non era stato solo il popolo americano, anche il senso di sicurezza di tutti. Ma come dice la canzone di Meta e Moro Non esiste bomba pacifista. Frase che l’allora Presidente americano G. W. Bush non avrebbe sposato. La sua risposta fu la guerra al terrorismo, prima sulle tracce di bin Laden in Afghanistan, poi il cambio di strategia e l’elaborazione della dottrina della guerra preventiva da esercitarsi nei confronti di chiunque rappresentasse una minaccia per gli Stati Uniti. L’operazione in Afghanistan non era bastata per ripristinare il senso di invulnerabilità e il pericolo, secondo il Presidente americano ora veniva dal regime di Saddam Hussein accusato di riarmarsi e di dare ospitalità ai terroristi. Motivi che necessitavano secondo l’amministrazione Usa, di un intervento armato. Ma, se per l’operazione Enduring Freedom, Bush aveva goduto del consenso internazionale, dell’opinione pubblica e dell’avallo dell’Onu, questi adesso mancavano. Nessuno voleva la guerra e il Consiglio di Sicurezza riteneva che le Risoluzioni approvate al tempo della Prima Guerra del Golfo non fossero sufficienti per autorizzare alcun intervento armato. Nonostante ciò l’ONU decise con la Risoluzione 1441 di inviare ispettori in Iraq per verificare la consistenza delle accuse americane. Gli esiti delle missioni degli ispettori non confermarono l’esistenza di armi di distruzione di massa né legami con al- Qa’ ida.  Questo e i tentativi di Bush di falsificare le prove, aumentarono la diffidenza dell’opinione pubblica nei confronti dell’amministrazione americana, alimentando la protesta.

In Italia il governo Berlusconi era da mesi oggetto di critiche e contestazioni. Numerose le manifestazioni di protesta da parte dei sindacati e dei girotondi. Giustizia, legalità, diritti, venivano reclamati con insistenza. La piazza era calda e pronta ad accogliere la giornata del 15 febbraio 2003. Pochi mesi prima, i fatti del G8 di Genova con l’uccisione di Carlo Giuliani, i pestaggi nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto avevano inasprito il confronto con i movimenti sociali. Il Governo, nei confronti della minacciata guerra in Iraq fu “costretto” a mantenere una posizione di non belligeranza nonostante Berlusconi ripetesse spesso di essere il più fedele alleato degli Stati Uniti. I limiti posti dall’art.11 della Costituzione, la pressione dell’opinione pubblica e i ripetuti appelli del Papa e l’intensa attività diplomatica della Santa sede non permisero al Governo di compiere passi ulteriori dopo aver concesso il sorvolo del nostro spazio aereo e l’uso delle basi miliari statunitensi sul nostro territorio. L’Italia avrebbe avuto poi un coinvolgimento nell’ambito dell’operazione Antica Babilonia. Si trattava di un’operazione post-conflict di peace-building e di tipo “umanitario” volta alla salvaguardia dei beni culturali e della ricostruzione dell’Iraq.

Ma non esiste bomba pacifista e se Bush non lo condivideva il popolo della pace sì, un movimento capace di organizzare una manifestazione globale. Lo stesso giorno, il 15 febbraio 2003, in sette continenti, in 54 paesi, in 600 città, 110 milioni di persone nel mondo scesero in piazza per esprimere il loro No alla guerra in Iraq, ritenuta ingiusta e illegittima. Si trattò della più grande manifestazione nella storia dell’umanità, come venne definita dagli osservatori, dagli studiosi e dagli attivisti. In effetti un evento del genere non era mai accaduto prima e ancora non si è ripetuto. Le manifestazioni cominciarono in Australia e si susseguirono in tutto il mondo, seguendo il corso del sole.

Anche l’Italia partecipò a questa mobilitazione. Dimostrazioni, azioni di protesta nonviolenta, manifestazioni si svolsero in tutto il paese. A Roma, quella che in assoluto raccolse il maggior numero di partecipanti nel mondo. 3 milioni di persone per un corteo lungo dieci chilometri. La composizione del popolo della pace sceso in piazza a Roma era eterogenea. Un terzo di loro era alla prima manifestazione. Tanti i giovani, le famiglie con bambini. La maggior parte faceva riferimento a partiti, sindacati e organizzazioni di sinistra. Vi erano le chiese, associazioni culturali, organizzazioni religiose e i movimenti sociali. La componente pacifista e non violenta era una fra le tante. Due le dinamiche che caratterizzavano quell’azione collettiva: la prima, legata direttamente ai temi della pace, dimostrata dal forte peso dei manifestanti che avevano avuto già esperienze di quel tipo e la seconda, dovuta all’integrazione del pacifismo con tematiche di tipo sociale, sindacale o proprie dell’era della globalizzazione. Tantissime le bandiere della pace, simbolo della protesta grazie alla campagna “Pace da tutti i balconi” lanciata nel mese di settembre a Bologna e che fu un successo.

Ph: Massimo Sambucetti

A San Giovanni, punto di approdo del corteo, due mega schermi trasmettevano le immagini delle altre proteste nel mondo, per dimostrare l’interconnessione del movimento nel mondo ma soprattutto la forza e la consistenza di quel no globale alla guerra. Sul palco, gli organizzatori non avevano voluto politici o vip per lasciare spazio al racconto di chi la guerra la conosceva o l’aveva vissuta. Per sottolineare il senso di vicinanza alle vittime della guerra, le popolazioni civili, vennero distribuiti migliaia di volantini con le foto di bambini, donne e uomini iracheni. Sul palco il breve intervento dell’ex presidente della Repubblica Scalfaro e dell’ex presidente della Camera Ingrao. Colpì il messaggio del sub-comandante Marcos, leader del Movimento Zapatista in Messico, affidato alla lettura di Heidi Giuliani, la madre di Carlo. Una parola, no, e una azione: ribellione questo il messaggio. Era singolare che ad una manifestazione per la pace venisse letto il saluto di un personaggio che non poteva certo essere definito un pacifista.  Analoga considerazione sul fatto che nel manifesto unitario, letto al termine della giornata venisse ricordata la vicenda di Ocalan, leader del PKK, il partito Curdo, noto per aver compiuto anche atti terroristici, invocandone la libertà.

Ph: Plinio Lepri

Questo dimostrava che in realtà, quella grande manifestazione, non esauriva nel pacifismo il suo significato. Si trattava di una mobilitazione dei movimenti sociali globali contro la guerra. La consapevolezza della eterogeneità di composizione e di vedute veniva resa evidente nel manifesto unitario dove si ribadiva la necessità di restare uniti per poter vincere la battaglia. Quella caratteristica era considerata il punto di forza della mobilitazione. La contaminazione del movimento pacifista con i movimenti sociali aveva avuto l’effetto di allargare la platea dei partecipanti raggiungendo persone prima lontane.

Il popolo della pace però non evitò il conflitto. La notte del 20 marzo vennero sganciate le prime bombe su Baghdad. Il movimento pacifista considerava comunque un successo l’aver scalfito il muro di indifferenza ed aver raggiunto milioni di persone nel mondo. Grazie alla pressione dell’opinione pubblica, Bush era rimasto isolato all’Onu e molti governi, compreso quello italiano erano stati limitati nella loro azione ufficiale. Il popolo della pace aveva aumentato il suo potere grazie alla capacità di produrre un ampio raggio di legami sociali, creando terreno fertile per le future azioni e mobilitazioni. La vera novità però fu nella congiunzione fra movimenti pacifisti e sociali globali. Novità che evidenziava anche il limite dell’azione del movimento.

Ph: Damir Sagoli

 

La dimensione della protesta contro la guerra sembrava avere una capacità di raccogliere consenso molto più forte della “pace positiva” nella quotidianità dell’azione sociale collettiva. Il pacifismo, dunque, sembrava essere un movimento attivo nei momenti di frattura e di rottura dell’ordine dato ma che rimaneva sotterraneo di fronte alla stabilità, all’equilibrio, interno o internazionale. Come se avesse bisogno di un “nemico”, della “guerra” per alimentarsi, come se senza guerra non ci potesse essere una mobilitazione per la pace. La fragilità del movimento per la pace sembrava confermata in base alle tesi che individuano il peccato originale del pacifismo nell’essere un movimento in grado di strutturarsi nei momenti di crisi, quando dimostra la capacità di unire e coagulare forze diverse per un unico scopo senza riuscire però a costituirsi definitivamente in soggetto politico con una propria leadership. In quell’occasione però il movimento ci andò molto vicino, uno dei più famosi quotidiani, il The New York Times, lo aveva definito, subito dopo la giornata di protesta globale, come “la nuova superpotenza”, l’unica in grado di fronteggiare e contrastare il colosso americano. Ancora oggi scontiamo la pena delle guerre Ma contro ogni terrore che ostacola il cammino il mondo si rialza col sorriso di un bambino… Dicono Meta e Moro…Non mi avete fatto niente Non mi avete tolto niente Questa è la mia vita che va avanti Oltre tutto, oltre la gente…perché tutto va oltre le vostre inutili guerre..

VideoClip Non Mi Avete Fatto Niente

 

Special Thanks to Giorgio Ferdinandi for the amazing Artwork, follow him on Instagram: https://www.instagram.com/420mara/