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La fine del petrolio? Ancora molto lontana

Nel corso della mia vita, ad intervalli di anni regolari, ho sentito e letto teorie che predicevano, nel decennio successivo al momento che vivevo, l’esaurimento del petrolio.

Ad oggi, sebbene in molti teorizzino ed indirizzino le proprie aspirazioni verso le fonti rinnovabili, le major petrolifere si stanno concentrando sulla ricerca e lo sviluppo di idrocarburi non convenzionali, di fatto allontanando la fine dell’era del petrolio. Gli idrocarburi non convenzionali sono un insieme costituito da composti che differiscono molto tra loro, ma accumunati da densità e viscosità molto elevate.

L’abbattimento dei costi di trivellazione orizzontale e nuove tecniche di frammentazione idraulica delle falde rocciose hanno aperto nuovi scenari nella politica ed economia energetica mondiale. Nuovi metodi di estrazione e prospezione hanno reso possibile lo sfruttamento di giacimenti fino a poco tempo fa impossibili.

E’ necessario considerare, che questa rivoluzione degli idrocarburi non convenzionali, è focalizzata, soprattutto, nelle Americhe , ovvero dal Canada all’Argentina. Per comprendere meglio questo cambiamento basta tenere in considerazione le parole di Edward Luce dalle colonne del Financial Times, il quale affermava che all’inizio del mandato del presidente democratico americano Barack Obama “il paese progettava di dover importare gas da posti come il Qatar. Di colpo gli Stati Uniti si sono accorti di essere seduti sulla fornitura di gas del secolo”.

Gli Stati Uniti d’America, sempre protagonisti nelle guerre energetiche, già ad oggi producono metà del proprio fabbisogno energetico in patria, hanno ridotto le importazioni dell’estero nell’ultimo quadriennio del 15% per poi improvvisamente ritrovarsi un nuovo tipo di oro nero, nel solito Texas e nel Nord Dakota, il che secondo alcune società di consulenza finanziaria potrebbe portare a diminuire la dipendenza energetica del paese stelle e strisce, nei prossimi dieci anni, di un ulteriore 20%.

Analizzando i dati sopra riportati sarà ai più maggiormente comprensibile il timido approccio degli USA nel Vertice di Durban sui cambiamenti climatici del 2011, definito dal Sole 24 ore “un buco nell’acqua”, e l’accantonamento di quella parte di programma sui cambiamenti climatici che ha portato il Senatore democratico di Chicago alla Casa Bianca. Spostando ora la nostra analisi sull’America Latina, non ci si può non soffermare sul campione e protagonista emergente globale, ovvero, il Brasile.

Brasile che attraverso la società a partecipazione maggioritaria statale Petrobras S.A., grazie ad un grande sforzo finanziario di quest’ultima, concentrandosi sull’estrazione di idrocarburi nascosti sotto falde saline ad una grande profondità, potrebbe secondo alcuni analisti arrivare a produrre, tra dieci anni, la stessa quantità di barili dell’Iran. L’altro grande paese del Sud America, l’Argentina, sta concentrando i propri sforzi nell’accertare la presenza di idrocarburi shale gas. Per shale gas si intende un gas naturale derivato dalla scomposizione anaerobica degli scisti argillosi bituminosi. Tanto che il Canada, primo esportatore del continente americano, ha previsto di raddoppiare nei prossimi due lustri la produzione di idrocarburi da gas shale. Un’altra parte rilevante di questi idrocarburi non convenzionali è rappresentata dagli idrocarburi ultra-pesanti, presenti in Venezuela e Russia, i quali assieme alle fonti bituminose canadesi, rappresentano un valore superiore rispetto alle riserve mondiali di idrocarburi convenzionali.

Ora magari verrà da chiedersi come e se l’Italia si stia muovendo, la risposta è sì. L’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) si è da tempo impegnata a ritagliarsi uno spazio e collaborare con paesi quali Russia e Venezuela, intensificando la ricerca tecnologica nell’abbattimento dei costi di estrazione e prospezione da giacimenti di idrocarburi ultra-pesanti. Le nuove tecnologie, gli investimenti e la focalizzazione delle ricerche scientifiche sugli idrocarburi non convenzionali nel prossimo decennio cambieranno molti degli assetti geopolitici mondiali ed energetici, di fatto sostituendo in buona parte la provenienza di idrocarburi da regioni calde (come il medio e il vicino oriente), che probabilmente porterà ad una nuova spinta dei consumi.

Di sicuro è che, per quanto politiche ambientaliste e la diminuzione delle riserve convenzionali di idrocarburi, stiano facendo presa sulle popolazioni occidentali, la parola fine all’epoca degli idrocarburi è ancora lontana. D’altronde il petrolio è solo due secoli che impera sulle scelte di nazioni ed individui.